C 3 7Z&
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARH GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA* PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. LXXXVIII.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCLVI11.
La presente edizione è posta sotto la salvaguardia delle leggi
vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui
l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni
relative.
DIZIONARIO
i DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESI ASTICA
VAL
VAL
V ALENZA o VALENCE (Valeri-
tinen). Città con residenza vescovile e
antica di Francia nel Delfinato, capoluo-
go del dipartimento della Dtóme, di cir-
condario e di cantone,a io leghe da Vien-
na, più di 27 da Lione, e 127 da Parigi,
già appartenente al parlamento di Greno-
ble. E' piacevolmente situata giù per la
china d' un colle, e in bella e fertile pia-
nura, bagnata da diversi ruscelli, sopra
la sponda sinistra del Rodano, che quivi
si varca sopra un ponte di ferro sospeso.
L'ultima proposizione concistoriale la di-
ce^ptimo politur coclo fontinclque duo-
decini circiter incoiai um milita. Sede di
tribunale di r.a istanza, di direzione de'
demani, e delle contribuzioni dirette e
indirette, conservazione dell'ipoteche ed
altre autorità dipartimentali. E circon-
data da un muro in cattivo stalo, fian-
cheggiato da torri, che la separa dal sob-
borgo di Saunière, che traversa la strada
tra Lione e Marsiglia, ed ha nella sua
parte settentrionale, in faccia ad una bel-
la piazza d' armi piantata d' alberi, una
cittadella triangolare con facciata gotica
di poca importanza, resa celebre dal sog-
giorno e gloriosa morte del Sommo Pon-
tefice Pio VIÌ trascinatovi dal furore della
repubblica francese rivoluzionaria, e vi
die splendidi e edificanti esempi di virtuo-
sa paziente rassegnazioue. L'interno della
città è male distribuito e non regolar-
mente fabbricato, il più bello edilìzio es-
sendo il palazzo della prefettura. La cat-
tedrale alquanto ampia e bella, costruita
con architettura romana (secondo la ri-
cordata proposizione, nell'antecedente
dicendosi gotichae structurae j ma re-
staurata lo sarà stata con architettura
romana), è dedicata a Dio sotto l'invo-
cazione di s. Apollinare (F.) martire
(titolo che leggo nella detta e nella pre-
cedente proposizione concistoriale, non
peiò nel Martirologio romano), e ve-
scovo della città. Ha il s. fonte e la cura
d'anime affidata all'arciprete a nomina
del capitolo. Piacchiude un pregevole
quadro dipinto dal Caiacci, e nel coro è
un monumento marmoreo con figure in
bassorilievo,eretto alla memoria veneran-
da e gloriosa del suddetto Pontefice dal
4 VAL
governo francese, e scolpito da Laboreur>
con iscrizione in marmo nero, contenente
i Precordi di Pio VI, alla cui biografia lo
descrissi, avendo scolpito il suo busto il
celeberrimo Canova (secondo le comuni
assertive, ma osserva mg.r Baldassariche
non è registrato nel catalogo delle opere
di quell'insigne scultore, pubblicalo dal
Missirini e dal Cicognara, acciò non ve-
nisse attribuito il merito ad opere non
sue), autore pure della sua statua colos-
sale ebe sovrasta il suo sepolcro innanzi
la Confessione della basilica Va'icana ,
colla quale questa cattedrale ba il vanto
di dividere gli avanzi mortali di quelPapa
immortale. 11 capitolo si compone di 9
canonici titolari, e di diversi canonici o-
norari, non ebe di altri preti e chierici,
i quali copucri de cìioro laudes persol-
vuntdivinas. L'antico capitolo si com-
poneva delle dignità deldecano,del pre-
posto, dell'abbate di s. Felice, dell'arci-
diacono, de) teologo e di 9 canonici. Pros-
simo alla cattedrale è l'episcopio, palaz-
zo suflìcien temente grande e decente. Vi
sono inoltre alti e due chiese parrocchiali
munite del battisterio , diverse case re-
ligiose d'ambo i sessi, alcuni sodalizi, l'o-
spitale, due seminari l'uno grande e l'al-
tro piccolo cogli alunni. Da ultimo con-
sistevano gli stabilimenti religiosi degli
uomini, in uno de'missionari per la dio-
cesi, e in altro de' monaci della frappa;
ad 8 ascendevano le congregazioni delle
suore iu parecchi stabilimenti, contenen-
do 5yo religiose. Prima delle ultime vi-
cende 4 erano le parrocchie, s. Pietro in
Borgo era collegiata, e vi fiorirono nella
città ne' propri conventi i religiosi do-
menicani, francescani, conventuali, mi-
nimi, cappuccini, recolletli ; e ne' mo-
nasteri le monache della Visitazione, di
s. Orsola : altri religiosi erano nella dio-
cesi. Fu celebre la suburbana splendi-
da ed elegantissima abbazia di s. Rufo,
dagli eretici col ferro e fuoco adequata
al suolo. Trasferita d' Avignone (F.) a
Valenza, fu la principale abbazia e ca-
V A L
pò della congregazione de' Canonici re-
golari di s. Rufo (/ '".). Si controverte se
il Papa Anastasio IV del 1 i53, fosse sta-
to prima abbate di s. Rufo nella diocesi
di Felletri(F.)t ovvero in quella di Va-
lenza. Egli soltanto fu canonico regolare
e priore di s. Anastasio di Velletri. Tut-
to prova ad evidenza il Borgia nell' 1-
storia della chiesa e città di Felletri,
p. 228 e seg. Vi è un tempio luterano,
il collegio comunale, la scuola di dise-
gno, la biblioteca pubblica con circa
i5,ooo volumi, due ospizi, uno de' quali
pe'trovatelli, il teatro e la sala pegli spet-
tacoli , caserme militari , scuola d' arti-
glieria con poligono, arsenale di costru-
zione. Eravi altresì una università degli
studi composta di 4 facoltà , che fu da
principio fondala a Grenoble nel 1 339
dal delfino Umberto II, poscia trasferita
a Valenza neh 4^2 da Luigi XI in allo-
ra Delfino , nel quale articolo parlai della
provincia e principato del Delfinato, ap-
pannaggio de'primogenili de're di Fran-
cia, onde i francesi chiamarono questa
città Falence en Dauphiné. Valenza ha
pure belli passeggi piantati d'alberi, fab-
briche di panni, tele indinne, di lavori di
seta, di veli, di guanti, berrette, coltelli ;
vi sono filatoi di cotone, tintorie, birrerie,
concie di pelli, corderie, seghe di marmi,
fabbriche di tegole, di terraglie, fornaci
da calce, fabbrica di bianco di cerussa,
ed assai gran numero d'oflicine per la
costruzione di vetture. Il commercio prin-
cipale si fa co' panni e stoffe, i vini gene-
rosi, i liquori, la carta, gli oli, gli aromati,
i grani, il coltellame. E' qui il deposito
de'viui, delle setedel paese,ede'frutti del
mezzogiorno. Vi si tengono 6 fiere all'an-
no. Fu patria d'alcuni illustri, ed il Va-
lentino Pluvinel pel i.°aprìin Francia
scuole di cavallerizza, e fra gli ecclesiastici
ricorderò solamente il cardinale Alfonso
Uberto Latier de Bayanne(F.). La po-
polazione si fa ascendere a i5,ooo abi-
tanti circa. 1 dintorni sono deliziosi, ma
prima della costruzione della riviera, il
VAL
Rodano colle sue inondazioni vi cagiona-
va gran guasti. Valenza, Valentìa, Ju-
lia Fa lentia e Sagalaunoruni Urbs,
città antichissima, fu la capitale de' Sega-
Ianni > e divenne colonia romana sotto
Vespasiano imperatore col nome di Co-
lonia Julia Valentia) celebrata da più
scrittori, come da Plinio, Tolomeo, dal
codice Teodosiano, e da Prospero Tuoni
in Chronico presso Goltzio e 1' Ortelio.
Tutlavolta non presenta questa città al-
cun avanzo di antichità romane. Valenza
colla istituzione delle nuove provincie fat-
ta sotto l'imperatore d'occidente Ono-
rio, si trovò compresa nella i." Vienne-
se, e dopo essere stata occupata da' bor-
gognoni, venne conquistata col reame lo-
ro da' figli di Clodoveo I rede'franchi, ed
inutilmente fu assediata nel 578 da Za-
bnno bravo capitano de'longobardi. Mor-
to nell'877 il re e imperatore Carlo 1 il
Calvo, Valenza fu concentrata nel nuovo
regno d'Arles, i cui possessori lasciarono
a' conti di Provenza una vasta carriera
di dilatarsi col riconoscere la loro sovra-
nità. Difatti, questi conti si resero padro-
ni non solo del piccolo paese chiamato
Valentinois o Valentinese, di cui Valenza
era la capitale, ma di tutti i paesi che so-
no al mezzodì dell'Iserosino al Mediter-
raneo. Essendo poscia la Provenza stata
divisa iu contea e in marchesato, la 2."
quota che comprendeva quanto giace
tra l'Isero e la Duranza, sortì a' conti di
Tolosa (^.), sotto i quali v'ebbe in ogni
città de'conti particolari che dipendeva-
no da essi quali loro vassalli. Ili ."conte
di Valentinois che si conosca è Gontardo
che vivea verso la metà del secolo X, la
cui sposa gli partorì Lambert che gli suc-
cesse.Da Gontardo Valenza divenne la se-
de de'conti delValentinois.Lambert colla
moglie Falectrude e il loro figlio Aimar
o Ademar nel 985 iu suffragio delle lo-
ro anime stabilirono, medianici fondi che
eederono, la ricostruzione della chiesa di
s. Marcello per couvertirla iu monastero
benedettino, soggetto soltaolo alla s. Se-
V A L 5
de, coll'annuo censo di 5 soldi. A Lam-
bert conte del Valentinois,euon aLnm-
bert conte di Chalons , deve attribuirsi
il seguente fatto. Gli anvergnati aven-
do fatto invasione in Borgogna al tempo
di Ugo il Grande, cioè nel 936 al più
tardi, vennero incontrati da Lambert con-
te degli allobrogi, accompagnato da Ber-
nardo suo congiunto e da altri signori
nel Borbonese, e mentre retrocedevano,
si gettò sopra di essi tagliandoli in pez-
zi. Ne si può dubitare che il Valentiuois
non appartenesse anticamente al paese
degli allobrogi, senza che mai vi sia stato
compreso il Ghalonese. Al presente di-
videsi in alto e basso Valentinois, ili.°
dall'Isero alla Dróme lunghesso il Roda-
no; il 2.0 dalla Dròme sino al Venaissi-
no. San Marcellino, Montelimar e Ro-
maus sono, dopo Valenza, le città princi-
pali dell'antica contea. Il Diese, la cui ca-
pitale è s. Diez posta sulla Dròme, 'era
una delle i4 città che componevano la
provincia Viennese. Dopo aver apparte-
nuto successivamente a' romani, a' re di
Borgogna, a' re di Francia e agi' impe-
ratori, cadde sotto la potenza de' conti
di Provenza, e prese allora il titolo di
contea. Pretendesi che Guglielmo fi-
glio di Bosone conte di Provenza, sia sta-
to il 1 ." conte del Diese. verso la metà
del secolo X, ed Isaru fu 1' ultimo con-
te particolare di s. Diez. Nel 1096 co-
mandava l'ii.a divisione dell'armata
de'crociati, dopoché Papa Urbano II nel
1 095 promulgò nel concilio di Clermont
la i.a crociata, avendo nel recarvisi ono-
rato di sua presenzaValenza,edaquivi in-
timato quel gran concilio. Morto Isaru
nel 1 1 16 senza figli, fu da'couti diTolosa,
da cui dipendeva allora il paese tra rise-
ro e la Duranza, riunito in qualità di
marchesato di Provenza, il Diese all'an-
tico loro dominio, ed alcuni aggiungono
e riunito alla contea di Valentinois. Non
conoscendosi la continuazioue de' conti
del Valentinou della 1/ stirpe, passo a
dire della seconda. Essa comincia con
6 VAL
Aimar T cognominato di Poitiers, figlio
naturale ili Guglielmo IX contedi Poi-
tiers, nato verso il i i i5. In compagnia
di molte genti si recò a Montelimar, e fu
dalla contessa di Marsanne, luogo posto
nel Valentinois, impegnatodi soccorrer-
la contro i vescovi di Valenza e di s.
Diez, chele facevano forte guerra. Gli fu
di molto aiuto, e conquistò parecchie ca-
stella e città nel Valentinois e nel Diese;
e la contessa per rimunerarlo de'servigi
resi gli offrì la metà di tutta la sua ter-
ra, con facoltà di prendersela tutta inte-
ra, se sposasse l'unica sua figlia Filippa,
come fece, e così divenne signore di tutta
quella terra. Nacque da questo matrimo-
nio Guglielmo I, e morendo del i i 35 gli
successe nella contea di Valentinois. E-
gli servì per qualche tempo il conte di
Tolosa, il quale Io riconobbe a cugino e
patente, e lo colmò di onori e di aiuti. Al
suo tempo la contea del Valeutinese fu
di mollo ristretta dall'imperatore Fede-
rico I, il quale sollecito per quanto po-
teva in minorare l'autorità laicale, tro-
vandosi a Besancon accordò con diplo-
ma del 24 novembre 11 5? la signoria
di Valenza, insieme a'diritti legali di cir-
ca i3 castelli ne' suoi dintorni, ad Od-
done o Eude vescovo di Valenza. Dopo
tal concessione Oddone e i suoi successo-
ri si qualificarono per vescovi e conti di
Valentinois. Nel 1 1 78 con diploma del
29 luglio gratificò circa nella stessa guisa
Roberto vescovo dis. Diez, avendogli do-
nato quella cittàe alcuni castelli nel Diese
in assoluta giurisdizione in un co'dirilti
regali anche sopra tultociò che aveva il
conte Guglielmo I di Poitiers nell'esten-
sione di quel vescovato, ad eccezione del
castello di Quint. Ma il giorno dopo ac-
cordò una specie di compenso al conte
Guglielmo 1, cedendogli il pedaggio da
Valenza sino a Montelimar divisibile col
Delfino. Conviene rammentarsi, che es-
sendo nella giurisdizione dell'impero l'an-
tico regno di Borgogna e di Arles,ed ap-
partenendo a tal regno le contee Valeu-
V A L
linese e Diese, per questo Federico I si
credette padrone di fare le narrate do-
nazioni, Guglielmo I nel 1 1 83 prese sotto
la sua protezione I' abbazia cislerciense
di Leon cel, francandola nel tempo stesso
d'ogni pedaggio, e con successiva dispo-
sizione ingiunse a*. suoi castellani e baili
di prender la difesa di quel castello, con-
tro alcuni faziosi, fra'quuli ve n'erano pu-
re di sua terra; gente perniciosa che non
aveano alcun riguardo di oltraggiare i
monaci di Leoncel, di prendere e di por-
tar via i loro beni. Neil 187 Guglielmo
I e suo figlio Aimar II, con atto seguilo
a Valenza nella badia di s. Rufo, diede-
ro alla certosa di Selva Benedetta una
rendita di biade fondata sulla loro terra
d'Etoile. Morendo Guglielmo I nel 1 189,
gli successe Aimar II di Poitiers conle
di Valentinois e di s. Diez, nato dalla
sua moglie Beatrice figlia di Guigge* IV
delfino del Viennese. Questi si riebbe
in parte delle perdite fatte dal padre,
mercè la donazione che gli fece Rai*
mondo V conte di Tolosa nel giugno di
detto 1 189, di ogni azione e dominio che
possedeva tanto da se quanto per parte
de'suoi vassalli nella contea Diese. Aimar
II poscia in riconoscenza verso la casa di
Tolosa si dichiarò pel conte Raimondo
VI nelle guerre degli eretici Albigesi
(F.). Egli fortificò i suoi castelli e li pose
in istato di difesa; ma nel 121 3 vedendo
che si avvicinava da Valenza Simone di
Monfort, capo della spedizione crociata
contro quegli eretici, in uno al duca di
Borgogna, si recò da loro e colle sue som-
missioni prevenne le stragi che lo minac-
ciavano. A garanzia delle promesse da
lui fatte, consegnò a Monfort alcuni de*
suoi castelli, de' quali venne da questo
generale affidata la custodia al duca di
Borgogna ; però 2 anni dopo, l'occasio-
ne che se gli presentò d' ingrandirsi lo
staccò interamente dagl'interessi del con-
te di Tolosa. Privato questo principe dal
concilio di LaterauolV neh 2 i5 de'suoi
domiuii conquistali da'crociati, Aimai II
VAL
si giovò tli tale decisione pei* estendere la
sua dominazione sul Vi va rese, compreso
negli slati del conte di Tolosa , benché
non formasse parte del conquisto de'cro-
ciati. A malgrado di questa usurpazione
e degl'impegni presi da Aimar li verso
Blonfort, rientrò senza spogliarsene nel
partito di Raimondo VI.Monfort veden-
doli riuniti , passò il Rodano a Viviers
nel 1217, ed unitosi con un corpo rag-
guardevole di crociati capitanato dal ve-
scovo di Nivers, strinse d'assedio Crest,
castello fortissimo e munitissimo nel Va-
lentinois, del quale il prode cav. Arnal-
do cl'Aydu era governatore per Aimar
li cui apparteneva. Molli vescovi del pae-
se e circa 100 cavalieri francesi lo assiste-
rono uella spedizione. Si negoziò peral-
tro la pace tra quel generale e il conte
di Valejilinois, e si convenne finalmente
in un trattalo. Promise Monfort di dar
sua figlia al conte, che dal cauto suo pro-
testò di vivere seco lui in buona amici-
zia, e in pegno di sua parola gli die in cu-
stodia parecchi de' suoi castelli. Nel tem-
po stesso Aimar li concluse la pace con
Umberto di Mira bel vescovo di Valenza,
col quale avea forti brighe. Del pedaggio
accordalo sul Rodano a suo padre da Fe-
derico I, Aimar II domaudò e ottenne la
conferma dal uipote Federico II impera-
tore nel 1219. A'26 luglio di tale anno,
mercè convenzione seguita tra il vescovo
e il capitolo di Valenza, il conte riconob-
be tener da quella chiesa in franco feudo
la signoria diChàteau-Double. Frattanto
pel trattato di Parigi, Raimondo VII con-
te di Tolosa dovette cedere alla Chiesa
romana e al Patrimonio di s. Pietro, ol-
tre il contado Venaissino e parte della
città d1 Avignone, al modo narrato in tali
articoli, le contee Valentinese e Diese; ed
il Papa Gregorio IX nel 1228 divenuto
signore di detti domimi ceduti dal conte
di Tolosa supremo signore de'medesimi,
accordò il Valeulinese e il Diese in feu-
do alcoute Aimar II diPoitierscon molti
pesi, uaode'quali era, che le seconde ap-
VAL 7
pellazioni giudiziarie di delle terre si de-
vol vesserò al preside o rettore pontificio
del Venaissino, che la s. Sede cominciò
nel temporale agovernarenel i220yecon«
tinuò sino alla rivoluzione di Francia,
che glielo tolse con Avignone nel ponti-
ficato di Pio VI. Di più si obbligò il conte
in alcune occorrenze di somministrare al
Papa 100 cavalli e 4oo fanti nel conta-
do Venaissino e nella città d'Avignone.
Tuttociò, con quant'altro dovrò dire sulla
sovranità della s. Sede di queste contee,
tacendosi da molti scrittori , forse poco
di voli alla s. Sede stessa e non veramente
storici, come pure da\V Arte di verifica-
re le date, rende quest'articolo alquan-
to prolisso, per dichiararlo a gloria del
vero e della Sede apostolica. Aimar II
quindi nel febbraio i23o acquistò da Ai-
mar e da Pietro di Poussin la terra di
quel nome, e poco dopo mori. Filippi-
na di Fai, sua 2/ moglie, che vivea an-
cora neli25i, gli portò in dote la terra
di Fai con molte alhe terre nel Vivarese.
Divenuto perciò vassallo del re di Fran-
cia, ebbe ordine di rivocare il bando e
avambando nelle sue terre (pubblico co-
mando sovrano indirizzalo a'vassalli di
trovarsi in armi ad un dato convegno
per servire nell'esercito, o in persona o
con un certo numero di soldati a piedi
o a cavallo), e di partire per raggiungere
la regia armata. I figli avuti dah.° ma-
trimonio furono Josserande moglie di
Bermoud signore d'Andusia,e Gugliel-
mo a lui premorto nel 1 226 lasciando tli
Flotta di Rozannit, Aimar 111 di Poiliers.
Questi fanciullo successe all'avo sotto la
tutela della madre, la quale alla morte
del marito avea conteso tal carico al suo-
cero, e coll'opera del vescovo di Valen-
za se lo era appropriato colla forza. Rai-
mondo VII conte diToIosa e cugino d'Ai-
mar III, essendosi avvicinato al Rodano
nel febbraio 1 2 3t), fu visitato dal conte
tli Valentinoi«, e con atto seguito a l'Ile
del Venaissino a' q del seguente aprile,
iili dichiarò che il castello di Bois colle
8 VAL
sue dipendenze apparteneva al suo allo-
dio al pari d' altri 16 castelli , tra' quali
Privas, Tournon , s. Alban, tutti posti
nel Vivarese, e che niuno ne teneva in
feudo o altrimenti da qualunque signo-
re temporale ci fosse. Aimarlll ricevette
poscia que'dominii in feudo franco dal
conte di Tolosa, dopo avergliene dato
il dominio principale e diretto, riser-
bandosi soltanto il dominio utile e il na-
turale possesso ; indi gliene rese omag-
gio a mani giunte, alla presenza di due
vescovi e molli signori. Essa non era
che una restituzione de' diritti da Ai. nat-
ii usurpali, come dissi più sopra, al
conte Raimondo VI dopo la decisione
del concilio di Lalerano IV che lo dichia-
rava decaduto da'dominii toltigli da'cro-
ciati; della qual decisione si era Rai-
mondo VII suo figlio fatto assolvere nel
1229, fermo restando le cessioni de'
paesi dati alla s. Seiìe e al re di Fran-
cia s. Luigi IX. Nel 1 s56 Ai ruar IH, con
lettere scritte a Guido Fulcodi, riconob-
be l'omaggio fatto a Raimoudo VII del
Dieseje il fece, come dice, per timore,
attesoché Raimondo VII gli avea minac-
ciato guerra in caso di rifiuto ; confessan-
do però che il suo avo avea ricevuta da
lui la contea del Diese a titolo feudale ,
e tacendo l' infeudazione ricevuta pure
dal Papa. Volendo s. Luigi IX assicu-
rarsi del castello di Bidage appartenen-
te al conte di Valentjuois, promise nel
1257 Aimar III, sulla domanda elicglie-
ne fece il re, di rimetterglielo sinchèegli
o i figli tanto del fu Baraldo di Bidage,
quanto Guglielmo di Solignac suo vas-
sallo, lo possederanno. Morto nel 1265
Guizzardo V sire del Beaujolais seuza
posterità, Ai mar III contrastò la succes-
sione alla di lui zia Isabella sorella di
Guizzardo, e fu rivendicala colla decisio-
ne della corle del re nel 1269. Nel pre-
cedente vacata la sede vescovile di Va-
lenza, attesa la dimissione datane da Fi-
lippo di Savoia, per succedere all'omo-
nima sua contea, dopo averla ainuiiui-
V A L
strata senz'essere negli ordini sagri; al-
lora Aimar HI scrisse a Papa Clemente
IV pregandolo procurare un degno pa-
store alla chiesa di Valenza , e il Papa
colla sua risposta fece sapere al conte ,
che per corrispondere al suo lodevole de -
siderio avea eletto a quella cattedra per-
sonaggio savio e discreto, e inoltre suo
parente, senza però nominarlo. Questi e-
ra Bertrando di Poitiers vescovo d'Avi-
gnone, che nella sua elezione avea avuto
a competitore Guido di Montlaur. Ai-
mar III però ebbe in seguilo delle con-
troversie con quel prelato, questi moren-
do nel 1274 dopo essersi pacificato col
conte. Il Papa b. Gregorio X, reduce dal
concilio di Lione II, nel 1275 si trasferì
a Belcaire e indi a Valeuza, ove senten-
do che Alfonso X re di Castiglia pretende-
va all'impero e s'intitolava Imperatore,
a'i3 settembre scrisse all'arcivescovo di
Siviglia, che obbligasse il re ad astener-
sene come avea promesso, per non pre-
giudicare l'eletto Rodolfo I d' Absburg,
ed occorrendo facesse uso degl'interdetti
e delle scomuniche. In Valeuza il Papa
fece quelle altre cose che riferisce a p. 22 1
il p. Bonucci, ne\V Istoria del b. Grego-
rio Xy il quale da Valenza passò a Vien-
na, hi questa città unì il vescovato di s.
Diez a quello di Valenza, tie.T intendi -
mentOjCome pretendono alcuni, di render
con ciò più temuto al contedi Valenli-
nois il vescovo di Valenza. In conseguen-
za di tal unione il vescovo Amedeo de
Roussilon succeduto al vescovato di Va-
lenza, si pose in possesso di quello di s.
Diez. Fu suai.a cura di formare un ca-
pitolo composto di ecclesiastici delle due
diocesi per mantenere tra essi un perpe-
tuo legame; ma Amedeo poco dopo di-
chiarò guerra ad Aimar HI egli tolse
parecchie piazze, le quali ostilità non ces-
sarono seuza gli accordi in cui li poterò
comuni amici. Morì Aimar III neli277
poco dopo il 6 maggio, giorno in cui fe-
ce donazione al suo primogenito di di-
versi castelli posti nelle diocesi unite di
VAL
Valenza e di s. Diez, celi Viviers, venen-
do sepolto nella badia cistercicnse di
Beaujcu, come avea ordinato nel testa-
mento. Questo conte avea sposato prima
Floria dell'illustre e antica casa di Beau-
jeu, clama di Belleroclie figlia di Umber-
to V sire di Beaujeu capitale del Beau-
jolais, prima che lo fosse Villafranca ;
2.°neli 268 Alixenteo Alice diMercoeur
figlia di Beraldo sire di Mercoeur, e ve-
dova di Ponzio di Montlaur. Ebbe dalla
prima il figlio successore, e due figlie, Fi-
lippina maritata a Bertrand signore di
Baux e conte di Avellino nel regno di
Napoli, e Margherita moglie di Ruggero
di Clerieu ; dalla 2." nacque Guglielmo
conte di Chaneac. Il sigillo di Aimar 111
l'esprime a cavallo con uno scudo sul
petto, e 6 besanti sormontati dalla fron-
te delloscudo, che sono l'armi di Poiliers.
Leggesi nell'intorno: Sigillimi Ay mari
de Pie lavi a comi ti s F alentinensis et
Diensis. Nel controsigillo si vede una
stella a 12 raggi colle sole parole: Co-
mitis Valentinensìs. Aimar IV di Poi-
tiers suo primogenito e successore, ma-
ritato sino dal 1270 con Ippolita o Po-
lia figlia d' Ugo conte di Borgogna e di
Alice di Merauia, successe al padre nel-
la contea di Valentinois. Questo matri-
monio gli fruttò la terra di Saiut-Val-
lier nel Graisivaud. Piimasto vedovo si
rimaritò nel 1286 con Margherita figlia
di Rodolfo conte di Ginevra. Nel 1291
sentendo che giungeva nella Svizzera
l'imperatore Rodolfo I, si recò presso di
lui a Muret con molli signori e prelati
del regno di Borgogna per fargli omag-
gio, come a suo signore feudale. Fdippo
di Beruisson, governatore del contado
Venaissino per Papa Nicolò IV, voleva
obbligare neh 291 Ugonetto Ademar si-
gnore di Monlelimar a far omaggio al-
la s. Sede de'castelli de la Gai de, di Rac,
e di una porzione di quelli di Savace e
di Chàteau-Neuf di Mazene ; ma vi si
oppose il conte di Valentinois, sostenen-
do che tulle quelle terre, meno Guide,
VAL 9
dipendevano da lui, e dopo alcuni dilxit-
timenti si convenne che Ugouetto rico-
noscerebbe il conte di Valentinois a si-
gnore immediato di quelle terre, e le tor-
rebbe in sub-feudo dalla Chiesa roma-
na. Aimar IV. come buon economo, au-
mentò considcrabilmenle i suoi (locatati
con vari acquisti. Comprò nel 1 288 il ca-
stello di Sure, nel 1293 la terra e signo-
ria di Faulignan, nel 1296 la terra di
Barre nel Vi Varese, e nel 1299 il castel-
lo di Mondar nella diocesi di s. Diez. A
suo tempo eletto Papa il francese Cle-
mente V nel i3o5, con istrana risolu-
zione preferì alle famigerate ri ve del Te-
vere (V.) quelle del Rodano, stabilen-
do la residenza iri Avignone e intitolan-
dosi nelle monete che coniò anche conte
del Fenaissino. Aimar IV nel 1 3 1 7 a-
vendo venduto il castello di Belleroche,
acquistò invece i castelli di Mirebeau e
di Pisancon neh 323. Vivea neh 329, e
morì d'oltre 80 anni. Dalla sua 1/ mo-
glie ebbe 7 figli, il successore Aimar V,
Umberto ed Ottone morti celibi, Gu-
glielmo signore di Saint-Vallier. Luigi
vescovo di Langres nel i3i8, Alice mo-
glie di Artaud signore di Rossiglione, e
Costanza maritala ad Ugo Ademar di
Monleil. Dalla 2.a moglie gli nacquero :
Amato che successe nelle terre di Cle-
rieu e Chanlemerle, a Guglielmo suo fra-
tello consanguineo, morto senza posteri-
rità verso il i 343 ; Amedeo successore di
Guglielmo nella terra di Saint-Vallier;
Caterina moglie d' Aimeri VII o Vili
visconte di Narbonajed Anna 3.a moglie
di Enrico contedi Rodez, rimaritata po-
scia a Giovanni delfino di Auvergne. Ai-
mar V di Poitiers detto Amairetlo, e-
sercilava la dignità comiziale nel Valeri-
linese e nel Diese con Aimar IV suo pa-
dre sino dal 1307. A' i3 giugno 1 3 1 G
egli rimise nelle mani di Luigi X re di
Francia lesuecontee, che ripigliò poi per
averle da lui in fede e omaggio, sottraen-
dosi così dalla suprema signoria della s.
Sede, essendo i Papi allora influenzati
io VAL
dalla Francia, che avea perciò voluto il
loro stabilimento in Provenza, median-
te le mene del prepotente Filippo 1 V, con
deplorabili conseguenze. Anche il delfi-
no Umberto II pretendeva gli dovesse
omaggio ligio per le sue contee; laddo-
ve sosteneva Aimar V non dovergli che
il semplice, e per guarentirsi dalle per-
secuzioni del delfino si appellò alla cor-
te pontificia di Avignone. Disgustato il
Papa Giovanni XXII pel suo operato col
re di Francia, ricusò prender cognizione
della controversia. Finalmente dopo pa-
recchie tergiversazioni, Aimar V a' 20
aprile i 338 fece l'omaggio quale lo pre-
tendeva il delfino. Nel seguente anno Ai-
mar V a' 12 agosto fece il testamento e
poco dopo mori. Sibilla di Baux sua spo-
sa, figlia del conte d'Avellino Raimon-
do, gli die Aimar morto senza figli nel
1 324>Luigi LGuizzardo morto nel 1 3^9,
Ottone vescovo di Verdun, Aimar si-
gnore di Veyne, Guglielmo vescovo di
Langres, Enrico nominato vescovo di
Gap nel 1 349, Carlo ceppo de'signori di
Saint-Vallier; e 5 figlie, la cui primoge-
nita Ippolita sposò in prime nozze Rinal-
do IV conte di Dammartin, ed in se-
conde Armami VI visconte di Poiignac;
Giovauna, l'ultima, visse nel celibato e
morì in odore di santità. Luigi I di Poi-
liers successe al padre Aimar V, e fu crea-
to luogotenente generale in Linguado-
ca nel i34o, dal re Filippo VI, indi nel
1 344 servi nell'esercito di Giovanni du-
ca di Normandia all'assedio di Aubero-
che nel Tolosano, che si dovette levare
la notte della festa di s. Lorenzo : il con-
te Luigi in quell'incontro fu fatto prigio-
ne, ma era in libertà nel seguente no-
vembre. Nel i345 guerreggiava ancora
nella Saintonge pel re, e fu l'ultimo an-
no di sua vita. Da Margherita d' Enrico
li di Vergi, signore di Fouvent, nacque-
ro Aimar VI di Poiliers detto il Grosso, e
Margherita moglie di Guizzardo di Beau-
jeiijSignoredi Perreux. Intanto perdispo-
siziouedeldelfiuo di Vienna Umberto II,
VAL
il Delfiuato nel 1 343 fu ceduto alla Fran-
cia,al modo che dirò a Vienna e accennai
a Delfino ; solo qui avvertirò, che i nuovi
delfini figli de' re di Francia resero o-
maggio feudale ai Papi pel Valentinese e
pel Diese. Aimar VI neh 347 entrato in
guerra col visconte di Valenza pe' reci-
proci loro diritti, volle Papa Clemente
VI in Avignone farsi arbitro della loro
lite, ed inviò un legato per negoziare una
tregua. Aimar VI si rese bene accetto
all'imperatore Carlo IV, che gli confer-
mò con diploma de' 16 marzo 1 349 tut-
te le signorie, vietando al vescovo di Va-
lenza di qualificarsene conte, ed inoltre
lo nominò vicario generale dell'impero
nel regno di Arles. Non sembra però a-
ver egli usato di questo titolo. Giovan-
ni Il redi Francia accrebbe l'autorità di
Aimar VI nel paese, creandolo con regie
lettere de' 7 agosto 1 353 luogotenente
di Monsieur il Delfino del Viennese.
Nel quale officio avendo Aimar VI com-
messo un fallo con dare in cauzione al
conte di Savoia Amedeo VI alcuni ca-
stelli, fu denunzialo al parlamento sotto
il regno di Carlo V, e condannato con
decreto a restituire quelle piazze, ed a
pagare 1000 marchi d'oro al re, il qua-
le ['assolse con soli i5,ooo fiorini d'oro,
come si scorge dalle sue lettere d'aboli-
zione dell'agosto 1 368. Vedendosi senza
discendenza, alienò in quel mezzo parec-
chie sue terre, e nel 1373 con testamen-
to fatto in Avignone a'9 febbraio istituì
suo erede universale, per ciò che gli ri-
maneva, Luigi il di Poitiers suo cugino-
germano, sostituendogli Edoardo di Beau-
jeu figlio di sua sorella o i figli di lui.
Morto l'anno stesso fu sepolto presso i
francescani di Crest, ch'era la sepoltura
de'suoi antenati. Egli aveva sposalo per
contralto dei5 dicembre 1 344 Elipl o
Alice figlia di Guglielmo Roggero I ba-
rone di Beaumont, nipote di Papa Cle-
mente VI, e sorella del cardinal Roger
poi Gregorio XI, che nel 1377 restituì
a Roma la papale residenza. Ella rima-
VAL
se vedova di Guglielmo II signore de la
Tour d'Auvergne, e visse sino al i4oG
circa. Luigi li di Poi liei s, figlio d'Aimar
di Poitiers signore di Chalencon e di
Gujotte d' Uzes, nato nel 1 354, succe-
dette al conte Aimar VI suo cugino nel
Valentinesee nel Diese. Nel 1 3y4- si ac-
cordò con Carlo di Poitiers signore di
Saint- Vallier intorno la successione di
loro famiglie, e gli cedette le tene di Pi-
sancon e di Mareuil in uno «'castelli di
s. Nazario e di Flandene. Nel i4°4 con
allo dell'i r agosto rinunciò a Carlo VI
re di Francia le sue contee, che com-
prendevano 27 ciltà o castelli, 1 1 fortez-
ze, e 200 feudi o sub-feudi, ri serbando-
sene il godimento a vita e colla condi-
zione : i.°JSTon potessero mai esse con-
tee uscire dalle mani dei re o di suo fi-
glio maggiore il delfino. 2." Gli desse il
re nel successivo mese di novembre
100,000 scudi d'oro. 3. 'Nel caso lasciasse
alla sua morte figli legittimi, allora non
avendone alcuno, avessero eglino la li-
bertà di rientrare in quelle contee resti-
tuendo al re la somma da lui avuta. Il
quale trattato alcuni lo dicono sorpresa
fatta al conte Luigi li, altri essere stato
divisato in un abboccamento avutoa'3o
novembre i3gi col signore della Piviè-
re deputato a ciò dal re Carlo VI. An-
tonio di Grolée, ed i signori d' Entre-
monts e di Mirabel, istigati da Amedeo
Vili conte e poi i.° duca di Savoia, di-
chiararono nel 1407 guerra al conteLui-
gi II, ed ignorasi il motivo o pretesto.Era
in quel modo un dichiararla al re stesso
di Francia signore feudale o cessionario
di Luigi II. In forza de' quali due titoli,
il conte di Valentinois non omrcise di ri-
Togliersi con istanza de'6 luglio al parla-
mento di Grenoble per chiedere soccor-
si; e quella corte pronunziò un decreto
che proibiva a' viennesi di lasciar passare
truppe né per terra, né per acqua, che
provenissero dagli stali di Savoia. Carlo
di Poitiers signore di Saint-Vallier aveva
acconsentito cou atto de' 1 9 giugno 1 4o4
VAL 11
alla donazione fatta dal conte Luigi II
de'suoi stati al redi Francia. Ma avventi-
la la sua morte nel i4'o circa, non cre-
dette suo figlio Luigi di Saint- Valliei do-
vere osservare la convenzione, e perciò
entralo armata mano con Giovanni suo
fratello vescovo di Valenza nel castello di
Grame, ove risiedeva il conte Luigi U di
lui cugino, s'impossessò di sua persona e
lo costrinse ad un nuovo trattato a'i3a-
gosto i4'6>alla presenza di parecchi ca-
valieri e dottori di legge. In quest'atto si
con venne,che nel caso il conte Luigi II ve-
nisse a mancare senza figli maschi legit-
timi, le contee del Valentinois e del Die-
se apparterrebbero al signore di Saint-
Vallier, ecceltuato il Chàteau-Neuf di
Damasan che resterebbe a Lancillotto fi-
glio naturale del conte. Egli era allora
rimasto vedovo di Cecilia figlia di Rog-
gero IUcontediCeaufortin Vallèe, mor-
ta nel i4'o} da cui non avea avuto che
femmine. Ma tornò ad ammogliarsi nel
i4'7 con Guglielmina di Grueres figlia
di Uaule conte di Grueres in Savoia, col-
la speranza di avere posterità maschile,
e deludere con ciò l'espettazione del si-
gnore di Saint-Vallier. Avvenne però di-
versamente,essendo stato sterile quel ma-
ritaggio. Determinato sempre di vendi-
carsi della violenza fattagli dal signore di
Saint-Vallier, formò a' 22 giugno i4'9
in Baix il suo testamento, con cui, dero-
gando all' ultimo trattato, istituiva suo
erede universale il delfino Carlo, figlio
del re Carlo VI, col peso di pagare a'suoi
esecutori testamentari 5o,ooo scudi, per
soddisfare a' suoi debiti ed eseguire i
suoi legali ; sostituendogli in caso di ri-
fiuto Amedeo Vili duca di Savoia. Mo-
rì il conte Luigi II a'4 del seguente lu-
glio nel castello di Baix, e fu sepolto a*
francescani di Crest, lasciandodel suoi.0
matrimonio due figlie, Luigia maritata
nel 1389 con Uberto Vili sire di Thoire-
Villai s, ed N. moglie d'Auberto di Tras-
si. Quantunque Luigi II sentisse ogni
giorno messa, dicesse le sue orazioni, si
12 VAL
confessasse ciascun anno, tuttavia era as-
sai ambizioso, e caricava i suoi luciditi
di gravezze. Questi lo temevano assai per-
chè era rigoroso, e parecchie volle avea
tolto a'gitidici e uflìziali la cognizione
delle cause criminali presso es»i penden-
ti per ritrarre grosso profitto dalla com-
posizione delle parti o altrimenti. Tosto
ch'egli ebbe chiuso gli occhi, Luigi di
Saint-Vallier prese il titolo di conte del
Valentinois e del Diese in forza della do-
nazione che gliene avea fatta, e senza ri-
guardo al testamento annullato. Ma En-
rico di Sassenage, governatore del Del-
finato, e il consiglio delfinale reclama-
rono que' domimi a nome del delfino
Carlo, sostenendo la validità dell'atto con
cui era stato dal conte Luigi II istituito
suo erede universale, per cui Luigi di
Saiot-Vallier,assistito dal vescovo di Va«
lenza Giovanni di Poitiers e da alcuni
cavalieri, offrì di rimettersi alla decisio-
ne <lel consiglio del delfino, dopo che a-
vesse preso conoscenza de' suoi diritti e
inalur.i menle ponderati. A' 16 luglio
i4 19 segui l'atto di taleolferta alla Gom-
be-Iìelion presenti varie persone quali-
ficate. Finalmente nel 1 4-2 3 asceso al tro-
no il delfino col nome di Carlo Vili, gli
furono da Luigi di Saint- Vallier ceduti
con trattato fatto o Bourges a'4 maggio
tutti i suoi diritti sulla successione del
conte Luigi li, mediante una rendila an-
nua e perpetua di 7000 fiorini d'oro, che
gli vennero da quel monarca assicurati,
e da quell'epoca rimasero unite e incor-
porate nel Delfinato le contee del Valen-
tinois e del Diese. Però altri sostengono
che Amedeo Vili duca di Savoia persi-
steva ancora nelle sue pretensioni sul Va-
lenlinese e sul Diese, alle quali non ri-
nunciò che mediante la dispensa fattagli
neh 446 da Luigi delfino dell'omaggio
del Faucigni. Inoltre si racconta che A-
medeo Vili nel i4'9 avea preso in se-
questro Valenza, per aver pagato i de-
biti di Luigi II. Ma ora conviene ripor-
tare collo storico carmelitano p. Fan-
V A L
toni, e col filippino p. Rinaldi annalista,
un interessante tratto di storia, che al-
quanto in favore della s. Sede modifica
e rettifica 1' ultimo periodo riferito, sul
dominio delle contee di Valentinois e di
s. Diez, la quale si disse pnreDiosis, Diati-
sis o Dcensisj tratto auche questo taciuto
da altri storici, certamente in pregiudizio
degli antichi diritti della Chiesa romana
e de' Papi. Narra però con più di verità,
pe'documenti che produce, il p. Fanto-
ni neU'Historia d'Avignone e del con-
tado Venesino stati della Sede aposto-
lica nella Gallia} 1. 1 , p. 337, 34^, 346,
che per disposizione testamentaria del-
l'ultimo conte del Valentinois e del Die-
se, essendo irritato contro i suoi nipoti
che l'avevano già tenuto in carcere, ne
chiamò erede il redi Francia, colla con-
dizione, che se il re permettesse che al-
cune parli di quelle sue terre pervenisse
in potere de'suoi ingrati nipoti, si devol-
vesse l'eredità alla Chiesa romana. Car-
lo VII enlrò in possesso de' contadi Va-
lentinense e Diese, e rese omaggio per
procuratore a Calisto III per quella par-
te di essi ch'era feudo della s. Sale. Ma
violando poi Carlo VII il testamento,
con distribuire non poche terre a'discen-
denti nipoti del conte, decadde dalla feu-
dalità de'contadi, e per diritto i due pae-
si tornarono nella signoria della Chiesa
romana, nello stesso pontificato di Cali-
sto IH. Certo è ancora, che la Francia ne
conservava il possesso, poiché Luigi XI
mentre era delfino, qual suo sovrano vi
trasferì daGrenoble la ricordata universi-
tà, che alcuni storici e geografi pretendo-
no in vece da lui istituita in Valenza,ed in
appresso traslocata a Grenoble capitale
del Delfinato. Divenuto Luigi XI nel
i46i redi Francia, considerando il Va-
lentinese e il Diese devoluti alla Chiesa
romana per la violazione del testamento,
inconseguenza dell'operato daCa rio VII,
stimò doversi restituire al Papa ; laonde
autorizzò il cardinal Golfredi o Geoifroy
suo ministro o ambasciatore iti ilo ma di
VAL
restituirli a Pio li, a condizione che ri-
manessero al re quelle lene de' contadi
situate nel regno di Francia, cioè al di
là del Rodano. Accettò il Papa l'offerta,
e condonò a Luigi XI tutte le ragioni di
dette terre al di là dal Rodano, con esen-
zione pure dell'omaggio ligio di vassal-
laggio e di fedeltà. Perciò nel voi. LXX,
p. 46, anche colla sicura testimonianza
del Marini, potei narrare, che Pio li nel
1462 inviò a Luigi XI il suo famigliare
e nunzio Antonio de Noxeto, a ringraziar-
lo per la cessione e restituzione fatta al-
la s. Sede de' contadi Valentinese e Die-
se, e ad occupar questi in nome della me-
desima, con pontificio diploma riprodot-
to dal p. Fantoni, diarissimo in diri-
tto Filius Ludovicus rex. Dal quale in-
oltre rilevasi, che anco Luigi XI prima
di tale reintegrazione aveva reso omag-
gio ligio e di fedeltà a Pio II. Il re ra-
tificò tutto il trattato. Lo conferma Ri-
naldi all'anno 1462, n.°i 1. » Luigi XI
diede un preclaro esempio di giustizia e
di liberalità, concedendo alla Chiesa ro-
mana le contee Valentinese e Diese". Ma
col p. Fantoni raccontai nel voi. Ili, p.
242, che essendosi ricusati d'ubbidire al-
le regie e pontificie disposizioni i prefetti
delle terre de' due contadi, la donazione
o restituzione non ebbe pieno efFelto, si-
no al i483 e al Papa Sisto IV, il quale
sotto il diretto dominio della s. Sede, li
trasfuse nel suo nipote conte Girolamo
Riario signore di Forlì (V.)j però mo-
rendo nel fine d'agosto Luigi XI, sotto il
successore Carlo Vili il parlamento del
Delfinato, espulsi da' contadi i ministri
pontificii, con suo decreto riunì subito i
due contadi alla corona, facendone forti
lagnanze Sisto IV, che morì nel seguen-
te agosto i484> >l P- Fantoni riportando
il breve di protesta del Papa, diretto al
duca di Borbone, Hortamur nobilitatem
titani. Dissi pure, che Innocenzo Vili,
eletto in sua vece, ripetè da Carlo Vili
i coutadi del Valentinois e del Diese; ed
il re rispose, che si sarebbe accomoda fa
VAL i3
la controversia amichevolmente per mez-
zo di arbitri, onde il Papa l'esortò a no-
minare persone idonee per la cognizione
della causa. Se non che, protratto l'acco-
modamento fino ad Alessandro VI Bor-
gia, il quale bramoso dell'ingrandimen-
to temporale de'suoi figli, conciliossi l'a-
micizia di Luigi XII, alienò dalla s. Se-
de tali contadi, e dal re li fece erigere in
ducato col nome di Valentinois con let-
tere patenti dell'agosto 1498, e ne fece
investile il famoso Cesare Borgia (F.)
suo figlio, che rinunziato il cardinalato,
l'arcivescovato di Valenza (V .) e altre
chiese, dopo aver ucciso il suo emulo e
maggior fratello Pier Luigi (siccome il
Novaes nella Storia d' Alessandro FI3
scrisse Giovanni per Pier Luigi, ch'era-
no fratelli, e poi si corresse, qui ne fac-
cio avvertenza, se in qualche luogo non
avessi tenuto presente tafìe emendamen-
to), per occuparne le dignità di genera-
le e gonfaloniere di santa Chiesa, era-
si dato interamente alla milizia, ed eb-
be il governo generale dell'armi pontifi-
cie, e prese il nome di duca Valentino , o
almeno fu così comunemente chiamato.
Luigi XII per eseguire i suoi progetti
sull'Italia, con istupore di tutti ricolmò
di favori un Cesare Borgia, che pose in
trambusto l'Italia, e nel 1499 '' re 8U &"
ce sposare la sua parente Carlotta , so-
rella di Giovanni d'AIbret re di Navarra
e del cardinal Amaneo d' Albret. Così
l'investitura del Valeutinois e del Diese,
conferita dal re a Cesare sotto il diretto
dominio di Francia, fece per sempre per-
dere quelle terre alla s. Sede; di più. il
Papa donando a Luigi XII lo Stocco e
berrettone ducali benedetti. Osserva il
p. Fantoni, in tal modo Alessandro VI
perde pure il dominio utile e diretto
delle terre del Valentinese e del Die-
se, che in uno al sovrano dominio go-
deva la santa Sede, per le cessioni del
conte di Tolosa e dell'ultimo conte del
Valentinese e del Diese. Inoltre il re con
privilegio inaudito adottò il nuovo du-
i4 VAL
ca nel 1 4f)9 n^ nome ed armi di Francia,
con facoltà ili usarne in tutti i suoi atti.
Alessandro VI a Luigi XII e per mezzo
di Cesare rimise le bolle di dispensa pel
suo divorzio con Giovanna di Valois,e per
sposare Anna vedova di Carlo Vili. Inol-
tre Cesare portò in Francia il cappello
cardinalizio'al principe Giorgio d' A mboi-
se, creato cardinale a'n settembre 1498,
ed il cardinal della Rovere, poi Giulio II,
che trovavasi alla corte di Parigi, fece la
ceremonia d'imporglielo sul capo. Il Pa-
pa fece accompagnare jn Francia il du-
ca Cesare dall'inviato francese Lodovico
diVilleneuve,daGio.GiordanoOrsinieda
nitri nobili romani; e lo munì della lettera
credenziale al re, scritta interamente di
sua mano dal Vaticano a'28 di detto me-
se,edirecenteriporlatadalcb.lieaumont,
Della Diplomazia Italiana^ p. 160. In
essa si legge» Volendo soddisfare intera-
mente al desiderio tuo e nostro, mandia-
mo alla Maestà Tua il nostro cuore, cioè
il ddelto figlio duca di Valenza, di cui
più caro non abbiamo, acciocché sia una
testimonianza certissima e carissima del-
l' affetto nostro verso l'Altezza Tua, alla
quale non lo raccomatuliamo di più, pre-
gandoti solamente di trattare quello, che
così viene commesso alla tua regia fede, in
modo che, anche per nostra consolazione,
Apparisca a tutti die la Maestà Tua lo ha
accettato per suo". Il medesimo illustre
scrittore a p.82 riferendo parte della rela-
zione che fece alla repubblica di Venezia il
Cappello ambasciatore in Roma di Papa
Alessandro VI, dice fra l'altre cose. » 11
Papa ama ed ha gran paura del figliuo-
lo duca di Valenza; il quale è d'anni 27,
bellissimo di corpo, e grande e ben fatto.
11 duca, in un luogo a s. Pietro, serrato
intorno di tavole, amuiaz7Ò 6 tori selva-
tici, combattendo a cavallo alla giannet-
ta ; e ad uno tagliò la testa alla i." bot-
ta : cosa ebe a tutta Roma parve gran-
de. E' realissimo, anzi prodigo; e questo
ni Papa dispiace. E altra volta ammazzò
di sua Diano, sotto il manto del Papa,
VAL
messer Pierotto; sì che il sangue saltò al-
la faccia del Papa, del quale messer Pie-
rotto era favorito... Ogni giorno per Ro-
ma si trovano la notte quattro o cinque
ammazzali, fra'quali vescovi e prelatijsic-
chèintuttaRomatremanodiessoducacbe
non li faccia ammazzare". Se Valenza era
la capitale del contado e poi ducato di
Valentinois, non che residenza de' suoi
conti e duchi, sembra che ancor essa ap-
partenesse a tale stalo; ed Alessandro VI
chiamò il figlio duca di Valenza. Ma Ce-
sare Borgia si rese infelicemente sempre
più famoso per le sue vaste e prepotenti
conquiste, per le sue crudeltà e per la sua
insaziabile ambizione. Morto il padre nel
i5o3, fu arrestato il corso delle sue ti-
rannie, perdette in breve tutte le sue u-
surpazioni, e fuggito presso il cognato re
di Navarra, combattendo per lui restò uc-
ciso nel 1 5o7, nella guerra contro il con-
testabile di Castiglia. La duchessa Car-
lotta sua moglie, illustre pel suo spirilo,
senno e pietà, prese parte nell'avventure
del marito, senza partecipare a' suoi di-
sordini, e terminò di vivere I' 1 1 marzo
i5i4- La loro unica figlia Luigia, qua-
lificata duchessa di Valentinois, si mari-
tò a'7 apiilei5i 7 con Luigi II sire della
Tremolile, quindi in seconde nozze sposò
a'3 febbraio i53o Filippo di Borbone-
Busset. Si può vedere Duchesne, Histoi-
rc dea Comtes de Valentinois. Nel 1 548
il re Enrico II fece donazione a Diana di
Poitierssua amante dell'usufrutto del du-
cato di Valentinois col titolo di duchessa.
Questa per lai/ si vide incedere in Parigi
in Carrozza, ove a poco a poco fu intro-
dotto tal comodo; però si tenga presente
il ricordato articolo e il riferito altrove.
Diana nata nel 1 499 da Giovanni di Poi-
tiers signore di Saint-Vallier , era stata
collocata mollo giovane presso la conles-
sa d'Angouléme madre di Francesco I,
ed in seguito era entrata al servizio del-
la regina Claudia in qualità di damigella
d'onore. Il suo credito e la sua bellezza
salvarono la vita a suo padre, di cui ella
VAL
elidine In grazia al momento che aiuta-
va ad essere decapitalo per aver seguilo
il partito del contestabile di Borbone; ma
non potè guarirlo dalle triste impressio-
ni che l'orror della morte gli avea cau-
sato altaiche intese la sua sentenza. Esse
furono tali che in una notte gli s'imbian-
carono i capelli , e fu colto di febbre sì
"violenta che non lo lasciò per tutto il re-
sto de' suoi giorni. Da ciò venne il pro-
verbio della febbre di Saint-Fallier.k'
29 luglio 1 53 1 Diana rimase vedova di
Luigi di Brez conte di Maulevrier , che
avea sposalo nel i5i4- Cinque anni do-
po, Enrico,allora delfino, in eia di 1 8 an-
ni, divenne perduta meli le innamoralo di
Diana, che ne avea 37, e che alle grazie
e freschezza della gioventù, conservale fi-
no ad un' età molto avanzata, univa doli
di spirito corrispondenti a quelle della
sua figura. Ella amò e protesse i lettera-
ti. Gli ugonotti furono i soli ch'ebbero a
lagnarsi di lei; per conseguenza non la ri-
spettarono ne'loro scritti. Dopo l'infau-
sta morte di Enrico li, accaduta a' 1 o lu-
glio i55g, ella si ritirò nella terra d'A net,
dove morì a'2.6 aprile 1 566, lasciando del
suo matrimonio con Luigi di Brez due
figlie, di cui la primogenita Francesca
sposò Roberto della Marca duca di Bu-
glione, e l'altra Luigia si maritò a Clau-
dio di Lorena duca d'Aumale. Il ducalo
di Valentinois, dopo la morte di Diana,
fu di nuovo riunito al dominio della co-
rona di Francia. Nel precedente articolo
non solamente, come già arcivescovo di
Valenza, ragionai di Cesare, ma ricordai
i principali de'molti luoghi in cui parlai
del medesimo, avendo ragionato ezian-
dio di sua famosa Spada (^.), che pos-
siede il duca di Sermoneta, come nar-
rai descrivendo le notizie di quella cit-
tà nelP articolo Velletri. Per la sua
morte il ducato del Valentinese tornò al-
la Francia, ed il re Francesco I vi fece
fabbricare la cittadella. Quindi Valenza
molto soiliì durante le guerre di religio-
ne,da'sanguiua.ri e fanatici eretici ugonot-
VAL 1"
li. Quanto al Valentinese , divenne un
piccolo paese formante uno de' più ric-
chi appannaggi d'-alcou duca -e pari del
regno. Luigi XI li dopo il 1641 1° ('0,ì°
al principe di Monaco (/".)» sovrano dei-
l'omonimo principato d'Italia, di cui ri-
parlai nel voi. LX1, p. i43, cioè ad O-
norato II Grimaldi, per essersi posto sot-
to la prolezione della Francia per sot-
trarsi dalle vessazioni degli spagnuoli.
Lo ricevette dal re in piena proprietà per
lui e suoi discendenti. Inoltre il ducato
di Valentinois fu eretto in pariato diFran-
cia con lettere patenti del maggio 1 64^,
poscia dichiarato femminile con lettere
de'26 gennaio i643. Questa donazione
fu fatta perchè il re di Spagna Filippo IV
confiscava o confiscar dovea ad Onorato
li alcune sue terre nel regno di Napoli e
nel ducato di Milano, allora domimi del-
la monarchia spagnuola. A questo dono
Luigi XIII aggiunse la baronia di Baux
che eresse in marchesato, e queir altre
signorie che registrai nel citalo articolo.
Ivi pure dissi, che avendo Luigia Ippoli-
ta Grimaldi, figlia maggiore di Antonio
principe di Monaco, nipote d'Onorato II,
preso nel 1 7 1 5 in isposo Goyon di Marti -
gnon, che altri chiamanoFrancesco Leo-
nor, gli portò in dote il ducato pari di
Valentinois, e nel dicembre con lettere
patenti fu ammesso per pari di Francia
nel parlamento di Parigi, ove prestò giu-
ramento neli7i6. Entrato dunque il du-
cato di Valentinois nella casa del princi-
pe di Monaco, il figlio primogenito tut-
tora porta il titolo di duca di Valenti-
nois, ed al presente lo è il principe eredi-
tario di Monaco Carlo OnorioGrimaldi,
grande di Spagna di i.a classe, nel 1846
maritato alla principessa Antonietta Ghi-
slaine de' conti de Merode, da' quali nel
1848 nacque il principe Alberto Onorio
Carlo.
Accaduta la tenibile rivoluzione di
Francia nelfiniredel secolo XVII ^deca-
pitalo il virtuoso reLuigi XVI, proclama-
ta la repubblica e abolito ogni culto dire-
16 VAL
ligione, possenti armate francesi invasero
l'Italia, e dopo i più enormi sagrifizi im-
posti al Papa Pio VI, coll'armistizio ili
Bologna e il trattato di Tolentino (V.),
pe'quali dovette rinunziare anche all'oc-
cupato stalo d' Avignone e del Venaissi-
no, invasero quindi interamente lo Sta-
to Pontifìcio e Roma, che democratizza-
rono. I medesimi repubblicani francesi,
dopo averlo spogliato di tutto e detroniz-
zalo, duramente a' 20 febbraio 1798 Io
condussero prigioniero in Toscana,c\oè
prima in Siena, e poi nella Certosa di
Firenze, óa dove affranto dal male, dal-
l'età eda un complesso di tanle strazian-
ti disgrazie, a' 17 marzo 1799 senza ri-
guardo alcuno, d'ordine dell'irreligioso e
iniquo direttorio di Parigi , fu stabilito
che si strascinasse nel cuore della Fran-
cia, per essere più sicuri di sua innocua
e virtuosissima persona, contentandosi
poi che rimanesse in Valenza nel Delfi-
nato, ove santamente terminò i suoi gior-
ni. Nella sua biografia, nell'articoloFRAN-
ciA,ne'molleplici che vi hanno relazione,
tutto quanto narrai , e altamente cele-
brandolo, vale a dire quanto precedette,
accompagnò e seguì il suo eroico sagrifi-
cio, precipuamente col veridico e couteua-
poraneo JXovaes, Storia di Pio FI; e con
mg/Pietro Baldassari segretario del mae-
stro di camera del Papa, che accompa-
gnandolo a Valenza si trovò eziandio al-
la sua edificante morte col suo padrone,
e quindi pubblicò la pregievolissima ed e-
sattissima Relazione delle avversità e pa-
timenti del glorioso Papa Pio VI negli
ultimi tre anni del suo pontificalo^ edi-
zione seconda corretta e aumentata ,Mo-
dena 1840. Nondimeno per questo arti-
colo serbai quelle particolarità eh' era
indispensabile qui narrare, massime del
soggiorno fatto in Valenza, come promi-
si , il che eseguirò principalmente cogli
encomiati benemeriti storici, nel più in-
teressante; dappoiché i particolari detta-
gli, (pianto sono importanti nella Rela-
zione, in questi miei cenni riuscirebbe-
V AL
ro prolissi. Il tirannico direttorio di Pari*
gì, temendo gli eventi della guerra e la
vicinanza al teatro di essa del Papa, sta
bili di farlo tradurre nella badia di Molk
presso Vienna d' Austria; ma rotta nuo-
vamenteguerraa'tedeschi, divisò di man-
dorlo in Sardegna, ed ivi farlo stabilire,
colla mira d' ingrandire collo stalo della
s. Sede quello del duca di Parma infan-
te di Spagna, per piacere a quest'ultima
potenza. Pensò pure d'inviarlo in Corsi-
ca, perchè vi rimanesse obliato; finché a
maggior sicurezza, e ad ulteriore strazio
del venerando prigioniero, ottuagenario
e infermo, ordinò che si trasportasse nel-
l'interno della Francia, non curando le
proleste de' medici che correva pericolo
di perire nel viaggio. Varcate le orribili
balze del Moncenis , tra gli eccessivi ri-
gori della perpetua ueve,giuuse sulla fron-
tiera di Francia, e Briancon fu lai.' cit-
tà che l'accolse a'3o aprile 1799, ed ivi
crudelmente gli furono strappati dal fian-
co i prelati Spina arcivescovo di Corin-
to e Maggiordomo, Caracciolo Maestro
di camera, ambedue poi cardinali , Ma-
rotti segretario e altri della Famiglia
pontificia, cioè il cappellano Gio. Pio da
Piacenza minore riformato e il Baipas-
sai i. Quindi il direttorio vilmente risecò
le spese del viaggio, lo stabilì a 1800 li-
re,*da somrainislrarsi da'dipartiinenti pe'
(piali doveva passare; ma il Papa vi sup-
plì da per se, non permettendo loro tale
aggravio. Per s. Crespi no, Ambrum, Savi-
nes, Gap, Corps, La M tire, Vizille, giunse
a Grenoble, ove Pio VI provò l'allettilo*
so conforto d'essergli restituiti i nomina-
li prelati e domestici; oltre di trovarvi il
cav. Labrador deputato da Carlo IV re
di Spagna di restare presso di lui , onde
diminuire le pene di sua schiavitù , ed
infalli cominciò il suo incarico con otte-
nere la restituzione de' famigliari al Pa-
pa, i quali però dovevano precederlo a
Valenza. Piipreso il viaggio, perTullins,
s. Marcellino e Romans arrivò a Valenza
sul Rodano a'i4 luglio, ciltà che Dio a-
VAL
vea destinato per termine di sue sciagu-
re, mirabilmente sostenute con longani-
me e inalterabile pazienza, con tanta glo-
ria sua e del pontificato. Allora il diret-
torio decretò essere Pio VI prigioniero
di stato, per fargli sempre più perdere la
speranza di riacquistare colla libertà la
sua sede e il suo trono. Nella cittadella
di Valenza era un palazzo con giardino
annesso, il quale avanti la rivoluzione a»
veva servito per abitazione al regio gover-
natore,, e questo fu scelto per albergarvi
Pio VI. Mg.1 Spina andò a vederlo, e tro-
vò che per ampiezza era bastante a tut-
to il seguito del Papa, ma allatto manca-
va di suppellettili. Saputosi ciò in Valen-
za, alcune famiglie dell'antica nobiltà
francese, e segnatamente la marchesa di
VinSjSÌ esibirono d'im prestare de'loro mo-
bili e masserizie; ed in sulle prime il ma-
gistrato dell' amministrazione centrale
della Dróme si oppose come offerte di
aristocratici, finché stretto dalla necessi-
tà lo permise a tutti. I buoni signori di
Valenza fecero tosto a gara in mandare
l'occorrente, ed in 48 ore furono del tut-
to forniti gli appartamenti del Papa e suoi
prelati, e le camere pel rimanente dell'as-
sai numerosa comitiva , e con tanta ab-
bondanza che si restituì il superfluo. La
marchesa di Vins con gran diligenza vol-
le interamente guarnire e adornare ie
stanze del Papa, tranne un Crocefisso di
legno bene scolpilo, ed un quadro di
buon pennello, esprimente Y Ecce Homo.
Il r.° lo die Cornier commissario del di-
partimento, uomo retto e cortese, rispet-
toso e religiosissimo,offrendosi ad ogni oc-
casione per mitigare le sventure e le pene
del Santo Padre, ma glielo impedì il ma-
gistrato repubblicano del dipartimento,
benché il direttorio di Parigi al Cornier
avesse affidato la speciale cura di badare
alle cose del Papa. La pittura, che fu col-
locata nella stanza da letto, fu sommini-
strata dalla madre di Championnet ge-
neralissimo nell' occupazione di Napoli.
Raccontai neluoghi ricordati, con quan-
VAL 17
ta commovente divozione da per tutto fu
venerato e onorato Pio VI dalle popola-
zioni francesi, nelle città e luoghi di pas-
saggio e di fermata, le festive e affettuo-
se dimostrazioni, quasi universalmente
acclamato nel chiedergli con fervore I' a-
postolica benedizione, e gli ubertosi frut-
ti che se ne ricavarono per le di verse con-
versioni: fu un viaggio trionfale. Arriva-
to Pio VI in Valenza, direttamente fu
condotto nel palazzo della cittadella , e
subito ne fu chiusa fa porta , acciocché
niuno entrasse, ed a* cittadini ch'erano
usciti ad incontrarlo, e l'ebbero poi nel-
la loro città per un mese e mezzo, solo ne'
momenti dell' arrivo fu dato di poter-
lo sfuggevolmente vedere. Il magistrato
dipartimentale con suo decreto dichiarò
essere il già Papa prigioniere e in istato
di arresto, perciò non potere uscir mai
dal suo albergo, e che niuno senza sua li-
cenza in iscritto potesse entrare nella cit-
tadella e molto meno nel palazzo. Alla
sua porta pose un corpo di guardie e più
innanzi una sentinella. Anche nel giardi-
no erano alquanti soldati, per impedire
che il popolo si adunasse presso il muro
della cittadella, e che i preti francesi, im-
prigionati nel vicino carcere e antico con-
vento di s. Francesco in odio alla fede , e
per non aver voluto prestare ilgiuramen-
to civico, salutassero o facessero gesti a'
famigliari delPapa, a'quali mediante car-
ta di sicurezza fri permesso uscire e ritor-
nare nella cittadella a piacere: mg/Carac-
ciolo per amore al Papa non sortì mai
dal palazzo. La cappella di questo servì
per celebrare alcune messe, ma conveni-
va poi dare la chiave al severo e vessa-
torio magistrato, che il buon Cornier de-
luse con consigliare che si lasciasse aper-
ta, senza chiuderne la serratura, ed id
quanto potè fu sempre amorevole; tale
pure si mostrò Boveron uno de'5 del ma-
gistrato. Il Cornier provvide una como-
da sèdia a bracci uòli con piccole ruote,
sulla quale Pio VI respirava l'aria aper-
ta nel giardino, non senza amarezza pef
VOI,. LXZXVfri.
i8 VAL
l'inurbanità e irreligione di diversi sol-
dati, che talvolta bai baiamente lo deri-
devano e schernivano. Ed egli soliti va
l'ingiurie con perfetta pazienza, e veniva
rattemprata la pena di sidalti affronti,
pel rispello col quale l'onoravano altri
soldati. 11 comandante di piazza in di*
verse ore del giorno aggiratasi pel pa-
lazzo , per indagare se era osservato il
prescritto dal magistrato. Questi ed i po-
steriori rigori e la vigilanza colla quale
fu guardato Pio VI, si vollero scusare pel
mantenimento della pubblica tranquilli-
tà, e per evitare turbolenze che suscitar
poteva la vicinanza d'Avignone e del
contado Venaissino, negli anni preceden-
ti tolti dal dominio temporale di Pio VI
e della s. Sede, e dove le genti di campa-
gna sentendo vicino l'antico loro pater-
no principe l'acclamavano e Io compian-
gevano , scagliando improperi*! contro i
suoi feroci persecutori. Il Novaes descri-
ve quanto accuratamente si vegliava dal
militare nella fortezza e suoi dintorni. Il
Papa, poiché in Valenza si fu riposato un
due giorni, slava mediocremente bene.
Nella mattina avea mente svegliata e se-
rena, diceva le sue ore canoniche, ascol-
tava per l'ordinario due messe, e face-
va lunghe e fervosc preghiere alla ss.
Trinità; alla B. Vergiue, a s. Pietro,
e avendone l' immagini dentro il bre-
viario, le baciava con gran tenerezza. A-
Tanti il desinare, di tanto in tanto si fa-
ceva condurre nel giardino. Questo era
come un terrazzo che dominava parte
della città e il magnifico bacino del Ro-
dano. Onde si dice che il Papa, la i .' vol-
ta che fuvvi menalo, esclamasse: Oh che
bella vista 1 1 suoi sonni consueti , dopo
desinato , di giorno in giorno con pena
si videro prolungare ; e svegliatosi, ordi-
nariamente passava il rimanente del dì
in silenzio, e non gradiva che gli si par-
lasse di qualsiasi cosa. Nondimeno vo-
leva nella sera alzarsi di letto, e co'suoi
recitare il rosario. Gli abitanti di Valen-
za eoo pi'qfcrle di soccorsi d' ogni sorla
VAL
moslrnrongli generosa sollecitudine d'ad-
dolcire l'asprezza delle sue sventure. Pa-
recchi ecclesiastici , non ostante la seve-
rità de'custodi dell' augusto prigioniero,
travestendosi bene, andarono sino a lui.
Tuttaquanla la città era addolorata dal-
le tribolazioni del Santo Padre, e vi si ve-
deva regnare la taciturnità e la tristez-
za. Poco dopo l'arrivo di Pio VI a Va-
lenza, dal cav. Labrador e da mg.r Spi-
na , al quale il Baldassari serviva come
segretario , si cominciò con vicendevoli
noie diplomatiche a trattare degl'indulti
desiderati dal gabinetto di Madrid, di-
retto dal marchese d'Urqijo gran neon-
co del clero. Alcune domande, attesa la
condizione de' tempi, erano ragionevoli,
e si concessero. Altre poco discrete , si
modificarono. Altre ledendo di troppo i
sagri canoni e la disciplina della Chiesa,
furono negate. 11 Labrador che avea li-
cenza amplissima di visitare il Papa, vol-
le tentare di parlargliene, ma n' ebbe
in risposta: Tutti i monarchi del mou-
do non valere a farlo operare contro la
coscienza; per piacer agli uomini non
voler offendere il Signore, a cui fra po-
chi giorni dovea rendere rigorosissimo
conio del suo operato. Perciò temendo
rog.r Spina che il Labrador se ne partis-
se, e così restare il Papa e i suoi nell'in-
digenza, manifestò le sue apprensioni al
Papa, il quale anziché turbarsene , co-
raggiosamente rispose: *» Niuno s'inganni
credendo, che noi vogliamo vender l'ani-
ma nostra , per prolungarci d' alquanti
giorni la vita. La provvidenza di Dio non
mancherà mai di soccorrere chi in lei
confida. Sopporteremo l'inopia, accette-
remo la morte, ma non fi a mai che con-
sentiamo a servirci indes trite tionem del-
la podestà che Dio ci diede in aedi fica-
tionem". Quest' esempio di fermezza a-
postolica fu l'ultimo atto del lungo e glo-
rioso pontificato di Pio VI , poiché indi
a poco, cioè Dell'entrar d'agosto, gli ven-
ne languore grandissimo e sonnolenza
quasi continua, e nausea d'ogni cibo, sic-
VAL
che non poteva più ponderare né deci-
dere affari. Con tultociò Labrador con-
tinuò a dimorare in Valenza, e sommi-
nistrò denari anche dopo la morte del
Papa a 'suoi famigliari tanto nel tempo
che restarono in Francia , che nel ritor-
no loro in Italia. Dimorando il Papa in
Toscana era stato largamente soccorso
da alcuni personaggi ecclesiastici e seco-
lari di Germania e de' Paesi Bassi, ma
egli se ne servi pel mantenimento de*
nunzi. Inoltre somministrarono grosse
somme l'arcivescovo di Siviglia Despuig
e 1' arcivescovo di Valenza Ximenez, ed
il governo spagnuolo a mezzo del cardi-
nal Lorenzana regolò tali somministra-
zioni con inviare 2000 scudi il mese, ol-
tre il provvedere di tutto che faceva il
cardinale la persona del Papa, e dava
somme a mg.r Caracciolo per le spese
straordinarie, ed ancora ne mandava a'
cardinali. Vi fu persona che die 6000
scudi per 6 camicie pel Papa. Narra No-
vaes, che Pio VI rispondeva al cav. La-
brador ed a mg.r jVIarotti, che nelle sue
tribolazioni procuravano consolarlo, fa-
cendogli riflettere, che il suo esilio, le sue
sofferenze e la sua rassegnazione, forma-
vano l'epoca più. gloriosa del suo pontifi-
cato, e confondeva i suoi nemici. «Tutto-
ciò sarà vero : ma quello che mi affligge
all'estremo, si è il vedere qua e là disper-
si e perseguitati i cardinali, i ministri del-
l'altare ... Cosa sarà mai della mia pove-
ra Roma, che ho tanto amata; cosa sarà
del mio caro popolo; cosa sarà mai del-
la Chiesa di Dio, la Chiesa che debbo la-
sciare cosi sconvolta e agitata? '' In tut-
te le provincie d'Europa non si parlava
che di Pio VI e de'suoi oppressori, i qua-
li non avevano altro in mira che d'avvi-
lire il culto cattolico nella persona del suo
capo, e degradarlo colle loro incessanti
persecuzioni. Giammai però il Vicario di
Cristo comparve sì grande sul trono me-
desimo del Valicano, circondato da tut-
to il suo maggior splendore; onde a ra-
gione si confessava, che isuoi nemici non
VAL 19
l'aveano fatto trasportare in Francia, che
per incoraggiare e animare colla di lui
presenza i sentimenti di religione , che
sembrava andassero a illanguidire nel
cuore di molti. La comparsa del roma-
no Pontefice in Francia fu una successio-
ne di trionfi, tanto pel suo augusto ca-
rattere e sublime dignità, benché dalla
forza tirannica oppressa, quanto ancora
per la religione medesima, e nel tempo
stesso un attestalo perpetuo della vergo-
gna e dell'impoteuza della filosofia irre-
ligiosa e tiranna. Intanto a' 22 luglio il
direttorio di Parigi inviò al commissario
Cornier l'ordine, che il già Papa come
un ostaggio si trasfeiisse a Dijon, senza
fermarsi a Lione, come rea di troppo at-
taccamento all'altare e al trono, e che il
viaggio fosse a di lui proprie spesel Giun-
to il decreto a Cornier intorno al finir
di luglio , ne avvertì i famigliari del Pa-
pa, ma al magistrato lo tacque per al-
quanti giorni. Pio VI avea peggiorato
nella sua infermità', e l'accreditato me-
dico di Valenza Bartolomeo Blein, che lo
cura va, prognosticava assai sinistramente,
per cui si conobbe anche dal magistrato
dover protrarre la partenza, finché l'in-
fermo migliorasse. Questo avvenne du-
rante la novena per l'Assunzione, e nel
dì della festa il Papa ascoltò due messe
e ricevè la comunione da mg/ Spina. In-
di questo prelato gli manifestò il decreta-
to dal direttorio, e Pio VI virtuosamente
rispose : » Sarà quello che Dio vorrà. Ve-
ramente speravamo che ci concedereb-
bero di starci qui quietamente a morire.
Ma sia pur falla ancora in questo la vo-
lontà di Dio". Leggo nel Novaes, che i
custodi del Papa,vedendolo alquanto sol-
levato, a' i3 agosto lo pregarono a farsi
vedere alla gran quantità del popolo, che
adunatosi intorno alla cittadella prorom-
peva in minacce contro i suoi oppressori,
se continuassero a privarlo dell'amala vi-
sta del Vicario di Cristo. Onde Pio VI
si fece portare a braccia sino al balcone
di sua abitazione, e vestito colle divise di
20 VAL
sua dignità, die non lascio mai , se non
negli ultimi istanti di stia vita, affaccian-
dosi rivolto al popolo Valentino, con vo-
ce sonora esclamò : Ecce Homo , e gli
compartì la sua apostolica benedizione.
Mentre conveniva disporsi alla partenza,
a* 16 agosto il Papa fu trovato langui-
dissimo, ottenebrato nella mente e nau-
sea ti ssimo <T ogni alimento, per cui si
dilazionò il viaggio e vi acconsentì il
ministro dell'interno. Il 18 volle alquan-
to alzarsi dal letto, e tentare col p. Gi-
rolamo Fantini trinitario del riscatto,
suo confessore, di dire l'uflizio; ma pro-
nunziava fuor di luogo i versetti de'salmi
che sapeva a mente. A' 19 migliorò, mo-
strò animo sereno e gustò il cibo; ma do-
po il desinare venne assalito da singhioz-
zo, vomito e diarrea, onde il d.r Blein ve-
dendo che ne'seguenti giorni il male pro-
grediva avvisò del pericolo. Si chiamò
pertanto da Grenoble il d.1 Luigi Ducha-
doz, che a'^3 cominciò colPaltro medico
a curare il Papa della violenta dissente-
ria mucosa e sanguìnea, senza però do-
lori per l'insensibilità degl'intestini, col-
piti ancor essi dalla paralisi che all'infer-
mo avea mortificato il corpo dal mezzo
in giù, fin da quando dimorava in To-
scana. A' 27 la dissenteria si cambiò in
lienteria, sicché le cose eh' egli riceveva
per bocca, immantinente le evacuava af-
fatto indigeste. Non avea febbre, ma e-
strema debolezza; per cui di mano in ma-
no che all'infermo mancavano le forze cor-
porali, gli si attenuava la voce. Però l'a-
nimo suo si rasserenò, cessò la sonnolenza
letargica, svegliate e giuste ebbe l'idee, e
sino all'ultimo respiro fu in perfetti sen-
timenti, benché nell' ultime 24 ore del
suo vivere sopravvenne la febbre inter-
rottamente. A' 27 dovendosi il Papa co-
municare per Viatico, si fece levare dal
Ietto e porre nella sua sedia, e confessa-
tosi, assunse il rocchetto, la mozzetla e
la sloia. L'aieivescovo Spina, preceduto
dagli altri ecclesiastici con candele acce-
se, dalla cappella pollò la ss. Eucaristia,
VAL
e Pio VI trattosi il camauro, che soleva
usare in luogo del berrettino bianco, l'a-
dorò con profonda riverenza. Mg." Ca-
racciolo, standogli a lato, recitò per lui
la professione di fede; ed il Papa atten-
tissimo ascoltava , e col moto del capo
indicava la sua pienissima sommissione
agl'insegnamenti divini di s. Chiesa. L'ul-
time parole di giuramento: Sic me Deus
ad j uvei, et haec s. Dei Evangelia , le
pronunziò di sua bocca, come accompa-
gnò le parole del Confiteor recitato dal
p. Fantini, rispondendo Amen alle due
preci dell'assoluzione. Dipoi quando mg.r
Spina, tenendo in mano il ss. Corpo di
Cristo, disse l'annunzio sublime e soave :
Ecce Agnus Dei, il Papa cominciò subi-
to a dire il Domine non sum dignus, e
intero lo ripetè 3 volte. Dopo il fervoro-
so ringraziamento, il p. Fantini gli disse
se voleva fare qualche disposizione a be-
neficio de'suoi famigliari. Rispose il Pa-
pa : » Siamo molto grati a tutti. Ma nel-
l'attuale nostra posizione, che possiamo
noi fare? " Poi, fatto venire rog.r Spina,
gli domandò se avea denaro per disporne;
e udito che alcune somme donate dalla
pietà d' alcuni tedeschi, erano depositate
in Italia , per mancanza di modo onde
farle giungere in Francia, gì' ingiunse di
compilare il codicillo, che sottoscrisse di
sua mano, ne commise al prelato 1' ese-
cuzione, e si legge nel Daldassari. Con-
fermato l'anteriore testamento e i legati
in esso lasciati ad alcun famigliare , se-
condo le proprie forze, dispose a favore
di quelli parlili con lui da Roma e in at-
tualità di servizio, esclusi quelli presi do-
po la sua partenza da Firenze. Oltre al-
la spesa del viaggio per tornare alle pro-
prie case, a tutti assegnò la paga di ruo-
lo d'un anno, indi inoltre nominatamen-
te dispose.»» A'nostri due aiutanti di ca-
mera Bernardino Calvesi e Andrea Mo-
relli (poi 2.0 aiutante di Pio VII), oltre a
ciò che secondo il costume nella nostra
piccola eredità possa loro appartenere, in-
tendiamo delle nostre suppellettili , la-
VAL
sciamo Ittita la nostra biancheria e ve-
stiario da dosso. 11 rimanente poi di tut-
ta la nostra biancheria sì da tavola come
da letto, eccettuato un servizio da tavo-
la nuovo, ricevuto da Noi, allorché era-
vamo in Siena, da mg.r Erskine, si divi-
derà fra il nostro scalco e i nostri scopa-
tori, compreso il decano, cuoco e creden-
ziere, avuto riguardo al grado loro e an-
zianità, e ad arbitrio dell'esecutore della
presente disposizione. Al p. Gio. Pio da
Piacenza, attuale nostro cappellano , ed
al p. Girolamo Fantini nostro confesso-
re, ambedue secolarizzati da Noi nel no-
stro viaggio, e che con tanto amore ci
hanno prestato il loro servizio, lasciamo
oncie 3oo d'argento per ciascuno, per u-
na sol volta, non comprese le spese per
il loro ritorno. Tutti gli argenti e le al-
tre cose preziose che si trovano attual-
mente essere di nostro uso , ma non di
nostra proprietà , aventi Io stemma de'
nostri predecessori o nostro, intendiamo
che tutti fedelmente siano resi al nostro
successore. Tutto il di più che ci appar-
tiene, si consegnerà a' nostri eredi (i ui-
poti cardinale e duca Braschì)". Nello
stesso giorno de'27 i medici dichiararo-
no il male incurabile e che fra pochi dì
il Papa morrebbe. Il breve tempo che
sopravvisse, lo passò in fervide orazioni,
a'28 ricevè da mg.r Spina l'estrema un-
zione, estremo conforto de'fedeli, conti-
nuando il Papa le preci e sempre ripe-
tendo: In le, Domine, speravi: noncon-
fundar in determini. Essendogli stato
posto in mano un piccolo Crocefisso, lo
tenne sempre stretto sino ai cominciar di
sua corta e placida agonia, baciandolo di
frequente teneramente. Nella sera peg-
giorò e alla molestia del singhiozzo si ag-
giunse quella del catarro. Perdouali i suoi
nemici , ricevuta dal p. Fantini 1' assolu-
zione sagramentale, e da mg/ Spina quel-
la in articulo moriis con indulgenza pie-
na ria, il detto confessore cominciò a reci-
tare le preci della raccomandazione del-
i 'anima , ed innanzi che il Papa perdes-
V A L 1 1
se la conoscenza , con alletto alzò la de-
stra e facendo 3 segni di croce benedisse
tutti i suoi, che si struggevano in lagri-
me d' amore. Passati 5 minuti, con san-
to transito il gran Pio VI rese la sua bel-
l'anima a Dio, a'29 agosto 1799, at* ua*
ora e circa 3o minuti del mattino. Conta-
va anni 81, mesi 8 e giorni 2 d'età, e di
pontificato anni 24, mesi 6 e giorni 1 4, il
più lungo dopo s. Pietro, e qual martire
della moderna filosofia, come dice ilBal-
dassari : ina ripeterò l'elogio che fu pub'
blicato a Parigi dopo la sua morte: Pius
VI, in sede Magnus, ex sede Major, in
coelo Maxima». Dell'effigie di Pio VI to-
sto in Francia se ne fece un grandissimo
numero, e tutti ansiosamente l'acquista-
rono. Una avea l'epigrafe: Pio VI som-
mo Pontefice, morto in cattività. Era cir-
condata da foglie di palma intrecciate a
corona , in segno di martire. Nella bio-
grafia di Pio Vie ne'Iuoghi in essa ricor-
dati descrissi, oltre l'edificantesua morte
e l'elogio di sue magnanime virtù, la se-
zione del di lui cadavere eseguita egre-
giamente dallo scopatore segreto Filippo
Morelli , che prima avea studiato la chi-
rurgia, in uno all'imbalsamazione, alla
presenza di tutta la famiglia , operazioni
durate 8 ore; come posto nella cassa mor-
tuaria con iscrizione riferita dal Baldas-
sari, e temporaneamente col vaso de' Pre-
cordi deposta nella stanza sotterranea sot-
to la cappella della cittadella , e difesa
con incamiciatura di muro. I funerali no-
vendiali celebrati in detta cappella, tra le
dimostrazioni di dolore e di divozione de*
valentini; l'esequie onorevoli fatte in tut-
ta la cristianità che lo pianse. Frattanto
reduce dalla spedizione d'Egitto, l'8 ot-
tobre sbarcò a Frejus Napoleone Bona-
parte, e indi si recò a Valeuza con alle^
grezza e speranze de' valentini , essendo
ormai da tutti odiati i reggitori della re-
pubblica; vi si trattenne 24 ore, ed a' io
partì per Lione e Parigi col general A-
lessa no" ro Berthier. Nel suo breve sog-
' giorno a Valeuza , *olle vedere la &nu~
32
VAL
glia ecclesiastica de) Papa, la trailo con
cortesia e benevolenza , promettendo il
suo patrocinio , sia pel libero loro ritor-
no in Italia, sia per portare il corpo del
Papa a Roma. Fosse o no che li favoris-
se, ne' primi del seguente novembre eb-
bero tulli i passaporti, restando a Valen-
za a custodire le venerande spoglie di Pio
VI , mg.r Spina e mg.r Malo cameriere
segreto. Mentre mg.r Spina implorava li-
cenza di trasportare il pontifìcio cadave-
re, Napoleone divenuto i.° console e di
fatto monarca, a'3o dicembre 1799 de-
cretò. Che il cadavere di Pio VI si sep-
pellisse in Francia cogli onori usati co'
morii suoi pari , e sulla sepoltura si co-
struisse poi un monumento semplice, che
indicasse la dignità ond era stato insigni-
to. Il prelato Spina impedì che ciò si e-
seguisse dal vescovo costituzionale di Gre-
noble e dal clero simile di Valenza , ri-
pugnandovi pure i buoni valenti ni, come
prevaricatori e scismatici; ma bisognò
contentarsi de' soli onori civili e militari,
ommessa ogni ceremonia religiosa, ben-
sì con grande accompagnamento e mol-
li segni di duolo, e non quanto alla pom-
pa fu in tulto eseguito l'annunziato dal
programma, riprodotto dui Baldassari, e
dal Cancellieri nella Storia de possessi,
p. 4'7> con a^t,e notizie. A' 3o gennaio
1800 il corpo di Pio VI dalla cittadella
fu portato al cimile rio comune, e quivi
sotterrato. Neppure vi fu posto segno al-
cuno sul sepolcro , per cui natavi sopra
dipoi dell' erba , non più si distingueva il
sito preciso ove giaceva. Ed allora mg.r
Spina si recò dal sagro collegio in Ita-
lia: la sua biografia va tenuta presente,
poiché si rannoda con quanto vado in
breve narrando; ma pochi argenti polè
condurre seco, impadronendosene la re-
pubblica francese, quali proprietà del pa-
pato 1
Elello Pio VII, raccontai nella bio-
grafia del predecessore, che a mezzo di
mg.r Spina inviato a Parigi per trattare il
celebre Concordato, il quale fu concluso
VAL
nel 1 80 t , in nome del Papa domandò a
Napoleone il corpo e i precordi di Pio
VI, e l'ottenne. Di conseguenza, nella not-
te de'^3 al 24 dicembre fu disotlerrala
la cassa morluaria e il vaso de'precordi,
e consegnali al prelato (ch'ebbe nel viag-
gio a compagno il p. Carlo Caselli ser-
vita e poi cardinale, secondo Cancellieri,
anch' egli essendo stalo inviato a Parigi
pel concordato) a' io gennaio 1802, il qua-
le su carro funebre li condusse seco, tra
la generale divozione de' popoli. Narrai
pure il solennissimo ingresso in Roma
degli avanzi mortali di Pio VI, i magni-
fici funerali celebrati in s. Pietro da Pio
VII, praesenti cadavere, con Orazione
funebre j la tumulazione in quel sontuoso
tempio , di che anco nel voi. LX1 V > p.
Ii4, dopo la ricognizione del cadavere.
Questo fu trovato intero, ma contraffatto
nel volto. Agli obiti onde il cadavere era
stato vestito in Valenza, furono sovrap-
posti gl'indumenti pontificali.E mg.rLan-
te tesoriere generale mise nella cassa una
borsa , che conteneva le monete coniate
nel pontificato del defunto. Indi chiusa
nuovamente la cassa co' soliti sigilli , vi
si aggiunse sopra una piastra di piombo
con questa iscrizione. Pius VI, P. M. -
A Valentia a pud Rhodanum - Adbasi*
licarn s. Petri- Solemniler trans latus -
Die xvii februari mdcccii. A suo tem-
po la cassa fu posta presso il sepolcro di
s. Pietro, innanzi alla cui confessione e-
levasi il già ricordato monumento; e sic-
come l'iscrizione l'avea indicata lo stesso
Papa,ecolNovaes' la ri portai nel voi. XII,
p. 3o 1 , qui riproduco la scolpita. Pius VI
Braschius Caesenas Orate prò eo. Tut-
tavolta apprendo da Cancellieri, che l'i-
scrizione fatta da Pio VI fu posta sul luo-
go ove giace la cassa morluaria; mentre
quella qui riferita è scolpita nel zoccolo
che serve di base alla di lui statua colos-
sale summentovata. Dice lo stesso Cancel-
lieri che il vaso de'precordi dovevasi por-
tare con quelli degli altri Papi nella chiesa
de'ss. Vincenzo e Anastasio, ora de'A//«/-
VAL
stri ifrgV Infermi (F.). Tale vaso ilei suo
cuore e delle sue viscere instantemente lo
domandò a Pio VII il governo francese,
per la cillàdi Valenza, e con sommo impe-
gno il vescovo Recherei, e l'ottennero; per
cui nella biografia di Pio VI narrai pure
ia pompa colla quale i precordi, per cu-
ra dello Spina divenuto cardinale , si ri-
portarono a Valenza, accogliendoli i Va-
lentin» con divoto giubilo a* 29 marzo
i8o3, e collocandoli nella suddetta cat-
tedrale. A compimento della narrativa,
compendierò la relazione pubblicata dal
Biddrtssari. Tale arrivo fu annunziato col
snono d'un'ota delle carapaue. 11 vescovo
Recherei fece incontrare il convoglio fu-
nebre da 3 deputati a Monteliiuar, ed i
comandanti militari colle autorità civili
l'acculsero all' estremità del borgo Saul-
nières.La carrozza che portava il prezio-
so deposito era coperta di velluto cher-
misino, V accompagnavano i commissari
di Roma e Tolone, e fu tenerissimo spet-
tacolo la calca del popolo ivi concorso.
JNel suo ingresso in Valenza suonarono
tutte le campane delle chiese,al rimbom-
bo del cannone. La pompasi componeva,
degli uiìi/.iali di tutte l'amministrazioni,
di 3oo damigelle vestite di bianco con
cintura nera , di molle dame e cittadini
in abito nero, delle autorità giudiziarie
e civili, degli avoués, degl'ingegneri, del
magistrato comunale, della prefettura e
degli udì zi ah militari. Questa comitiva
venne dalla strada maestra sino alla por-
ta s. Felice, poi per la via medesima sino
alla piazza dell'Erbe, iudi per la piazza
della Libertà pervenne alla cattedrale
per la porta maggiore, ov'era il vescovo
in abiti pontificali e 49 ecclesiastici con
paramenti neri e paonazzi. L' urna con-
tenente i precordi di Pio VI, posta sopra
una barella parata di nero, venne porta*
ta nel vestibolo in cui stavano i detti ec-
clesiastici. 11 vescovo ne fece la ricognizio-
ne con alto notarile, indi alla presenza de'
commissari di Roma e Tolone, delle au-
torità e della moltitudine, disse lesegueu-
V AL 23
ti parole, n Ragguardevoli deputati. I
francesi, ma specialmente i valentiui, vi-
dero mal volontieri la traslazione della
spoglia mortale di Pio VI , della quale
voi adesso ci riportate una porzione. E-
gliuo si consolauo per questo ritorno, del
quale debbono essere grati alla bontà del
Santo Padre, alle cure del cardinal Spi-
na, ed al favore speciale del governo fran-
cese, che ne fece domanda mediante il
suo ministro residente in Roma. Se voi
tornate alla metropoli del mondo cristia-
no, direte al Sommo Pontelìce,che la re-
ligione cattolica e apostolica romana ri-
nasce in Francia sotto felicissimi auspicii.
Questo concorso di fedeli che voi vedete,
annunzia in modo autentico ii loro affet-
to alla religioue de' uoslri padri e alla
memoria di Pio VI ". 11 cittadino Rubi-
na u, uno de' commissari di Tolone, im-
provvisò una risposta, in cui fra le altre
cose dichiarò. >* Onorati essendo di sì im-
portante commissione, ci reputiamo feli-
ci che intatto vi consegniamo il deposito
a noi aflidato. Siamo stupiti di sì grati
concorso di fedeli, il quale certamente de-
ri va dal rispetto ch'essi portano all'obbiet-
to che ci ha adunati, dalle vostre virtù, o
mg.r vescovo, e dal buon esempio del vo-
stro clero". Indi i canti lugubri, prescritti
dal rito della diocesi, annunziarono l' in-
gresso del cuore e viscere di Pio VI nella
chiesa cattedrale. La maestà dell' edili-
zio, il modo ond'era apparato, 3oo e più
ceri accesi, la moltitudine de' fedeli che
da 3 ore e più vi stavano congregati, ra-
pivano T anima in modi tali , che si può
sentirli, ma uon mai spiegarli. Giunta ia
cassa nel coro, si posò sopra un mauso-
leo costruito in buonissimo stile. Otto ur-
ne funebri, fiammeggianti e frammesse a
molti ceri accesi, insieme con questi face-
vano risaltare l'eleganza del cenotafio. Le
dame e damigelle di Valenza, con som-
ma cura e divozione attesero ad orna-
re tal monumento. Collocate a' loro po-
sti l'autorità costituite, si cantò il vespero
de' morti, e poi si fecero le 5 assoluzioni,
24 VAL
ed in ultimo si commise di custodire il
deposito a due ecclesiastici in cotta ed a
due laici, i quali passarono la notte in
preghiere. Nel dì seguente all'ore 9, mg.r
vescovo si condusse col clero in coro a
cantare 1' uffizio de' morti, e alle ore 1 o
coll'intervento dell'autorità costituite in
abito formale, e di grandissimo concorso
de'fedeli, si celebrò la messa solenne. Do-
po il Vangelo il prete francese Dufau For-
tis deputato e commissario, chein Civita-
vecchia da'prelati Vaticani ricevè in con-
segna i precordi, stando a pie dell'altare
recitò una parlata e la concluse con dire.
«Fedeli di Valenza, il Santo Padre esau-
dì i vostri voti. In tutti i luoghi pe' quali
passammo, la vostra sorte era lodevol-
mente invidiata. Questo sagro pegno del-
l'amore che a voi porta il Sommo Ponte-
fice, oh confermi ed assodi la vostra u-
pione colla s. Sede, e conservi la pietà che
voi mostrate oggi in modi così segnala»
ti". Poi comparve in sulla cattedra di ve-
rità il celebre oratore Mila vaux confiden-
tissimo del vescovo, e recitò l'orazione fu-
nebre di Pio VI, colla cui eloquenza ecci-
tò in ogni cuore dolcissima commozione.
Stabilì per principio , che qualsiasi uomo
non è grande veramente, se non in quan-
to è grande dinanzi a Dio. Poscia percor-
rendo la vita del medesimo Pontefice, fe-
ce bellissima e verissima applicazione del-
l'accennato principio. Finita la messa so-
lenne, e fatte di nuovo le 5 assoluzioni, il
prezioso deposito fu trasferito processio-
talmente nella cappella destinata per cu-
stodia temporanea, ed ove fu posta una
lampada ardente dì e notte,tìnchè il mau-
soleo che do vea racchiuderlo fosse compi-
to per collocarlo stabilmente nella stessa
cattedrale, il governo francese avendolo
commesso inRoma allo scultore Laboreur
(onde onorai e questa vittima augusta del-
la persecuzione religiosa, ed a servire di ri-
parazione alle crudeltà esercitate contro il
comune Padre de' fedeli, come osserva il
J aulir et nelle sue Mcmoires). La cas*a fu
coperta cou drappo di velluto violaceo,
VAL
avente nella parte superiore ricamata in
oro la Croce, e nella parte anteriore il tri-
regno. Ad onta della lunghezza della fun-
zione e il gran concorso de'fedeli, perfet-
ta fu la quiete. In questa occasione le da-
me e damigelle ragguardevoli , a favore
de'poveri fecero una questua, e versaro-
no nella cassa di beneficenza la ricavata
considerabile somma. 11 prefetto e le au-
torità civili e militari gareggiarono uel-
l'onorare i deputati e in ogni occorren-
za. Quindi il Baldassari riproduce la re-
lazione, come il cuore e le viscere di Pio
VI furono riconosciute, e poi collocate
con solenne funerale nel monumento che
le racchiude, ed eccone il sunto. A' 19 ot-
tobre 181 1 mg.' Recherei convocò nella
cattedrale i canonici e que'della fabbrica
di essa, significando loro di voler fare in-
nalzare il monumento di marmo desti-
nato dal governo imperiale a racchiude-
re i precordi di Pio VI, e perciò doversi
prima visitare la cassa che li conteneva e
farne la ricognizione. Entrati nella cap-
pella ove erano stali collocali, si trovaro-
no intatti lai/ cassa; i due sigilli vescovili
ei due della municipalità di Valenza; la
2." cassa di noce; la coperta della 3.a cas-
sa co' sigilli del cardinal York arciprete
Vaticano e due del capitolo Vaticano.
Aperta la 4-* cassa, meglio vaso o urna
di piombo, contenente il cuore e le visce-
re di Pio VI, si trovò intatto il sigillo di
mg/ Caracciolo suo maestro di camera.
Indili vaso di piombo fu chiuso e risal-
dato. Osservò P architetto Ricaud che lo
spazio preparato nel monumento per ri-
porvi il vaso di piombo non era suffi-
ciente, perciò propose di collocarlo sotto
del medesimo, e ci convennero il vescovo
co' canonici ed i fabbriceri. Quindi a' 1 1
ottobre dello slesso 181 1 rag/ Becherel,
invitali il capitolo e i fabbriceri Della cat-
tedrale, sigillò col proprio sigillo in 5 di-
versi luoghi il vaso de'pontilìcii precordi,
ed alla loro presenza fu riposto nel luo-
go determinato, faceudosi le consuete sa-
gre ccremonie. Finalmente a'25 ottobre
VAL
si celebrò nella cattedrale di Valenia so-
lenne funerale, per la dedicazione del
monumento consagralo alla gloriosa me-
moria del Sommo Pontefice Pio VI, ed
a tale effetto nel coro si eresse decoroso
catafalco ornato dell'insegne pontificali.
Alle ore io tutte l'autorità citili, milita-
ri e giudiziarie recaronsi nella cattedra-
le, e siccome era stato invitato a presie-
dere alla ceremonia il cardinal Spina, il
vescovo accompagnalo dal capitolo e dal
clero della città e contorni , ricevè alla
porta della chiesa il cardinale, il quale
assistito dallo stesso vescovo e da quello
d' Avignone, celebrò pontificalmente la
messa. 11 canonico Bisson segretario del
vescovato di Valenza, recitò un discorso
proprio della funzione. Immenso fu il
concorso de' fedeli, tutti mostrandosi in-
teneriti sommamente, per la commoven-
te e patetica narrazione che delle virtù
di Pio VI fece il facondo oratore. Il fu-
nerale terminò colie 5 solenni assoluzio-
ni prescritte dal pontificale, e suonarono
tutte le campane delle chiese della città.
Mg/ Becherel sul monumento fece scol-
pire la seguente iscrizione. Sanata Pii
VI redeunt Praecordia Gallisi Roma
tenet Corpus j Nomenubique sonai. Va-
Icnliae obiit, 29 Aug. art. 1 799. Le sup-
pellettili ch'erano servite a Pio VI nel
suo soggiorno nella cittadella, ed altri og-
getti di suo uso furono riguardati e tenu-
ti come memorie illustri e divole. Notai
nel voi. LUI, p. 108, che mg/ Chatrous-
se vescovo di Valenza, possedendo la pic-
cola pisside che il Papa soleva portare
colla ss. Eucaristia sospesa sul petto nel
doloroso viaggio , la donò al Papa Pio
IX (V.)t il quale ne fece lo slesso uso io
quello memorabile di Gaeta, con parten-
za segreta dalla sua sede, per non essere
esposto a nuovi oltraggi de'decnagoghi e
de'faziosi riuuilisi in Uoma. Il Giornale
di Roma del 1 85 1 a p. 730, riporta la
seguente notizia.» In un piccolo castello
a mezz'ora di distanza da Valenza, tro-
vasi attualmente un mobile di assai pie-
V AL a5
Iosa memoria. E la sedia di appoggio,
nella quale il 29 agosto 1799 spirò Pio
VI d'immortale memoria (l'accurato e
testimonio oculare mg/ Baldassari, co-
me anche il Novaes, all'erma che morì sul
letto, narrando. Dopo averci benedetti,
distese e abbandono le braccia sul leu-
to, e gli uscì dalla mano il Croce/isso j
ed inginocchiati intorno al letto, dopo 5
minuti spirò. Bensì sulla sedia prese la
comunione a'27,e volle sedervi la mat-
tina del 28 , per cambiargli il letto in al-
tro polito, ma non trovandosi pronto, a
mezzodì convenne ricoricarlo nel suo let-
to. La buona signora Bollami gli portò
il suo, ma i medici nou vollero che si
rimovesse il venerando infermo). Qual-
che mese indietro fu venduto con lutto
il castello del sig/ De Maccarlhy: iu
esso trova vasi l'oggetto di cui abbiamo
parlato. 11 sig/ ab. De Barjac canonico
onorario della cattedrale di Valeuza vol-
le ad ogni costo comprarlo, e l'ha collo-
calo in una camera del suo castello di
Monllosier. Si sa che il Sommo Ponte-
fice prigioniero del direttorio nel palazzo
detto del Governo, non trovò iu questq
suo carcere alcun mobile. Le pietose da-
me di Valenza riunironsi insieme, e ven-
nero modestamente guarnite le camere e
l'appartamento dell'illustre Poutefice. Al-
la morte di Pio VI le autorità resero al-
le dame di Sacy i mobili (la sedia a brac-
cioli colle ruote, di cui parlai più sopra,
la somministrò il Cornier; può darsi che
l'avesse da tali dame), che avevan dato,
fra' quali eravi la sopraddetta sedia, in
cui Pio VI aveva passato gli ultimi gior-
ni (questa proposizione è esatta). La fa-
miglia del sig/ Maccarlhy l'ebbe in ere-
dità dalle signore di Sacy, da cui I' ha
il soprannominato ecclesiastico acquista-
ta. Questo fatto mi ricorda una visita che
feci negli appartamenti e nelle camere ove
morì l'illustre Pontefice Pio VI. Dopo a-
ver letto 1'importanli Memorie del car-
dinal Pacca (questo insigne porporato
dice in esse, che neh8i4 stando per tur-
26 VAL
imre in Italia, aveva divisato di passare
per Valenza, e visitai^ come santuario
la camera in cui era morto Pio VI,ela
chiesa in cui fu prima sepolto j ma come
dissi, non fu sepolto in chiesa. Non che
raccogliere notizie sugli ultimi avveni-
menti di quel S. Pontefice; ma gli con-
venne deporre questo suo desiderio affi-
ne di raggiungere prestamente Pio VII),
desiderava di vedere la città di Valenza e
di visitare il palazzo ov'era stato prigio-
ne il Vicario di Gesù Cristo. Un rispet-
tabile vecchio, con cui avevo fatto cono-
scenza dopo esser giuuto in quella città,
appagò il mio desiderio,accompagnando-
mi egli stesso, e mostrandomi la desiata
cameruccia. La mia guida era in relazio-
ne col medico del sig.r Labrador amba-
sciatore di Spagna. Il sig.r Labrador ave-t
va accompagnalo l'augusto prigioniero a
Valenza, ed il suo medico curando pure
il Papa, die agio al mio amico di pro-
strarsi più volte a'piedi del Pontefice. A-
•veva dunque io in conseguenza un eccel-
lente Cicerone, e ben si comprende qua-
li sentimenti dovessi provare. La mia sor-
presa però fu grande, allorché invece di
trovare una cappella, non vidi neppure
un inginocchiatoio! " Mi giova sperare,
che l'illustre Valenza, che ben a ragione
vanta il soggiorno fattovi da Pio VI, e di
possederne il cuore e le viscere, vi ripa-
rerà; e sarà segno della gratitudine de'
buoni cattolici, e degli ammiratori prin-
cipalmente, presenti e futuri, di quel ma-
gnanimo supremo Gerarca. Le quali mie
sperauze le credo fondale e convalidale
dal progrediente spirilo religioso che e-
ininentemetile grandeggia in tutta la flo-
ridissima Francia, e quale con affettuosa
espansione d'animo riverente vado cele-
brando all'opportunità; massimamente
per l'operato del venerando Episcopato
e del rispettabile clero francese, che ri-
spleudouo iu gareggiare nella pietà, nel-
la dotti ina e nel zelo mirabile; non che
per tenersi strettamente uniti alla catte-
dra di s. Pietro, e persiuo col ripristina-
VAL
re l'adozione della sua Liturgia^ del suo
Uffizio divinof /^.J.Nuova invasione dello
slato pontifìcio e nuovo imprigionamento
del suo sovrano, dovevano fare rivedere
a Valenza lo spettacolo d'un altro Papa
deportato, Pio FU. Lo narrai alla sua
biografia, rilevando che tra'suoi famiglia-
ri enumera vasi per singoiar coincidenza
quel Morelli i.° aiutante di camera, che
ivi con tale uffizio era slato col predeces-
sore. A' 6 luglio 1809 Pio VII fu arre-
stato nel suo palazzo Quirinale, e da-
gl' imperiali francesi condotto in Fran-
cia. Racconta il suo benemerito storico
Artaud , t. 2 , cap. 59 , che quanto più
avvicinavasi alla Francia, tanto più l'en-
tusiasmo aumentava. Lo dimostrò pre-
cipuamente Grenoble nel finire di detto
mese. Improvvisamente arrivò l'ordine
di partire per Valenza. Ma il Papa giun-
to in questa città , non ebbe la permis-
sione di visitarvi il monumento innalza-
to a Pio VI, per averle benignamente
concesso i di lui precordi. Dovevasi di-
rettamente da Valenza passare ad Avi-
gnone, e convenne ubbidire; indi pel con-
tado fienaissimo, per Aix. e Nizza fu con-
dono a Savona (F.) , stabilita per luo-
go di sua prigionia.
La luce del Vangelo fu portata in Va-
lenza da' ss. Felice prete, Fortunato ed
achilleo diaconi (^.), per ordine di s.
Ireueo vescovo di Lione e discepolo di s.
Policarpo vescovo di Smirne, come si ha
dagli A età Vitae et Martyrii ss. Fcli-
cisf Fortunati et Achillei auctore coevoy
in Vitis ss. 2 3 aprilis, presso i Collaudi-
si. Eadem ex Mss. Trevi rensis s. Ma-
ximinì, cimi Comment. praevio, et notis
Godofredo Henschenio. Predicarono la
fede cristiana in Valenza, ed ivi co' loro
fervorosi discorsi avvalorati dalla costan-
za de'molteplici miracoli, convertirono a
Gesù Cristo gran numero ili idolatri. Es-
sendo Cornelio giudice o magistrato di
Valenza, per la persecuzione de' cristiani
ordinata dall'imperatore Settimio Seve-
ro, li fece imprigionare e quiudi marti-
VAL
rizzare nel 2 1 I ,che altri ritardano al 2 1 2.
Leggo nel Cecconi, Dissertazione sulCo
rìgine dell' Alleluja, che i ss. Felice, For-
tunato ed Achilleo s' invigorirono a su-
perare! tanti atroci supplizi del loro mar-
tirio , col ripetere spesso il cantico del-
Y Alleluja. Nel luogo ove furono sepolti
veune eretta una cappella o chiesa. Di-
poi le loro reliquie furono trasferite nel-
la cattedrale di Valenza, la quale in se-
guito ne die notabile porzione ad un si-
gnore della casa diBoucicaut, che le de-
pose nella chiesa de' religiosi della ss. Tri-
nità. Ma quanto rimaneva in Valenza di
questo prezioso deposito, fu abbrucialo
e disperso dalla rabbia de'calvinisti ugo-
notti sul declinar del XVI secolo. In que-
sto che corre, poterono i valentini avere
una piccola porzione delle reliquie collo-
cate in Ailes, e le venerano con gran-
dissima divozione nella cappella dell' o-
spedale, e celebrano la festa di questi lo-
ro santi tutelari a'23 aprile. Riferiscono
Movaci e Cancellieri, che il cadavere di
Pio VI fu deposta sotto la cappella del-
la cittadella di Valenza, dov' erano stati
già sepolti i ss. martiri Felice, Fortuuato
ed Achilleo. La sede vescovile vi fu eretta
nel IV secolo, e sino dal suo principio fu
illustre, poiché nel medesimo nella città
si cominciò a celebrarvi importantissimi
concili!. Appartenne alla i .a provincia ec-
clesiastica Vienna, e sino dal detto secolo
fusuffraganea della metropoli di Vienna.
Nel 1275 recandosi il b. Gregorio X in tale
città, si ha dal summentovato p. Iionucci,
che a'25 settembre col parere e consiglio
de'cardinali, unì i due vicini vescovati di
Valenza e di s. Diez (V.) nella Gallia Nar-
bonese, stante il miserabile stato della 1 .*,
e la vacanza d'ambedue le sedi avvenu-
ta in tali giorni , siccome erasi proposto
nel concilio generale di Lione li da lui
celebrato, senza confusione de'loro dirit-
ti. Ciò esegui colla bolla V alentinensem
et Diensem Eeclesiasì che si legge nel-
la Gallia Christiana. Dipoi i due ve-
scovati furono nuovamente separali, uou
VAL 27
da Sisto V, come scrivono alcuni, ma o
da Innocenzo XI nel 1G87 come vuole
Commaoville, o da Innocenzo XII nel
1692 secondochè alferuia Novaes, che
aggiunge essere ambedue i vescovi con-
ti delle loro città, ed avere di rendita,
il vescovo di Valenza 16,000 lire, e
1 5,ooo quello di s. Diez. Veramente
il vescovo di Valenza anticamente assu-
meva il titolo di conte di Valenza e ne
esercitava i diritti, tnn negli ultimi lem-
pi non godeva più che il dominio utile.
Si legge nella Gallia Christiana , t. 4>p-
1108: Valentinenses Episcopi et Corni-
tcs. Dominatur autem Episcopio titillo
Comitis Castronovo ad Isaram, Ale-
xiano} Monti Generis t Auriolo3 M'ir-
mandae, Bellimonti, et Subdioni irnpe-
rahat nomine Principatus 3 sed distra-
età est haec toparchia per Monliiciuni
Episcopwn cimi facultate Sumnii Pon-
tificis, ut con/lare tur pecunia RegiaCle-
ro persolvenda. I vescovati di Valenza e
di s. Diez restarono suffragatici di Vien-
na sino al concordato del 1 80 1 , pel qua-
le Pio VII avendo soppresso la dignità
metropolitica di Vienna, dichiarò il ve-
scovo di Valenza suffrasatieo dell'arci*©1
scovo di Lione; quindi col breve Novani
de Galliarum dioecesibus , de' 24 set-
tembre 182 1, Bull. Roni. cont.t. i5, p.
45 1, sottrasse la sede di Valenza dalla
metropolitana di Lione , e I' assegnò a
quella d'Avignone. Inoltre col breve No-
strisApostolicis, dello stesso giorno e an-
no, Bull, cit., p. 4^6: Extinctio juris me-
tropolitici archicpiscopiLitgdunensi<i su-
per Ecclesia V alcntinensi in regno Gal-
liarum. E col breve Etsi per Nostrae,
pure di detto giorno, Bull, cit., p. 4^7» e
diretto al vescovo di Valenza Di-la-Tou-
rette: Cessatiojuris metropolitici archie-
piscopi Lugdunensis super Ecclesia Va-
lentinensi in regno Galliarum. Tuttora
la sede vescovile di Valenza è sulfraga-
nea dell'arcivescovo d'Avignone. Il i.° ve-
scovo di Valenza che si conosca è Emilia-
no, cani s. Marcellinus ex mandato ma-
*8 VAL
gni illiusEusebii y ercellcnais Episcopi,
atlcum venit ungendus inprimwn Anti-
stitem Ebredunensium. Pareches./I/rtr-
cellino sia stato consagrato vescovo d'Em-
Lron che avea convertito alla fede, dopo
il 363. Nelle Monumenta Histor.Patriae,
t. 4>P- iqo,all'anno358$i chiamaEuiilia-
no col nome di santo, e si dice che con s.
Eusebio consagrò Marcellino. Si vuole
che Emiliano fòsse presente al i.° conci-
lio tenuto in Valenza nel 3y4- 1 Sani-
martani pare che anticipino il suo ve-
scovato. Indi trovasi s. Sisto martire. Era
vescovo di Valenza nel 4°o Massimo !,
contro il quale Papa s. Bonifacio I del
4iH, ad istanza del clero Valentino ema-
nò sentenza di condanna, dopo aver da-
to ad esaminare le accuse formate con-
tro di lui a 7 vescovi della provincia. Fu
trovato reo di parecchi delitti, e involuto
nell'eresia de'mauichei. Circa 6o anni do-
po fu commesso il governo della chie-
sa di Valenza a s. Apollinare monaco di
Lei ins, e ne fu consagrato vescovo circa
il 460 o 4°*0' Subito impiegò le sue ze-
lanti cure a riformare gli abusi che la
vita sregolata dell'antecessore vi avea in-
trodotti; male sue fatiche apostoliche fu-
rono interrotte da di verse malattie, e quel-
la che l'assalì verso il 5io fu lunga e pe-
ricolosa. 11 pio suo ardore gli fruttò de'
nemici e l'esilio, disgrazia ch'egli conver-
tì nella maggior sua santificazione. Nel
5 1 7 interveuneal concilio d'Epaona, pre-
sieduto da suo fratello s. Avito di Vienna,
dopo essere tornato nella sua diocesi , e
favorito da Dio del dono de' miracoli. A-
veudo stretto amicizia con molti illustri
vescovi delle Gallie, e massime con s. Ce-
sano d'Ailes, vi fece un viaggio andando
a Marsiglia. Si vuole morto verso il 52 5,
e tumulato nella chiesa de'ss. Pietro ePao*
lo posta ne'sobborghi di Valenza. Tra-
sferito poi il corpo nella cattedrale, fu em-
piamente bruciato dagli eretici ugonotti
nel fìuir del secolo XVI. Gallo nel 549
fu al concilio d' Orleans. Il vescovo Mas-
sino 11 nel 56j mandò al coucilio di Lio-
VAL
ne il suo diacono Astemio. Raguoaldo in-
tervenne al concilio di Ma^on nel 58 1 , a
quelli di Lione nel 583, di Valenza nel
584 e di Macon nel 585. Dopo Elefa I,
fu vescovo Agilulfo o Aigulfodel 648; In-
gildo si trovò al concilio di Chalons; Lu-
picino sottoscrisse un documeuto di Car-
lo Magno per le reliquie de'santi da quel-
T imperatore date ad Aquisgrana. Suc-
cessivamente governarono questa chiesa
Salvio I, Antonio I, Elefa II, Valdo, Sai-
vio II, Lamberto o Damberto, Ramber-
to fratello di Bosone re d'Ailes, che in va-
ri concilii sotto«crisse,neir859 a quello di
Toul, nell'860 di Toussi, uell' 876 di
Pontyon, nell* 879 di Mantala in cui fa
dato il titolo di re a Bosone, e nell* 855
avea assistito a quello di sua sede Valen-
za. In seguito si registrano i vescovi Dun-
tra 11 no, Eilardo, Isacco I, Emetico, Ado,
Brocardo, Arcimberto o Arcinibaldo, A-
gildo o Aino, Roberto. Isacco li nell'887
fu al concilio di Chalons e nell'892 a
quello di Vienna. Remegario I ricevè in
dono dall'imperatore Lodovico IV Sa-
xiacum, Adgentiolum , et Saonem vii-
las comitatus Diensis, con diploma pres-
so iSammartani. Dopo il 991 Umberto
de'conti d'Albon. Nel io 1 1 fu eletto Re-
megario Il , che nobilitò la cattedrale.
Guigo o Wigo del ioi5 intervenne al
sinodo di Anse nel io25o io32. Ponzio
de'conti del Valentinois sedeva nel 1 037,
indi nel 1 o4o intervenne a' 1 5 ottobre al-
la solenne consagiazioue della clvesa di
nuovo riedificata dis. Vittore di Marsi-
glia, onorata dalia presenza del Papa Be-
nedetto IX, recatosi io Provenza forse per
le fazioni che desolavano Roma, e da qua-
si tutti i prelati circonvicini; quindi nel
1047 sottoscrisse il testamento d' Ugone
arcivescovo di Besancon. Gontardo del
1082 ricevè e ospitò il Papa Urbano II.
Neil 1 1 1 era vescovo Eustachio e viveva
nel 1 1 34, che in un documento di con-
cessione è chiamato Episcopus et Comes
Valenlinensis. Nel 1 146 s. Giovanni ci-
stercense, discepolo di s. Bernardo e i .°
VAL
abbate di Bona Valle, chiaro per virtù:,
santa vita e miracoli, onorato a' 5 otto-
bre. Orilberto del i 148 permise a Gibor-
no de Auriolo viro ìnclyto , aedificare
castrimi in Episcopatu talentino. Ber-
nardo del 11 54 intervenne a una dona-
zione deil'abbadessadi s. Andrea di Vien-
na. Oddo o Eude già decano della chiesa
di Valenza, di nobile stirpe , virtuoso e
lodato pastore, nel 1 i5? ricevè dall'im-
peratore Federico I un diploma di dona-
zioni con giurisdizione, cioè la signoria
della città di Valenza in uno a'dii itti re-
gali de' j 3 castelli de' diutorni. Nel 1 1 58
vendè per 200 marche d'argento l'isola
Esparveria nel Rodano presso Valenza,
all' abbate di s. Rufo d'Avignone, dalla
quale città vi trasferì la canonica madre
di sua congregazione , con approvazione
d' Adriano IV già abbate generale della
medesima. Dedit Bellumcastrum Epi-
scopatui Valentino 11 78, et 11 85 ac-
cìpit Monlemvcneris ac Bellimontemab
Umberto de Montemvencris. Pr aeterea
munificus f uh erga abbatiam Lioncellit
quam redditibus ac praediis e gremio
non tantum e athedr ali s Falcntinae,sed
et ecclesiarum Burgi ac s. Felicis. Gli
successe Falco o Falcone nel 1 1 89, nel
qual anno ricev eìieCastr umbucum,B a l-
franiy et omnia quae Noso et Eccone
modici» amnibus continentur; morì nel
1 199. In questo gli fu sostituito il b. Um-
berto de Mirabel priore certosino di Sel-
va Benedetta. A suo tempo avvennero
molti tumulti e guerre de'feudatari ri-
belli; sed vir mirae probitatis, qui in so-
litudine cartusiana m ilitaverat sub Chri-
stij'ugOf prò sedis dominatione et j uri-
bus propugnandis rebelles ad clienlclae
obsequium strenue revocavit.Anno \ 2 o5
accipit a Philippo principe tabulasela-
bus dal castra Episcopo, Urram videli-
cel j Pelafollum, Copium, Augustidi-
mini, mediani par lem Lpiani. Anno
1 209 eidem pr aesuli concedi tur carte-
ris prohibilis probare aurum et argon-
tutu Valenliae, In cartis Lioncelli re-
VAL
29
censetur in pactis convenclioncm cura
Falcntinis prò vectigali : et 1217 dal
Drunstallium paglini Guigoni Turno-
niodinastae potentissimo, et Charmium
Basteto. Guntardum Cabeolensem api-
bus et genere pollentem praelio supera-
vi^ et ad obedientiam clicntclae compii-
Ut. Morì il b. Umberto a'29 aprile 1220,
com'è registralo nel Necrologio di s. Ru-
fo. Nello stesso anno gli successe Geron-
do o Giraldo primo abbate Molismense
poi cliiniacense. Indi Guglielmo di Savoia
primogenito del conte Tommaso 1 e per-
ciò nipote del b. Umberto HI bealiiìca-
to da Gregorio XVI , già monaco, che
coll'armi dovette sostenere la sua auto-
rità e dominio temporale. Nel 12 26 emit
Episcopatui Augustam, Deuaiuarn, et
partem Cristac a Silvione de Cris fa de-
cano Valentino. Nel. 1229 parcit Fa-
lentinìs rebellibus, quorum domus Con-
frate ri ae eversa estjpsiquc prohibiti con-
ventu omni ciani episcopo , ex sentenlia
comitis Gcncvensis eie. Nel i23o mar-
cas argentis quibus Valentiniab arbi-
trariis judicibus damnati fuerant, mu-
tantlibris Fiennensibus. Is vero propter
fortitudìnem qu'am exhibuit ad defen-
sionem jurium Ecclesiae, vocalus par-
vus Alexander; nominatur electus Fa*
lentinus , come si ha da una carta nel
1234- A ce e pit quoque rcvocationem fa-
cilita ti s imponendi per dioecesim vedi-
gal. an.\iZc)fi7ctae Guigoni Delfino, et
Guillelmo Pictaviensi. Innocenzo III le-
ce Guglielmo patriarca di Gerusalemme,
amministratore del Patrimonio, e morto
in Asisi nel 1236 fu trasferito il corpo in
Altacomba nella Savoia. Gli fu surroga-
to nel 124© il fratello b. Bonifacio di Sa-
voia già certosino e superiore del mona-
stero di Nantua, poscia vescovo di Bel-
ley, indi consagrato in Lione da Innocen-
zo IV in arcivescovo di Cantorbery nel
1 244? morto nel castello di s. Elena nel-
la Savoia a'i 8 luglio 1270: per le sue vir-
tù e santità di vita, Gregorio XVI ne
confermò il cullo immemorabile e Io bea-
3o VAL
tifico con altri reali di Savoia x\e\i 838,
come narrai in tale articolo. Quali fos-
sero le sue virtù e quale la sua dottrina,
specialmente lo dimostra il modo con coi
egli amministrò le sue cinese, degno suc-
cessore nella Cantauriense a s. Edmondo.
Libéralissimo verso i poveri, solertissimo
nelT estirpazione degli errori , difensore
gagliardo delle prerogative e libertà del-
la Chiesa, si mostrò indefesso nel solleva-
re i caduti, Dell'antivenire i misfatti, uni-
camente intento alla difesa della fede di
Cristo, alla cura del suo gregge, all' in-
cremento della religione. Nel \il\5 gli
successe il fratello Filippo di Savoia , e
fatto arcivescovo di Lione ritenne l'am-
ministrazione di Valenza, di più Innocen-
zo IV lo dichiarò rettore di Romagna;
intervenne nel 1248 al sinodo di Valen-
za, ma per morte di Pietro suo fratello
conte di Savoia nel 1 267 o nel 1 268, non
essendo iniziato negli ordini sagri, rinun-
ziò le dignità ecclesiastiche e col nome
di Filippo I passò a regnare nella Savoia.
Ne' comizi capitolari per l'elezione del
nuovo pastore, furono nominali Bertran-
do della casa di Poitiers vescovo d'Avi-
gnone, e Guido de Montlor o Montelau-
10 canonico di Puy; ma Clemeute I V sen-
tenziò a favore del i.° e lo traslocò aila
sede Valentina, e morì nel 1274* Allora
Guido ottenne il vescovato e fu confer-
mato dal b. Gregorio X, ma nell'istesso
anno morì in Tarascona. A' 22 gennaio
1275 morì anche il vescovo di s. Diez,
Amedeo I de' couti di Ginevra. Essendo
dunque vacanti le sedi, il b. Gregorio X
le unì insieme, come già notai, ordinan-
do che dovessero concorrere nell' elezio-
ne del vescovo i suffragi de' due capito-
li, e che s'intitolasse vescovo di Valenza
e di s. Diez, per cui i Sammartani ne ri-
portano la serie colle notizie in quella de*
vescovi di Valenza, e soltanto i nomi in
continuazione dell'altra, Dìensem Epi-
scopi et Oomites, t. 2, p. 553. Il i.° ve-
scovo di Valenza e s. Diez, il b. Grego-
rio X lo creò in Vienna uel medesimo
VAL
1275, nella persona di Amedeo de Rous*
ki Ioli nobile del Delfina to, già abbate mo-
naco saviniacense,per modestia ripugnan-
te con lagrime. Chiaro per lodevoli ge-
sta, morì in s. Diez a' 17 settembre 1282.
Gli successe il suo consanguineo Giovan-
ni 11 de'couti di Ginevra neli283, e ri-
ceve l'omaggio de'feudatari delle due dio-
cesi, morendo nel 1 297. Ne occupò la se-
de il cugino Guglielmo de Roussilon, che
molte belle cose operò nella pace e nella
guerra , a vantaggio delle sue sedi , nel
1298 dividendo il collegio de'canonici di
Valenza e di s. Diez, riuniti dallo zio Ame-
deo; così concluse vantaggiose convenzio-
ni per le sue chiese co'ceusuari delle me-
desime, benemerito terminando di vive-
re nel 1 33 1 . Ademaro de la Voute no-
bilissimo di Anduse, canonico Valentino
e diese, molte cose operò quanto a' be-
ni delle due mense co' dipendenti. Nel
1 336 da Viviers vi fu traslato Enrico I
de'signori di Villars, e pervenuto il Delfi-
nato al figlio del re di Francia, per esso
ricevè il giuramento da diversi feudatari.
Nel 1 343 Pietrode Castroluce abbate clii-
niacense, indi sepolto in Clùny. Nel 1 35?.
Giovanni Jofeury o Jausceut o Gauscens;
nel 1 354 Lodovico de Villars fratello del
vescovo Enrico I; nel 1379 Guglielmo de
la Voute nobile di Anduse, che fu tur-
bato dV Ministri del delfiuo. Intanto in-
sorto il grande scisma d'occidente, soste-
nulo dall'antipapa Clemente VII de'cou-
ti di Ginevra in Avignone, ne seguì l'ub-
bidienza la Francia , ed in conseguenza
Valenza e s. Diez. Fra gli anticardinali
che il pseudo Clemente VII creò nel 1 383,
vi comprese il nipote o cugino Amedeo
de'marchesi di Saluzzó (V ,\ vescovo di
Valenza e s. Diez, nello stesso anno, già
canonico arciprete della chiesa metropo-
litana di s. Giovanni di Lione , indi de-
cano ei.a dignità di s. Maria di Bayeux,
e per le ragioni di Beatrice de'couti di
Ginevra sua madre era signore di Aulon
iti Francia. Nel 1394 successo nell'anti-
papalo Beuedctlo XIII, compì Amedeo
VAL
per lui un' onorifica legazione n Ferdi-
nando I re d'Aragona, p meglio al prede-
cessore Mai lino. Abbandonato poi il par-
tito avignonese e Io scisma, si accostò al-
l'ubbidienza romana, quindi si trovò nel
famoso sinodo di Pisa nel 5409, dove fu
riconosciuto per vero cardinale da Ales-
sandro V. Neli4io divenne decano del-
la cattedrale di Puy, e adunatosi il con-
cilio di Costanza v'intervenne e molto in
esso operò per V unione e la pace della
Chiesa. La saviezza e la prudenza gli con-
ciliarono la stima di tutti que' padri , a
segno che iielf elezione del nuovo Papa
ebbe 12 voli per la suprema dignità; ma
prevalse l'esaltazione di Martino V, che
inviò il cardinale in Francia, travagliata
dalle civili discordie e dalie guerre stra-
niere, per tentare di ristabilirvi la pace.
Ma mentre tornava in Italia mori a' 28
giugno 1 4 *9- Fu dotto e amante delle
lettere, e mentre stava in Costanza, si oc-
cupò con altri prelati della lettura di
di Dante, e volendolo far conoscere a due
vescovi inglesi, fece calde istanze al rimi-
nese fr. Giovanni da Serravalle vescovo
di Fermo, perchè voltasse in prosa latina
e quindi commentasse la Divina Com-
media. A tale faticoso lavoro si accinse
que! prelato, principiandolo il 1 ."febbraio
1 4 1 6 e compiendolo a* 1 6 febbraio 1 4 1 7
nella stessa Costanza, con lettera dedica-
toria al cardinale ed a'due vescovi ingle-
si, nella quale si scusa, attesa la brevità
del tempo, d'essere stato costretto a far
la traduzione meno elegaulemente, e si
conserva mss. nella biblioteca Capponia-
te, ora Vaticana. Avendo il cardinal di
Saluzzo rinunziato le due sedi , fin dal
1 388 gli successe ne'vescovati Enrico li,
il quale donò in parte Montilisio a Fran-
cesco de Cossenatico, per 200 fiorini d'o-
ro annui e la protezione di sua chiesa,
come con altri e con altri luoghi avevano
pie
aticato i suoi predecessori, che si
pon-
uo leggere nella Gallia Christiana. Nel
i3go Giovanni di Poitiers de signori di
s. Valerio 0 di Saiut-Vallier, caro al i.°
VAL 3i
delfino di Francia Carlo, rettore del con-
tado Venaissino per la Chiesa romana, al -
la cui ubbidienza era tornata Valenza e
la Francia ; e morto dopo lunghissimo
vescovato neh 45 1, fu sepolto nella cat-
tedrale. Essendosi già dimesso neh 44^»
in questo gli successe Lodovico di Poitiers
nipote suo, abbalcdi s. Rufo e RomaneU-
se, preposto della cattedrale Valentina.
Ebbe questioni co'rninistri del Delfinato,
per avere alterato la moneta, e dalla cau-
sa che fece fu deciso dal deputato del re
l'arcivescovo di Reims: Nidlam jurisdi-
clionem in ch'itale Valenti nensi compe-
tere Regi. Nel 1 45o ricevè l'omaggio del
delfino Lodovico e di altri feudatari, di-
cit in comitatibus Valentiae et Ditte;
idem r eri pi t ab e odem Ludovico i456,
Pisancianum prò homagio, et consor-
tium Comitatuum.quod .sex ante annis
ei concesserat. Nel 1 468 Gerardo de'si-
gnori di Crussol, sui judicibus consti tu-
tiones in foro servandas ordinavi t. Nel
1472 Giacomo de' signori di Ratarnay,
decano di Grenoble, caro a LodovicoXI,
governò sino a' 12 aprile 1 47^- ^e' se~
guente anno Antonio de Balsac priore di
s. Cassiano de'canonici di s. Rufo, ricevè
nella clientela di sua chiesa diversi signo-
ri. Neh 491 Giovanni de'signori d'Espi-
nay, canonico tesoriere di Rennes, ab-
bate d'Acquaviva, consigliere regioe pro-
fessore di leggi , fu promulgalo nel col-
legio de'canonici dal canonico decano di
s. Diez: procedette contro gli eretici val-
desi neh494> ed ammise all'omaggio al-
cuni feudatari. Nel 1 5o3Gaspare deTour-
non arcidiacono Valentino, restò eletto da'
canonici in concorrenza d'Urbano de' si-
gnori di Miolans, la controversia venen-
do decisa dal primate di Vienna; non o-
stanle Urbano si usurpò il titolo di vesco-
vo, di che fu privato nel concilio di La-
terano V nel i5i 5. Neh 52i fu latto am-
ministratore di Valenza e di s. Diez il
cardinal Giovanni di Lorena (F.) deca-
no del sagro collegio* Neh 524 il cardi-
nal Francesco Clermont(V.) legato d'A-
32 VAL
vignone, e poi anch' esso decano del sa-
grò collegio. Pei* sua cessione, nel 1 53 1
fu fatto vescovo Antonio de Vesc abbate
di s. Afrodisio. Nel i53j Giacomo de
Tournon fratello del vescovo Gaspare,
traslato da Castres. Nel i553 Giovanni
de'signori di Monluc, d'ingegno e facon-
<iia ornato, consiglieredi Caterina de Me-
dici, e pe'tempi turbolenti celebre esper-
tissimo ambasciatore in Italia, Germania,
Inghilterra, Scozia, Polonia e Costantino-
poli. Nella rinomala assemblea di Poissy
difese energicamente gl'interessi e la re-
ligione de' cattolici; e nella dieta di Var-
savia contribuì all'elezione in re di Po-
lonia di Enrico di Valois. Nella legazio-
ne eli Polonia trattò pure nelle corti di
Svezia, Moscovia,Transilvania e Austria.
Lodato da molli scrittori, morì in Tolo-
sa e fu sepolto in s. Stefano con onorifi-
co epitaffio. In difficili tempi gli succes-
se il nipote Carlo de Gelas de Leberon
nel i58o, poiché i novatori ugonotti com-
misero esecrabili nefandezze in s. Diez e
in Valenza; nel 1600 morì in Pavia. Gli
fu surrogato il nipote Pietro Andrea de
Gelas de Leberon, che illustrò le sue se-
di per la difesa che imprese della reli-
gione cattolica combattuta da detti ere-
tici, e sostenne gravi fatiche sino al 1621
in cui morì presso s. Liberata. Il signo-
re e priore di questa e nipote suo, Carlo
Giacomo de Gelas de Leberon , abbate
di s. Maria di Bonacomba, nel 1624 ne
occupò la cattedra, facendo il suo ingres-
so a Valenza a'6 febbraio, ed in s, Diez
a' 6 aprile 1625. Restaurò le chiese e i
luoghi occupali e devastati dagli ugonot-
ti , redense alcuni luoghi della mensa
impegnali per le calamità de'tempi, re-
staurò pure l'episcopio di Valenza, l'au-
mentò e abbellì. In Alessiano eresse una
casa suburbana pe'successoriChiamò nel-
la sua diocesi il gesuita s. Francesco Regis
per esercitarvi il suo zelo colle missioni,
massime nel borgo di s. Aggreva ripieno
d'eretici ugonotti, e vi esercitò molte e-
toiche virtù; così a s. Andrea di Fangas
VAL
e ne'dintorni. Neh 644 stabilì in Valen-
za il seminario per 12 chierici, e vi noie
a insegnare i sacerdoti delle due diocesi.
Ammise nella stessa città i recollelti, in
Montilio e Crista le monache della Visi-
tazione, e le orsoline in Cabeoli , dista,
s. Diez e Valenza. Intervenne a' comizi
tenuti in Parigi dai clero gallicano pel
1625, i635 e i645>, presso la qual città
morì a Du Mesnil nel «654, lodato e ze-
lantissimo pastore. Eidcni consacrai Hi-
storiam de rebus gestis Valcntinorwii
ac Diensium Praesulum Joanneni Co-
lumbus anno i652. Nel i654 fu eletto
Daniele de'signori di Cosnao Episcopus
Comes Valenti nus et Diac, regio consi-
gliere e priore cluniaceuse , consagrato
dall'arcivescovo di Bourges, indi delega-
to coli' arcivescovo di Vienna a' comizi
generali del clero in Parigi. Di lui e de'
successori tratta la nuova edizione del-
la Gallia Christiana. Separate le chiese
di Valenza e di s. Diez, nel 1700 fu fat-
to vescovo di Valenza Giovanni de Ca-
lellandi Tolosa, d'una famiglia ragguar-
devole nella toga, la quale die alla chiesa
di Rieux un vescovo, e pubblicò; And-
quités de l'Eglise de Valence, avec des
reflexionsy sur ce qu ily a de plus re-
marquable dans ecs antieprités, Valence
1724. L' egregio vescovo scrittore parla
di sua illustre chiesa , come un tenero
padre parlerebbe de' suoi figli. Da per
tutto manifesta il più gran zelo per la con-
servazione del deposito della fede; ila per
tutto si mostra penetrato da quello spi-
rito di pietà ch'era suo proprio. Morì ge-
neralmente compianto dalla sua gregeia,
al principio deli 725. Le Notizie di Ro-
ma riportano i seguenti suoi successori.
Nel 1726 a' 3i marzo Alessandro Milon
di Parigi. Nel 1772 Fiacrio Francano
de Grave, di Blaye diocesi di Bordeaux.
Nel 1788 Gabriele Melchiorre de Mes-
sey,di Binile diocesi di Langres. Neh 802
Francesco Recherei, della diocesi di Cou-
tances. NeliSrg Maria Giuseppe Anto-
nio Lorenzo Larivoire de la Tou rette,-
VAL
di Tours: nel suo vescovato Pio Vili col
breve ExponiNobis ,de' 'i5 maggio 1 83o,
Bull.Rom. cont. t.18, p. 106: Concessio
indulgentiarum assequendarum ab eìst
qui visitaverint ccclesiam monìalium
Nativi talis Domini Nostri Jesn divisti
ordìnis s, Augusiini dioecesis Valenti-
nensis. Per sua morte, G regorio XVI nel
concistoro de' 1 3 luglio 1840 preconizzò
a vescovo successore Pietro Chatrousse,
di Voiron diocesi di Grenoble, già par-
roco di diverse chiese, vicario generale
del proprio vescovo di Grenoble, pio, dot-
to, probo e di tutta esperienza. Asuo tem-
po, come riferisce il Giornale di Roma
deli 852 a p. 522, a' 25 maggio in Va-
lenza (ovvero nella vicina diocesi di Gre-
noble) ebbe luogo la sagra ceremouia del
gettito deliaci .a pietra nella chiesa della
Salelte. La funzione riuscì magnifica, ad
onta del cattivo tempo. Nel giorno in-
nanzi una quantità di pellegrini erasi
portata sulla piazza in cui avea avuto luo-
go l'apparizione; ad un'ora del mattino
vi avevano già avuto luogo 2000 comu-
nioni, e i sacerdoti non bastavano all'af-
fluenza de'fedeli; ma nel giorno lo spet-
tacolo divenne ancor più imponente. Da
ogni banda saliv ano lunghe file di pel-
legrini che pareva uscissero dal fianco stes-
so della montagna. Nulla di più grandio-
so, religioso e pittorico delle processioni
che si fecero, le quali precedute da' loro
stendardi giungevano precorse dalla me-
lodia de'divoti loro cantici. Si fece a scen-
dere a più di 1 5,ooo il numero de' fore-
stieri accorsi a quella sagra funzione. Il
più vivo entusiasmo poi si manifestò nel-
la moltitudine quando vide giungere mg.1
Filiberto de Bruillard vescovo di Greno-
ble, che malgrado l'età non avea temu-
to d'intraprendere il viaggio per assister-
vi. Mg.r Chatrousse vescovo di Valenza
celebrò la messa all'aria aperta sotto una
tenda, e quindi fece l'inaugurazione del-
la i.a pietra. Tutto fu fatto coll'ordine il
pi ù perfetto, e la memoria di sì augusta
ceremonia non uscirà mai di mente a
voi. L1XXVIII.
VAL 33
quanti vi assisterono. L'accennata appa-
rizione è quella della ss. Vergine, avve-
nuta nel 1846 sulla montagna della Sa-
lette, della quale non poco si scrisse, on-
de ricorderò i seguenti opuscoli. La ve-
rilé sur Vévéncment de la Salette du ig
septembre 1 846, 011 Rapport a mg.T VE-
veque de Grenoble sur l'apparition de
la Sainle Vierge ci deux petits bergers
sur la montagne de la S 'alette , cantori
de Corps (Tsere), par Vabbé Rousselot,
chanoine, professeur au seminaire dio-
césain de Grenoble , vicair general ho-
noraire du diocese. Avec Vapprobatìon
de mg.r VEvéque de Grenoble, Greno*
ble 1848. La verità dell' avvenimento
di La Salette del 19 settembre 1846.
Rapporto a mg* Vescovo di Grenoble
de* commissari incaricati di raccoglie-
re e verificare i fatti comprovanti V ap-
parizione della B. Vergine a due pa-
storelli sulla montagna di La Salette.
Pubblicata per cura delcav.AntOfiioRe,
Milano 1 852 con figure.Lo stesso GYorrcrt-
le di Roma del 1 853, a p. 794 e 8 1 8, ri-
porta. A'6 di agosto il vescovo di Valen-
za mg.r Chatrousse indirizzò a'fedeli della
città e diocesi una lettera circolare per an-
nunziare loro la solenne traslazione del
corpo di s. Aria Eutichiana, che fino dal
1847 vi avea portato da Roma. Questa
santa giovinetta romana , martirizzata
per la fede di Gesù Cristo, fu trovata in
Pvoma nel cimiterio di s. Priscilla presso
la viaSalaria,a'28 aprile 1846. Il marmo
che copriva il suo sepolcro, era stato po-
sto dallo sposo ElioCrispino, e perciò col-
la seguente iscrizione. Ariae Eutichiane-
ti con- jugiBenemerentì feci t-Aelius Cri-
spinus. La traslazione ebbe luogo a Va-
lenza con grande pompa , secondo la se-
guente narrazione del Courrier de la
Dróme de' 3i agosto. Principiò la cere-
monia colla messa solenne pontificata da
mg/ Paolo Naudo arcivescovo d'Avigno-
ne. I vescovi di Viviers, di Nimesedi Va-
lenza vi assisterono col numeroso clero
della città e de'din torni. La bella basilica
3
14 VAL
romana di s. Apollinare in tale occasio-
ne era stata ornata con ricchezza e gu-
sto. Dopo la messa la processione per-
corse la via dalla parte della chiesa di s.
Giovanni, ove dal giorno precedente sul-
l'altare maggiore stavano alla venerazio-
ne de' fedeli esposte le preziose reliquie
della s. Martire , in mezzo un numero
straordinario di ceri e di vasi di fiori. In
quel frattempo il prefetto di Valenza, il
general Lafontde Villiers comandante la
suddivisione militare, il [.'aiutante Va-
cher funzionante pel maire, seguiti da'
principali funzionari della città , tutti in
grande costume, si recarono egualmente
a questa chiesa, onde colla loro presenza
concorrere allo splendore della di vota ce-
i emonia. Alle ore io circa i primi sten-
dardi entrarono nella chiesa di i. Gio-
vanni, onde uscirne dalla porta laterale.
Il tempio era pieno di popolo quanto mai,
e la processione non fece che traversarlo.
]\Ig.r arcivescovo d'Avignone con mitra
e pastorale, e gli altri 3 vescovi nomina-
ti, soltanto in cappa, si collocarono nel co-
ro, e dopo le consuete preghiere e alcu-
ne parole fervorose sulla circostanza, det-
te dal curato della parrocchia, la proces-
sione s'avviò per la cattedrale a deposi-
tarvi il s. Corpo. Dopo 3 mesi di penosa
malattia , sopportala con grande rasse-
gnazione, a' 16 maggio 1857 mg.r Cha-
trousse vescovo di Valenza passò a vita
migliore. Indi nel concistoro di Bologna
de'3 agosto, il regnante Pio IX dichiarò
suo successore l'odierno mg.'Gio. Ballista
Paolo M.a Lyonnet , di s. Etienne arci-
diocesi di Lione, trasferendolo dalla se-
de di s. Flour, già rettore del piccolo se-
minario di Lione, canonico e vicario ge-
nerale di quella metropolitana earcidio-
cesi, grave, dotto, prudente, d'ottimi co-
stumi e pieno d'esperienza nelle cose ec-
clesiastiche. Ogni' nuovo vescovo è tassa-
lo ne' libri della camera apostolica in fio-
rini 370. La diocesi si estende per circa
20 leghe di lunghezza e 20 di larghez-
za, contenendo più luoghi.
VAL
Concilìì di Valenza.
Il i.° fu tenuto a' 12 luglio 374, per
far cessare alcune discordie insorte in Va-
lenza. Vi assisterono circa 3o vescovi, di
22 de'quali compreso il diocesano ne ab-
biamo i nomi: credesi che fossero la mag-
gior parte della Gallia Narbonese, e che
fosse questo come un concilio di tutte le
Gallie. Vi fu proposto di rimediale a cer-
ti disordini, i quali eransi introdotti nel-
la Chiesa. Uno di questi abusi riguarda-
va coloro, ch'erano stati bigami o ammo-
gliali due volle, o che avendo sposato del-
le vedove, erano sollevati allo stato ec-
clesiastico. Il concilio dichiarò, che que-
sto non è mai permesso, neppur (piando
tali matrimoni fossero stati fatti avanti il
battesimo; ma non depose quelli eh' era-
no stali eletti in questa guisa, purché non
avessero commesso qualche fallo, che li
rendesse indegni del ministero. Il 2.0 ca-
none non vuole che si accordi facilmente
penitenza allegiovanijche dopo essersi con
volo consagrate a Dio, erano passate vo-
lontariamente allo stato del matrimonio.
11 3.° fondasi sul concilio Niceno, che ac-
corda a quelli ch'erano caduti dopo il bat-
tesimo nell' idolatria, e che si erano fatti
ribattezzare, incesta lavalìone, la grazia
di poter soddisfare alla Chiesa colla pe-
nitenza canonica, ed estende la peniten-
za degli apostati sino all'ultimo giorno
della vita, laddove il concilio Niceno ac-
corda loro la comunione dopo 12 anni di
penitenza. Il 4-° canone è rimarcabile.
Siccome tulli quelli, che hanno ricono-
sciuto gli obblighi dello stato ecclesiasti-
co, hanno sempre moltissimo appreso
d' incaricarsi d' un fardello si pesante e
sì pericoloso, così trovavansi allora delie
personeche per evitarlo dichiaravansi fal-
samente rei di qualche peccalo mortale,
che gli escludeva secondo i canoni. Ora
questo concilio prescrisse,chedebbasi cre-
dere alle persone sulla loro parola, e sia-
no esclusi dal vescovato, dal sacerdozio e
dal diaconato, come rei del delitto onde
accusavansi, 0 della bugia o della calun-
VAL
nia contro se stessi. II 2.0 concilio fu ce-
lebrato nel 529 o nel 53o, i di cui «itti
si sono perduti; però da un frammento
citato nella vita di s. Cesario dal diacono
Cipriano , scorgesi che vennero trattate
le materie per la verità della grazia e del
libero arbitrio, contro i semi-pelagiani,
e che s. Cipriano vescovo di Tolone pro-
vò coli' appoggio della s. Scrittura e de'
Padri, che l'uomo non può far nulla nel-
l'opera della sua salute se non vi è chia-
mato da un a grazia di Dio preveniente.
Il 3.° concilio fu teuuto nel 584 ° nel
585 nel regno di Goutrano re d'Arles e
di Borgogna, e si compose di 17 vescovi,
compreso Sapodo o Supando d' Arles che
li presiedette. Questo concilio accordò al
re e alle sue istanze la conferma delle do-
nazioni fatte o da farsi a' luoghi santi e
alle chiese, da lui, dalla regina Auslre-
childe, e dalle due figlie ch'erano consa-
grate a Dio, con proibizione sotto pena
di scomunica, a' vescovi di detti luoghi ed
a' re, di toccar nulla iti avvenire di sif-
fatti beni. Il concilio intende per luoghi,
le chiese di s. Marcello di Chalons e di
s. Sinfronianod'Autun. 11 4. "concilio nel
589, fu relativamente a'beni della Chie-
sa. 11 5.° si adunò l'8 gennaio 855, d'or-
dine dell' imperatore Lotario I, coli' in-
tervento di 14 vescovi delle 3 proviucie
di Lione, Vienna e Arles, e vi si fecero
23 cauoni, de' quali i primi 6 sono dot-
trinali. Questo concilio fu tenuto per oc-
casione del vescovo di Valenza accusato
di diversi delitti. I delti primi canoni con-
tengono varie decisioni sulla grazia , sul
libero arbitrio e sulla predestinazione;
gli altri riguardano diversi punti di di-
sciplina ecclesiastica. I vescovi inserirono
nel 4-° canone una clausola per rigetta-
re come inutili, nocevoli e contrari alla
verità, i 4 articoli di Quercy, spiegando-
si in una maniera poco favorevole a've-
scovi di quel concilio dell' 853, ed i 19
altri con forza di Giovanni Scoto, impe-
gnalo da Incmaro, contro la dottrina di
Gottescalco, a scrivere su materie ch'e-
VAL 35
gli non intendeva e perciò riprensibile.
Il 6.° concilio dell'890, per ricevervi Lui-
gi, figlio di Bosone, per re d'Arles. Il 7.0
nel 1 1 00 per esaminare le accuse e le do-
glianze de'canonici d'Autun, controil lo-
ro vescovo Nortgaudo o Nerigodo o Ne-
rigaldo , incolpandolo d' esser asceso su
quella sede per simonia, coll'aiuto d' U-
go o Ugouo abbate di Flavigny, e di scia-
lacquarne i beni. 1 cardinali Giovanni e
Benedetto legati di Papa Pasquale II ci-
tarono quel vescovo al concilio malgrado
la protesta de'canonici, che dichiararono,
non potersi tradurre fuori della loro pro-
vincia, e ad onta dell'opposizione dell'ar-
civescovo di Lione, il quale lagnavasi che
i legati gli togliessero il giudizio d'un ve-
scovo di sua provincia. L'affare siccome
gravissimo, da'24 vescovi intervenuti di-
scusso e agitato, ne fu rimessa la deci-
sione al concilio di Poitiers, il quale e-
gualmente venne presieduto da'cardinali
Giovanni e Benedetto. Frattanto il vesco-
vo fu dichiarato sospeso da tutte le fun-
zioni vescovili e sacerdotali ; ma Ugo di
Flavigny fu rimandato assolto alla sua
badia. Nel concilio di Poiliers, convinto
il vescovo d'Autun di simonia, fu depo-
sto dal vescovato e dal sacerdozio. L'8.°
concilio fu adunalo per la conservazione
della fede, la pace e la libertà della Chie-
sa, a'5 dicembre 1248, coll'intervento e
presidenza del cardinal Pietro di Colle-
mezzo e del cardinal Ugo di s. Caro le-
gato della s. Sede per Inuocenzo IV, de-
gli arcivescovi di Narbona, di Vienna,
d'Arles, d'Aix e loro sufFraganei, esseu-
do vescovi di Valenza Filippo di Savoia.
Vi si pubblicarono 2 3 canoni per fare e-
seguire gli antichi , rinnovandosi la sco-
munica contro l' imperatore Federico II
ed i suoi fautori e aderenti. Vi si dice,
che quelli che non eseguiranno le senten-
ze degl'inquisitori, saranno trattati come
fautori di eretici. » Noi abbiamo inteso,
che alcuni scomunicati fanno degli sta-
tuti e de'decreti contro quelli che gli sco-
municano, e che denunziano queste sco-
36 VAL
numidi e. Noi ordiniamo, che quelli i qua-
li avranno fatti tali statuti siano scomu-
nicati per questo stesso motivo, e che si
cessi dalL'uffizio divino dovunque si tro-
veranno". Regia, t. 3, i3, 1 i, i(\. Lab-
bé, t. 2, 5 , 8, 9, 1 1. Arduino, t. 1, 3,
5, 6, 7.
VALENZA, Valentia o Balentia e
per corruzione Colonia. Sede vescovile
della Frigia Pacaziana, sotto la metro-
poli di Laodicea, nella diocesi d'Asia. Eb-
be a vescovi : Evagrio, che prese la dife-
sa dell'eresiarca Nestorio contro il con-
cilio generale d'Efeso del 43 1, e fu uno
di quelli che pretendevano che Cirillo
d'Alessandria non facesse l'apertura del
concilio prima dell' arrivo di Giovanni
d' Antiochia. Basilio, che sottoscrisse il
concilio in Trullo nel 691. Pantaleone,
che nel 786 assistette al VII concilio ge-
nerale. Oriens chr. t. 1, p. 817.
VALERI ANO (s.), martire. V. Mar-
cello (s.), martire.
VALERI ANO (s.), martire. V. Tibur-
zio, Valeriano e Massimo (ss.).
VALERIANOo VALERINO (s.), ve-
scovo d' Auxerre. Fu il 3.° vescovo di
quella chiesa, verso la metà del IV se-
colo. Egli inspirò colle sue istruzioni il
disprezzo del mondo a s. Amatro, e lo
eccitò allo studio della s. Scrittura. Il suo
nome si trova tra* vescovi delle Gallie che
intervennero a' concilii di Colonia e di
Sardica. Assistette cogli altri vescovi del-
la provincia alla consagrazione di s. Eu-
verto d' Orleans. Dopo avere retto per
3o anni la chiesa d'Auxerre, passò alla
beata eternità, e fu sepolto sul monte A-
tre. Il suo corpo fu poscia trasportato
nella chiesa che dal VI secolo in poi por-
ta il suo nome ; ed havvi pure una chie-
sa a lui intitolata a Chàteaudun nella dio-
cesi di Chartres, ove da molto tempo si
custodisce una parte delle sue reliquie.
La sua festa si celebra il 7 di maggio.
VALERI CO (s.),abbate.Natonell'Al-
vergna circa la metà del VI secolo, pas-
sò l'infanzia custodendo le greggie di suo
VAL
padre. Allorché seppe leggere apprese il
Salterio a memoria, e divenne sua più
diletta occupazione il cantare in chiesa
le lodi del Signore. Avendo deciso di con-
sagrarsi al servigio di Dio, si presentò al
monastero di Autumon 0 di Autoin pò-
sto nel vicinato; ma suo padre impedì
che vi fosse ricevuto. Raddoppiate però
le sue istanze, ottenne d'esservi ammes-
so. Egli mostrò tanto fervore, che veni-
va proposto agli altri qual modello di
perfezione. Ritirossi poscia nel monaste-
ro di s. Germano d' Auxerre, dove se-
guivasi una regola molto austera. La ri-
putazione di santità che godevano i mo-
naci di Luxeul gl'inspirò il desiderio di
andare a vivere con essi, sapendo che s.
Colombano, il quale li governava, era
uno de' più grandi maestri nella vita spi-
rituale. Rimase parecchi anni in questa
comunità, e quando s. Colombano fu co-
stretto allontanarsene per la persecuzio-
ne suscitata contro di se, s. Valerico ri-
mase nel monastero, e ne prese la difesa
per quanto gli fu possibile. Durante il
viaggio che s. Eustasio fece in Italia per
indurre s. Colombano a ripassare in
Francia, fu incaricato s. Valerico del go-
verno dell'abbazia. Non guari dopo que-
sto santo uscì del monastero con s.Wal-
doleno per andare a fare delie missioni
in diverse provincie. Quando furono nel-
la Neustria chiesero al re Clotario II un
luogo in cui potessero ritirarsi ; ed ei do-
nò loro la terra di Leuconay, all'imboc-
catura della Somma, nel Ponthieu, do-
ve Berardo vescovo di Amiens permi-
se loro di edificarsi una cappella con due
celle. S. Valerico convertì moltissimi in-
fedeli colle sue predicazioni e co'suoi e-
sempi. Volendo parecchi de' suoi disce-
poli vivere sotto la sua direzione, egli do-
vette far fabbricare delle nuove celle.
Consagrava all' orazione, alla lettura e
al lavoro delle mani il tempo che non
ispendeva nell'istruire il prossimo, e dava
a'poveri ciò che ritraeva dalle sue fati-
che. I suoi digiuni erano sì rigorosi che
VAL
talvolta passava alcuni dì di seguito sen-
za prendere cibo alcuno; alcuni rami
distesi per terra servivangli di letto. Mo-
rì il 12 dicembre del 622, nel qual gior-
no è onorato, non meno che al i.°d' a-
prile. Nel luogo in cui era il suo romi-
torio si edificò un monastero che prese
il di lui nome, ed ivi pure formossi una
città conosciuta sotto il suo Dome. Le sue
reliquie furono successivamente portate
in diversi luoghi, ma poscia si riposero
nel monastero da lui intitolato, apparte-
nente alla congregazione di s. Mauro.
VALERIO (s.), 2.0 vescovo di Tre-
veri. Mandato da Roma nelle Gallie sul
finire del IH secolo, fu successore di s.
Eucario sulla sede di Treveri. Mancano
sicure notizie della sua vita, poiché gli
atti di s. Valerio pubblicati da Erigerò
abbate di Lobes nel 980, e da Goldsche-
ro monaco di Treveri nel secolo XII,
meritano poca fede. E però noto per l'an-
tichità del culto che gli rende la Chiesa,
ed è onorato in Treveri a' 29 gennaio,
nel qual giorno è nominato nel- marti-
rologio romano.
VALERIO oVALlER Agostino, Car-
dinale. Patrizio veneto, nacque a'7 apri-
lei53o nella fortezza di Legnago, dove
Bertuccio suo padre era magistrato della
repubblica, nipote per parte di sorella
del cardinal Navagero, di cui scrisse e
pubblicò la vita, e potè molto profittare
sotto la di lui egregia disciplina. Si gua-
dagnò non solo la stima de'suoi condisce-
poli, ma ancora quella de'precettori, per
l'applicazione assidua allo studio, eccel-
lente e straordinaria erudizione, non me-
no che per le sue virtù, di zelo e carità
pel prossimo, d'innocenza di costumi e
fortezza di pudico animo, per cui ne'gio-
vauili anni seppe trioufar colla fuga d'u-
na rea donna che da'suoi amici era stata
appositamente introdotta nella sua came-
ra. Dopo aver sino dal i558 letto pub-
blicamente in Venezia filosofia morale,
fu promosso nel 1 565 da Pio IV alla chie-
sa di Verona rinunziata dallo zio, a in-
V A L 37
situazione specialmente di s. Carlo Bor-
romeo, che ne conosceva il merito e il va-
lore, e alle cui istanze più. volte predicò
nella sua metropolitana di Milano. Go-
dendo l'amicizia e la santa conversazio-
ne di quell'arcivescovo, imitatore del suo
verace zelo, oltre all'assistere in tempo
di peste con indefessa cura e fervore gli
ammalati e i moribondi, stabilì di cele-
brare ogni anno il sinodo diocesano, am-
maestrando in persona i parrochi nelle
cose appartenenti alla cura e direzione
dell'anime. Fu tanto alieno dall'interes-
se, che non conobbe, ne mai maneggiò
monete; laonde essendogli riferito che si
sospettava della fedeltà del suo maestro
di casa nell'azienda domestica, egli do-
mandò quanto poteva costui appropriarsi
in un anno, ed essendogli risposto un
5oo scudi, disse: E perchè non com-
prerò per 5oo scudi la quiete dell'ani-
mo? Fondò il seminario, per la quale
pia opera poco mancò che non vi perdes-
se la vita ; dappoiché vi fu chi non po-
tendo soffrire che si erigesse quella nuo-
va fabbrica, ebbe la temerità di colloca-
re un'arme da fuoco ben carica sotto la
sedia del trono episcopale, sul quale do-
vea il vescovo ascoltare la predica ; e fu
un prodigio 1' essersi scoperta l' iniqua
trama dall' odore del miccio che nasco-
sto vi ardeva, senza che il prelato mo-
strasse risenti mento all'orribile attentato.
Fondò spedali e altri luoghi pii, provvi-
de all'onestà delle femmine, e ridusse gli
ebrei sparsi per Verona in luogo chiuso
e appartato. Nella città introdusse i ge-
suiti, i minimi e i teatini. Nudrì tene-
ra e costante divozione alla B. Vergine,
onde nella chiesa di s. Anastasia di Ve-
rona de'domenicani, fece a suo onore co-
struire una nobile cappella al ss. Rosa-
rio. Tale città, per gratitudine de'segna-
l.i li benefizi ricevuti da lui,gf innalzò una
statua di metallo. Informato Gregorio
XIII del suo merito insigne, lo nominò
visitatore apostolico di Vicenza, Padova,
Venezia, e nelle provincie d'Istria e Dal-
38 VAL
mazia per la riforma de'costumi, e per re-
stituire all' aulico lustro l'ecclesiastica
disciplina assai decaduta in quelle parli.
La stessa autorità gli conferì sopra tutte
le chiese del dominio veneto, onde in Ve-
rona potè comporre le gravi discordie ec-
citatesi fra'cittadini e il capitolodella cat-
tedrale, pacificando insieme gli animi e-
sacerbati. In ricompensa di queste e allre
gloriose azioni, Gregorio XIII a'12 de-
cembrei583 lo creò cardinale prete di
s. Marco, in cui cinse il coro di ben lavo-
rali sedili di noce, l'abbellì di pitture, e
vi lasciò chiari monumenti di sua pietà
ed ecclesiastica munificenza. Sopra la se-
de del titolare, situala nel mezzo del co-
ro, fece collocare l'immagine della Ma-
donna, la quale volle pure che si pones-
se dipinta sulla porta dell'abitazione con-
tigua del cardinal titolare. Paolo V nel
1606 lo fece vescovo suburbica rio di Pa-
lestrina, e chiamato a Roma fu ascritto al-
la congregazione del s. offizio,ed a quella
dell'indice, e fatto esaminatore de'vesco-
vi. Riflettendo che co'gravi carichi ad-
dossatigli dal Papa, nou poteva di per-
sona prestare alla diocesi di Verona la
dovuta assistenza, ottenne che gli fosse
dato a coadiutore Alberto Valerio suo
nipote, vescovo di Famagosta. Sebbene
sgravalo della cura di Verona e inoltra-
to negli anni,volle intraprenderne il viag-
gio in lempo d'inverno per pacificare i
nobili co'ciltadini, fra'quali eransi risve-
gliate le sopile discordie. Questo cardi-
nale fu assai dotto e perito nelle teologi-
che e legali discipline, nelle lingue gre-
ca, latina ed ebraica, e nella sagra elo-
quenza, come lo dimostrano l'erudite sue
opere, delle quali fece il lungo catalogo,
olire il Torrigio, De Scriptoribus Car-
dinalibus, il cardinal Quirini nella Por-
pora e Tiara veneta. Come visse, morì
santamente in lloma a*23 maggio 1606
di 77 anni non compiti, pel dolore dia -
ver veduto l'interdello che Paolo Va vea
fulminalo contro la sua repubblica. Usuo
corpo trasferito a Verona fu sepolto nella
VAL
cattedrale col solo nome inciso sulla la-
pide sepolcrale. Intervenne a 6 conclavi
e fu assente da quello di Sisto V. Esal-
tarono le opere e le virtù, di questo degno
porporato, che lauto bene scrisse, Della
dignità del Cardinalato , i cardinali Pa-
leottoe Daronio, Spondano, Ghilini,San-
dero, Vittorelli e altri : ne scrisse la vita
Gio. Ventura veronese, presso Calogerà,
Opuscoli, l. 25,p. 8 1 , e fu poi ristampata
dal Valvasense in Venezia nel 1704. Il
cardinal Benlivoglio nelle Memorie ne
fece splendido elogio, descrivendolo ve-
nerabile per presenza e costumi, candi-
do di natura, pio e tutto ecclesiastico, si-
mile a'santi vescovi che aveano illustralo
l'antica chiesa, purgatissimo scrittore lati-
no, e di grande erudizione in tutti i ge-
neri, uno de' più celebri personaggi del
suo secolo.
VALERIO o VAL1ER Pietro, Car-
dinale. Nipote del precedente e patrizio
veneto, canonico di Padova, dopo esse-
restato impiegato nel governo di s. Se-
verina, Rifatto vescovo di Famagosta e
poi arcivescovo di Candia, e per. riguar-
do de'suoi personali meriti e di que'gra li-
dissimi che si acquistò colla Chiesa uni-
versale il celebre zio, Paolo V agli 1 1 gen-
naio 162 1 lo creò cardinale prete di s. Sal-
vatore in Lauro, dal qual titolo passò poi a
quello di s. Marco,eneh62 3 da Gregorio
XV fu fatto vescovo di Ceneda, chiesa che
neh 625 cambiò con quella di Padova. Per
la singoiar sua divozione verso la B. Ver-
gine fondò a suo onore 3 sontuose cap-
pelle, una in Verona dove istituì 9 cap-
pelianie, altra nella chiesa di s. Maria
delle Grazie, dell' isola presso Venezia,
e la 3.a in Padova, nella qual città fondò
altre cappellanie con reudite e ministri
pel servigio e cullo delle medesime. Do-
po esser intervenuto a' conclavi di Gre-
gorio XV e Urbano Vili, lasciò questa
mortai vila in Padova nel 1629, in re-
putazione di singoiar probità e integrità
di costumi, come rilevasi dall' iscrizione
posta sotto il suo ritratto nella casa arci-
VAL
pretale della terra d'Abano. Fu sepolto
in quella cattedrale, il cui capitolo Inscio
erede di tutte le sue sostanze. Sotto il
poi tico della chiesa di s. Marco, alla quale
il cardinale donò la sua sagra suppellet-
tile, e un considerabile legato al capitolo,
fu posta aita sua memoria da esso una la*
pide onorevole.
VALESIANI. Eretici discepoli di Va-
lesio filosofo d'Arabia, che comparve ver-
so l'anuo 230. Era nell'errore di credere
che la concupiscenza agiva sull'uomo con
tanta violenza, che non poteva resister-
le, nemmeno col soccorso della grazia ;
e su questo falso principio insegnava che
l'uomo non poteva essere salvato, se non
era Eunuco (l .). Quindi i valesiani fa-
cevano eunuchi, di consenso o per forza,
non solamente quelli che abbracciavano
la loro setta, ma anche gli stranieri che
incontravano o che ricevevano presso di
loro; e dopo l'operazione dell' evirazio-
ne, consistente nella castrazione o taglio
delle parti genitali, permettevano a' loro
discepoli di mangiare ogni sorta di vi-
vanderò che prima gli proibì vano. Pren-
devano il nome di Gnostici o di Saggi
e leggenti, a cagione della loro pretesa
purezza. Ciò ha dato occasione di con-
fonderli co'guostiei Carpocraziani, che
avevano preso lo stesso nome, benché le
loro massime fossero assai impure. I va-
lesiani si sparsero nell'Arabia, e s. Epifa-
nio è lo scrittore che li combatte più di
tutti. Riferisce tutte le loro ragioni e ri-
sponde a ciascuna in particolare. Anche
s. Agostino li confutò; e Niceta, Tkes.
Orth. Fidci, lib. 4> e. 3o. Osserva Can-
cellieri, 77 Mercato, p. 204, che l'eresiar-
ca Valesio si eunuco, come Origcne(F.)J
e in condannato co' valesiani suoi imi-
tatori. Tra le altre analoghe erudizio-
ui, ricorda che Origene, pel sommo suo
amore alla purità, avendo preso letteral-
mente ciò che dice l'Evangelo, degli Eu-
nuchi, che tali si sono fatti pel regno de*
cieli, giunse all' eccesso di evirarsi, e a
mettersi in procinto di recare incenso agii
VAL 39
idoli, piuttosto che consentire che un em-
pio etiope disfogasse la sua libidine sopra
di lui. L' infame e obbrobriosa pedera-
stia, Tabbominai e detestai anche neli.°
de' ricordati articoli.
VALFKÈ Sebastiano (beato). Nacque
a'g marzo 1 629 in Verduno, diocesi d'Al-
ba nel Piemonte, da'piissimi Gio. Batti-
sta d'onorata e antica famiglia, ed Ar-
gentina Manzona, che vivevano e sosten-
tavano la numerosa prole lavorando la
terra e coltivando que' pochi poderi, che
avevano, colle lore mani medesime. Nel-
1' età puerile cominciò a dare indizi di
quell'eroica virtù, alla quale è arrivato
colmo di meriti e di anni. Avea un cuo-
re tenerissimo verso i poveri, praticava
somma astinenza dalla più tenera età, ed
era ubbidiente senza ritardo a' geuitori.
Cresciuto in età, fu mandato alla scuoia
delle umane lettere in Alba e poi a Bra,
dove diede segui di maturo giudizio, e di
non ordinario progresso nelle lettere e
nelle virtù. Conoscendo la divina voca-
zione allo stalo ecclesiastico, vestì l'abito
chiei icale, e dopo aver superale moltedif-
ficollà,a'2i maggioi644 dal proprio ve-
scovo fu promosso a' primi due ordini
minori, e nell'anno seguente ricevè gli al-
tri due. Obbligato dal nuovo stato a pro-
muovere le sue applicazioni allo studio e
alla pietà, per rendersi più capace stro-
meulo della gloria di Dio e più utile o-
peraio nella vigna di Gesù Cristo, si por-
tò in Torino allo studio della filosofìa e
della teologia. A'26 maggio i65i entrò
uella congregazione dell'oratorio di To-
rino (nel quale articolo in più luoghi ra-
gionai del servo di Dio) recentemente fon-
dala nel 1649. La nascente congregazio-
ne non avendo fratelli laici, il fervente
uovizio ad imitazione de'primi compagni
del fondatore di tutta la congregazione s.
Filippo Neri (Z7.), si addossò volentieri i
ministeri più abbietti servendo alla cuci-
na, alla porta, al refettorio, e ad ogni al-
tro ullìzio il più basso e gravoso. Intan-
to non tralasciando d'attendere agli sludi,
4o VAL
dispostosi col maggiore raccoglimento al
sacerdozio, lo stesso suo vescovo lo pro-
mosse a'24 febbraio 1 652. Indi neliG5(>
compì gli studi di teologia con plauso ti-
ni versale della città, insignito della laurea
dottorale. Il primo ufficio a lui aflìdalo fu
quello di prefetto dell' oratorio, e Io so-
stenne per 18 anni interrottamente, con
ammirazione e frutto in tutti i concor-
renti. Fu egli il i.° ad introdurre il siste-
ma dell'oratorio stesso, che mise diligen-
temente in pratica. Egli sostenne ezian-
dio l'uffizio di preposilo della casa di To-
rino per 20 anni, non però consecutivi.
Le preghiere che faceva, le lagrime che
versava al fine del triennio per non es-
sere rieletto, riuscivano del tutto inutili,
giustamente persuasi i padri, che la sua
esemplarità e osservanza avrebbe dato
spirito, indirizzo e norma a tutta la con-
gregazione di Torino. Era effettivamen-
te un perfetto ritratto di s. Filippo, che
animava e reggeva i suoi figli. Ma la dol-
cezza della carità, con cui regolava , non
impediva che fosse a tempo e luogo in-
trepido ed inflessibile. Voleva infatti, che
le regole e l'osservanze dell'istituto si e-
seguissero da' padri e da'fralelli con tut-
ta l'integrità ed esattezza. Ne' casi dubbi
della regola s'indirizzava n Pioma consul-
tando i padri più illuminati e insigni di
quella congregazione madre e modello di
tutte le altre, e conforme alle risposte di-
rigeva se stesso e l'istituto torinese. Quan-
tunque fosse fornito di tutte le qualità ne-
cessarie per un ottimo confessore, non-
dimeno sul principio non ardi d'ingolfar-
si in tal ministero, che pareva alla sua
grande umiltà troppo arduo e difficile;
ma temendo d'errare con pregiudizio del-
l'anima propria e dell'altrui, l'esercitò a
poco a poco, e si raccomandò all'orazio-
ni di molli, e ne chiese consiglio. Persua-
so poi ad esporsi a sentire le confessioni
d'ogouno con più frequenza, fu così as-
siduo, che dall'aurora fino all'ora della
mensa rimaneva nel confessionale, impie-
gando gl'intervalli liberi nella recito della
VAL
corona o nella lettura di qualche libro, il
che osservandosi da un'apostata fu cagio-
ne di sua conversione. Accorreva dovun-
que era chiamato, senza far distinzione
di persone, poiché abbracciava tulli con
viscere di paterno amore, econ ogni soffe-
renza dirozzando l'ignoranza, rischiaran-
do i dubbi, animando i vergognosi, tran-
quillando gli scrupolosi, tirava ogni sorla
di peccatori nella via della salute egradata-
mente alla virtù, ed alla perfezione. Alieno
da umani rispetti, bramava sradicare il
peccato e rimuoverne le prossime occasio-
ni chiunque ne fosse il colpevole, mostran-
do invincibile fermezza in negare la sagra-
mentale assoluzione, quando il sagro mi-
nistero lo esige. Di ol'avea dotato del dono
di conoscere il segreto de'cuori,onde soven-
te vedeva quanto i penitenti dimenticava-
no 0 volevano tacere. Il duca di Savoia Vit-
torio Amedeo 1 1 ,poi re diSardegna,l'elesse
per suoconfessore,ma egli atterrito da tale
incarico procurò di esimersene, e noti l'ac-
cettò finalmente che con ripugnanza e do-
po molte preghiere, e col consiglio de'pa-
dri deputati. Il rea! principe sotto la sua
direzione operò moltissime azioni di pietà
e di beneficenza, che lo resero illustre ne'
suoi domiuii e presso l'altre nazioni. An-
che le reali principesse M.n Adelaide e M.a
Luisa sue figlie vollero esserne penitenti,
le quali per la direzione di lui divenne-
ro specchi di virtù e di cristiana perfe-
zione, onde deposto ogni fasto mondando,
spesso comparivano nella chiesa della
congregazioue e cou edificazione della
città si confessavano dal beato nel suo
pubblico confessionale. Divulgatisi i do-
ni e le virtù di lui nel dirigere l'anime,
concorrevano a'suoi piedi da tutte le par-
ti persone d'ogni genere, grado e condi-
zione. Così per Io spazio di tanti anni gua-
dagnò a Dio anime senza numero, ed in
mezzo all'apostolico ministero non dimen-
ticava i saggi proponimenti, che si avea
proposti uell' assumerne l' esercizio. Te-
neva per prima di sue massime quella
ohe per riuscir beue uell'impresa d'aiu-
VAL
tare l'anime, bisogna attendere seriamen-
te alla propria perfezione, e questo sen-
timento insinuava quanto poteva a' sa-
cerdoti, che per commissione degli arci-
vescovi approvava per le confessioni. At-
tese al sagro ministero d'annunziare quo-
tidianamente nella propria chiesa la di-
vina parola, secondola consuetudine del-
l'istituto, con tutte le virtù proprie degli
uomini apostolici,non solo in detta chiesa,
ma nell'altre ancora, ne'conservatorii, ne-
gli" spedali, nelle carceri, negli oratori'),
ove dopo aver istruita la gente rozza co'
catechismi , d' ordinario faceva qualche
discorso morale a lutti i congregati. E seb-
bene dalle monache, da' direttori delle
confraternite e da' superiori de' regolari
fosse invitato a predicare, ed egli facen-
dosi tutto a tutti vi andasse, tuttavia non
sembrandogli appagato il suo zelo ed il
bisogno dell'anime, or sermoneggiava nel-
le pubbliche piazze, or andava nel distret-
to della parrocchia di s. Eusebio e in al-
tre cappelle campestri, e que' contadini
l'udivauo quale angelo del paradiso. As-
sunse quest' esercizio ne'primi anni, e noi
lasciò mai sino alla morte, beuchè ottua-
genario, e decorato degli uffizi d'esami-
natore sinodale, consultore della s. inqui-
sizione e confessore regio. 11 suo ragiona-
re era semplice e schietto, appoggiato al-
le divine Scritture e alle sentenze de' ss.
Padri, adattandosi al bisogno e alla ca-
pacità dell'uditorio cou un metodo facile
e condotto da un retto raziocinio. La san-
tità della vita dava forza e virtù alla sua
voce, che riscaldata dal fuoco dell'amor
divino ammolliva i cuori più duri e li in-
fervorava alla pratica delle virtù ed all'o-
dio del peccato con mirabili conversioni.
Da certissimi fatti si desùme, che lo spi-
rito di Dio realmente lo animava ne'suoi
ragionamenti. L'esercizio nelle virtù teo-
logali, nelle virtù morali fu tale che tro-
vatesi in grado eroico gli meritarono l'o-
nore degli altari. Non fu contento d'am-
maestrare colla voce, ma aggiuuse altresì
lo scritto, e per istruire i poverelli che
VAL 4i
vanno per la città die alla luce un libret"
to di dottrina cristiana intitolato: Breve
istruzione alle persone semplici. All'i-
struzione de' carcerati prestò lo stesso uf-
ficio stampando un volumetto che porta
il titolo: Esercizi cristiani proposti a' car-
cerali. Finalmente pe'soldati impiegò la
stampa d' una profittevole operetta che
intitolò: Modo di santificare la guerra.
Egli fece pur gran bene nelle valli di
Lucerna, molto popolale dagli eretici
Valdesi. Essendosi già per opera sua
assai ivi aumentalo il numero de'catto-
lici, bisognava provvederli di nuovi pa-
stori, fabbricare nuove chiese, e ristora-
re o ingrandire l'antiche, e l'une e l'al-
tre fornire di sagre suppellettili. Ne fu da-
ta dal duca la commissione al beato, il
quale volentieri l'eseguì con prontezza e
diligenza. Si trattenne in quel paese 8
giorni, girando sempre per le valli epe*
monti, animando i fedeli, predicando e
distribuendo limosine. Ordinate nel tem-
po stesso pubbliche preghiere, accrebbe
la divozione alla B. Vergine, e lasciò dap-
pertutto perenni memorie di sua fede e
zelo. Nel suo ritorno die al monarca la
notizia di quanto avea osservato , e fu
pienamente provveduto a ogni cosa. Si
assegnarono i sagri pastori, si ristoraro-
no e si fabbricarono le chiese, fu protet-
ta la religione cattolica contro 1* eretica
pravità de'valdesi,ed in ogni luogo si spar-
sero libri di catechismo cattolico, com'egli
avea inculcato. Divolissimo di s. Filippo
Neri, nell'aspetto (come si può vedere nel-
la stia immagine) e nell'azioni appariva a
lui del tutto somigliante, oude fu chia-
mato il s. Filippo di Torino. Quando
quell' apostolo moderno di Roma fu e-
letto nel 1695 comprotettore di Torino,
il beato si adoperò con sommo zelo per
accrescere in tutti la fiducia e la divo-
zione verso il santo. Un giorno che Vit-
torio Amedeo li voleva in ogni modo no-
minarlo all'arcivescovato diTorino,il bea-
to gli disse." Pare a Vostra Altezza reale,
che un pretazzuolo, i cui parenti zappa-
42 VAL
i»o la terra, abbia da esser l'arcivescovo
di questa sua metropoli ? " Per esentarsi
dalla dignità fece anche venire da Verdu-
no un suo fratello vestito come lavorava
la campagna, e cosi lo presentò al sovra-
no. Ma vedendo, che questi ingegnosi ar-
tifizi, suggeritigli dalla sua umiltà, a nulla
giovavano, si rivolse con più fervorose
preghiere a Dio, e finalmente gli riuscì
d'indurre il monarca a nominare un al-
tro all'arcivescovato, onde ne rese solenni
grazie alla divina bontà. Logorodagli an-
ni e stendalo dalle continue fatiche, si ap-
prossimò al fine de' suoi giorni e al con-
seguimento della gloria del paradiso, a
cui furono mai sempre rivolti tutti t suoi
alfetti. Egli avendo passalo il tempo del-
la sua vita tra gli spaventi de'divini giu-
dizi, ei timori di sua eterna salvezza, tra
le desolazioni e aridità di spirito, come
si apprende da un prezioso niss. di sue
memorie, inlento continuamente a pro-
muovere la gloria di Dio, indefesso ne-
gli esercizi dell'istituto e del santo mini-
stero, giunse per mezzo delle sante sue
tribolazioni e delle luminose sue virtù ad
acquistare un totale distacco dal mondo
e un'intima unione della sua metile e del
suo cuore con Dio, come scrisse al car-
dinal Colloredo filippino suo protettore
camico. Avvicinandosi al termine del vi-
ver suo si sgravò del carico di regio con-
fessore, ma non gli riuscì di lasciar quello
di preposilo di sua congregazione. Predis-
se in diversi modi e in varie occasioni la
sua morte, che fu cagionata da una vio-
lenta costipazione, la quale derivò dalla
sua carità e dall' esattezza sua singolare
alla connine osservanza dell'istituto. 1 me-
dici nel principio non crederono perico-
loso il male, ma presto disperarono del-
la guarigione. Non amando visite per vo-
ler conservare l'intima sua unione con
Dio, co'suoi più divoti^sbrigavasicon po-
che parole, suggerendo loro qualche pio
sentimento. Lo visitò Vittorio Amedeo li
due volle, ne volle entrare nella sua ca-
mera senza prima avere inteso s'era con-
V A L
lento di riceverlo. Avendo bisogno il
beato di espettorare, il duca gli porse la
sputacchiera, e gli nettò con un panno-
lino le labbra; e siccome volevasi impe-
dirglielo, disse il duca : Ancor io so fare
qualche, volta V infermiere. Nel volergli
sentire il polso , gli baciò la mano, rac-
comandandosi con tutta la famiglia alle
sue orazioni. Il venerabile vecchio, con-
fuso a questi segni d'onore e di riveren-
za del suo sovrano, gli disse: Aver sem-
pre pregato per lui e reale famiglia, pro-
mettendo far lo stesso dopo morto. Pe-
rò gli raccomandò di sollevare i sudditi
dalle miserie che pativano per le guerre,
e a" intendersela sempre di stare unito
col Vicario di Gesù Cristo, te vuole che
Dio fé liei ti set la sua reale famiglia ed
il suo stato. Rispose il duca: Sì, mio Pa-
dre,sìj licenziandosi colle lagrime agli oc-
chi. Il servo di Dio con tale esortazione,
fece allusione alle vertenze che il prin-
cipe avea colla s. Sede, che namai, come
redi Sardegna^.). Durante la malat-
tia volle più volte confessarsi, e la mat-
tina de'27 gennaio 17 io si comunicò sa-
giamentalujente, con fervorosi affetti di
pietà , domandando perdono a Dio de'
suoi [leccati, e a' padri della mala edifi-
cazione, invitandoli a pregar per lui. Nel-
la sera de'28, innanzi di ricever l'olio san-
to, volle esser benedetto colla corona di
s. Filippo, e premessele litanie della Ma-
donna ed altre preci. Ad istanza de'padri
e fratelli, li benedisse come preposito tene-
ramente, raccomandando loro la pace, la
carità, il buon nome della congregazio-
ne, di cui era stalo pressoché il fondato-
re. Con brevissima agonia, senza turba-
mento, la mattina del 3o volò la sua bel-
l'anima a ricever la corona dell'esimie
sue virtù e il premio di tante apostoli-
che fatiche, ili età ti' 8 1 anni meno 3<)
giorni. Appena lo seppe il duca di Savoia,
esclamò: Io ho perduto un grande ami-
co, la congregazione un gran sostegno,
e i poveri un gran protei torce padre. E-
gualmeule ne fu dolente la corte e la cit-
VAL
là di Torino. Tutti accorsero in folli a
baciar la mano ad un santo , dicendosi
eli era morto un s. Filippo. Il suo corpo
fu collocato in due casse sigillate iti più
parli col sigillo arcivescovile, e tumulalo
nel sotterraneo della propria chiesa, l'è'
doni e grazie soprannaturali, di cui fu il-
lustralo da Dio il b. Sebastiano Vaine
in vita e dopo morte, pe' miracoli ope-
rati da Dio a sua intercessione, fu intro-
dotta la causa per la sua cauonizzazione
da Pio VI ueli784; riconosciute le vir-
tù in grado eroico e approvati due mi-
racoli, Pio Vili neh 83o decretò potersi
procedere alla solenne beatificazione, la
quale neh 83 i decretò Gregorio XVI, e
indi fece celebrare solennemente nella ba-
silica Vaticana a' 3t agosto 1 834 » con
quella decorosa pompa ecclesiastica de-
scritta dal n.° 70 del Diario di Roma e
dal supplemento al n.° 74- U p. Seme-
ria prele della congregazione dell'orato-
rio, nella Storia della chiesa metropoli-
tana dì TorinOy a p. 387, descrive la fe-
sta della beatificazione del veti. Sebastia-
no Valfrè celebrata nella chiesa de'fìlip-
pini a'2 giugno, premesso un soleune tri-
duo, dopo essere stale riconosciute le os-
sa del bealo dall'arcivescovo mg. r Frau-
soni e collocate nell'altare. Abbiamo il
Compendio della vita del beato Seba-
stiano l'alfre della congregazione del-
l'Oratorio di Torino^ Roma 1 833. Vita
del beato Sebastiano Valfrè della con-
gregazione dell' Oratorio di Torino ^de-
dicata alla Santità di N. S. Papa Gre-
gorio XVI, Roma 1 834. La fesla del b.
Valfrè, Gregorio XVI la stabili a' 3o
gennaio.
VALLACCIIIA. V. Valacchia.
VALLADOLID o VAGLIADOLID
(Vallisoletan). Città con residenza ar-
civescovile di Spagna nel regno di Leon,
capoluogo della provincia del suo nome,
distante 27 leghe da Burgos, 22 da Sa-
lamanca e 37 da Madrid. E' situata in
una gran pianura circondala da colline
in parte calcaree e in parte gessose, sul
VAL 43
finmicello Esgueva o Esqueva, clwe quivi
si divide in due rami, i quali si varcano
sopra parecchi ponticelli, e sulla sponda
sinistra del Pisuerga o Pimerga, che la
bagna versa il nord e 1' ovest, e si valica
sopra un ponte di pietra ili 10 archi. Le
proposizioni concistoriali la chiamano
V allisoletum Castellae Veteris c'witas,
in quanto che il regno di Leon fu unito
a quello di Casliglia Vecchia , ma pro-
priamente Valladolid è nel detto regno
di Leon; l'ultima poi aggiunge: quatuor
mille circiter continet domus, eamque
octo familiarum milliafere inhabitant.
E pur sede del capitano generale di 2.a
classe, d'una grande cancelleria e tribu-
nale di giustizia, d'una intendenza e del-
l'altre autorità della provincia. E' gran-
dissima avuto riguardo alla sua popo-
lazione, ed ha una cinta murata aperta
da 6 porte, e da due sobborghi, Overue-
la e Cisterniga. Diverse sue vie sono di-
ritte e larghe, ma in generale male insi-
nuiate e poco pulite; la maggior parie
delle case sono antiche e poco notabili per
1' architettura, ma ha v vi una quantità
di case grandi chiamate palazzi, che an-
nunziano l'antico splendore di questa cit-
tà e oggi sono in buona parte abbando-
nale; i re vi hanno anch'essi un palazzo
di bella architettura, che spesso sono ob-
bligati restaurare per impedire che toc-
chi la sorte di quelli de' grandi di Ca-
stiglia. Tranne alquante chiese e conven-
ti, ben pochi altri edilìzi si trovano degni
d'essere ricordati. Tra le pubbliche piaz-
ze osservasi da un capo della città il Cam-
po Grande e nel centro la piazza Mayor;
quel i.° è regolare e di grande estensio-
ne, cogli edilizi che lo circondano senza
uniformità e di cattivo gusto; la piazza
Mayor, quasi quadrata, è anch'essa gran-
dissima ed ornata in tutte le sue faccie
di case con 3 ordini di balconi e loggie,
sostenuti da portici spaziosissimi portati
da colonne e pilastri, e l'interno di que-
sta piazza serve di mercato; quivi è si-
tuato il palazzo civico, più notabile per
44 VAL
la grandezza che non per la bellezza del-
l'architettnua, e porta la data della fine
del regno di Filippo IV. Vi sono 3 pub-
blici passeggi, e quello fuor della città è
il più frequentato. Vagliadolid gode d'un
clima salubre, ma assai freddo e umido
nell'inverno; manca nell'interno dell'ac-
qua potabile, non essendovi che 3 fon-
tane. L'antica cattedrale, ora maestosa
metropolitana, era anticamente un'abba-
zia di s. Benedetto, fondata nel i i 1 8; ven-
ne secolarizzata nel 1^97 quando vi fu
stabilito il vescovato. Questa metropoli-
tana è un edilizio solido, ampio , di do-
rica architettura, eretto da Filippo II, e
sarebbe uno de'più bel li edilìzi della Spa-
gna se fosse terminato. Si gloria del ti-
tolo della B. Vergine Assunta in cielo,
ha il baltislerio e la cura d' anime, e vi
si venerano molte reliquie di santi. L'an-
tico capitolo si componeva di 6 dignità,
lai.1 delle quali era il decano, di 19 ca-
nonici comprese le prebende del teologo
e del penitenziere, de'quali 5 coll'intera
prebenda e gli altri godenti la metà di
essa, dimidii porlionariij non che di io
cappellani, e di più sacerdoti e chierici
addetti al servizio divino. Il presente ca-
pi tolo,in conseguenza del concordato con-
cluso tra il Papa Pio IX e la Spagna (F.)
nel i85i, e della lettera apostolica Ad
Vicariami de'9 settembre, si forma del-
la 1 ." dignità del decano,delle dignità del-
l'arciprete, dell'arcidiacono, del cantore
e prefetto di scuola, e del tesoriere; di 4
canonici de officio, cioè magistrale, dot-
torale, lettorale e penitenziale; di 24 ca-
pitolari o canonici de grada, e di 20 be-
neficiati per la divina ufliziatura. II pa-
lazzo arcivescovile manca, ma già il go-
verno regio ne ha ordinala la costruzione.
Vi sono altre 14 chiese parrocchiali e mu-
nite del s. fonte, in generale ben ornate ;
una casa o convento di regolari, numerosi
monasteri di religiose, 4 ospedali, diver-
si sodalizi con oralorii, l'orfanotrofio va-
stissimoe ottimo, il monte di pietà, e il
seminario con alunni. Quanto all' 01 fa-
VAL
nolrofio ne fu fondatore il prete Alfonso
de Guevara e altri chierici , e Clemente
VII T col breve Esposcit Pasloralis ofjì-
cii, de'i4 agosto 1592, Bull. Rom.X. 5,
pai*. i,\).3j5:ScnTinariumPucllarum()r-
phanarum Vallisolcti Palcntinae dioc-
cesis, illiusque rest et bona quaecum-
que jurisdictioni ordinarli, ac regimini
adniinislratorum subjiciunliir. Innanzi
l'ultime e deplorali politiche vicende, in
Valladolid eranvi 41 conventi di religio-
si e 2 1 di monache.lra'primi distinguen-
dosi quelli de'domenicani, de'fraucescaui
e degli agostiniani. Le lettere, le scienze
eie arti, da lungo tempo coltivate e con
buon successo in questa città , vi tengo-
no alcuni belli stabilimenti. L'università,
una delle più antiche del regno, vi attrae
gran numero di studenti e produsse de'
giureconsulti rinomati; l'accademia del-
le belle arti è anch'essa molto frequen-
tata. Vi si contano 8 collegi : quello di s.
CruZjfondato dal cardinal Pietro Gondi-
salvo de Mendoza, è uno de'6 principali
del regno; magnifica n'è l'architettura, e
la biblioteca contiene edizioni antiche e
mss. preziosi. Mentre era il cardinale lito-
lare della chiesa di s. Croce in Gerusa-
lemme di Roma, in essa si trovò una par-
te del Titolo della ss. Croce[F.), ivi rin-
chiusa 1000 anni prima dall' imperatore
Placido Valentiniano II; così in onore
della ss. Croce, di cui era profondamente
di voto, fondò il detto collegio e un ospe-
dale in Toledo, di cui era arcivescovo, a-
vendo io rilevalo nella biografia del car-
dinale col Cardella,che tanto presso il
collegio che presso 1' ospedale nasceva
spontaneamente un'erba colla perfettis-
sima figura della croce. Affermano con-
cordemente gli storici, che essendo il car-
dinal Mendoza gravemente infermo, si vi-
de sopra la sua camera una splendida
Croce, la quale non disparve finché il pio
cardinale non rese l'anima a Dio, il che
avvenne in Caracca nel i49^« nl Valla-
dolid fiorirono 3 collegi per le missioni a -
postoliche. 11 i.° si deve allo zelo del p.
VAL
Michele Vives eremitano ili s. Agostino,
che fondò un collegio di missioni , con
apostòlica e regia approvazione. I colle-
giali erano destinali a predicare il Van-
gelo agl'idolatri dell'isole Fdippine.Gl'in-
glesi pure vi avevano un collegio sotto il
titolo di s. Albano martire, fondalo nel
1 56g da Filippo II, e vi si ricevevano an-
co gl'irlandesi. Ne fu data la cura •'gesui-
ti, ed era stalo approvato da Clemente
Vili col breve Cum nullum firnùusprae-
sidiumtòe'3 novembre 1 592, Bull. Rom.
t. 5, par. 1, p. 4 02. Avea ricche rendite,
manteneva perciò molti alunni, i quali
prestando il giuramento non si obbliga-
vano a non entrare in qualche ordine re-
ligioso. Sul principio della fondazione 20
alunni di questo collegio ritornando in
Inghilterra vi subirono il martirio. De*
cadde dal suo splendore questo pio sta-
bilimento quando fu tolto a'gesuiti, e ne
seguì un notabile danno. Dispiaceva che
si continuasse a dirigere da' gesuiti , per-
che gli alunni più. ingegnosi sapendo be-
ne ammirare l'esemplare e benemerita
compagnia di Gesù , facilmente doman-
davano farvi parte. Il rettore,ollre le mol-
te facoltà riguardanti le ordinazioni , a-
vea anche quella di assolvere gli alunni
dalle irregolarità per essere nati da ge-
nitori eretici. A questo collegio essendo
stati riuniti quelli di Madrid e di Siviglia
nel 1 768 e nel 1770, vi si potevano man-
tenere 20 alunni. Il collegio di Madrid
per gl'inglesi era sotto l'invocazione di s.
Giorgio, ed i suoi beni, consistenti iu ca-
se nella città di Madrid, furono cambia-
ti in vigne nelle vicinanze di Valladolid.
11 collegio di Siviglia era sotto l' invoca-
zione di s. Gregorio I Diagno 3 fondalo
nel 1 592 dalla s. Sede per le missioni d'I n-
ghilterra e dotato da're cattolici, e dopo
chei gesuiti cessarono di governarlo, ven-
duti i suoi beui, il ricavato fu rinvestilo
in Valladolid. Il 3.° collegio che esisteva
in Valladolid era per gli scozzesi. Fu fon-
dato da un cavaliere della Scozia, e venne
affidalo a'gesuiti, i quali licenziali dalla
VAL 4>
Spagna nella persecuzione della veneran-
da compagnia , i vicari apostolici della
Scozia presero le opportune provvidenze
perchè le rendite del collegio non fossero
ad altro uso distratte, diverso da quello
che si era il fondatore proposto. Supera-
ti grandi ostacoli, si ottenne l'intento me-
diante l'intervento di molti insigni per-
sonaggi. In origine il collegio era stato
fondato in Madrid, e fu trovala vantag-
giosa la traslocazione in parte della casa
de'gesuiti di Valladolid, pel suo dolce cli-
ma, per la sua abbondanza e per la sua
quiete, e come casa propria alla coltura
delle lettere e della pietà. Vi erano i5
collegiali, che emettevano il solito giura-
mentOjed aveano regole conformi a quel-
le de'collegi pontificii di Roma. 11 rettore
dovea scrivere lettera annualmente alla
s. congregazione di propaganda fide sul-
lo stato del collegio. Vi erano due pro-
fessori spediti dalla Scozia da' vicari apo-
stolici. Inoltre il rettore era munito di
ampie facoltà per presentare gli alunni
alle congregazioni, e per assolvere anco-
ra ne'casi riservati dalla bolla in Coenne
Domini, ed altre. Verso il 1390 Giovan-
ni I re di Castiglia fondò in Valladolid
il celebre monastero di s. Benedetto, det-
to perciò il Reale, nel luogo ov'èTa l'an-
tica cittadella. Lo spirito dell'istituto da'
suoi monaci vi fu esemplarmente man-
tenuto costantemente, per cui servì di mo-
dello ad altri monasteri di Spagna, i qua-
li uniformandosi a'suoi usi e pratiche, co-
me a loro capo si assoggettarono, inclu-
sivamenle al rinomatissimo monastero e
santuario della Madonna di Monserralo,
di cui parlai nel vol.LXVHI, p. 43eseg.
Questa riunione di monasteri formò la
congregazione benedettina diSpagna, det-
ta comunemente di Valladolid. Tutti i
monasteri erano governati dal priore di
quello di Valladolid, come generale del-
la congregazione, a cui Alessandro VI
die il titolo d'abbate. Questo Papa inol-
tre ordinò, che fosse eletto da'religiosidel
monastero di Valladolid , e che V eletto
46
VAL
fosse capo, visitatore e riformatore ge-
nerale ili tutta la congregazione. Dipoi
Paolo IV prescrisse i regolamenti per la
convocazione de'capitoli generali, a'quali
dovevano intervenire tutti i superiori de'
monasteri per procedere all'elezione del
generale, l'uflizio del quale da a anni fu
prolungato a /\. Anticamente vestivano
abito color tanè e scapolare nero, ma
Paolo HI gli obbligò a conformarsi al-
l'abito de' cassinesi. Per le politiche vi-
cende, soppressi i monasleri, si sciolse la
congregazione benedettina di Vallado-
lid. Vi si trovano società economiche e
di carità, una caserma di cavalleria e 3
di fanteria, ed il teatro. Valladolid una
volta opulenta per la sua industria e pel
commercio, è in oggi molto decaduta, né
più possiede clie alcune fabbriche di sta-
migne, di cappelli, di fettuccie di seta,
di tessuti di filo, di lana e di cotone, di
stoviglie di terra , di paste d' Italia , di
cioccolata, di confetti e profumi, di lavo-
ri di filagrana; e ne' dintorni cartiere e
concie di pelli. Il commercio consiste qua-
si per intero di consumo locale, né può
diventare importante se non si rende na-
vigabile la Piraerga (ino al suo confluen-
te col Duero , che non è lontano più di
due leghe. Di poco conto sono l'annue
fiere , la più frequentata essendo quella
de'29 settembre. Tuttavia il gran nume-
ro di alfari contenziosi riservati alla can-
celleria di Valladolid, quelli che concer-
nono al capitanato generale della Casti-
glia Vecchia e all'intendenza dell'eserci-
to, Pafllueoza degli studenti, e il passag-
gio continuo di viaggiatori e negozianti
che recami a Madrid, danno a questa cit-
tà un aspetto d'operosità e di movimen-
to. E patria di gran numero di perso-
naggi celebri. Filippo II dal potentissimo
imperatore Carlo V quivi sor fi i natali,
e mostrando per Valladolid predilezione,
le die il titolo di città, sovente nel palaz-
zo regio vi tenne la sua corte, vi adunò
le cortes, la beneficò in più modi e vi fe-
ce erigere la sede vescovile. Fiorirono in
VAL
poesia e letteratura Pedro Lopez, G. Lo-
mas Cantoral, Antonio Sanchez lineria,
Alfonso Lopez, Gabriele del Corrai, F.
Grancian-y-Fernando JNugnfZ. |Tra gli
storici d. Miguel de Herrera, F. L. de Mi-
randa, F. Alfonso Maldonado. Il giuris-
perito Vasquez Menchaca. 11 dotto an«
liquario Floranes, ed i pittori Antonio
Pereda, e Filippo Gilde Mena. Ed in que-
sta città, secondo la più comune opinio-
ne , finì di vivere il benemerito e cele-
berrimo scopritore dell' Americhe, Cri-
stoforo Colombo de'conti e signori di Cuc-
caro, a'20 maggio i5o6. Il suo corpo fu
condotto a Siviglia nella chiesa de'certo-
siili, donde venne trasferito nella cappel-
la maggiore della cattedrale di s. Domin-
go all'isola Spagnuola in dmerica, come
in tale articolo e altrove narrai col Can-
cellieri. Finalmente, nel 1797 le spoglie
di Cristoforo Colombo vennero traspor-
tate all'Habana città principale dell'iso-
la di Cuba , ossia Avana (ove con altri
le dissi trasferite nel 182 1)0 s. Cristofo-
ro de Avana (V.) , e depositate vicino
alla tribuna della cattedrale. Quello che
accadde ad Omero, a Plinio il Vecchio ,
a Catullo, a Petronio Arbitro, al Papa
Urbano V ed a molti illustri antichi e
moderni, essersi cioè disputato sul luo-
go che li vide nascere, avvenne pur an-
co all'intrepido, al costante, al generoso
scopritore del nuovo mondo; a quel ge-
nio che segnò una novella via alla reli-
gione e al commercio. Non si fa più que-
stione sul luogo della patria del grand'uo-
mo, certo essendo genovese, come della
sua nobile stirpe. L' illustre suo discen-
dente e ultimo rampollo mg.r Luigi Co-
lombo, protonotario apostolico parteci-
pante e segretario della s. congregazione
dell' Indulgenze e ss. Reliquie , lo provò
eruditamente con documenti nella sua
bell'opera, che indicai nel voi. LXVIII,
p. 1 14, ignorandone l'autore,che per mo-
destia nascose il suo nome; come pure
provò che la nobile famiglia Colombo si
divise iu 3 rami, cioè de'conti di Cucca-
VAL
ro nel Monferrato, di Coccoleto, ede'due
di Piacenza. I due ultimi rami estinti, su-
perstite deli.0 è l'encomiato ligure e vir-
tuoso prelato, della cui rinomata opera
si Inumo già 4 traduzioni in diversi idio-
mi. Tuttociò che riguarda gli uomini ce-
lebri e che si resero benemeriti dell' u-
manità è sempre caro e importante di
sapere; specialmente ove si producano
«uovi argomenti, e si tratti la questione
in guisa da più non lasciar luogo ad op-
posizione. Del magnanimo Colombo poi,
mai se ne parlerà abbastanza, sia per la
grandezza della sua stupenda scoperta,
feconda di meravigliose conseguenze, sia
e principalmente pel suo vivo ed eroico
sentimento crislinno,che mirava colle sco-
perte di nuove terre a dilatare le glorie
del Redentore. Egli è per tutto questo,cbe
mi riesce sempre piacevole, nell' oppor-
tunità che presenta la storia, di ritorna-
re a dire onorevoli parole, su chi il tempo
e la posterità rese doverosa e luminosa
giustizia, e la gloria che gli è dovuta. Del-
1 opera in discorso, cioè Patria e biogra-
fìa del grande ammiraglio D. Cristofo-
ro Colombo scopritore dell' America,
diedero contezza e ragione il Giornale
ditìoma deh 8 54 a p- 768; e la Civiltà
Catlolica3sev\Q 2.% t. 7, p. 4 ^.Quest'ul-
tima che ne parla con più estensione, con-
clude colle seguenti notabili parole. •'Que-
sto italiano non fu grande a caso, ma di
meditato consiglio : non produsse beni
passeggeri, ma durevoli, e quello che più
monta ebbe la religione a movente de'
suoi vasti disegni (e lo ripetei anche io
in più luoghi), la religione a consigliera
ed a conforto nell' attuarli, la religione
a consolatrice nelle immeritate sventu-
re. Or che di quest'uomo molte città d'I-
talia si contrastinola gloria, chi ben con-
sideri, lungi dall'essere indizio di gret-
tezza municipale, è seguo d'animi capa-
ci di stimarne i pregi, e può essere spe-
ranza che dove s* ambisce il vanto di a-
vetlo a cittadino, colà eziandio si radichi
questa verissima senteuza: vera grandez-
V A L
47
za non poter essere senza virtù e senza
religione ". La stessa Civiltà Cattolica,
serie 3.*, t.g, p. 106 e 148, annunziò e poi
alquanto ragionò dell' opera: Ciistoforo
Colombo. Storia della sua vita e de' suoi
viaggi, sull'appoggio di documenti au-
tentici raccolti in 1 spagna ed in Italia,
del conte Rosei ly de Lorgues, volgariz-
zata per cura del conte Tullio Dandolo,
Milano 1 857.I dintorni di Valladolid pro-
ducono grande abbondanza di grani e vi-
ni,sommaco (arboscello di cui si fa la pol-
vere per conciar corami) e legumi eccel-
lenti. La provincia di Valladolid occupa
la parte occidentale della Spagna, ecom-
ponesi di varie parti separate, tra cui la
principale, quella nella quale trovasi la
città omonima, è la più orientale, ed in
cui si concentra tutta l'industria. Nella
nuova divisione del regno, decretala dal-
le Cortes del 1822, la provincia di Va-
gliadolid era ripartita tra quelle di Va-
gliadolid, Leone, Zamora, Segovia, Pa-
iencia e Burgos. Valladolid o Vagliado-
lid, Pintia e quindi V alli soletum , rag-
guardevole città nel 625 edificata da
goti, fece parte del regno di Leone, il qua-
le nella prima metà del secolo XI 11 fu
riunito al regno di Castiglia Vecchia,
la quale verso il fine del XV secolo si
trasfuse colla monarchia di Spagna, on-
de Valladolid ne seguì i destini e le vi-
cende politiche. Un tempo Valladolid ap-
partenne a 'conti d' Urgel. Il conte Er-
mengaldo Vili morendo nel 1208, con
suo testamento legò la metà della città
di Valladolid,che gli apparteneva dal lato
di sua madre nipote del conte di Bar-
cellona, al Papa lunocenzo HI, non che
la feudal dipendenza dell'altra metà, a
condizione che facesse eseguire il suo te-
stamento. Ma l'unica figlia del conte e sua
erede Arembiax, maritatasi con d. Pie-
tro infante di Portogallo, venuta a mor-
te nel i23i, lasciò alio sposo la conle-i
d'Urgel colla città di Valladolid e le si-
gnorie che le appartenevano. Il celebre
Ferdinando li re d'Aragona in Vallado-
48 VAL
lid impalmò nel i4^9 'a celebratissima
Isabella 1 regina di Castiglia, operando-
si così la riunione delle Spagne. Nel 1 856
si stabilì, che i lavori della strada ferra-
ta da Valladolid a Burgos sarebbero co-
minciali in breve.
La sede vescovile, ad istanza di Filip-
po II re di Spagna, l'eresse Papa Cle-
mente Vili con bolla dell'i r settembre
1.595, formandola diocesi col territorio
dismembrato da quella di Palencia, di-
chiarandola sulTraganea della metropo-
litana di Toledo; indi l'ingrandì con ag-
giungervi la città e luoghi di Medina del
Campo ( V), col breve Utgratiae aposto-
licae, de'28 febbraio 1602, Bull. Rom.
t. 5, par. 2, p. 4o6 : Oppidum Medina
del Campo, nonnulla gite Loca E» quaead
Àbbatem cjusdem Oppidi pertinebant,E-
piscopi V allìsolelanì juris die l'ioni sub/e-
età declora ntur. Per 1 .° vescovo Clemen-
te Vili dichiarò nel 1 597 Bartolomeo de
la Placa, canonico di Baca e di Granata,
trasferendolo dal vescovato di Tuy, e mo-
rì nel 1600. Suoi successori furono: Gio.
Battista Arcebedo, dal 1 600 al 1 608; Gio-
vanni Quignones, poi trasferito a Sego-
via; Francesco Sobrino, morto nel 16 17;
Giovanni Fernandez, professore di filoso-
fìa nell'università di Vagliadolid stessa,
canonico diZamora, eletto nel 1 6 1 7, mor-
to due mesi dopo; Enrico Pimentel, in se-
guilo trasferito a Cuenca ; Alfonso Lo-
pez, morto nel 1 624; Giovanni Torres O-
sorio, morto nel iG32; Gregorio di Pe-
d rosa, dell'ordine di s. Girolamo, gene-
rale del suo ordine e predicatore del re,
traslocato dalla sede di Leon, morto nel
i633, ec. Le Notizie di Roma nel 174°
cominciarono a registrare i vescovi di
Valladolid, con d. Giuliano Dominguez
di Toledo; indi riportano i seguenti. Nel
1 743 Martino Deìgado, di Belmaseda ar-
cidiocesi di Burgos. Nel 1 754 Isidoro Cos-
sio-y-Bustamante, di Guardo diocesi di
Palencia. Nel 1768 Emanuele Robin de
Zelis, di Cabuerniga diocesi di Santan-
der. Nel 1773 Antonio Gioacchino Soria,
VAL
di Salamanca. Nel 1 785 Emanuele Gioac-
chino Maron , d' Almazan diocesi di Si-
guenza. Nel i8o3 Vincenzo de Soto-y-
Yalcarce, di s. Giovanni de Ruitelar dio-
cesi di Leon. Dopo alcuni anni di sede
vacante, nel 1824 Giovanni Baldassare
Toledano, di Villa di Campillo abbazia
di Medina diocesi di Valladolid. Per sua
morte, Gregorio XVI nel concistoro de'
28 febbraio 1 83 1 dichiarò vescovo Giu-
seppe Antonio Piivadeneyra della dioce-
si di Lugo nel regno di Galizia, già per
più. anni parroco e dottore in sagri cano-
ni, da Leone XII fatto uditore di Rota
per la Spagna a' io dicembre 1827, en-
comiandolo il Papa per gravità di ottimi
costumi, prudenza, dottrina, degno del-
l'episcopato. Dice la proposizione conci-
storiale, ac retentione offìcii Auditora-
tus Causarum Palatii apostolici sub ti-
tuloLocum-tenentisadSanctitatisSuae,
etSedis aposto licae beneplacitum. Morì
nel declinar di luglio 1 856. A suo tempo
il regnante Pio IX, in conseguenza del ri -
cordato concordato e della pur mentova-
ta bolla Ad Vicariam , elevò la chiesa
vescovile di Valladolid a metropolitana,
e le attribuì per suiTraganei i vescovi
d'Avita, Astorga, Salamanca, Segovia
e Zamorat assegnando per mensa al nuo-
vo arcivescovo i3o, 000 monete d'argen-
te o reali , confermando la precedente
tassa per ogni nuovo arcivescovo, di 2 5oo
fiorini, registrati ne'libri della camera a-
postolica. La mensa de'vescovi da ultimo
ascendeva a circa 8000 ponderimi ino-
netae illarum parlium pluribus pensio-
nis gravati. Pel 1 .° arcivescovo il medesi-
mo Papa preconizzò nel concistoro di Bo-
logna de' 3 agosto 1857, l'attuale mg.1
Luigi de La Laslra-y-Cuesta , di Cubas
diocesi di Sautander, che nel concistoro
de5 18 marzo 1 852 avea dichiarato vesco-
vo Orense , dalla qual sede lo traslatu
alla nuova metropolitana, e nello stesso
concistoro di Bologna gli accordò il pal-
lio arcivescovile. Nella proposizione con
ciitoriale per la provvisione della chieda
VAL
d'Orense, il Papa disse dell'illustre prela-
to, essere dottore ne'sagri canoni, già ca-
nonico dottorale della patria cattedrale,
poi della metropolitana di Valenza e vi-
cario capitolare, indi vicario generale del-
l'arcivescovo della medesima; laonde per
la sua dottrina, gravità, prudeuza, pro-
bità ed altre estese cognizioni, il reputa-
va degno della dignità episcopale. L'ar-
cidiocesi è ampia, si estende in lunghez-
za ai4 leghe, e 7 in larghezza, contiene
1 3o luoghi, e le parrocchie sono munite
del ballislerio.
Concilii di Valladolid.
Il i.°fu tenuto uel 1 i3y, apud Val-
ium Oleti , e ne trattano le collezioni,
Regia, t. 28, Labbé, t.io, Arduino, t. 6.
Il 2.0 si celebrò nel i 1 55 e fu provincia-
le, e ne discorre il Pagi in tale anno. Il
3.° neh 322 dal legato invialo da Avi-
gnone dal Papa Giovanni XXII, cardi-
nal Guglielmo di Godin vescovo subur-
bi cario di Sabina. Riunì questo concilio,
che fu nazionale, ed in cui di suo ordine
vennero pubblicati coll'approvazionedel
concilio 27 canoni, riguardanti i conci-
lii provinciali da tenersi ogni due anni,
ed i sinodi diocesani tutti gli anni. Per-
tanto vi si dichiarò agli arcivescovi, che
se non tengono i loro concilii almeno ad
ogni due anni, l'ingresso della chiesa sa-
rà loro interdetto, finche abbiano soddi-
sfatto la prescrizione.»Ogui curato avrà
iscritti in latino e in lingua volgare gli ar-
ticoli di fede, i precetti del decalogo, i
sagrauieuti, e ciò che riguarda i vizi e le
virtù. Egli li leggerà nelle 4 leste solen-
ni dell'anno al popolo, e le domeniche di
quaresima. Quanto a' concubinari e al-
l'incontinenza de'chierici, che non cam-
beranno condotta, saranno privati delle
loro rendite, e del titolo de'loro benefìzi,
e quelli cbe non ne avessero, saranno di-
chiarati incapaci di possederne". Vi fu
inoltre provveduto a'doveri de'parrochi,
alla santificazione delle domeniche e del-
le feste, a' falsi testimoni che sono sco-
municati, a' benefizi e a' limiti delle par-
vo!. LXXXVHI.
VAL 4$
rocchie, alle decime de'religiosi e loro di-
sciplina, al tempo d'amministrare la cre-
sima, al digiuno nella quaresima, «'ma-
trimoni, alla simonia, alle rendile de'be-
nefizi, agli ebrei, a'mori maomettani ec.
Furono altresì proibite, sotto pena di sco-
munica, le purgazioni canoniche, e le pro-
ve dell'acqua e del fuoco. Vennero final-
mente scomunicati que' che citano da-
vanti a'tribunali secolari gli ecclesiastici.
Regia, t. 29, Labbé, t. r 1 , Arduino, t. 7.
VALLADOLID DI COMAYAGUA.
Città con residenza vescovile nell'Ameri-
ca meridionale, conosciuta più comune-
mente da 'moderni col nome di Conici^
yagua (/"'.). Alle notizie riferite, in tale
articolo aggiungerò, che vi si trasferì la
sede vescovile di Truxillo (V.) di Gua-
timala. Che vi sono 5 sodalizi, l'ospeda-
le, il seminario e altri istruitivi e benefi-
ci stabilimenti. Ali. °vescovo successero:
Girolamo di Conelia, trasferito nel 1 562
altrove; fr. Alfonso de la Cerda dome-
nicano, traslato a Charcas; fr. Gaspare
d'Andrala francescano, morto nel 1612;
fr. Alfonso Galdo domenicano; fr. Luigi
di Cagnizarez de'minimi; Giovanni Mer-
lo de la Fuente, nominato nel 1 648, ec.
Le Notizie di Roma riportano i seguen-
ti. Nel 1743 d. Francesco de Molina ba-
siliano, di Sagedona diocesi di Cuenca.
Nel 1750 Diego Rodriguez de Rivas-y-
Velasco, della diocesi di Quilo. Nel 1764
Isidoro Rodriguez, di Mostolesarcidioce-
si di Toledo. Nel 1 j6j Antonio Macar lil-
la, diBenabarre diocesi diLerida. Nel 1773
Francesco Giuseppe de Palencia , della
citlà di Canarie. Neh 777 fr. Antonio di
s. Michele girolamino, di Revilla de Ca-
margo diocesi di Santander. Nel 1783
Giuseppe Antonio de Isabela, di Moron
diocesi di Siguenza. Nel 1788 fr. Ferdi-
nando de Cadinanos minore osservante,
di Vittoria diocesi di Calahorra. Nel 1 79^
fr. Vincenzo de Navas domenicano di
Merida.Neh8i7 EmanueleGiuliano Ro-
driguez, d'Almazan diocesi di Siguenza.
Nei 1 844 Francesco di Paola Campoy-y-»
4
5o VAL
Perez cìi Cariogeno, già canonico curalo
della cattedrale e vicario generale. Mei
4 aprile 1 854 l'odierno mg.' Ippolito
Cassia no Flores.
VALLADOLID DI MECHOACAN.
Città con residenza vescovile nell' Ame-
rica settentrionale, conosciuta da'moder-
ni più volgarmente col nome di Mccìioa-
can (J7.)- Solo aggiungerò a quell'artico-
lo, che per mot te del notalo ultimo vesco-
vo, il Papa Pio IX nel concistorode'3 ot-
tobre i85o preconizzò l'attuale mg. 'Cle-
mente Munguìa,di Reyes diocesi di Me-
choacan , già canonico della cattedrale,
rettore del seminario, vicario generale ed
anche capitolare, dotto, grave, prudente,
probo e pieno d'esperienza.
VALLE RONCEAUX. Canonici re-
golari. V. voi. VII, p. 257.
VALLE DEGLI SCOLARI. Canoni-
ci Regolari. V. voi. VII, p. 275.
VALLE VERDE. Canonici regolari.
V. il voi. VII, p. 276.
VALLE (della) Andrea, Cardina-
le. D'antica e illustre famiglia romana,
ottenuto un canonicato di s. Pietro, colla
carica di reggente della cancelleria, nel
1496 fu promosso da Alessandro VI al
vescovato di Crotone, e neli5o8 trasfe-
rito a quello di Mileto, al quale compartì
non pochi benefìzi. Con questo caratte-
re intervenne al concilio di Laterano V
nel io 12 sotto Giulio II, che l'annoverò
tra'segretari apostolici. Indi Leone X nel-
la famosa promozione di 3 1 cardinali, il
1 .° luglio 1 5 1 7 lo creò cardinale prete di s.
Agnese al foro agonale, e nell'anno stesso
gli die I' amministrazione delle chiese di
Caiazzo e Nicaslro, nel 1 5 1 8 quella diGal-
lipoli, neh 5i 9 quelle di Sulmona e Val-
"va unite, e neli520 la sede d' Umbria -
tico. Lo stesso Leone X lo destinò nel
i52o arciprete della basilica Lateranen-
se,ove nell'anno santo 1 525 apù e chiuse
la porta santa, ed abbate commendata-
rio delle Tre Fontane. Nel tempo stesso
venne nominato alla sede vescovile di
Malta, ma prima di prenderne possesso,
VAL
avendo ottenuto dalla munificenza diCar-
lo V come re diSicilial'archimandrilato
di Sicilia, rinunziòquel vescovato. Ebbe
pure la legazione di Napoli, e la protei-
toria dell'ordine de'minori , conferitagli
da Clemente VII neh 523, il quale nel
i533 dal suo titolo presbiterale lo tra-
sferì al vescovato suburbicario di Pale-
strina, nel catalogo de'quali vescovi l'U-
ghelli si corregge d'avere registralo il car-
dinale in quellode' vescovi di Crotone nel
1 533. Uomo com'egli era di gran pru-
denza e senno fornito, fu molto caro a'
principi, ed a' Papi che se ne prevalsero
con gran vantaggio negli affari più ardui
e rilevanti del pontificalo, e ne' quali si
dice clie co'suoi lunghi viaggi arrivasse
fino nella Persia e in altre remote re-
gioni, ad oggetto d' apprendere i coslu-
mide'popoli e delle nazioni, in tempo che
poco comuni erano siffatte intraprese ,
a motivo della natura delle strade e de'
mezzi per percorrerle. In Roma edificò il
Palazzo della Falle (V.), che die no-
me alla contrada e alla propinqua chie-
sa di s. Andrea, non che al vicino tea-
tro. Dopo essersi trovato presente a' con-
clavi di Adriano VI e Clemente VII, nel
i534 di 71 anni fu chiamato in Roma
all' immortai vita, e rimase sepolto nella
chiesa di s. Maria d'Araceli, nella tomba
de'suoi antenati, con breve epitaffio di cui
piò non rimane vestigio, ma riportato dal
p. Casimiro, uelle Memorie della cldesa
d'Araceli.
VALLEMANI Giuseppe, Cardinale.
Nato nobilmente in Fabriano a' 9 giu-
gno 1648 da Rinaldo Francesco e da
Maddalena de'conti della Genga, porta-
tosi a Roma nel fior degli anni, accop-
piò all'esemplarità de* costumi, maniere
piacevoli, tratto gentile, e qualche dot-
trina, massime nell'indefesso studio della
giurisprudenza, e poi fu aggregato a va-
rie accademie d'Italia e alla cittadinanza
romana. La fortuna gli aprì l'adito nella
corte del cardinal Emilio Altieri, già ve-
scovo di Camerino, che nel 1670 eletto
V A L
Papa Io dichiarò di 21 anni suo came-
riere segreto e poi eoppiere,canonico Va-
licano, e custode dell'archivio di Castel
s. Angelo. Introdotto quindi in prelatu-
ra, secondo Cardella nelle Memorie sto-
riche de Cardinali t da Innocenio XI ot-
tenne la carica di segretario della con-
gregazionede'riti,e poi di quella dell'im-
munità (presso Colucci, Antichità pice-
ne, t.17, p. 164, parlando degli Uomini
illustri di Fabriano del Lancellotti , si
dice che Alessandro Vili gli conferì la
1. "carica, Innocenzo XII la 2.a), nell'eser-
cizio della quale, che fu assai lungo a ca-
gione delle differenze del ducalo di Par-
ma e Piacenza, contrasse il prelato gran-
dissimi impegni co'principi. Alla fine Cle-
mente XI, prima lo dichiarò segretario
della congregazione della disciplina rego-
lare, e successivamente Io consagrò arci-
vescovo d'Atene, nel 1 706 Io dichiarò suo
Maggiordomo (^.); creò e riservò in pet-
to cardinale dell'ordine de'preti, pubbli-
candolo nel i.° agosto 1707 dopo circa 1 5
mesi. Gli attribuì per titolo la chiesa di
s. Maria degli Angeli , e lo ascrisse alle
congregazioni del s. oflìzio, de' riti, del-
l'immunità, del buon governo, di propa-
ganda e di molte altre, e fino da'3i di-
cembrei707 prefetto di quella de' riti;
aggiungendovi la protettola de' minori
conventuali e loro collegio di s. Bonaven-
tura, della cappella Sistina del Presepe
in s. Maria Maggiore, del collegio Mon-
talto di Bologna, come trovo nelle Noti-
zie di Roma. Dopo essere intervenuto a'
comizi d' Innocenzo XIII e Benedetto
XIII , terminò in pace i suoi giorni in
Roma a* i5 dicembre 1725 d'anni 78
non compili, e fu sepolto nella basilica deJ
ss. XII Apostoli, sotto una lapide ornata
del suo stemma gentilizio, ove si legge e-
legante iscrizione.
VALLENSSertorio, Cardinale. V.
Vassalli.
VALLETTE Lodovico, Cardinale.
V. NOGARET.
VALLIS, VALLOS. Sede vescovile
VAL jri
della Cartaginese Proconsolare nell'Afri-
ca occidentale, di cui parla Oliato Mile-
vitano, lib. 2, e altri, sotto la metropoli
di Cartagine. Ebbe a vescovi: Bonifacio
donatista del 33o; Bonifacio cattolico, che
nel 4* 1 intervenne alla conferenza di
Cartagine; Uestituto sottoscrisse al con-
cilio di Cartagine del 52 5. Morcelli, A-
frica dir., t.i. Vallis, Fallitene uu ti-
tolo vescovile in partibus, del simile ar-
civescovato di Cartagine, che conferisce
la s. Sede.
VALLO (V alien). Città con residen-
za vescovile del regno di Napoli nel Prin-
cipato Citeriore, capoluogo di distretto
e di cantone. Siccome di recente è stata
eretta in città vescovile, e sostituita per
sede residenziale a Capaccio (F.), il cui
vescovo s'intitola di Capaccio e Fallo,
conviene che prima riparli di Capaccio
e de'suoi vescovi, in aggiunta al suo ar-
ticolo. L'ultima proposizione concistoria-
le del 1 845, cioè dopo la pubblicazione
del mio articolo, rileva cani oh aeris in-
salubritatem a paucis colonis intuibile-
tur, atque dempta Cathedrali Ecclesia,
nonnullisquc aedidus, in reliquis opini-
no diruta sit, Episcopo prò tempore in
altero magis opportuno , et ab antiquo
duobus fere milliariis distante dioece*
seos loco, cui nomen Caputaquium No-
vum, j'amdiu rcsidere solel: Ine quadrili'
gcntae domus , et bis mille ci re iter rc-
censcntar incolae. In Capaccio Vecchio
era la cattedrale sotto l'invocazione del-
la B. Vergine Assunta in cielo denomi-
nata di Granata, quacque aliquam ex-
poscit rcparalionem. Ibi Episcopus pos-
sessione//! ini re, et ad eamdem infra an-
num celebraturus accedere solet. 11 ca-
pitolo si componeva di 4 dignità e pel
i.° l'arcidiacono, e di 16 canonici senza
il teologo e il penitenziere; veruni tam
dignitates, quani canonici nulla fruun-
tur congrua , et ad honorem, atque de-
votionem tantummodo inierviunt.hu cu-
ra dell'anime tanto della vecchia, quan-
to della nuova chiesa , ambo mediocre-
5a V A L
mente provviste delle sagre suppellettili»
l'esercito un vice parroco, ed avvi il bat-
listerio. Episcopale* aedesin ch'ita te Sa-
lar, atque in ulroque Caputaquio prae-
sto suntj attamen in Novo residcre so-
lei Episcopus. In Capaccio Nuovo sol-
tanto è un'altra chiesa parrocchiale, ed
un convento di religiosi, alcun sodalizio,
non pelò l'ospedale, il monte di pietà, né
altro; i 3 seminari cogli alunni erano
sparsi in diversi luoghi della diocesi , la
quale si estendeva a circa i 5o miglia, e
contenendo 1 36 luoghi o oppi da. Ne'li-
l)ii della camera apostolica ogni nuovo
vescovo era tassalo in fiorini 3oo, e la
mensa rendeva al vescovo 3ooo ducati
napoletani quibusdam oneribus gravali.
Colle rovine dell'antica Pesto (V.) si e-
dificarono Policastroe Capaccio, nel qua-
le articolo Pesto per. fallo tipografico è
detto Pessi. Essendo Pesto sede vescovi-
le, il vescovo nel secolo IX passò a sta-
bilirsi a Capaccio e die origine all'unio-
ne del suo vescovato ed al suo ingrandi-
mento, per la seguita unione delle due
diocesi, onde divenne piuttosto notabil-
mente ampia. Imperocché riferisce TU-
ghelli, Italia sacra, t. y, p. 4^4: Capii-
taquenses Episcopi. Celsus Paestanus
episcopo cimi Romualdo archiepiscopo,
al quale ambo i vescovi erano suflraganei,
inslitutus est testamenti executor a Ro-
berlo Castri Trenlenarii Domino anno
1 1 56. Forte post Celsum Pacs tana citta
Capulaquensi unita fuitEcclesia. A tem-
po dell' Ughelli il vescovo risiedeva nel-
l'episcopio di Diano, ed ivi pure era il
seminario, e numerose erano le case re-
ligiose della diocesi de'due sessi. Noterò
che l'antica sede vescovile di Agropoli
(F.) erasi riunita a quella di Pesto ,
perchè abbandonata da perniciosa in-
fluenza dell'atmosfèra. L'Ughelli comin-
cia la serie de' vescovi di Capaccio con
Arnolfo del i 1 26, che nel 1 1 79 interven-
ne al concilio generale di Laterano III.
Il Coleti ne dubita, essendo allora viven-
te Celso vescovo di Pesto. Nou si conosce
V A L
il tempo in cui fiorì il vescovo Leonardo,
N. neh 196 intervenne alla consagrazio-
ne che Celestino 111 fece della chiesa di l.
Lorenzo in Lucina di Roma, secondo
Lucerai, mentre l'Uglielli ritarda il ve-
scovato al pontificato di Gregorio IX. A
Benevenuto scrisse Innocenzo IV nel
ii5i, e sotto di lui Federico li distrus-
se Fasanella, l'fjghelli riportandone i do-
cumenti. Pietro nel 1275 alla chiesa di
s. Maria Maggiore di Diano concesse in-
dulgenze. Nel 1287 da Girgenti vi passò
Giberto , postulato dal capitolo e da O-
norio IV confermato. Giovanni gli suc-
cesse nel 1294. Filippo eletto dal capi-
tolo, lo confermò nel 1 3 1 2 Clemente V.
Filippo de s. Mango del 1 323. Dopo sede
vacante notabile, Benedetto XI 1 nel 1 34o
riconobbe Tommaso de s. Mango nomi-
nato dal capitolo, di cui era arcidiacono,
e come il predecessore fu tumulalo nella
metropolitana di Salerno. Giacomo crea-
to nel i386 da Urbano VI, sotto Boni-
facio IX fu reggente della penitenzieria,
e mori nel 1399. In questo vi fu traslalo
dall'arcivescovato di Durazzo Giovanni
Bonifacio de Panella napoletano, e nel
i4o5 passò a Muro; ma sembra intruso
come partigiano de' due antipapi Cle-
mente Vile Benedetto XIII. In detto an-
no da Muro vi fu trasferito Guglielmo,
indi neli4'0 deposto da Gregorio XII,
che gli sostituì Giacomo. Ma Giovanni
XXI 1 1 eletto contro l'alt ro Papa, nel «4i 2
gli surrogò Baldassare del Giudice ca-
nonico di Rossano. Martino V elesse Gio-
vannelio Panella Caracciolo napoletano,
nel 14 18 traslalo ad Anglona; ed insita
vece nominò l'uditore di Rota Tommaso
de Berengari. Fatto neh 4*23 arcivescovo
di Cosenza, lo fece iuccedere da Bernar-
do o Berardo Caracciolo napoletano. Nel
i4^5 da Cosenza venne in questa sede
FrancescoTomacelli napolelano.Da quel-
la di Cavaillon Eugenio IV neh 439 vi
trasferìBartolomeo.Neh44,Mase"°Mir-
to abbate di s. Giovanni a Piro. Nel r4t>2
Francesco Conti suddiacono e protonota-
VAL
rio apostolico, e viveva nel r 4^7 r . Fran-
cesco Berlini lucchese, chiaro per sapere
e prudenza, fu lega lo al duca di Borgogna
e morì nel i47^. In questo fri fatto am-
ministratore il cardinal Auxia di Pog-
gio (V.). Nel i483 Lodovico Podocutc-
ro (P.)t indi cardinale e arcivescovo di
Benevento neli5o4< Nello stesso ebbe in
commenda il vescovato il cardinal Luigi
d'Aragona (V,). Si dimise nel 1 5 1 4 e ne
divenne vescovo Vincenzo de Galeotti
patrizio napoletano, già vescovo di Squil-
late. Rinunziò nel 1 522, e fu fatto ammi-
nistratore il cardinal Lorenzo Purcl(P\).
Neh 523 con diritto di regresso rassegnò
la chiesa commendata a Tommaso vesco-
vo di Trivento, il quale ritenne la sua se-
de e si ritirò neh 53 I. In questo Clemen-
te VII nominò amministratore Enrico
LolTredi nobilissimo napoletano, e per-
venuto all'età canonica diventò vescovo
effettivo; intervenne al concilio di Tren-
to, e morì in Napoli nel 1 347. I» tale au-
no ne prese l'amministrazione il cardinal
Francesco Sfa mirali (A'.), il cui (iglio le-
gittimo fu poi Gregorio XI V nonnato. Nel
i549 oM successe nell'amministrazione
il cardinal Girolamo Perallo(P.)} il qua-
le neh 553 la rassegnò al cardinal Paolo
Emilio P^erallo (P.). Nel 1074 vescovo
Lorenzo Belli romano, sepolto in Roma
nella chiesa d'Araceli nel 1 586. In que-
sto Sisto V nominò il suo concittadino
Lelio Morelli di JMontalto, al quale col
breve A timone t nos, de' i 7 luglio, presso
l'Ughelli, per l'inclemenza dell'aria di
Capaccio e sue rovine, noti che pe'Iadro-
ni che l'infestavano, concesse di trasferire
la sua residenza in Diano, alla quale ac-
cordò le prerogative di città, coojo luogo
nobile, salubre, popolato e abbondante
di vettovaglie, ove già era istituito il se-
minario; di più era vi l'archivio della cu-
ria vescovile, diverse case religiose, 5 chie-
se parrocchiali e fra le quali l'insigne col-
legiata di s. Maria Maggiore, ove in gran-
de venerazione il corpo del h. Coni, l'epi-
scopio decente e conveniente, sommità*
V A L 53
stralodai marchese e popolo di Diano.
Senza pregiudizio della cattedrale di Ca-
paccio e di sua sede vescovile, trasferì il
capitolo nella collegiata di Diano per l'uf-
fiziatura, provvedendo al culto divino
per quella di Capaccio. Nel 1 609 da Ca-
rinola vi fu tramato Giovanni Vitelli na-
poletano, morto nel seguente anno e se-
polto nella chiesa de' cappuccini di Sala.
Nel 1 6 1 1 da Belcastro vi passòPietro Mat-
ta de Haro nobile spaguuolo teatino, ze-
lantissimo pastore, visitò la diocesi, fu e-
sempio di pietà, ed approvò la congrega-
zione de'sacerdoti istituita iu Laurino, per
cooperare al vescovo nella salute dell'a-
nime. Nel 1627 Fraucesco M.a Brancac-
ci (/'".), poi cardinale dottissimo. Trasferi-
to a Viterbo, nel 1 63 5 gli successe Luigi
Pappacoda napoletano , poi vescovo di
Lecce nel 1639. In questo da Vulturara
vi passò Tommaso Carafa napoletano de*
duchi di Telese , lodato per prudenza e
altre viriti, in Laurino celebrò il sinodo
nel 1 649,e fu sepolto in Salerno. Nel 1 665
Camillo d'Aragona del ramo di Tricarico
delto volgarmente di Ragona,traslatoda
Acerno, benemerito paslore,morto in Sa-
la e deposto nella chiesa di & Pietro, a cui
il predecessore avea eretto una mirabile
torre campanaria. Nel 1677 Andrea Bo-
nito de'duchi dell'Isola principi di Casa-
pesella, della congregazione dell'oratorio
di Napoli, visitò la diocesi, riparò la catte-
drale, elesse per sua residenza Sala, cit-
tà coll'insigne collegiata di s. Pietro che
abbellì; molli edilizi in vari luoghi della
diocesi eresse, restaurò i palazzi vescovili
di Capaccio Nuovo e di Sala; mori in
Napoli e fu sepolto nella chiesa de' suoi
filippini nel 1684. Gio. Battista Pace no-
bile napoletano in detto anno gli suc-
cesse , canonico della metropolitana di
Napoli, fervoroso missionario e facondo
predicatore, eruditissimo e virtuosissimo,
morì in patria e fu tumulato nella chie-
sa del sodalizio della ss. Croce. Nel 1699
Vincenzo Cordoni patrizio napoletano»
canonico della metropolitana, zelante e
54 VAL
j)jo predicatore nelle missioni, intrapre-
se la visita difficile pe'luoghi della dioce-
si; e morendo ih Oppido V allis Novi die
8 novembris i yo3 Imma iris rebus ereplus
est. Nel i 704 Francesco Paolo Nicolai pa-
trizio d' Altamura, ebbe una controver-
sia giurisdizionale co'ministri regi, e quin-
di fece dare le missioni per la diocesi cbe
visitò diligenlemenle. Nel 1708 rifece la
cattedrale con molto dispendio , e con
grande fatica formò in Sala l'archivio
vescovile nell'edilìzio da lui eretto; altra
casa costruì in Vallis Novi per uso de*
vescovi, ed ampliò quella fabbricata dal
cardinal Brancacci in Pialle Diani. Nel
1716 traslato all'arcivescovato di Conza,
gli successe nel 1 7 1 7 Carlo FrancescoGio-
coli o 0 Iaconi , di s. Arcangelo diocesi di
Angiomi, trasferito da s. Severo. Fece
predicare la parola di Dio nella diocesi,
la cui visita tosto intraprese , adornò la
cattedrale, restaurò l'episcopio di Sala e
l'ampliò. Introdusse le monacbe di s. Te-
resa, sotto gli auspicii di s. Caterina, nel
monastero in oppido Corinoiorwn seu
Fallis Novi, ed altro eresse in Siciniano,
e pieno d'amore per la sua chiesa la go-
vernò con zelo. Con questo vescovo 1' /•
talia sacra termina la serie de'pastori di
Capaccio, e ne cominciano la continua-
zione le Notizie di Roma, colle quali la
proseguirò e compirò. Nel 1724 d. Ago-
slino Odoardi monaeo cassinese napole-
tano. Neil 742 Pietro Antonio Raimon-
di, di Cutro diocesi di s. Severina. Nel
1768 Angelo M." Zuccari, d'isola dioce-
si di Soia. Dopo lunga sede vacaute, nel
1804 Filippo Speranza, di Laurilo dio-
cesi di Capaccio, traslato da Guardia Ai-
fiera. Nel 1 835 Michele barone di Sa-
gnano arcidiocesi di Salerno, per molti
anni parroco di Oscali e d'altre cure, ed
incaricalo di più affili ecclesiastici. Gre-
gorio XVI, che lo avea preconizzato, per
sua morte nel concistoro de* icj giugno
1 8j3 promulgò successore Giuseppe d'A-
lessandro d" Aj scoli di Puglia, già professo-
ic di quel se in mai io , cauomeo teologo
VAL
della cattedrale, indi arciprete e 3." di-
gnità della medesima colla cura delle a-
nime, e poi arcidiacono i." dignità, pro-
vicario generale <T Ascoli e di Cerinola,
Jodatissimo in tutto. 11 medesimo Gre-
gorio XVI nel concistoro de'24 novem-
bre i845 trasferì mg.' d'Alessandro al
vescovato di Sessa, e promulgò vescovo
di Capacccio mg.' Gregorio Fistilli di
Rossano, già lodalo curato di più par-
rocchie, canonico curalo della pallia me-
tropolitana, professore del seminario nel
gius pontificio e nella teologia morale e
dogmatica, non che rettore del medesi-
mo, esaminatore pro-sinodale, dotto, pru-
dente, probo e di molta esperienza. In se-
guito rinunziò il vescovato di Capaccio
al regnante Pio IX. Dopo sede vacante,
considerando il medesimo Papa Pio IX,
che nella città di Capaccio nel IX seco-
lo fu trasferita l'antichissima sede vesco-
vile di Pesto, e che col volgere degli an-
ni scaduta notabilmente Capaccio e l'a-
ria del suo territorio essendo divenuta
grave e malsana, rimase a poco a poco
deserta, per guisa che il vescovo e il suo
capitolo furono per indulto della s. Sede
assoluti dall'obbligo della residenza; per-
-ciò ad istanza del re delle due Sicilie
Ferdinando li, nella provinciale! Prin-
cipato Citeriore, colla bolla Ex quo im-
perscrutabili ae terni Numinis provide ri-
da, de'21 settembre i85o (e non 22 ot-
tobre come dissi altrove), eresse la sede
vescovile di Diano, aggiungendovi l'anti-
ca cattedrale di Capaccio , già residenza
de* vescovi di Pesto, e come questo dichia-
rò sutfraganea dell'arcivescovo di Saler-
no. La munifica pietà del re operò che
il nuovo vescovato ricevesse una conve-
niente dotazione. La città di Diano, ca-
poluogo di distretto, è una lega e mezza
al sud-ovest da Sala, ei 7 da Salerno, nel-
la fertile pianura e valle del suo nome, a'
piedi del monte Motulo. E difesa da ui\
castello for litica lo, ed ha 5 chiese ornale
di superbi mausolei. Visi tiene una tìe-
ìa a' 3 giuguo. La valle di Diauo ha 8
VAL
leghe ili lunghezza, ed è bagnata dal Ne-
gro. Vi si raccoglie ogni sorla di grani,
vino e molte frutta. Nel concistoro de' i 7
febbraio 1 $5 1 il Papa dichiarò i.° vesco-
vo di Diano, Dionea, l'attuale mg/ Va-
lentino Vignone della città di Sepino dio-
cesi di Boiano, già maestro nella teologia
inorale e dogmatica, nel 1 836 fatto ar-
ciprete parroco della collegiata di s. Cri-
stina di Sepino, ed esaminatore pro-si-
nodale; lodandolo per gravità, prudenza,
dottrina, probità di costumi e per espe-
rienza ecclesiastica. Si legge nella propo-
sizione concistoriale. Diaiium regni Nea-
polilani civitas^admontis Motulis radi-
ce* aedi ficaia conspicitur , quaein suo
iiaiiLs circilcr milliari ambila mille do-
ma* pene, ci quadringenlos supra sex
mille 1 eeenset iacolas. La chiesa catte-
drale, già collegiata, è sotto l'invocazio-
ne di s. Maria Maggiore, buono edilìzio,
in cui tra le ss. Reliquie tuttora si vene-
ra con somma divozione il corpo di s. Co-
ni confessore. Vi è la cura d'attinie col
ballisterio, amministrata pel capitolo dal
decano 2.a dignità, coadiuvalo da'G man-
sionari. 11 capitolo si compone di 4 di-
gnità, lu 1 .' delle quali è l'arcidiacono, di
1 4 canonici, comprese le prebende del teo-
logo e del penitenziere, di 6 beneficiali
o mansionari, e di altri preti e chierici per
l'utliziatura divina. L'episcopale palazzo
per decente abitazione del vescovo prò'
pc calhedralem non desunt, sed juxttl
memora tas bullas erunt quameito re-
pciendae et ampliandae. Oltre la catte-
drale , nella città vi sono altre 4 chiese
parrocchiali col s. fonte, un convento di
religiosi e un monastero di monache, al-
cuni sodalizi, due monti frumeutati ed
il seminario. Secondo il prescritto dalla
bolla doveasi edificare 1' ospedale. Ogni
nuovo vescovo è tassato ne'libri della ca-
mera apostolica in fiorini 2 3o, ascenden-
do le rendite della mensa a 3 100 duca-
ti, coli' obbligo al vescovo di mantenere
nei semi uà rio ^c\ì\ev\c\ xicinianenscs: La
diocesi si esteude per circa 5o miglia, e
VAL
55
contiene 3o oppida uoniinati nella bol-
la di erezione.
Inoltre il Papa Pio IX colla bolla Cuni
propter jusliliae dilectionemì de' 16 lu-
glio 1 85 1, formò la nuova diocesi di Ca-
paccio e Vallo, e questa 2/ città sostituì
per sede residenziale a Capaccio, dichia-
randola come l'antica suffraganea del-
l'arcivescovo di Salerno. Vallo città del
regno di Napoli, capoluogo di distretto e
di cantone, il quale contiene il distretto
ilei suo nome e quelli di Lamino, Lati-
tilo, Torre Orsaia, Camarolta, Pisciot-
la,Pollica,Castellabtte,TorchiaraeGioia,
giace in una pianura fra' mutiti, donde
sgorga il torrente Palisco, che si unisce'
all' Alento presso la foce, sotto clima tem-
perato. E' distante 1 1 leghe sud-est da
Salerno. Deue fabbricata e con parecchi
belli edilizi, tra'quaii il palazzo governa-
tivo, ch'ebbe moderni abbellimenti, e la
bella cattedrale già collegiata; un super-
bo convento di domenicani con chiesa
di buono stile, il conservatorio delle zi-
telle. Vi si trovano varie concie di pelli
comuni e fine. Il territorio principalmen-
te è fertile di grano, vino e frulli. Que-
sta città esisteva al tempo de'romani. Ri-
porta il u.°26i del Giornale di Roma
dei 1 85i . » Innalzato il comune di Vallo
in Principato Citeriore. a sede episcopale
della uuova diocesi di Capaccio e Vallo,
vi giungeva nel giorno io ottobre i85i
monsignor Mai ino Paglia arcivescovo
metropolitano di Salerno (nella qual se-
de per sua morte a* 21 dicembre 18^7
gli è succeduto il rispettabile mg.r An-
tonio Salomone d'Avellino, traslato da
Mazzara ), delegato all'esecuzione del-
l' apostoliche bolle. In così solenne oc-
casione amò di accompagnarlo l' egre-
gio maresciallo di campo commenda-
to r Palma , comandatile territoriale de'
due Principati Citeriore e Ulteriore. Non
è a dirsi la gioia, la gratitudine e la pietà
religiosa mostrata da tut'.a quella popo-
lazione, così nell'arrivo de'prelodati mg.1
arcivescovoe maresciallo di campo, come
56 VAL
nel giorno di domenica 12 di detto me-
se, in cui la parrocchiale chiesa di s. Pan-
talone martire fu a cattedrale della dio-
cesi novella pomposamente inaugurata.
V intervennero il sotto-intendente e gli
altri funzionari locali; la guardia di pub-
blica sicurezza e gii urbani vi prestarono
servizio, restando pure in bella mostra
Sotto le armi. Il suono de'sagri bronzi, i
musicali concertai continui spari, gli spor-
ti e le finestre decorati di drappi, le ca-
se bellamente illuminate nelle sere , gli
echeggiami evviva alla Santità del Ponte-
fice ed alla Maestà del Re,ed infine la som-
ministrazione di molle limosine a' pove-
relli,resero qne'giorni di perpetua rimem-
branza negli annali di Vallo. I sagri riti
cominciarono colla lettura delle pontifi-
cie bolle, proseguirono colla investitura
e col giuramento de'canouici e de'man-
sionari del nuovo capitolo. Una elegan-
te e ben adatta orazione, proferita dal
teologo d. Domenicantonio Ronsini, ac-
crebbe Io splendore di quella funzione,
che terminò col canto dell'inno Ambro-
gino e colla benedizione che il prelato
dall'altare fece discendere sopra una nu-
merosa popolazione genuflessa e pietosa-
mente raccolta. Non è a tacersi degli o-
maggi e de'rendimenti di grazie da'quali
furono accompagnati al loro partire il di
seguente mg/ arcivescovo e il marescial-
lo Palma, uè delle manifestazioni del-
l'immensa gratitudine di quegli abitanti,
che pel di loro organo indirizzavano al
Sommo Pontefice ed al Re N. S. per co-
tanto pregevole e luminoso beneficio alla
loro patria conceduto". Nella 1." propo-
sizione concistoriale: Cathedralis Eccle-
siae Caputaqueu. et Vallea. , si legge lo
stato della diocesi e di Vallo. Caput A-
quii cù'itas, et vetcris ejusdem nomini*
ch'itati labeiile saeculo XI f dircplaei
atque ab hostibus penitus cvtrsae sufj'e-
< taluni prae&tQ numquain habucriteai
fjuac prò Episcopali resideulia) a/que
{{<■( ot e. opportuna et necessaria esse de-
Li ut omiii/10, factum est, ut per builus
VAL
Cum propter, hujusce Episcopati^ Se-
des constitutafuerit in Oppido vulga-
ti/zi nuncupalo Vallo, Wide UH nomen
deinceps Caputaquen. et Vallen. juxla
recensilas bullas. Falli itaque oppidum
civitatis Episcopalis titulomodo conde-
corata parimi a maris lilorc distans,
medio in loco fere est ab extremis hodier-
nae Caputaqucnsis dioecesis finibus ■, ad
lioram Salernitani sinus , optimis coti'
fiala domibns, quas sex mille pene in*
habitant cives. La cattedrale sotto 1' in-
vocazione di s. Pantaleone martire è un
ottimo edilizio in eccellente condizione,
ha la cura d'anime col battisterio, essen-
done parroco l'arciprete 2. a dignità, coa-
diuvato da 6 mansionari. Il capitolo si
compone delle due dignità, lai." dell'ar-
cidiacono e la 2/ dell'arciprete, d'altri
io canonici comprese le prebende teolo-
gale e penitenziale, di 6 beneficiati o man-
sionari, e di altri preti echierici inservien-
ti a'divini uffizi. L'episcopio è sulììcieute-
mente ampio e comodo. Nella città di
Vallo vi- sono 3 altre chiese parrocchiali,
due conventi di religiosi, un conservato-
rio di oblate, 7 sodalizi. Seminai inai in-
ierea donec in Valicasi ch'itale quoad
cilius fieri possit erectumfuerit, in oppi-
do vulgatim Novi^yro universa Caputa-
quensi et Valicasi dioecesi provisorio
ad clericospiclatc et literis instiluendos
palebitj hospitale autemì et monti s pie-
talis desiderantur. Ogni vescovo è tassa-
to ne'libri della camera apostolica in fio-
rini 3oo, ed i fruiti della mensa ascendo-
no a circa 5ooo ducali nonnullis oneri-
bus gravali. La diocesi è ampia e contie-
ne molti luoghi. Il Papa nel concistoro
de' 18 marzo i852 colla pi efata proposi-
zione preconizzò vescovo di Samosata in
par ti bus e amministratore della chiesa di
Capaccio e Vallo, mg/ Vincenzo M.a ìMa-
1 oldo della congregazione del ss. Reden-
tore di Muro, già vescovo di Trapani,
che lodevolmente governò. Per sua mor-
te , lo stesso Papa Pio IX nel concistoro
de'23 marzo 1 85 J dichiaro i.° vescovo di
VAL
Capoccio e Vallo l'odierno mg.r Fran-
cesco Giampaolo di Ripa limosa ni diocesi
di Boianoj già arciprete curalo in patria,
previo concorso, esaminatore prosinoda-
Je, encomiandolo per dottrina , gravità,
prudenza, di probi costumi, istruitissimo
delle cose ecclesiastiche. Pel funestissimo
e doloroso terremoto del regno di Na-
poli, avvenuto dal 16 al 17 dicembre
1857, in cui morirono 9237 individui,
oltre 1 35g feriti, principalmente patiro-
no indicibili calamità le provincie del
Principato Citeriore, e più assai di Ba-
silicata colla sua capitale Potenza quasi
annientata, e Alarsi co Novo in cui cad-
dero due terzi degli edifizi. Molto solFri-
rono Sala e Diano; i minori guasti nel-
la stessa provincia del Principato Cite-
riore li patì Vallo, ove cadde il piccolo
campanile di s. Caterina, e vari edifizi
restarono lesionali.
YALLOMU?xQSkXE}MonialesCon-
grcgationisf'allisUmbrosae. Ne fu fon-
datrice la b. Umiltà di Faenza di nobile
famiglia, nata nel 1226 circa e chiamata
nel battesimo Rosana, nome che secondo
il LJapebrochio, presso Bollandus adii
Maij, le fu imposto a riguardo della con-
tea di RosanooPiossano, situala tra Par-
ma e P»eggio, giusta il costume d'alcuni
italiani, che prendono il nome dal paese
o dal luogo d'onde traggono la loro o-
rigine. Ma ilp. Helyot osserva, che questa
non fu certamente la ragione onde santa
(com'egli la chiama, ed egual titolo le
dà il dotto can. Strocchi nella Serie deJ ve-
scovi Faentini, ma nel martirologio val-
lombrosano è detta beata) Umiltà fu da-
to il nome di Rosana, poiché nacque el-
la in Faenza città di Romagna. Suo pa-
dre Altimonte, ch'era gentiluomo della
medesima, e sua madre Richilda, furono
grandemente solleciti della di lei educa-
zione. Fino da'più teneri anni fu dedita
all'orazione e alla contemplazione, e ne-
mica de'diverlimenti familiari alle vergi-
nelle sue pari. Inoltre sommamente ab-
boniva tutte le vanità, tanto confapenti
VAL 57
al genio del suo sesso; e quanto più. cre-
sceva in età, tanto maggiori sperimenta-
va nel suo cuore gli elTetti della grazia,
la quale rendendola oltremodo disgusta-
ta del mondo ed affezionata alla solitu-
dine, la fece risolvere a domandare a'suoi
parenti licenza d'abbandonare il secolo
per interamente consagrarsi a Dio colla
professione religiosa. A tale elfetlo porse
loro le più cnlde suppliche, ma essendo
ella l'unica loro prole, i genitori già a-
vevano stabilito di maritarla; onde inve-
ce d'esaudire le sue domande, la fecero
di ligen temente guardare,temendo che po-
tesse loro malgrado involarsi per entrare
senza loro saputa in qualche monastero.
Avendo l'imperatore Federico II stretto
d'assedio Faenza, e ridotta a rendersi a
lui nel 1241, un parente di quel principe
colto dalla bellezza di Rosana la chiese
in isposa; ma ella rispose, che solo Gesù
Cristo era il suo sposo. Morti poi i geni-
tori, fu costretta ad ubbidire a'suoi tu-
tori, onde si congiunse in matrimonio con
Ugo o Ugolotto Caccianemici gentiluo-
modi Faenza, e divennemadre di nume-
rosa figliuohinza, altri dicono di due figli
morti dopo avere ricevuto il battesimo.
Dopo aver passati insieme 9 anni , pro-
pose al suo marito di separarsi e d' osser-
var la continenza, ma Ugolotto non vol-
le convenirvi. Iddio però permise, che
essendosi egli ammalato, i medici l'assi-
curarono, che per ricuperare la perduta
sanità e conservarla, non eravi altro spe-
diente che il vivere continente, e che di-
versamente operando correva manifesta'
rischio di presto morire; per cui Ugolot-
to a'desiderii della moglie fu costretto a
condiscendere. A meglio effettuare la sua
risoluzione, vestì l'abito religioso nel mo-
nastero di s. Perpetua presso Faenza, ch'e-
ra dell'ordine de' canonici regolari di s.
Marco di Mantova (ed ora di s. Girola-
mo de'minori osservanti riformali), as-
sumendo il nome di Lodovico, col qua-
le è veneralo per beato, come afferma No-
vaes. E come questo monastero era di
58 V A I*
doppia e separata abitazione, Rosalia pa-
rimenti s'aggregò alle religiose o canoni-
cltesse dello stesso ordine, ove inula il suo
nome in quello di Umiltà; uè volendoche
la sua umiltà consistesse nel solo nome,
ma che fosse di continuo stimolo all'e-
sercizio di tale vii tu , s' impiegò ne' più
vili ministeri del monastero. Indi a qual-
che tempo stimolata da un interno desi-
derio alla solitudine, partì dal monaste-
ro e si rinchiuse in una cella vicino alla
chiesa di s. Apollinare, dipendente dal-
l'abbazia di s. Crispino della congrega-
zione de' Vallomb rosani (^.). Vi dimo-
rò rinchiusa per 12 anni, menandovi vi-
ta continuamente austera e penitente, ci-
bandosi di solo pane e acqua, soltanto ag-
giungendo nelle feste solenni alcune erbe
amare. La sua astinenza era così rigorosa,
che nudrivasi una sola volta il giorno con
3 oncie di pane. Vestiva continuamente
di cilicio, ed i suoi corti sonni sulla uu-
da terra prendeva; macerava il suo cor-
po con non comuni mortificazioni, poi-
ché ogni giorno ne inventava di nuove.
Impiegava poi tutto il giorno e buona
parte della notte nella preghiera e nella
meditazione. Molle divote donne conce-
pirono la vocazione d' imitarla e di re-
stringersi dentro alcune celle, che intor-
no alla sua fabbricarono. Essendo ciò
giunto a notizia del vescovo di Faenza
(l'encomiato can. Shocchi dice che il mo-
nastero eretto in patria da s. Umiltà, fu
a teaipodel vescovo Loltieri della Tosa,
ina questi fu fatto vescovo nel 1287; laon-
de per quanto continuerò a dire col p.
Helyot, il monastero delle vallombrosa-
ne di Faenza sembra rimontare ad epo-
ca anteriore al vescovato del Lollieri), e
di molte altre persone pie, la stimolaro-
no a voler la sua clausura abbandonare
per fabbricare un monastero. Quello che
più d'ogni altro la persuadeva a lasciar
il suo ritiro fu d. IMebano generale del-
l'ordine di Vallombrosa. Uscì ella adun-
que dalia cella e fabbricò in Faenza il mo-
nastero dedicato a s. Giovauui E vango*»
VAL
lista, in un luogo detto s-. Maria Novella
alla Malta, vicino a porta delle Chiavi.
Radunò in poco tempo molte discepole,
le quali vollero vivere a lei soggette. Fe-
ce quindi loro praticare la regola di s. Be-
nedetto, e le osservanze dell'ordine di Val -
lombrosii, soggettando il suo monastero
alla giurisdizione del generale del mede-
simo online, a cui ella promise ubbidien-
za , onde le monache furono chiamate
7 allo mbrosa ne. Iddio l'avea dotata d'un
raro talento per governare le religiose sue
figlie: soddisfaceva agli obblighi di stipe-
ritira con una meravigliosa prudenza, ed
era a lei per divina rivelazione manife-
sto quanto passava nel cuore delle sue
monache, come ne fa fede la correzione
che fece ad una di esse per un peccato,
che avea per rossore in confessione taciu-
to. Dopo aver governato il monastero di
Faenza per alcuni anni, si portò a Firen-
ze, ove col consenso di Valentino II ge-
nerale de' vallombrosani eresse un altro
monastero, le cui fondamenta furono get-
tate nel i 282, e la chiesa fu consagrata dal
vescovo di Firenze nel 1297. I miracoli
dalla b. Umiltà operati, resero celebre il
suo nome: trasse dalla morte un fanciul-
lo, ed alla primiera salute molti infermi
restituì. Ebbe ancora il dono ili profezia;
e quando un gentiluomo della città si
portò ad ascoltare i suoi consigli, ella lo
avvertì di accomodar le cose di sua co-
scienza, poiché Dio avea determinato la
sua morte nel seguente venerdì santo, co-
me in fatto avvenne. Giunta finalmente
ad una estrema vecchiezza, malgrado la
sua vita penitente ed austera, della quale
giammai non moderò il rigore per lutto
il tempo che visse, rimase da pericolosa
malattia oppressa, della quale morì a'22
maggio i3 10, altri pretendono a'i3 di-
cembre, d'anni 84 e più. Fu sepolta nel-
la chiesa di s. Giovanni Evangelista po-
sta fuori di Firenze, dalla beata edificata
nel dettoi282. Ma dipoi i fiorentini te-
mendo che le truppe di Papa Clemente
VII, collegate con quelle dell'imperato-
VAL
re Carlo V, stringessero d'assedio la lo-
ro città, volendo (juesta forli Picare, fece-
ro atterrare il suburbano monastero e la
chiesa, da dove l'annata nemica avrebbe
potuto molestarli. Fu allora il corpo del-
la beata fondatrice delle vallouibrosane
trasferito in un monastero della città, die
fu assegnato alle monache e vi dimoraro-
no sino al i 534, non già fino al 1 024 eo-
uie ripetutamente asserisce il p. Pape-
Li ochio. Indi volendo Alessandro de Me-
dici i.° duca di Firenze fabbricare la cit-
tadella di Firetize nel luogo ove sorgeva
tal monastero, obbligò i monaci vallom-
bi osarli a cedere alle monache il loro mo-
nastero di s. Salvio, che fu ad esse con-
ceduto dal generale dell'ordine; e d. Dio-
nora Macchia velli, in quel tempo abba-
dessa, ne prese il possesso, e vi fece tra-
sportare il corpo della loro fondatrice, il
quale da quel tempo in poi con quello di
s. Margherita, ancor essa di quest'ordi-
ne, come vuole il p. Helyot (ma non la
trovo nel martirologio vallombrosano),
ivi ha sempre riposato. 11 corpo della b.
Umiltà, vestito coll'abito del suo ordine
di broccato d'oro, coll'iusegne abbaziali,
si conserva incorrotto nell'altare a lei de-
dicato. Clemente XI a'27 gennaio 1720,
la beatificò con equipollente beatifica-
zione, esseudo la sua festa registrata nel
detto martirologio a'2o maggio, col no-
me di vedova e fondatrice delle vallom-
brosaue.La Fila della b. Umiltà diFaen-
za, scritta in italiano da Ippolito Carbo-
ni, fu stampata in Firenze nel 1624. Si
ha pure di d. Ignazio Guiducci la Vita
di s. Umiltà da Faenza, abbadessa e
fondatrice delle monache dell'ordine di
f ' allombrosa. Altra ne scrisse il Brocchi
nelle sue l'ite de 'santi fiorentini, 1. 1, p.
293, oltre a quella de' Bolla /idi s ti e ri-
portata da essi a'22 maggio. Il monaste-
ro di Faenza dalla b. Umiltà altresì fon-
dalo, essendo esposto agl'insulti delle mi-
lizie per essere situato fuori della alta,
il Papa Alessandro VI con breve de' 12
luglioiSoi pei mise che bi trasferisse deu-
VAL 59
tro di essa, nel luogo ov'era anticamente
situato quello di s. Perpetua, che essen-
do stato abbandonato non meno da' ca-
nonici regolari, che dalle suddette loro
canoniehesse, era stato diroccato, e fu de-
nominato s. Umiltà. Apprendo dal cano-
nico Strocchi, che il vescovo di Faenza
Battista de'Canouici, in conseguenza del
breve pontificio, con decreto del suo vi-
cario generale de'7 marzo 1002 conces-
se alle monache vallouibrosane di erige-
re in un luogo del priorato di s. Perpetua
della congregazione di s. Marco di Man-
tova il monastero; poiché il precedente
posto fuori della città era stalo totalmen-
te distrutto da' faentini, in occasione di
guerra e forse prima dell' assedio fatto
da Cesare Borgia duca Valentino. Av-
verte il p. Helyot, che pretendono alcu-
ni autori essere l'origine delie valloui-
brosane mollo antica, facendola derivare
dal 1 1 00, altri per contrario fissandola al
1 153. La più comune opinione però è
ch'esseabbiauo avuta per fondatrice sali-
ta Umiltà. Questo è il titolo che leda il
Guiducci ; e Buceiino nel suo ftlenologio
de santi dell'ordine di s. Benedetto, di-
ce ch'ella è slata la 1 ." islitutrice delle re-
ligiose di quest'ordine; quindi non poti-
no esse riconoscere più antico principio,
come i suddetti autori pretendono, poi-
ché la beata nacque nel 1 226, ed io ag-
giungerò la testimonianza irrefragabile
del martirologio vallombrosano, in cui
viene riconosciuta da'vallombrosani,/l/o-
nialium ordìnis nos trifnndatricis, e per-
ciò non ne fu autore il foudatore dell'or-
dine s. Gio. Gualberto come opinarono
alcuni. Queste monache adottarono V i-
stesse osservanze de' monaci vallombro-
sani, ed in Italia giunsero ad avere circa
1 o monasteri, e s. Berta era di quest' or-
dine, secondo il p. Helyot, ma non ricor-
data dal citato martirologio. Alcuni pre-
teudonoche fondasse il monastero di Ca-
viglia, ed altri che fosse soltanto richia-
mata da un altro monastero dal b. Gual-
do geueraie dell'ordine, acciò ne fosse su-
6o VAL
perfora. Le vallombrosane e l'ordine val-
lombrosano annoverano ancora tra' loro
sunti, senza farne menzione il proprio
mai tirologio, s. Verdiana, la quale dimo-
iò 3o anni rinchiusa; ma il terz'ordinedi
s. Francesco la pretende sua, e ne fa l'uf-
fìzio doppio ih." di febbraio. Il medesi-
mo martirologio neppure registra la b.
Giovanna, della quale abbiamo il Rag'
guaglio istorico della b. Giovanna da
Siena romita Frallombrosanai Fi ten-
ie 174°- Vestivano le vallombrosane di
nero, usando larga e lunga cocolla, co-
prendo il capo con lungo velo bian-
co, con sopra altro velo nero assai più
corto. Il p. Bonanni nel Catalogo del-
le vergini a Dio dedicate , a p. 98, ri-
porta la figura della monaca vallom-
brosana, e nel parlare delle religiose, ol-
treché ne ignora la fondatrice, dicendo
incerto chi fos<e lai." ad abbracciare l'i-
stituto, ripete l'errore del p. ab. Franchi,
che scrisse nella vita di s. Gio. Gualber-
to, che il 1 ." monastero fu quello dell'ab-
bazia di s. Maria in Galilea, nel territo-
rio di Lumello presso Pavia circa il 1 1 00;
e l'altro che il p. Lucalelli nella vita di s.
Bernardo 7.0 generale dell'oidi ne, asseri-
sce la più antica memoria delle vallom-
brosane risalire ali 1 53, per essere stata
data al p. Gualdo 9.0 generale la cura di
riformare il monastero di Cavriglia nel-
la diocesi di Fiesole, allora rilassato nel-
l'osservanza,e ch'egli vi mandò la b. Berla
monaca benedettina del monastero di s.
Felicita di Firenze, la quale eletta abba-
dessa, col suo esempio indusse l'altre ad
abbracciare l'abito e la riforma dell' or-
dine vallombrosano (della b. Berta si trat-
ta nel iMcnologiuiìi Bcnediclinum^ e nel
libro del Wion, Ligiium vitae). Da ciò
volersi argomentare, che nel monastero
eli s. Felicita era già introdotta la detta
riforma monastica. Il medesimo p. Luca-
lelli riferisce, che l'abito nel principio fu
di lana mescolata parte nera e parte bian-
ca, cioè bigio; ma perchè questa si varia-
va secondo la qualità de'eolori, un capi-
V AL
loto generale determinò, che tutti i mo-
nasteri vestissero di color nero come i be-
nedettini; e per tale cagione anche le mo-
nache hanno la tonaca legata, lo scapola-
re sciolto, e nelle funzioni ecclesiastiche la
cocolla del colore medesimo, con velo dop-
pio in capo, il superiore nero e l'inferio-
re bianco, siccome si usa quasi comune-
mente dalle monache d' ogni istituto. I
F 'allonibrosani ", al modo narrato nell'ar-
ticolo, dopo la morte del s. fondatore eb-
bero per più d' un secolo delle converse
o suore, le quali non hanno ninna rela-
zione colle monache vallombrosane. Pre-
sentemeule le monache vallombrosane
esistono nc'monasleri di s. Umiltà diFaeu-
za, di s. Verdiana di Firenze, di s. Gior-
gio pure di Firenze, e di s. Girolamo in s.
Gemignano nel Sanese. Scrissero delle
monache vallombrosane: il p. Annibali
da Latera, Compendio della storia degli
ordita regolari esistenti, t. i,cap. 18:
Delle Monache Vallombrosane ;ed il
p. Helyot, Storia degli ordini monasti-
ci, t. 5, cap. 29: Delle religiose del-
l'ordine di Vallombrosa colla vita di s.
Umiltà loro fondatrice.
VùLLOMBROSANl^ongregationis
Vallis Umbrosae ordmis s. Denedicti.
L'ordine di Vallombrosa ebbe per fon-
datore s. Giovanni Gualberto (F.) nato
nel 981, il di cui padre Gualberto de'Cis-
domiui era nobile fiorentino signore di
Petroio in Val di Pesa, ricco e potente
cavaliere. Il p. Helyot dice che traeva
l'origine da antica famiglia, la quale, poi-
quanto si pretende , riconosceva il suo
principio da Bonacorso Bisdomini, il qua-
le era stato fatto cavaliere dall'imperato-
re Carlo Magno. Il vallombrosano p. ab.
Davanzali narra, che questa famiglia si
disse ancora de'Visdomini, cioè Vicedo-
mini, perchè essendo ella numerosa e po-
tente, nella vacauza degli arcivescovi di
Firenze restavano padroni tutelari e di-
fensori del vescovato. Si dissero parimen-
te per la loro gran potenza de'B ^domi-
ni, cioè due volte Signori, come vuole lo
VAL
storico Pietro Monaldi, il quale fa tale
famiglia oriunda da Rooia, di dove eb-
be origine dalla stirpe di Catilina; poiché
essendo stala scoperta in lloma la famo-
sa di lui congiuro contro la patria e con-
tro il console Cicerone, due suoi congiun-
ti fuggirono, uno si ritirò nell' Umbria e
quivi si fermò, I' altro in Firenze , pren-
dendo ambedue il casato di Disdotnini per
essere polentiegransignoii.La madre del
santo fu Camilla della stirpe del marche-
se Ugo duca di Toscana, e nipote di Ugo
re d'Italia. Gualberto ebbe due figli, Ugo
e Giovanni. Essendo stato ucciso da un
loro congiunto Ugo, il padre sebbene di
spirili risentiti, per l'avanzata età non po-
tendo colle proprie mani vendicare il fi-
glio, con istimoli e forse minacele ne com-
mise l'esecuzione a Giovanni figlio super-
slite. Questi sebbene per natura non in-
clinato ali'eiFusione di sangue, nondime-
no gl'impulsi paterni, anche per punto
cavalleresco, lo fecero risolvere alla ven-
detta. Perciò armatosi, andò in traccia
dell'omicida accompagnalo da' suoi scu-
dieri, e avendolo trovato in giorno di ve-
nerdì santo in un luogo talmente angu-
sto, che non dava apertura di scampo
veruno al reo, mentre Giovanni snuda-
ta la spada stava per trapassargli il cor-
po, I' uccisore dell' unico suo fratello si
geltò a' suoi piedi colle mani in croce,
supplicandolo a concedergli la vita per
amore di Gesù. Cristo per ambedue cro-
cefisso e morto in quel giorno. Giovanni
ad un tratto si commosse per tale com-
memorazione , e prontamente l'esaudì.
Perciò riposta la spada nel fodero e di-
sceso di sella, abbracciò il nemico e gli
die il bacio di pace, dicendogli: Non pos-
so negarvi quello che voi mi domandate
in nome di Gesù Cristo. Vi dono non so-
lo la vita, ma la mia amicizia. Pregate
Dio che mi perdoni il mio peccato. Mos-
so quindi Giovanni da interno impulso,
invece di tornare a casa , si portò nella
vicina chiesa di s. Miniato al Monte (s.
Miniato protettore dell' illustre città ve-
VAL 61
scovile del suo nome, era un soldato ro-
mano, che ùì martirizzato a Firenze sot-
to l'imperatore Decio: il suo corpo rin-
chiuso in un'arca d'argento si custodisce
dagli Olivetani, e se ne celebra da alcuni
la festa a' 2 5 ottobre), suburbana e non
molto distante da Firenze, della celebre
abbazia de'monaci cliiniacensi, nel ioi3
eretta presso un più antico tempietto e-
dificato al santo poco lungi martirizzato
nel secolo III. Prostratosi Giovanni in-
nanzi l'immagine del tt. Crocefisso, con
abbondanti lagrime gli chiese umilmen-
te perdono della sua mala intenzione, e
gli rese grazie per averlo preservato dal-
lo spargere sangue umano. In seguo di
gradimento dell'atto cristiano fatto per
amor suo, la ss. Immagine chinò visibil-
mente il capo (il p. Annibali dice che la
ss. Immagine è tuttora in venerazione nel-
la detta chiesa). Il giovane Giovanni sba-
lordito dal prodigio e vieppiù infervora-
to nell'amore pel Redentore di tulli gli
uomini , stabilì tosto di abbandonare il
mondo e le sue fallaci grandezze, e di de-
dicarsi interamente al divino servizio.
Pertanto recatosi nel contiguo monaste-
ro, si gettò a 'piedi dell'abbate cliiniacen-
se e gli domandò 1' abito monastico , il
che ottenne dopo varie e fiere contraddi-
zioni, suscitate dal demonio, e dal proprio
genitore che fece di tutto per impedire la
vocazione del figlio. Nei noviziato eserci-
tò ogni virtù, e dopo fatta la professione,
essendo morto l'abbate, gli fu sostituito
da'suffragi di tutta la comunità. Ma il san-
to virilmente s'oppose all'elezione, onde
mosse i monaci a farne altra. Intanto Gio-
vanni fu preso dall'amore della solitudi-
ne, per vivere lontano affatto da'tumul-
ti del secolo e rendersi più perfetto. In
compagnia quindi di altro religioso, parti
dal monastero di s. Miniato, e passati in
diversi luoghi si portarono finalmente u
Camaldoli, ove fecero lungo soggiorno. In
questo sagro eremo viveva nella contem-
plazione il patriarca de'camaldolesi s. Ro-
mualdo, del quale già era grande il no-
Gì V A L
me «Iella santità della vita, e dopo aver se-
co conferito su varie cose di spirito, e go-
duto della sua religiosa, amorevole e san-
ta convenzione, si licenziò con tenero e
vicendevole abbi accio di pace, conferma-
tisi scambievolmenle nel fervore di spi-
rito e nel servizio di Dio. Racconta il p.
Ilelyot, che il priore di Camaldoli Pie-
tro Daguino volle obbligare Gio. Gual-
berto a prender gli ordini sagri, ed a pro-
mettere perseveranza in quell'eremo, ma
si ricusò egli di ciò fare e si ritirò a Val-
Jombrosa, perchè era chiamato a vita ce-
nobitica,come dicono il p. Mabillon, Fleu-
iy e altri storici. Ma 1' ordine col quale
egli fece fabbricare il i.° suo monastero
in Vallombrosa, sembra che piuttosto dia
luogo a credere, eh' egli in principio in-
clinasse molto alla vita eremitica, poiché
lo formò quasi sul modello di Camaldo-
li, costruito colle celle le une separate dal-
l'altre, come può vedersi nel disegno che
ne diede il p. d. Diego Franchi abbate di
Bipoli nella vita di s. Gio. Gualberto, fat-
to incidere su quello già pubblicato da
Xanto di Perugia e da Taddeo Adema-
ro. Partilo dunque il santo da Camal-
doli, si portò nel Casentino a Valloni-
l>rosa, delta allora Acqua Bella, sotto le
falde dell'A pennino, lontano da Firenze
circa i 8 miglia a levante, luogo montuo-
so e rigido, dove il santo giltò la base di
sua congregazione, sotto la protezione del-
la I). Vergine Assunta in cielo e di s. Mi-
chele Arcangelo, che invocò per tutelari
della medesima, sotto la regola del pa-
triarca s. Benedetto. Innanzi di procede-
re coll'operatodal santo, mi piace farceu-
no di Vallombrosa col Repelli, Diziona-
rio gcografico-Jisico-storico della To-
scana , opera veramente classica. Val-
lombrosa o Valle Ombrosa, Vallem Uni'
brosam, nel Val d'Arno fiorentino, ce-
lebre badia sul monte omonimo, già det-
to Monte Taborra, in origine eremo sot-
to il titolo di s. Maria d'Acqua Bella, nel
popolo di s. Andrea a Tosi di Reggello,
diocesi di Fiesole, compartimento di Fi-
VAL
renze, un 4-° «*i miglio a scirocco dell'e-
remo divoto delle Celle, noto comune-
mente col vocabolo di Paradisino. Non
vi è italiano, non viaggiatore d'oltremou-
ti, il quale recandosi in Firenze per am-
mirarne le sue bellezze trascuri di recar-
si nella calda stagione al romantico mon-
te e alla badia di Vallombrosa. Il gran-
dioso suo fabbricato, che mette in mezzo
alla clausura una devola , bella e ricca
chiesa , fa contrasto alle cupe foreste ed
olle sempre verdi praterie che lo circon-
dano. Quantunque la natura selvaggia del
luogo, la tinta nerastra delle selve di a-
beli che lo fiancheggiano, alle quali an-
nosi faggi fanno corona , la caduta del-
l'acque spumeggianti del torrente Vica-
no di s. Ellero che romoreggia fra rupi
immense di cadenti macigni; l'erba ed i
fiori montani che cuoprono i tappeti di
que* prati, i colpi delle scuri che abbat-
tendo le antenne naturali degli abeti, in-
terrottamente in quel silenzio rintronano;
tuttociòoffrea chi contempla la Vallom-
brosa un aspetto di melanconica solitudi-
ne tendente al raccoglimento ed alla me-
ditazione religiosa, ed assai confacentc per
fornire materia di serie riflessioni, sicco-
me le offrì nel secolo XV al divino Ario-
sto nel suo Orlando Furioso, e più tar-
di all'inglese poeta Milton nel suo Pa-
radiso perduto. Il i.° de'quali fin d' al-
lora qualificava la badia della Vallombro-
sa : Ricca e bella , uè nien religiosa - E
cortese a chiunque ci venia. Fin dal se-
colo X il monastero di s. Ilario o Ellero di
benedettine, del castello ora villa d' Al-
fiano o s. Ellero o Ilario, col suo patri-
monio occupava tutta la selvosa monta-
gna della Vallombrosa , donata in parie
dall' abbadessa Illa nel 1039 a s. Gio.
Gualberto; avendo altresì il monastero
giuspadrouato su molte chiese e mona-
steri, con più i castelli di s. Ellero e di
Remole. Dopo la metà del secolo XIII si
trattò della riunione di questo monaste-
ro e de' suoi beni alla badia di Vallom-
brosa; indi dopo lunga opposizione me-
V A L
dinnte accordo del i 2 7 "> e del 1 268, alle
monache di s. Ellero Cu assegnato il mo-
nastero di s. Pancrazio in Fi re tue, loro
vita durante, ed ima pensione vitalizia da
pagarsi da'vallombrosani; e il monastero
ili s. Ellero fu convertito in ospizio e vil-
la de'monaci di Vullombros ». Del castel-
lo e distretto di Magnale acquistarono il
giuspadronato e le possessioni i conti Gui-
di (de'quali anche nel voi. LXXVIII, p.
55, descrivendo Modigliana,oggi sede ve-
scovile, ove si stabilì ili." loro stipite), e
mentre era della stessa consorteria il con-
te di Poppi Guido di Teudegrimo, que-
sti insieme alla contessa Ermellina sua
consorte, con atto pubblico del 1068 do-
nò a s. Gio. Gualberto de' terreni posti
nel monte Taborra sopra Vallombrosa e
ì loro diritti sul medesimo, monte oggi
detto di Secchieta, nel cui fianco occiden-
tale risiede l'abbazia. Quindi gli abbati
di Vallombrosa divennero conti di Ma-
gnale, e nominavano in loro rappresen-
tante un visconte del castello per gover-
natore e giusdicente de' popoli compresi
nel comune. In questa contea si compren-
deva la giurisdizione delle ville e tenute
di Caliliauo, che un buon monaco di Val-
lombrosa (nel cercare il paese di Pater-
no dove nel gennaio 1002 mori l'impe-
ratore Ottone 111, di che parlai in più
luoghi, come nel voi. XIII, p. 23g: alcu-
ni credono che Cariati sia l'antica Pa-
terno, sede vescovile unita a Strongoli )
pretese fabbricato da Catilina in tempo
di sua ribellione, e di Paterno di Vallom-
brosa in Val d'Arno superiore a Firen-
te. Paterno è una villa magnifica e resi-
denza dell' amministratore generale del
patrimonio di Vallombrosa, eon oratorio
di s. Antonio abbate, il palazzo essendo
stato rifabbricato da' vallombrosaui nel
1 588 , poi ampliato e grandemente ab-
bellito nel 1 840. Paterno nel 1 1 04 fu do-
nato con altri terreni, case e chiese a'val-
lombrosani dalla coutessa Imiliao Emi-
lia, moglie del conte Guido Guerra , col
consenso di questi, cou atto rogalo a Stru-
V A L 63
mi presso Poppi, coufennatorio di quel-
lo del conte Guido di Teudegrimo di lei
suocero. Il 1 .° eremo di s. Maria d'Acqua
Bella ossia di Vallombrosa, il Llepelli lo
dice gii» nel i o43 edificalo di s. Giù, Gual-
berto, nel qual anno un pio fiorentino gli
clonò alcuni beni. Infatti nel io3g, epoca
della suddetta donazione falla al santo
dalla badessa di s. Ellero, I' imperatore
Corrado il con suo privilegio confermò
a'monaci ritirali con s. Gio. Gualberto in
Vallombrosa tutti i possessi avoli d < e-^e
monache in dono, e fu probabilmente al-
lora che il santo fondatore segnò iì luo-
go per edificare la 1." badia di s. Maria
delta poi di Vallombrosa sul monte del
suo nome. Arroge a ciò gli atti pubblici
del 1068 e deli 104" già ricordati. Li ce-
lebre coutessa Matilde marchesana di To-
scana (7.) fu munifica benefattrice di
questa badia che arricchì di beni e di pri-
vilegi amplissimi, concessi alla congrega-
zione mentre era presieduta dal cardi nal
s. liei-nardo degli Uberti. Accresciuto col
fervore religioso il numero de'monaci, si
pensòa edificare nel secolo XV in Vallom-
brosa una più vasta clausura con ehiesa
più decerle. Questa fu rifalla e abbellita,
nel qual tempo fu traslatato in fondo alla
chiesa il bellissimo attico di marmo, fat-
to sotto il governo del fiorentino p. ab. d.
Filippo Francesco Melani. Il suo mona-
stero frattanto fu in più tempi e sotto il
governo di vari prelati dello stesso ordi-
ne monastico accresciuto e abbellito, enei
1640 decorato di magnifica facciala dal
p. ab. di Vallombrosa d. Averardo Mic-
colini di Firenze, ch'era stato prima ab-
bate generale della congregazione. La
struttura e la bellezza della chiesa attua-
le , la quale trionfa nel mezzo del chio-
stro, esattamente venne descritta dall'au-
tore del Piaggio pittorico della Tosca-
na. (II monastero è veramente magnifi-
co, e regolare è il vasto edilizio circonda-
to da verdi piali all'intorno, e custodito
nella parte destinata alla clausura da so-
lidissima muraglia. Splendidissimo e or*
C4 VAL
nato,non che ridondante di finissimi mar-
mi, è il bellissimo tempio). Dopo la mela
del secolo XIII fu edificalo sopra il risal-
to d'una rupe l'eremo detto delle Celle
summeutovalo, e più noto attualmente
col vocabolo di Paradisi/io, luogo in o-
gni tempo santamente frequentato, e nel
principio del secolo XIV dal monaco val-
lombrosano b. Giovanni da Catignanodi
Gambassi abitalo, sicché dall'eremo pre-
detto fu poi appellalo il b. Giovanni dal-
le Celle. II quale bealo mostrò ne'suoi ter-
si scritti come assai bene si ponno asso-
ciare santità di costumi, amore per lo stu-
dio e purgatezza di lingua italiana nello
seri vere. Inoltre quest'eremo servi di spi-
rituale espontaneo ritiro a molti altri di-
stinti religiosi della stessa congregazione
vallombrosana, i quali alia purezza del vi-
vere congiunsero l'amorealle scienze e al-
le beile arti, come fu il chiaro botanico
d. Buono Faggi, e per ultimo d. Enrico
Hugford riprislinatore in Toscana del-
l'arie della scagliola, i cui lavori tanto
pregio rendono al bel paese. Di recente
questo locale per le cure dell' abbate di
Vallombrosa p. d. Silvano Gori e del suo
camerlengo p. d. Vitaliano Corelli fu tal-
mente abbellito e resone più comodo l'ac-
cesso, che di eremo angusto e di peni-
tenza vedesi ridolto ad un vero Par adi-
sino terrestre. Questa insigne abbazia di
Vallombrosa si conservò di secolo in se-
colo divota, copiosa di monaci esemplari
non meno che cortesi e dotti , finché al-
l'invasione delle truppe francesi nel 1 808
ogni oidi ne monastico fu rovescialo, e con
esso caddero i principali santuari dellaTo-
scana. Il monastero della Vallombrosa
non solo fu vuotalo de' migliori oggetti
di belle arti, ma venne indiscretameute
dilapidato; allora la bella chiesa, ricca di
ss. Reliquie, di arredi sagri, di vasi d'ar-
gentoni tavole di pittori distinti, trovos-
si spogliala; allora la doviziosa e celebre
biblioteca di questa badia, copiosa di co-
dici, di rarissime edizioni di libri e di o*
pere pregevoli degli slessi monaci del-
VAL
la Vallombrosa, fu messa quasi a ruba
e in gran parte dispersa (alcuni preten-
dono che il meglio de'lesori inestimabili
raccolti nell'abbazia in pilline, sculture,
incisioni e codici, passò nell'accademie e
biblioteche di Firenze). Finalmente al ri-
torno del legitlimo sovrano in Toscana,
anche la Vallombrosa risorse e si ripo-
polò di monaci, in guisa che ritornando
all'antico splendore essa continua a fio-
rire all'ombra dell' osservanza della pri-
stina disciplina e della valida protezione
dell'augusta famiglia granducale regnan-
te. Chi volesse conoscere l'epoche diverse
della ié" fondazione, che alcuni col p. ab.
Soldani vallombrosano attribuirono al
ioi5 anziché dopo; chi volesse sapere l'e-
poca dell'approvazione della nuova con-
gregazione nel io55, della soppressione
nell'ottobre 18 io, e della ripristinazione
di questa badia nel gennaio 18 19, potrà
leggere l'apposita iscrizione in marmo esi-
stente sotto il portico della chiesa di Val-
lombrosa. Ho premesso questi cenni su
Vallombrosa , per migliore intelligenza
di quanto vado a narrare, principalmen-
te col p. Helyot, Storia degli ordini mo-
naslici\con le vite de' loro fondatori e ri-
formatori, t. 5, cap. 28 : De ir ordine di
Fallomorosa, con la vita s. Giovanni
Gualberto fondatore del medesimo.
11 luogo ove si fermò s. Gio. Gualber-
to reduce da Camaldoli, gli piacque per
la solitudine, e tuttora si celebra da'ueo*
grafi T amenissima pianura e i delizio-
sissimi dintorni, pel complesso di loro na-
turali bellezze , oltre 1' ubertosità delle
campagne, formate dalla natura e dal-
l'industria. Fu detto Valle Ombrosa^tfm
ragione d'una piccola valle su cui alcune
selve d'abeti, che cuoprono le montagne
vicine, stendono la loro ombra (altri di-
cono che in origine all'amena valle face-
vano iugombro e ombra un grosso nu-
mero di pini), benché nominava») Acqua
Della all'arrivo del santo , rilinmdovisi
verso iho38, secondo il p. Ileiyot. Que-
sti aggiunge, che gli storici dell' ordine
VAL
ne fissano la fondazione ne! i o 1 5, ed an-
co nel 1 01 2 al dire d'Ascanio Tamburi-
no; e pretendono che il santo fondatore
vi giungesse nel 1 008, e che dimorasse in
questa solitudine 7 anni prima di getta-
re le fondamenta del suo ordine. Ma ii p.
Helyot opina, ch'è facile convincerli del-
l'errore, contrapponendo loro a loro stes-
si; imperocché Andrea da Genova, Tad-
deo Ademaro, Eudosio Locatelli e Diego
Franchi nella vita del santo dicono av-
venuta la di lui morte, secondo l'opinio-
ne quasi da tutti abbracciata, nel 1073
in età d'anni 80, dunque nato nel 993
(dissi già col p. Davanzali , che nacque
nel 985, e perciò nel morire nel 1073, e-
gli scrive, avea 88 anni ; laonde va cor-
retto 1' anno 64 riferito nella biografia
colButler). Ciò supposto, secondo i me-
desimi autori, si ritirò dal mondo e vestì
l'abito monastico d'anni 18, ne dimorò
4 nel monastero di s. Miniato prima d'es-
ser eletto abbate: la sua elezione pertanto
pare che seguisse neh 01 5, dopo di che,
senza far menzione del tempo da lui pas-
sato a Camaldoli, si rimase 7 anni nella
solitudine prima d'intraprendere la fon-
dazione dell'ordine vallombrosano, a cui
non può aver dato principio al più pre-
sto che nel 102 3, secondo ancora il loro
calcolo. Dice inoltre il p. Helyot, farci di
più manifesto l' errore loro il motivo
ch'essi adducono della partenza del san-
to dal monastero di s. Miniato, nar-
rando che per la sua rinunzia ottenne
l'abbazia Uberto per la somma di dena-
ro sborsata al vescovo di Firenze Lam-
berto o Attone f, mentre niuno de' due
fu simoniaco: Lamberto uomo santissi-
mo aspirando alla perfezione , nel io32
rinunziò la sede e si ritirò in un chiostro;
ed Attone I suo successore fu prelato de-
gno di perpetua ricordanza per le sue
belle azioni, e per gl'insigni benefizi com-
partiti alla sua cattedrale e al monastero
di s. Minialo. Laonde all'epoca delio32,
aggiunti 7 anni dal santo consumati nel-
la solitudine, crede il p. Helyot evidente
voi. lxxxviii.
VAL 65
che il principio dell'ordine non può sta-
bilirsi che circa il 1039. La fama del san-
to tosto si sparse , e divenendo ogni dvi
maggiore, molti accorsero a lui per esse-
re suoi discepoli, chierici non meno che
laici, ed eziandio molti religiosi del mo-
nastero di s. Miniato. Il suo monastero
avea più. sembianza d'eremo, che di ce-
nobio, d'onde avvenne che per lungo tem-
po fu denominato l'Eremo di Vallombro-
sa. 11 santo vi fece fabbricare un ospizio,
in cui riceveva in principio coloro che si
presentavano a lui per divenirne disce-
poli. Ivi egli per qualche tempo li speri-
mentava con obbligarli alla custodia de'
porci ed a ripulire quotidianamente le
loro stalle colle proprie mani senza l'aiu-
to d'alcun istromenlo. Se resistevano al-
l'abbietto uffizio, gli introduceva nel no-
viziato, ove faceva loro osservare esatta-
mente la regola di s. Benedetto. Finito
l'anno del noviziato, gli ammetteva alla
professione, e per imprimer loro piti al-
tamente il corrispondente spirito e il di-
sprezzo del mondo, gli obbligava a sta-
re prostrati boccone a terra per lo spazio
di 3 giorni, vestiti della loro cocolla in
continuo silenzio, intesi solamente nella
meditazione della Passione di Gesù Cri-
sto. Itla abbadessa di s. Ilario o Ellero,
cui apparteneva il luogo, ove il santo co*
suoi discepoli erasi stabilito, mandò loro
de' vi veri e de'libri, e poi donò loro il luo-
go medesimo d' Acqua Bella , con ampio
sito per dilatare la fabbrica del loro mo-
nastero, aggiungendovi prati, vigne e bo-
schi. In ricognizione però di sue donazio-
ni, volle che i religiosi di Vallombrosa
dassero ogni anno alla chiesa del suo mo-
nastero una libbra di cera ed una d'o-
lio, riservandosi come fondatrice del luo-
go il diritto di nominare il superiore.
Qualche tempo dopo essendo in Firenze
l'imperatore Corrado II (il Buller dice
Eurico III, che gli successe nel 1039), ed
avendo inteso parlare del nuovo mona-
stero, mandò Rodolfo vescovo di Pader-
bona a consngiarne la chiesa, poiché Fie-
5
m VAL
sole, nella cui diocesi anche allora trova-
vasi Vallombrosa, era vedova del pastore,
il che si ha dall'atto di donazione dell'ab-
bndessa del io3c). 11 detto tributo a cui
erano tenuti i monaci, fu da loro per lun-
go tempo corrisposlo,giacchè se ne fa men-
zione in liti privilegio di Papa Gregorio
IX del 1228, concesso ad Agnese 11 ab-
badessa di s. Ellero; ma neli255 aven-
do Papa Alessandro IV trasferite le mo-
nache in altro monastero, perchè mena-
vano vita poco regolare, concesse quello di
s. Ellero a' religiosi di Vallombrosa, con
tutte le terre e signorie che ne dipendeva-
no. Quanto poi al diritto di nominare il
superiore, riservatosi da Itta, ebbe breve
vigore, perchè Papa Vittore 11 delio55
(nel quale anno e nel concilio tenuto in
Firenze, Venanzio Simi vescovo di Sala-
inina vuole che approvasse l'ordine, e lo
riferisce nel libro degli Uomini illustri: il
Boiler attribuisce l'approvazione dell'or-
dine ad Alessandro II nel 1 070), conces-
se areligiosi la facoltà d'eleggere il loro
abbate. Formatosi in questa guisa il mo«
nastero di Vallombrosa, il p. d. Gio.
Gualberto ne fu eletto superiore, mal-
grado la sua resistenza. Procurò egli che
la regola di s. Benedetto fosse con preci-
sa esattezza osservata, particolarmente la
clausura. Fece vestire i suoi monaci di
panno bigio , il che al dire degli storici
dell'ordine, fu cagione che ne' primi 4 se-
coli dopo la loro fondazione fossero delti
? Monaci bigi; e ciò durò sino al genera-
lato del p. ab. d. Biagio di Milano, che lo-
ro fece prendere nel i5oo il colore tanè.
Qualche tempo dopo la morie del fonda-
tore, i monaci portarono sopra i loroabi-
ti bigi lo scapolare bianco, ma fu poi lo-
ro proibito nel i453 dui generale p. ab.
d. Francesco Altoviti, che loro raccoman-
dò l'intera osservanza del colore bigio, per
essere quello dell'antico abilo dell'ordi-
ne. I monaci si radevano la sommità del-
la testa, e lasciavano nel basso di essa de'
capelli in forma di cerchio, a somiglian-
za della corcua de'romaui, per imitare s.
VA L
Pietro apostolo. Molto conforme era l'a-
bito vallombrosa no antico a quello de'
frati minori, al riferire de! p. Franchi, il
quale narra che essendo s. Francesco d' A -
sisi, istitutore di tali frali, venuto verso il
1224 in Vallombrosa in tempo di piog-
gia, il p. ab. d. Benigno vedendolo tutto
bagnato, gli die la sua propria cocolla per
mutarsi, la quale il santo volendo prima
di partire restituire , l'abbate non volle
riprenderla; onde s. Francesco essendosi
cinto colla sua corda, la ritenne e pro-
segui a servirsene, non sembrando a lui
mollo diversa dal suo ahi lo. Aggiunge
ancora il detto biografo, che nel convento
di s. Croce in Firenze vedesi in pittura
l'abito de'monaci vallombrosani e quel-
lo de'frati francescani, e che tra l'uno e
l'altro vi è molta somiglianza. Ogni dì
più crescendo i beni di Vallombrosa, mer-
cè le donazioni che le venivano fatte, s.
Gio. Gualberto accettò de'laici e de'frati
conversi, i quali avessero cura del tem-
porale e de'beni che venivano donati al
monastero. Menavanocosloro la stessa vi-
ta de'monaci, ne altro li distingueva da
essi che l'abito assai più corto, ed una ber-
retta di pelle d'agnello con cui copriva-
no la testa. Non osservavano essi un si-
lenzio così rigoroso come quelli ch'erano
destinati al coro , essendo incompatibile
coll'esterne fatiche nelle quali erano im-
piegati. Questo è il i.° esempio nell'or-
dine benedetti no, che si trova de'frati Lai-
ci o Conversi (F.) distinti per mezzo del
loro stato da'religiosi da coro, i quali per
la maggior parte erano fin d'allora chie-
rici o prossimi ad esserlo, come nota Fleu-
ry, citato dal p. Ilelyot. Molte persone
nobili offrirono a Gio. Gualberto de'luo-
ghi per fabbricarvi de'nuovi monasteri, e
molli lo pregarono ad intraprender* la
riforma di altri. Tra* 11 uovi monasteri da
lui fondati, il i.°fu quello di s. Salvio, co-
sì detto da una cappella dedicata a que-
sto santo vescovo d'Amiens, che Incava-
si uel luogo a lui dato nel 1 o44- ^e mn"
dò egli altri sopra gli Apeunini , uuo a
VAL
Moschelo, l'altro a Razzuolo, ed il 3.° a
Molile Scalari. Que'ch'egli riformò e ne'
quali pose i suoi religiosi, furono l'abbazie
eli Passignano vicino a Siena, di s. Repa-
rata presso Firenze, di s. Fedele di Slru-
mi nella diocesi d' Arezzo, e di Fontana
Taona nella diocesi di Pistoia; inoltre fu-
rono a lui dati i monasteri di s. Maria di
Coneo, di s. Pietro di Monte Verde e di
s. Salvatore di Vaiano. I monasteri ch'e-
gli fondava erano fabbricati secondo le
regole della povertà, ne alcuna cosa era-
vi di superfluo. Essendo un giorno anda-
to a visitare quello di Moscheto , trovò
che le sue fabbriche erano troppo ampie
e belle, onde chiamato il b. Rodolfo, che
n'era abbate, gli disse con volto allegro:
Voi avete fabbricato de' palazzi a vostro
piacimento, e vi avete impiegato delle
somme, che avrebbero servito al sollie-
vo d'un gran numero di poveri. Indi ri-
volto ad un piccolo ruscello, che ivi ap-
presso scorreva, disse : Dio onnipotente,
fatte prontamente le mie vendette per
mezzo di questo ruscello sopra quest'e-
norme edifizio. Indi partì, e tosto comin-
ciò il ruscello a gonfiarsi, e precipitando
con impeto dalla naontagna.di velse e tras-
se seco alberi e pietre sì grosse, che ro-
vinarono la fabbrica da'fondamenti. Sbi-
gottito l'abbate da un accidente così im-
provviso, volendo di bel nuovo fabbrica-
re il suo monastero, risolvette di erigerlo
in altro sito ; ma il santo ne lo dissuase,
assicurandolo anzi che il ruscello non a-
vrebbe più. recato al monastero nocumen-
to alcuno. Un'altra volta avendo inteso che
in uno de'suoi monasteri era stato accet-
tato un uomo, il quale a vea donato ad esso
in pregiudizio de'suoi eredi tutti i suoi be-
ni, visi portò fretloloso,e domandato l'at-
to di donazione lo fece in pezzi , quindi
pregò Dio e s. Pietro apostolo, che lo
vendicassero di questo monastero. Ap-
pena partitone vi si appiccò il fuoco, ne
bruciò la maggior parte; e il santo acce-
so di zelante sdegno, neppure si rivolse a
mirare il lagrimevole incendio. Iddio che
VAL 67
giammai abbandona i suoi servi, colla mi-
rabile sua provvidenza abbondantemen-
te fornì i suoi religiosi del bisognevole, e
giammai fece loro mancare i viveri. Vii
giorno di penuria, il santo fece ammaz-
zare un montone per distribuirlo con 3
pani, altri non essendovene, alla comu-
nità religiosa. I monaci ricusando di gu-
stare la carne, si contentarono tutti d'u-
na piccola porzione di pane. Piacque tan-
to a Dio questa moderazione, che la pre-
miò con mandare al monastero nel ili se-
guente de'giumenti carichi di biada e di
farina, verificandosi la predizione fatta
dal s. abbate. Un'altra volta in somiglian-
te occasione fece uccidere un bove , vo-
lendo dare a-religiosi piuttosto della car-
ne che lasciarli morire di fame; ma essi
preferendo il perire al trasgredimento
della regola , Iddio con nuovo prodigio
provvide al bisogno loro. Un miracolo si-
mile a questo avvenne ancora , quando
albergò Papa s. Leone IX colla corte pon-
tificia nel suo monastero di Passignano;
imperocché avendo domandato all'eco-
nomo se avea del pesce, e risposto di no,
mandò i frati conversi a pescare in un la-
go vicino al monastero, e quantunque i
religiosi Paveano assicurato di non aver-
vi mai veduto pesci, gl'inviati vi trovaro-
no due grosse anguille, ch'egli presentò
al Papa. L'esempio del santo e le suee-
sortazioni convertirono molti chierici, i
quali lasciando la loro vita scandalosa co-
minciarono ad assembrarsi vicino ad al-
cune chiese a vivere in comune ed a me-
nare vita assai spirituale. Fec'egli erige-
re molti spedali e restaurare molte chie-
se. Si dichiarò il santo nemico non solo
degli eretici nicolaiti, ma ancora de* si-
moniaci. Pietro da Pavia vescovo di Fi-
renze, accusato di simonia per avere sbor-
sato 6000 lire per ottenere il vescovato,
i vallombrosani di sua diocesi ricusarono
riconoscerlo per loro vescovo come ere-
tico, e sollevarono contro di lui gran par-
te del popolo e del clero, anche per mez-
zo del rinchiuso nel monastero di s. Ma-
68 VAL
ria di Firenze Teuzone. Il vescovo per
spaventare gl'insorti, si decise di fare uc-
cidere i religiosi autori della sedizione.
A tale effetto mandò armati al monaste-
ro di s. Salvio, per dar fuoco al mona-
stero e uccidere i religiosi, credendo tro-
varvi anche Gio. Gualberto, ma n'era
partito il giorno avanti. Gli emissari en-
trati nella chiesa nel tempo che i religio-
si recitavano i notturni, si scagliarono so-
pra di essi colla spada alla mano, molti
ne ferirono, rovesciarono gli altari , de-
predarono quanto vi era e appiccarono
il fuoco al monastero. Tale violenza re-
se più. odioso il vescovo, e trasse molti al
partito de'religiosi, e nel dì seguente mol-
ti accorsero al monastero portando cia-
scuno a misura delle proprie forze quan-
to era necessario a'religiosi, raccogliendo
il loro sangue per conservarlo quale re-
liquia. Appena seppe V avvenuto s. Gio.
Gualberto in Vallombrosa, si partì pel
monastero di s. Salvio, sperando di soste-
nervi il martirio; si rallegrò coll'abbate e
co* religiosi de* mali che avevano sofferti
per la giustizia, e indi con alcuni di essi
si recò a Roma dal Papa Alessandro II,
e nel concilio di Laterano del io63 ac-
cusarono il vescovo di Firenze , prote-
standosi pronti a provai'Io simoniaco ed e-
retico, col Giudizio di Dio entrando nel-
le fiamme. Nondimeno il Papa non vol-
le deporre il vescovo, né accordare are-
ligiosi la prova del fuoco; il maggior nu-
mero de* 100 vescovi favorirono il fio-
rentino, ma l'arcidiacono Ildebrando, poi
s. Gregorio VII, seguì il partito de'reli-
giosi. Pietro vedendo di non essere stato
condannato da Roma, divenne piti cru-
dele e riprese la persecuzione del clero,
che unito areligiosi si separarono da lui
qual simoniaco. L'arciprete e molti altri
non potendo soffrire le sue violenze, u-
scirono da Firenze e si rifugiarono nel
monastero di Settimo, già de'chmiacensi
e allora de'vallombrosani, così dello per
essere 7 miglia lungi dalla città, e dona-
lo a s. Gio. Gualberto dal conte Gugliel-
V AL
mo Bulgaro. Il santo, che vi si trovava,
gli accolse con grande carità e loro som-
ministrò lutti i soccorsi; ma il parlilo del
vescovo proletto da Goffredo III il Gob-
bo duca di Toscana, che minacciava la
morte areligiosi e al clero che gli si era
opposto, attirò contro loro fiera persecu-
zione. Si portò allora Alessandro II a Fi-
renze, ove vide le legna pi eparate pel fuo-
co, in cui i religiosi volevano gettarsi per
provar la simonia del vescovo. Ma il Pa-
pa ricusò di ricevere l' esame della con-
troversia, s. Pier Damiani disapprovan-
do la separazione dal vescovo prima che
fosse sentenziato reo. Le turbolenze au-
mentarono, ed il clero e popolo stanchi
di soffrire tante calamità, in un' assem-
blea richiesero al vescovo che si giustifi-
casse dall'accuse. I chierici suoi partigia-
ni si offrirono per lui a sostenere il giu-
dizio di Dio s'egli era innocente, e che
se voleva dar luogo alla prova del fuo-
co, alla quale i religiosi volevano sotto-
porsi, sarebbero andati a pregarli d'effet-
tuarla. Ricusò il vescovo 1' una e l'altra
offerta, ed ottenne dal governatore un
ordine di condurre in prigione coloro che
non lo riconoscessero per vescovo e gli
ricusassero ubbidienza; che se alcuno fug-
gisse da Firenze gli si confiscarebbero i
beni, e che i chierici rifugiatisi nella sub-
urbana chiesa di s. Pietro, se non si ri-
conciliavano con lui , fossero cacciati di
Firenze. In esecuzione di quest' ordine,
nel i.°sa baio dopo le Ceneri deh 067, es-
sendosi i chierici adunati nella chiesa di
s. Pietro per recitare i divini uffizi, furono
espulsi senza riguardoalla santità del luo-
go. In gran folla allora accorse il popolo, e
principalmente le donne con lamentevoli
strida, contro il vescovo invocando s. Pie-
tro per difenderle contro il nuovo Simon
mago. Gli uomini minacciarono di par-
tire dalia città colle famiglie, e quindi in-
cenerirla. 1 chierici partigiani del vesco-
vo, commossi dall'avvenimento, chiusero
le chiese e cessarono la celebrazione de'
divini uffizi. Essendosi congregali, invia-
1
VAL
rono a pregare i religiosi di far loro co-
noscer la verità, promettendo di seguir-
la. Prima però lo fecero sapere al vesco-
vo , se voleva francamente confessare il
reato, senza tentare Iddio e travagliare il
clero e il popolo, che s' era innocente si
unisse a loro nell'invito de' religiosi: il ve-
scovo si ricusò. Accorso il clero e il po-
polo al monastero di Settimo in nume-
ro di circa 8000 persone, comprese le
donne e i fanciulli, domandarono a' re-
ligiosi la prova del fuoco per autentica-
re quanto aveano asserito contro il ve-
scovo. Indi subito il popolo alzò due gran-
di cataste di legna lunghe io palmi, lar-
ghe 5 e alle 4 e mezzo, lasciando tra di
esse un sentiero largo un braccio , semi-
nandolo di legna secche facili ad accen-
dersi. Al canto de' salmi e delle litanie,
l'abbate elesse il monaco Pietro per eu-
trare nel fuoco, il quale prima si recò a
celebrare la messa con sincera divozione,
tra un profluvio di lagrime sparse non
meno da'religiosi che da'chierici e laici.
All' Agnus Dei, 4 religiosi s'incammina-
rono alla volta delle calaste per accender-
le: portava uno il Crocefisso, l'altro l'ac-
quasanta, il 3.° due ceri accesi e il 4-° il
turibolo coll'incenso. Vedendoli il popo-
lo alzò le sue voci al cielo. Si cantò il Ky-
rie eleisoncon tuono lamentevole, si pre-
gò Gesù Cristo a venire a difendere la
propria causa, e le donne invocarono la
B. Vergine acciò pregasse il divin Figlio
a imprender la sua difesa. L'aere risuo-
nava del nome di s. Pietro, come quello
che già avea condannato il simoniaco Si-
mon mago, e quello di s. Gregorio I Pa-
pa, acciò si trovasse presente allo spetta-
colo^ perchè i suoi decreti si verificassero.
Intanto il monacoPietro terminata la mes-
sa, deposta la pianeta e ritenendo gli al-
tri ornamenti sacerdotale portando una
Croce e cantando le litanie cogli abbati e
i religiosi, tutto confidenza in Dio si acco-
stò all'ardenti calaste. Raddoppiò il po-
polo le sue orazioni con un fervore in-
credibile. Finalmente fu intimalo u tutti
VAL 69
il silenzio per render note le condizioni
colle quali si faceva la prova del fuoco.
Fu eletto un abbate di voce alta e sono-
ra per leggere distintamente al popolo
un'orazione, la quale conteneva quanto
si domandava a Dio, che fu da tutti ap-
provato: dopo un altro abbate, fatto cen-
no di bel nuovo che tulli stessero in silen-
zio,alzata la sua voce così parlò: Miei fra-
telli e sorelle , Iddio ci e testimonio, che
noi facciamo ciò per la salute delle vo-
stre anime, acciocché ormai schiviate la
simonia , da cui aitasi tutto il mondo h
infetto, la anale è tanto abbominevole,
che tutti gli altri peccati sono un nulla
in paragone dì lei. Le due cataste già
erano divenute carbone, e la via che le
divideva n'era coperta in guisa, che cam-
minando sopra di essa vi si sarebbe en-
trato sino al tallone, comesi vide poi per
esperienza. Allora il religioso Pietro, per
ordine dell'abbate, pronunziò ad alta vo-
ce quest'orazione, la quale trasse le la-
grime di tutti gli astanti. Signor Gesù
Cristo, die siete la luce di tutti quelli
che credono in voi, io imploro la vo-
stra misericordia e,prego la vostra cle-
menza, accioccìw se Pietro da Pavia ha
usurpata la sede di Firenze, per mez-
zo del denaro, nel che consiste V eresia
simoniaca, voi mi soccorriate in questo
tremendo giudizio, e mi preserviate co/i
un miracolo da ogni ingiuria del fuo-
co, come già difendeste dalle fiamme i
tre fanciulli nella fornace. Risposto
ch'ebbero tutti gli astanti Amen, diede
egli il bacio di pace a'suoi fratelli. Indi
interrogato il popolo quanto tempo vo-
leva eh' egli dimorasse nel fuoco: rispo-
se, che bastava che passasse nel mezzo.
Il religioso Pietro, fatto il segno della cro-
ce sopra le fiamme colla Croce che ave-
va in mano,sopra cui teneva fisso lo sguar-
do senza rivolger gli occhi al fuoco, en-
trò nel vasto incendio a passo lento, a
piedi scalzi, con volto giulivo. Gli astan-
ti lo perderono di vista per tolto il tem-
po, che rimase tra le due cataste; ma ben
7o VAL
presto videsi comparire dall'altra parte
Simo ed illeso senz' aver ricevuto dal fuo-
co un benché minimo nocumento. Il ven-
to delle fiamme agitò i suoi crini, sollevò
il suo camice, e fece sventolar la sua sto-
la e il suo manipolo, ma il fuoco non ar-
se neppure il pelo de' suoi piedi. Rac-
contò egli dipoi , eli' essendo vicino ad
uscir dalle fiamme, si accorse eh' eragli
caduto il manipolo (da altri si disse faz-
zoletto), e ritornò a ripigliarlo tra le me-
desime. Quand'egli fu uscito dal fuoco
voleva rientrarvi; ma il popolo lo fer-
mò baciandogli i piedi, e ciascuno si sti-
mò felice se gli riuscì baciar il lembo di
sue vesti, e quindi fu denominato s. Pie-
tro Igneo. Poco mancò che non rima-
nesse oppresso dalla calca del popolo, che
se gli affollò intorno, ed i chierici ebbero
a faticar non poco per trarlo da essa. Tut-
ti cantavano lodi a Dio, piangendo per al-
legrezza; esaltavano V apostolo s. Pietro,
detestavano Simon mago. 11 popolo e il
clero di Firenze scrisse subito a Papa A-
lessandro II quant'era avvenuto, suppli-
candolo a liberarlo dalla soggezione del
vescovo simoniaco. Ascoltò il Papa le lo-
ro suppliche , e depose Pietro da Pavia,
il quale si sottomise a questo giudizio, e si
convertì in guisa, che riconciliatosi co're-
ligiosi ne vestì l'abito nello stesso'mona-
siero di Settimo, a cui si dice lasciò alcu-
ni beni, che furono assegnati dall'abbate
Pietro II allo spedale del luogo. Dopo
questo strepitoso miracolo, i religiosi di
Vallombrosa vennero in grande stima.
Jl sunnominato cooteGuglielmo Bulga-
ro donò pure a s. Gio. Gualberto l'ab-
bazia di s. Salvatore e s. Maria di Fucec-
chio fondata da suo padre a'benedetlini
(poi pervenuta a'francescani esistenti (in
da prima deli 3 io), nella valle dell'Ar-
no inferiore, allora diocesi di Lucca ,
pregandolo a mettervi 1' acclamata sua
riforma, e per abbate quel religioso Pie-
tro, ch'era passato in mezzo alle fiamme.
Questo religioso, che l'ordine di Vallom-
brosa annovera tra i suoi santi, e ne ce-
VAL
lehra la festa 1*8 febbraio, fu creato car-
dinale vescovo d'Albano nel 1074? come
vuole l'Ughelli, ovvero come già scris-
si nella sua biografia nel 1079 secondo
altri, da s. Gregorio VII, che inoltre pre-
se 1' abbazia sotto la protezione della s.
Sede, ed era della famiglia Aldobrandi-
no, di cui riparlai in più luoghi. Fatto-
si religioso vallombrosano, fu tutto inte-
so ad arricchirsi di sode virtù, ma spe-
cialmente dell' umiltà praticata da lui
in sì alto grado di perfezione, che mal-
grado la nobiltà di sua nascita non isde-
gnò la custodia de'giumenti e delle vac-
che per ubbidire al suo superiore, finché
il suo merito non permettendo più tale
abbiezione, fu fatto preposto di Passigna-
no. Dopo avere s. Gio. Gualberto col suo
zelo conquiso la simonia, in que' tempi
resa così famigliare, rivolse tutte le sue
sollecitudini al governo del suo ordine,
e finalmente neli073, essendo passato a
Passigoano per far la visita del monaste-
ro, si ammalò e morì a' 12 luglio, e gli
furono fatti i funerali colle lagrime di tut-
ta la Toscana. Poco avanti la sua morte
fece congregare i suoi mouaci, e preso
per la mano il b. Rodolfo di Moscheto,
lo nominò suo successore ; nondimeno da-
ta ch'ebbero sepoltura al di lui corpo, i
religiosi per osservare le ordinarie for-
malità, si radunarono in Vallombrosa,
ove aderendo alle intenzioni del fonda-
tore, elessero generale il b. Pcodolfo, che
ottenne da >s. Gregorio VII la conferma
dell'ordine e de'suoi privilegi. Quel Pa-
pa fu così devoto del santo, che celebran-
do la messa e raccomandandosi a lui si
sentiva tutto infervorato. Papa Celesti-
no III canonizzò s. Gio. Gualberto a' 6
ottobre 1 193, e Papa Clemente Vili ne
permise l'uffizio e messa, come riferisco-
no Novaes e l'Oldoino. La sua festa si ce-
lebra a' 12 luglio, giorno della beata sua
morte, ed inoltre l'ordine a* io ottobre
solennizza pure quella della traslazione
del suo s. corpo a Vallombrosa. Tra le di-
verse sue vite, ricorderò di Diego Franchi,
VAL
Hi storia del patriarca s. Gio. Gualber-
to i Gabbale ed istitutore dell'ordine mo-
nastico di frallombrosa, Firenze 1640.
Inoltre scrisse la vita del santol' 8.° ge-
nerale dell'ordine s. Atto, poi vesco-
vo di Pistoia, fiorito verso la metà del
XII secolo, dal martirologio vallonibrosa-
no onorato a'22 maggio. Adornò il mona-
stero di Valloni brasa di non poche esen-
zioni, e di molti ampli e bellissimi pri-
vilegi, ottenuti dalla s. Sede, per la qua-
le sostenne molte difficoltà e tribolazio-
ni. Aggiunse all'ordine il monastero di s.
Virgilio di Lugano, e persua opera con-
seguirono i pistoiesi la testa di s. Giaco-
mo apostolo, fratello di s. Giovanni Evan-
gelista. Di recente il can. Giovanni Cre-
scili pubblicò, intitolata al clero di Pi-
stoia, Storia di s. Atto vescovo di Pi-
stoia, ivi 1 855. La Civiltà Cattolica, se-
rie 3.", t. 3, p. 92, ne dà ragguaglio con
magnifici elogi al chiaro autore. Ecco
quanto Scrive 1' encomiato Repetti sul-
l'abbazia di s. Michele di Passignano in
Val di Pesa nella diocesi di Fiesole e
compartimento di Firenze, da cui è di-
stante 16 miglia. E posta sulle pendici o-
rieutali di una collina di due miglia al-
la destra del fiume Pesa, nella parroc-
chia di s. Biagio del castello di Passigna-
no. Il magnifico e grandioso edilìzio di
questa celebre e ricca badia, stata capo
di uua congregazione di valiombrosani,
offre da lungi l'aspetto di un munito ca-
stello, perchè con mura merlale, circon-
date di fosse e di carbonaie ; e nel suo
tempio si conservano le più belle opere
del Passignano (Domenico Cresti pittore
famoso nativo del castello), del Soni suo
genero che vi lasciò molti saggi del suo
grazioso pennello, ed altre parimenti di
eccellenti pittori. E pure iti questo san-
tuario dove si venera il teschio del s. fon-
datore dell'ordiue di Vallombrosa, rac-
chiuso in argenteo busto lavorato a nielli
di squisita finezza (avendo espressamen-
te interpellato un monaco vallombrosa-
no del monastero di Roma sulle reliquie
VAL 71
di s. Gio, Gualberto, mi assicurò vene-
rarsi il corpo nella chiesa ili Vallombro-
sa, ed un braccio in quella di Passigna-
no). Erano raccolte nel suo archivio non
meno di 6600 pergamene, riunite dal
granduca Leopoldo a quelle i4o,ooo e
più che possiede il r. archivio diploma-
tico di Firenze. Giovano quelle a far co-
noscere i numerosi possessi in vari tem-
pi per pia elargita, pervia di compre o
di permute acquistati dal monastero iti
discorso. L'abbazia ebbe origine iiell'Hqo,
e nel 903 l'oratorio di s. Michele era già
fornito di una monastica famiglia pre-
sieduta dall'abbate e dal preposto. Alla
metà del secolo XI vi si recòs. Gio. Gual-
berto invitato da Leto, 4«° preposto, che
fu nominalo ivii.°abbate della riforma
vallombrosana, ed è quello stesso cui è
diretta da s. Gregorio VII la bolla del
1073, colla quale ad istanza di Gugliel-
mo vescovo di Fiesole ricevè la badia di
s. Michele di Passignano sotto la prote-
zione della s. Sede. Godeva sin d'allora
un esteso patrimonio nei pivieri di Sil-
lauo, a cui appartiene, di Campoli,di Cin-
tola ec, la giurisdizione di diversi ospe-
dali fondati in pian Alberti, sul Cestio,
nel Val d'Arno superiore, a Combiate
in Val di Marina, e a Siena fuori di por-
ta Camullia; oltre il giuspadronato del-
le chiese di s. Maria a Vigesimo presso
Barberino di Mugello, di s. Bartolomeo
a Scampata presso Figline, di s. Miche-
le a s. Donato in Poggio dentro Siena, e
di non poche altre. Continuarono le of-
ferte e le investiture anche al tempo de-
gli abbati Rodolfo ed Ugo successori im-
mediati di Leto. Furono nel numero dei
donatari parecchi signori, ma ben pochi
fra questi rinunziarouo all'utile dominio
dei terreni, corti e castelli donati ; anzi
la loro elargita era mossa non di rado,
come altrove, dalla speranza di farla da
arbitri assoluti sul pingue patrimonio de'
monaci di Passignano, per mezzodì qual-
che figlio 0 affine» cui indossavano bene
spesso la vallombrosana cocolla. Di lai
72 VAL
fatta fu la reggenza di quel R Uggeri de'
Buondelmonli, che ancora imberbe, col-
l'assistenza de'ghibellini già resi prepo-
tenti signori in Toscana, dopo la vitto-
ria ottenuta nei campi dell'Arbia, si fe-
ce nominare 6.° abbate di Passignano.
Dopo aver sul declinare del secolo XIII
governato per molti anni questa celebre
badia, nel 1298 potè salire sul 1. "gradi-
no della gerarchia vallòmbrosana, facen-
dosi dichiarare abbate generale di que-
sta congregazione, e fu esso medesimo
chea' 20 agosto i3o2 ottenne dalla si-
gnoria di Firenze una provvisione assai
favorevole, quella cioè di poter rendere
ragione per mezzo de'suoi visconti o vi-
cari ne' castelli e distretti di Magnale e
di Ristonehi (nel Val d' Arno sopra Fi-
renze, ora villaggio con chiesa parroc-
chiale, la cui signoria acquistarono di
buon'ora i monaci di Vallombrosa ed i
signori di Cuona o CognadiPitiana; avea
torre munita a guisa di rocca, e neli24S
i guelfi ne fecero un punto di difesa, ed
ebbe il castellano); come pure nelle ville
di Tosi, di s. Martino a Pagiano e di Ca-
gliano o Caticciano sotto Magnale. II
quale abbate Iiuggeri, mentre risiedeva
nel palazzo turrito del Guarloue sull' Ar-
no (colla villa è il più vetusto possesso che
tuttora conservano i vallombrosanidi Fi-
renze, donato all'istitutore loro insieme
e Ha chiesa di s. Salvi uelio48, per dote
del nuovo monastero da erigersi ivi, indi
ne'primi secoli dell'ordine residenza del-
l'abbate generale), dirimpetto alla badia
di s. Salvi, a'16 agostoi3i6, giorno pe-
nultimo di sua vita, dettò il suo testamen-
to, col quale rimordendogli la coscien-
za, volle che fossero restituite alle badie
di Passignano e della Vallombrosa i mol-
ti denari, gli arredi preziosi e i vasi sa-
gri d'argento ch'egli durante il suo go-
verno si era arbitrariamente appropriali.
E se la riedificazione assai più solida e
grandiosa del monastero di Passignauo,
come apparisce dall'anno 1294 scolpilo
nel!' architrave della bella porta della
VAL
clausura, è frutto del suo luugo governo,
ha l'istoria altresì tramandato alla poste-
rità gli alti arbitrari ch'esso e i suoi ni-
poli operarono a danno di que' claustra-
li e de'loro averi. Ne giovarono i frequen-
ti reclami de' vassalli presso la corte ro-
mana e avanti i reggitori del comune di
Firenze, tostochè questi ultimi accorda-
rono agli abbati il diritto d'eleggere il po-
destà nel vicino castello di Poggio a Ven-
to come feudo de'monaci di Passignano.
Per le sue vasle possessioni, Lorenzo il
Magnìfico fece istanza a Papa Sisto IV,
affiuchè conferisse in commenda unita-
mente alle badie di Coltibuono e di Va-
iano anche questa al di lui figlio Giovan-
ni de Medici, poi cardinale e Leone X, il
quale la rinunziò prima del papato nel
1499 al generale di Vallombrosa me-
diante una pensione di 2000 scudi. La
badia di Passignano serve ora di rifugio
a'monaci più venerandi dell'istituto vai*
lombrosano, ed ha potuto conservare, ad
onta delle passate vicende, uu'esteusioue
territoriale in un raggio di quasi due mi-
glia in tutte le direzioni, a partire dal
monastero, nella quale periferia sono
compresi 4* poderi con vasti boschi di
querce che forniscono oltre 200,000 lib-
bre di carbone. La chiesa parrocchiale di
s. Biagio, fabbricata sino dal 1 080 a con-
tatto della clausura, ha riunito le due par-
rocchie di s. Brizio a Materaia e di s. An-
drea al Poggio a Vento o a Callebuona,
cadute entrambe in rovina col totale de-
perimento de* nominali castellucci.
All'abbate generale b. Rodolfo, nel
1076 successe il b. Rustico da Firenze,
il quale nel 1092 ebbe per successore il
b.TErizzo da Firenze. Ambedue questi ge-
nerali distesero notabilmente l'ordine,
che neli.° secolo di sua istituzione avea
già più. di So abbazie. Papa Urbano li
colla bolla Cimi universi* s. Ecelesiae,
de'G aprile 1090, Bull. Rum. t. 2, p. 69:
Jj)f)roùatio Congrcgatiouis mouaclio-
rum Vallis Umbrosac o r diiris s. Bene-
die li , auae sub prolcclioiie Sedis apo-
VAL
stolìcae susripitur. E di reità a tutta la
congregazione, della quale costituì capo
il monastero di Vali ombrosa, e dispose
che l'abbate generale fosse eletto col con-
senso di tutti gli abbati della medesima.
1 generali furono da principio perpetui,
indi triennali, poscia per anni 4> dispo-
sizione ancora in vigore. Usano ornamen-
ti pontificali, onore chefu conceduto pri-
ma che ad ogni altro, al p. d. Nicola da
Siena abbate di Passignano neh 352 dal
Papa Clemente VI in Avignone, ed ivi
ancora neli3y2 da Gregorio XI all'ab-
bate di Vallombrosa , che anticamente
era ili .° prelato della Toscana, e giudi-
ce apostolico nelle diocesi di Fireuze e
di Fiesole, sulle tasse che si pagavano al
Papa, Quando i generali erano perpetui
prendevano il titolo di abbati della Ma-
donna e di tutto l'ordine di Vallombro-
sa, e di conti diCaneto, di Monte Verde,
di Gualdo e di Magnale. Aveano anco-
ra luogo nel senato ili Firenze, ed era-
no sovente deputati da'Papi per decide-
re le controversie, che insorgevano tra
gli ecclesiastici di Toscana. Fra' moltis-
simi privilegi concessi da' Papi agli ab-
bati della Vallombrosa e a tutta la cou-
gregazione, colla conferma di sue possi-
denze, ricorderò quelli deli 1 88 di Cle-
mente 111, deli 198 ei 204 di Innocen-
zo III, e del 12 16 d'Onorio III. Alessan-
dro V nel i4°9 concesse alla chiesa del
monastero di s. Michele de Furcidis> dio-
cesi di Pistoia, che i vallombrosani ogni
anno per privilegio potessero cantare la
messa solennemente nel sabato santo, vi-
gilia della Pasqua di Bisurrezione due
o tre ore dopo mezzodì, cui magna cau ■
sa devotionis, interesse consuevit populi
midlitudo. Tanto si legge nella Descri-
zione della settimana santa di Cancel-
lieri. Papa Innocenzo Vili colla bolla
Alto divinac providentiae , de' 3 1 gen-
naio 1 4^4? Bull. Rom. t. 3, par. 3, p.
iq5: Unio monastcriorum congrega-
tionis monachorum Fallis Umbrosae ,
sub uno abbati generali , nu/icupaudo
VAL 73
Fallis Umbrosae , et pracfinitio non-
nullarum ordinalionum prò regimine
monachorum d. congrega tionis sub rega-
la s. Benedicti, jurisdictioquc ejusdem
abbatis. Papa Giulio 11 colla bolla Mi-
litanti* Ecclesiae reg/Ww". de'i51uglio
1 507, Bull. c\l.,p. 298: Approbatio gra-
tiarum , et privilegio rum Pontificibus ,
Imperatoribus etaliis concessorum con-
gregationi monachorum Fallis Umbro-
sae ordinis s. Benedicti: Et communi-
catio quarmncumque gratiarum, et in-
dultorum quoquomodo congregalioni
Cassinensi monachorum ejusdem ordi-
nis concessorum^etconcedendorum.Tvii'
Papi sono specialmente nominali Urba-
no li, Pasquale II, Celestino II , Inno-
cenzo II, Urbano III, Gregorio Vili, Ce-
lestino III, Innocenzo IH, Bonifacio Vili
e Innocenzo VII. Papa Clemente Vili
con breve del 1 596,acciocchè le donne sol-
tanto in alcuni determinati giorni dell'an-
no potessero entrare nella chiesa di Val-
lombrosa, assegnò quelli della festa di s.
Gio. Gualberto, il giovedì e venerdì san-
to, e nel giorno dell'Assunzione della B.
Vergine, perchè si distribuivano 4oo li-
re in dote alle povere fanciulle. Clemente
X colla bolla Decet Romanum Ponti/i-
cem> de' 2 ottobre 1671, Bull. cit. t. 7,
p.i35: Quod abbas generalis congre*
gatioiris Fallis Umbrosae prò tempore
existens } mozzettam et mantelletlam ,
pileum et biretum praelatitios edam in
Capellis Pontijiciis de/erre, etgestari
possit. Papa Clemente XI colla bolla
Injuncto Nobisì de* i5 maggio 1704.,
Bull. cit. 1. 1 o, p. 67 : CofifirmanturCon-
stitutiones monachorum Fallis Umbro-
saecum suis correctionibus^additionibus
et declaralionibus ad rcgulams. Bene-
dicti. Comprende le Costituzioni dell'or-
dine spettanti al governo politico e al mo-
rale, colle ordinazioni d'Alessandro VII
eziandio. Separatamente furono stampa-
le le Costituzioni dell' Ordine di F al-
lombrosa coli' inserzione della regola
di s. Benedetto, Fireuze 1704- luoltre
74 VAL
Clemente XI col breve Prospero farli-
cimie congregationis, degli 1 1 dicembre
1 7 o4, Bull cit., p. 1 38 : Deputantur ab-
bas gencralis, visitatores et definitores
cougregationis monachorumV all'i s Uni-
brosaet rum Statuto spettante ad Visi-
talionem monasterioruni major is obser-
vantiae. Col breve poi Apostolatus ofjl-
ciuin, t\tiS settembre 1 7 1 3,Bull. ci t., p.
346 : Conceditur congregationi mona-
vliorum Vallis Umbrosae conimiinieatio
privilcgiorum quorunidam Ordinimi) et
Congregationum. Papa Clemente XIII
col breve Ecclesiae Catholicae, de 1 1
loglio 1760, Bull. Rom. cont.y t. 2, p.i :
Coiifirniatio nonnullorum Statutorum
approbatorum ab abbati generali, et
difinitorio generali ordinis s. Benedi-
rti eongregationis monachorum Vallis
Umbrosae super novo methodo studio-
rum in ditto ordine. Quantunque il p.
Diego Franchi asserisca, che quest'ordi-
ne non Fu giammai bisognoso di riforma,
dice il p. Helyot, è nondimeno verosimi-
le, che se I' osservanza regolare vi fosse
stata sempre fedelmente custodita, non
si sarebbero talvolta dati a lui per gene-
rali de'religiosi di diversi ordini, come il
p. Placido Pascanelli religioso di s. Bene-
detto di Mantova, che fu il 29. ° generale
di Vallombrosa, nominato da Papa Eu-
genio IV, e il p. Biagio da Milano 3i.°
generale, il quale dopo aver governato
quest'ordine per 36 anni, venne deposto
da tale dignità e mandato in esilio a Gae-
ta nel 1 5 1 5 da Leone X, il quale elesse
in suo luogo il p. Gio. Maria da Firenze
domenicano, che governò l'ordine di Val-
lombrosa per 8 anni, a capo de'quali es-
sendo stato fatto vescovod'lppona inpar-
tibus e suffraganeo di Pistoia da Adriano
V I nel 1 523, il generalato fu restituito al
p. Biagio da Milano, che fu l'ultimo ge-
nerale perpetuo. L' Itinerario del cele-
bre p. Ambrogio camaldolese, ci rende
avvisati che questo dotto uomo fu nomi-
nato da Eugenio IV visitatore generale
dell'ordine di Vallombrosa ; ed il cardi-
VAL
11. ti Giustiniani protettore di quest'ordi-
ne, volendo riformarlo, nel 1 60 1 nominò
persilo commissario visitatore e riforma-
tore dell' ordine il ven. p. d. Giovanni
Leonardi fondatore de' chierici regolari
della Madre di Dio, il quale divelse l'er-
be maligne di que'molti abusi che ivi era*
no radicati , facendovi rifiorire 1' osser-
vanza regolare collo stabilimento di molti
regolamenti. Si disse sopra, che i religio-
si di Vallombrosa furono i primi dell'or-
dine benedettino ad ammettere frati con-
versi. Vi erano ancora delle suore con-
verse, le quali facevano una tal qual pro-
fessione nelle mani dell'abbate, e viveva-
no come in società soggette all'ubbidieu-
za de' superiori dell'ordine. Portavano
una veste collo scapolare bigio, e copri-
vano la testa col velo nero. Alcune di es-
se erano vedove, altre maritate, le quali
abbracciavano questo slato di consenso
de'loro mariti, i quali si separavano da
loro ritirandosi in qualche chiostro reli-
gioso. Dopo offerta la loro eredità al mo-
nastero, ne godevano finche vivevano l'u-
sufrutto, ed erano affidate alla cura d'un
frale converso d'età avanzata e di vita
penitente. Erano obbligate a osservare
alcuni digiuni, ed a recitare alcune preci;
ma queste converse, che non furono in-
trodotte se non dopo la morte di s. Gio.
Gualberto, non durarono più d'un seco-
lo. La dilFerenza che passava tra'conversi
e le converse era questa, che i conversi
erauo religiosi e le converse no; ma se-
condo tutte l'apparenze aouoveravansi
tra quelle che dedicavauo se e i loro di-
scendenti al servizio del monastero, e per-
ciò affatto diverse dalle monache Val-
lombrosane(F.) fondate dalla b.Umiltà,
bensì somiglianti a quelle di cui dice trat-
tare il p. Ilelyot nel cap. 7. Ma egli in
questo solamente ragioua : Dell antiche
congregazioni di Francia e di Marmou-
tier. Avendo cercato ue'di versi capitoli,
poiché dev'essere errore di citazione, ho
trovato che nel cap. 18, discorrendo del
progresso de'cluniacensi , racconta. Circa
VAL
il 948,in tempo dell'abbate Aimardo, liQ
nobiluomo colla sua moglie Doda, d'ac-
cordo co'loro figli, rinunziarono al seco-
lo, e dedicarono se slessi all'abbazia di
Cluny con tutti i. beni che loro appar-
tenevano ne'viilaggi di Macere e di No-
roud sulla Garonna. Il p. Mabillou è di
sentimento, che da questo traessero ori-
gine i Donati o Obietti (F.) dell'ordi-
ne benedettino. Questi donati o oblati
vestivano abito religioso, ma diverso da
quello de'mouaci, offrivano co'loro beni
se stessi a Dio, ed erano talmente al mo-
nastero soggetti, che passavano alla cou-
dizione di servi, essi non meno che i fi-
gli. Però non mi sembra interamente re«
lati va la citazione errala. Come seguiva-
no tali donazioni, con singolari e curiose
costumanze, il p. Helyot Io riporta a p.
197 e 199. I vallombrosani che neli5oo
avevano preso negli abiti il colore tanè,
cioè lionato scuro, ch'èil colore mezzano
fra il rosso e il nero, come il guscio della
castagna, in seguito adottarono il nero sì
i monaci e sì i conversi, i quali deposte
le loro berrette di pelli d'agnello, in luo-
go di esse presero il cappello ecclesiasti-
co. Il p. Bouanni nel Catalogo degli or-
dini religiosi espressi con immagini e
spiegati, nel t.i, p. 1 34, produce quella
del monaco vallombrosauo in cocolla e
berretta chiericale. Dice che s. Gio. Gual-
berto dopo aver appreso il modo di vive-
re de'camaldolesi, si recò a Valle Om-
brosa e allettato dalla solitudine fabbri-
cò un monastero e vi stabilì l'istituto de'
cluuiaceosi, i quali poi dal luogo furouo
detti vallombrosani. Le vesti di questi
monaci sono di colore quasi nero, nella
forma non differiscono dalle altre, tran-
ne cocolla, la quale non è increspata co-
me quella de' benedettini cassiuesi. Gli
abbati e i sacerdoti usano la berretta sa-
cerdotaleneile funzioni ecclesiastiche. Ag-
giunge che la storia dell'ordine la scrisse
il p. d. Biagio Melanesi abbate generale
del medesimo ; molte cose registrò il
summentovato p. d. Veuauzio Situi pro-
VAL 7>
curatore generale dell'ordine nel Catalo-
go de' santi di Vallombrosa, il lìaronio
ed altri. Il p. Annibali da Lalera, Coni'
pendio della storia degli ordini rego-
lari esistenti, t.i, cap. 17 : Dell'ordine,
di Vallombrosa, riferisce. A tempo del
p. Paolo Morigia gesuita, che pubblicò
nel i 569 l' Istorie dell' origine di tutte
le Religioni^ vallombrosani già portava-
no l'abito morello. Ora però, soggiunge,
per ordinazione d' un capitolo generale
vestono di uero, ed hanno di questo co-
lore la tonaca cinta con una fascia, e lo
scapolare sciolto col cappuccio , e nelle
funzioni pubbliche la cocolla con mani-
che larghe. La congregazione vallombro-
sana ha per slemma in campo azzurro uu
braccio ch'esce fuori dalla parte sinistra
dello scudo, vestito d'una manica di co-
colla nera, tenente un bastone pastorale
con due teste di leoni, una posla contro
l'altra e aggiuntevi dall'abbate generale
[>. d. Bernardo Gianfigliazzi. Quindi il
p. Helyot passa a parlare delle congre-
gazioni di s. Salvio, di s. Arialdo, e di
y allombrosella. Alcuni storici dell'or-
dine trattano delle medesime derivale
dalla congregazione di Vallombrosa. Il
p. Franchi pretende che il monastero
di s. Salvio non abbia formala congre-
gazione diversa da quella di Vallombro-
sa, co'mouasteri ch'erano a lui uniti, ma
soltanto una provincia particolare. Sia
comunque, i monasteri di s. Salvio e
quello di Passignano si separarono dal
capo dell'ordine coll'autorità di Calisto
III Papa del i455> e si unirono con al-
cuni altri; ciò durò fino al pontificato
d'Innoceuzo Vili, il quale li riunì al lo-
ro capo nel 1 434- Quanto poi alla con-
gregazione di s. Arialdo, it p. ab. d. A-
scauio Tamburino generale dell'ordine
e tra'più celebri scrittori del medesimo,
fino al p. Helyot era stato il solo che ne
avea parlato nel suo libro De j are Au-
batumJù\'!>^. 24, citando le vile mss. di
s. Gio. Gualberto e del b. Rodolfo, che
souo nell'archivio di Vallombrosa, uelle
76
VAL
quali se ne fa menzione, per asserzione
ilei medesimo p. Tamburino. Ila egli
nondimeno ei rato, secondo lo stesso p.
Helyot, dicendo che questa congregazio-
ne di s. Arialdo fu istituita nel 1080 da
tal santo e da'suoi compagni, il che è im-
possibile perchè non può dubitarsi che
già nel 1 066 avea sofferto il martirio, per
aver vigorosamente e con mirabil co-
stanza combattuto contro i simoniaci ,
condannate con cristiana libertà le scel-
leraggini de'chierici nicolaiti, che a que'
tempi menavano vita licenziosa e impu-
dica, e per avere affrontato Guido arci-
vescovo di Milano sostenitore degli ere-
tici, il quale non potendo soffrire il zelo
ch'egli avea per la pura fede e i buoui co-
stumi, lo fece morire. Al p. Helyot sem-
bra più probabile, che questa congrega-
zione non sia giammai sussistita e che il
suo stabilimento sia immaginario, e la
storia ecclesiastica ci dice che s. Arialdo
fu arcidiacono della chiesa Milano, e non
vallornbrosano. Tra quelli i quali insie-
me con lui perseguitarono isimouiaci, vi
fu il conte Erlembaldo uomo d'armi, il
quale ancor esso sostenne il martirio per
la stessa causa nel 1073. Siro sacerdote
della chiesa di Milano, e Andrea da Par-
ma, che dopo la morte di s. Arialdo diven-
ne discepolo di s.Gio. Gualberto, e fu poi
abbate di Strumi, furono i compagni di s.
Arialdo; per cui l'Helyotsi conferma che
la congregazione di s. Arialdo deve tenersi
per invenzione capricciosa. Lo stesso, di-
chiara Helyot, potrebbe dirsi di quella di
Vallombrosella, la quale gli storici del-
l'ordine dicono istituita da s. Laici IX re
D
di Francia, che per la divozione verso s.
Gio. Gualberto fece fabbricare un mona-
stero vicino a Parigi, ove collocò la ma-
no destra o altra reliquia del santo, ot-
tenuta dal p. Benigno 1 5.° abbate gene-
rale, e che il re uni a tal monastero mol-
l'altre abbazie,le quali formarono la con-
gregazione di Vallombrosella, e questa
dilatò le sue radici in Francia e preci-
puamente nel Delfinato (tali monaci non
VAL
furono propriamente vallombrosani, né
allatto erano congiunti alla congregazio-
ne di Vallombrosa: i vallombrosani esi-
sterono soltanto in Provenza, e non in al-
tre parli della Francia). Altri storici del-
l'ordine dicono che s. Luigi IX fece in-
nalzare questo monastero in onore di s.
Gio. Gualberto a Parigi , senza dire il
luogo, che mai si trovò nelle ricerche
coi» diligenza fatte. Il p. Helyot non tro-
vò che un solo monastero in Francia de*
vallombrosani, in Corneillac diocesi di
Orleans, del quale ragiona Dusaussoy
negli Annali ecclesiastici iV Orleans. Fu
esso fondato da un signore, che verso la
fine del secolo XI tornando da Gerusa-
lemme, essendo passato per Roma otten-
ne dal Papa delle reliquie di s. Cornelio
e di s. Cipriano, e condusse seco in Fran-
cia de'monaci vallombrosaui col priore
p. Andrea, a'quali eresse un bel monaste-
ro nella diocesi d'Orleans, a cui die il no-
me di Corneillac a cagione delle reliquie
di detti santi che vi collocò. Finalmente
ilp. Helyot rimarca l'errore dello Schoo-
nebeck, il quale neWIIistoire de» Or-
dres Religieux, parlando del vallosom-
brosano, dice che s.Gio. Gualberto andò
a Camaldoli nel 1008, e che istituì il suo
ordine nelio4o, il che è una manifesta
falsità, giacche il santo nell'uscir da Ca-
maldoli si ritirò a Vallombrosa, ove po-
co dopo gitlò le prime fondamenta del-
l'ordiue. Afferma di più, che questo santo
patriarca die areligiosi l'abito di color
turchino, fatto alla maniera di quello de'
camaldolesi, e che al suo tempo vestiva-
no di color violetta, ciò che prova la ne-
gligenza di detto scrittore, non avendo
mai vestito i vallombrosani tali colori, e
allora usavano il nero.Mentre si fabbrica-
va ilcelebre e maestoso santuario di Gai-
loro presso la Riccia (f^-), in ouore del-
l'ImmacolatoConcepimento della B. Ver-
gine (il che rilevai pure nel voi. LXXIII,
p. 47» celebrando la definizione del dog-
ma), ne fu affidata la custodia a'vallom-
brosani neh 632, i quali tosto v'innalza-
VAL
rono il contiguo monastero, e vi rimase-
ro siuo alle vicende politiche che afflis-
sero gl'inizi del secolo corrente. Indi Pio
VII ad istanza delle popolazioni circo-
stanti di A riccia e Genzano, col breve Ex
parte dilectorum /z Zzo rum, de' 2 9 novem-
bre 1 8 1 6, Bull. Rom. cont. 1. 1 4, p- 2 55 :
Concessio Monasterii, et Ecclesiae o-
lim spectantium monachis ordinis s.Be-
nedicti congregationis Vallis Umbro-
saet seu Seminario Albanensi \favore
Socictatis Jesu terrae Cynthiani, et A-
riciae cjusdem dioecesis. Nel citato ar-
ticolo descrissi ancora il magnifico ponte
che unisce Albano alla Riccia, e avvici-
na la distanza a Galloro anche dalla vil-
leggiatura pontificia di Castel Gandob
fo. Quindi del compimento poi e dell'in-
augurazione del monumentale ponte, e
dell' erezione degli altri ponti tra l' A ric-
cia e Galloro, ne ragionai nel voi. LXX,
p. 1 47- L' antica, illustre e benemerita
monastica congregazione di Vallorobro-
sa, uno de' rami del grande e fecondo
beneficentissimo albero benedettino , è
una delle più esimie glorie della Tosca-
na, dopo gli esempi del fondatore s. Gio.
Gualberto, che fu uno de' più forti re-
pressori degli eretici nicolaili e de'simo-
niaci che ammorbavano l'Italia e più
particolarmente la Toscana, eseguendo
egli l'opera della riparazione de'costumi
con non pochi esemplarissimi suoi mona-
steri ; questi furono rifugio a'fedeli nella
corruzione dell'Italia stessa nel secolo XI,
non che a ragguardevoli prelati e a no-
bili che vi cambiarono le insegne di loro
dignità e grandezze con quelle della u-
miltà monastica. Fiori in ogni tempo
per uomini di santità sublime, di elevate
dignità ecclesiastiche e di scrittori che le
sagre discipline e le umane lettere nobi-
litarono. Onorata perciò la congregazione
da' fedeli, protetta dagli uomini più emi-
nenti, accetta a'principi, e potentemente
favorita da' romani Pontefici , gode da
secoli la speciale protezione d'un cardi-
nale; e Gregorio XVI nel 1 843 ne di-
V A L 57
chiaro protettore l'attuale amplissimo e
virtuoso cardinale Cosimo de Corsi di
Firenze, arcivescovo di Pisa, il quale pre-
se possesso della protetloria nel mona-
stero di s. Prassede di Roma, al mo-
do che narrai nel voi. LV, p. 327. La
congregazione vallombrosana vanta di
averle appartenuto i seguenti. Il magna-
nimo Papa s. Gregorio VII, nella cui
biografia tenni proposito della questione
del suo monacato e parentela, e se con-
giunto di sangue a s. Gio. Gualberto, ri-
cordando i dotti scritti del p. ab. d. Fede-
le Soldani vallorabrosano. Questi sosten-
ne vallombrosano quel s. Gregorio VII,
che sebbene alcuni pretendono figlio di
un artigiano di Soana (V.), rimarcò il
Jager nella introduzione alla Storia del
medesimo di Voigt, che l'eroe del genio
e delle conquiste de'nostri tempi Napo-
leone I dissedi lui: Se io non fossi Napo-
leone, vorrei esser Gregorio Fili Nel
voi. LXXVIII, p. 1 1 3, riparlando della
patria e della famiglia di s. Gregorio VII,
notai che ora il can. Cerri volle dimostra-
re essere Soana del Canavese in Piemon-
te. Inoltre i vallombrosani ritengono es-
sere stato loro monaco il Papa Pasqua-
le II, che nella sua biografia dissi prima
canonico regolare e poi abbate cluniacen-
se di s. Lorenzo fuori le mura di Roma ,
a cui il menologio benedettino dà il ti-
tolo di beato. Il p. d. Benigno Davanzali
di Firenze abbate di Vallombrosa, nel
1 725 stampò in Roma : Notizie al pel-
legrino della basilica di s. Prassede.
A p. 532 e seg. riporta gravi ed autore-
voli testimonianze per provare vallom-
brosani s. Gregorio VII e Pasquale II.
Dice che s. Gio. Gualberto chiamalo da'
monaci cluniacensi del monastero di s.
Benedetto di Calvello, vicino a Soana, a
riformarli e aggregarli al suo ordine, il
santo vi costituì abbate il monaco del me-
desimo Ildebrando verso il io4o. Sicco-
me anticamente il nome di cluniacensi e
vallombrosani erano termini convertibi-
li, per essere stalo s. Gio. Gualberto clu-
78
VAL
niacense, dalla qnal congregazione derivo
la viillombrosana, per cui quando Ilde-
brando si recò in Francia col suo antico
maestro Papa Gregorio VI,che molli ten-
gono calunniato, giunti a Clunjrt Ilde-
brando ne fu falto priore, e vi dimorò i 8
mesi. Indi con s. Leone IX ne parli, e
con esso si recò a Passigoano. Divenuto
Ildebrando Papa ». Gregorio VII, ne de-
rivò quindi la questione se cluniacense o
vallombrosano. Quanto a Pasquale II, il
p. Davanzali, dice che prima fu monaco
inCluny, indi ritornato ini talia entrò Ira'
vallombrosani , essendo allora essi una
cosa medesima co ch.iniacensi, osservanti
la medesima regola. Da tutto ciò ne con-
segue che i due Papi s. Gregorio VII e
Pasquale II si ponno riguardare a un
tempo cluniacensi e vallombrosani. Non
manca chi asserisce vallombrosano anche
Papa Innocenzo II, che comunemente si
ritiene canonico regolare. Certamente e
senza contrasto furono cardinali vallom-
brosani, come li descrissi nelle loro bio-
grafie: S.PieU'o Igneo Aldobrandino Bea-
to Tesoro Beccaria, abbate generale di
Vallombrosa, martire. S. Benedetto li-
berti del sangue regio dei longobardi,
abbate generale dell'ordine, contribuì al-
le donazioni fatte dalla gran contessa Ma-
ti/de alla s. Sede: la sua festa si celebra
a' 4 dicembre, ed è chiamato magno e
glorioso. Anastasio vescovo d'Albano,
secondo il p. Tamburino monaco della
badia di Monte Piano nella diocesi di Pi-
stoia, allora della congregazione e giu-
risdizione di Vallombrosa. Lucio Boezio
monaco di Vallombrosa. Oderisio abba-
te di s. Maria d'Osella presso Città di Ca-
stello, secondo il p. Davanzali, fatto car-
dinale di s. Marlino da Pasquale li : ma
siccome ne' suoi 82 cardinali riportati da
Cordella, il migliore biografo de' cardi-
nali, non è riferito, sotto tale nome io non
ne feci biografia, bensì di Oderisio di San*
grò e dc'diversi Oderisio conli de Alarsi.
Martino Cibo, IO col Cordella lo dissi ci-
slerciense, inculre il p. Davauzati diebia-
VAL
rnndolo di Vallombrosa econoscendo an-
cora che altri scrittori lo dichiarano ci-
sterciense, rileva non dovere ciò recare
meraviglia, sia perchè delle cose antiche
non di tutte si hanno notizie chiare, sia
per volere ciascuno per se quelli che al
mondo goderono bella fama. Pe' santi e
beati dell'ordine si può vedere: ftlarty-
rologiu m Sa ne tortini cong tega tionis Fa l-
lis Umbrosae ordinis s. Benedirli 'juxla
decr. S. R. C 27 rnartii 1773, et 12
sept. i84o,Romaei845. 1 vescovi s. Gua-
io di Brescia e s. Lanfranco di Pavia ri-
nunziati i loro vescovati si resero mona-
ci vallombrosani. Propagatissiraa è la di-
vozione pel romito vallombrosano s. To-
rello, che il martirologio dell'ordine ono-
ra a' 16 marzo. Egli è efficace protettore
delle partorienti, degli agonizzanti e con-
tro i lupi, dalla fiera voracità de' quali
liberò i popoli della provincia del Ca-
sentino. Se ne implora il patrocinio col-
la Novena in onore di s. Torello romito
vallombrosano singoiar protettore delle
partorienti e degli agonizzanti suoi di-
voti, Fucine 1793. Il p. d. Fedele Sol-
doni scrisse il Trattalo apologetico in
cui si dimostra s. Torello da Poppi ere-
mita essere stalo dell'ordine difr allotti-
brosa, Lucca 1 73 1 . Il ricordato p. Situi
che pubblicò il suo catalogo degli illustri
vallombrosani nel 1693, oltre s. Grego-
rio VII e Pasquale 11, registrò 7 cardi-
nali e 34 arcivescovi e vescovi; pochi an-
ni dopo l'abbate generale d. Colombino
Bassi fu consagrato in s. Prassededi Ro-
ma vescovo di Pistoia. Abbiamo del dot-
to vallombrosano p. d. Fedele Soldani,
oltre le Quaestiones Vallombrosanae:
Hisloria s. Mìcliaelis de Passiniano, si-
ve corpus Historiarum dìplomalicum
criliciun, juxla dirottolo gic ani alba tutti
Passinian. seriem elabora Inni, in quo
Siimmorum Ponti fienili constilutioncst
Itnperalorwn lìegumque diplomata et
privilegia Iute usa uè inedita s eidem roe-
nobio, totique Tr allumbrosano ordini
collala rccciisetitur j cui cliani acce-
VAL
dunty et primo in luce prò deunt mona'
stcriorum quamplurimum fundationes,
jurci) dotationes, pluraque alia memo-
rabdia monumenta ad alia speclanlia}
lucubraliones Sanctorum patrum viro-
runici uè illustri uni ordinis ejusdem acta
quae in archivio Vallumbrosanis ad-
servantur, Lucae 1741- I vallombrosa-
ni ebbero monasteri in molte parti d" I-
talia ed in Provenza. Per le vicende poli-
tiche de' tempi ora soltanto esistono in
Vallombrosa, in Passignano, nel mona-
stero della ss. Trinità in Firenze, in quel-
lo del santuario della Madonna di Mon-
te Nero di Livorno, in quello di s. Pras-
sededi Roma, e negli altri luoghi sum-
mentovati. Attualmente sono abbate ge-
nerale dell'ordine il Rm.° p. d. Piiccardo
AgostinoRicci, residente inFii enze,e pro-
curato!* generale il Rm.° p. ab. d. Roma-
no Camerucci, residente nel seguente mo-
uastero di s. Prassede di Roma.
Chiesa di s. Prassede, titolo cardi-
nalizioy in cura deì monaci Vallombro-
sa ni nel rione Monti (V.). Sorge sul
Monte Esquilino, e sulla cima del clivo
Suburrano, nell'area delle celebri Ter-
mc {V.) JNovaziane e Timoline (delle
quali anche nel voi. LXXV, p. 2o5 e
2 io), nell'antico Vico Laterizio, ora via
di s. Prassede, già casa della santa, chia-
mala anche basilica, e di cui è litolare il
cardinal Luigi Vannicelli Casoni arcive-
scovo di Ferrata. Comunemente dicesi
fabbricata da Papa s. Pio 1 del i58, ma
il p. Davanzali l'attribuisce ali. "Ponte-
fice s. Pietro principe degli Apostoli, e sic-
come abitò la contigua casa, le sue noti-
zie si rannodano colla Chiesa di s. Pu-
deuziana, col Palazzo apostolico di s.
Prassede, e col Palazzo apostolico dis.
Pudenziana, per tutto quanto narrai in
quegli articoli, siccome luoghi abitati dal
santo Apostolo, e da diversi Papi suoi suc-
cessori. Il p. Davanzati comincia la se-
rie de'cardinali titolari dal 3 18. Ledet-
te terme formando 1' area ove sorgono le
due nominate chiese, le nozioni prnnili-
VAL 79
ve sono loro comuni, e lo rimarcai an-
che all'articolo Vaticano, parlando del-
la primitiva cattedrale di Roma, che al-
tri vogliono la Chiesa di s. Pudenziana.
Il monastero contiguo lo fondò Papa Ste-
fano IV detto V, e lo die ad una congre-
gazione di monaci greci fuggiti dall' o-
1 ienle, acciò nella propinqua chiesa dì e
notte vi salmeggiassero col rito loro, il
che a (Ferma Novaes, nella Storia di Ste-
fano IV. Invece il p. Davanzati sostiene,
che dopo l'erezione della chiesa fu gover-
nata dal clero secolare sino all'8 17, an-
no in cui a Stefano 1 V detto V successe s.
Pasquale I, il quale avendola rifabbrica*
ta, e postovi il ritrailo di s. Pietro, la
concesse a'monaci greci di s. Dasilio.Que-
sli la tennero sino al 91 r, in cui loro la
tolse Anastasio 111, il quale die il mona-
stero e la chiesa a'eanonici regolari di s.
Maria del Reno, detti Scopettoni, che vi
rimasero sino al 11 9 1 , nel quale anno lo-
ro la levò Celestino HI col monastero.
Rimase la chiesa di s. Prassede a dispo-
sizione del suo titolare cardinal Goffredo
0 Siflredo Gaetani, ma il Cardella lodice
titolare di s. Prisca neh 193, con trasla-
zione dalla diaconia di s. Maria in Via
Lata fatta da Celestino III. Però deve pre-
ferirsi l'affermato dal p. Davanzati, poi-
ché narra che il cardinale dopo aver fat-
ta governare la sua chiesa di s. Prassede
per 7 anni dal clero secolare, supplicò iu-
slantemente il Papa Innocenzo Illa con-
cederla col monastero a'monaci di Val-
lombrosa, e I' esaudì col consenso de*
cardinali, mediante bolla in favore al p.
ab. Martino e suoi monaci di Vallom-
brosa. La bolla ha la data de' 2 giugno
1 1 98, e sottoscritta dal Papa e da 1 5 car-
dinali, fra' quali Syphredus T. s. Pra-
xedis presh. cardinalis, e vi sono espres-
si i privilegi e le grazie accordali da In-
nocenzo HI a'vallornbrosani,ed i motivi
della concessione. Ma allora la chiesa e il
monastero non avea fondi che per man-
tenere 6 padri. De'loro beni e di quelli
spellanti a'inedesimi, del monastero de'
80 VAL
ss. Primitivo e Nicolò di Gabìo (V.)% ne
riporta 1' interessanti notizie, le contro-
versie e i documenti il Galletti, Del Pri-
micero della s. Sede. Pio IV nel i56o
conferì la basilica per titolo al nipote car-
dinal s. Carlo Borromeo arcivescovo di
Milano. Questo gran porporato, divotis-
si ino della medesima, fabbricò un palaz-
zo per suo comodo e per quello dei ti-
tolari suoi successori, forse sulle rovine
del palazzo già abitato da alcuni Papi, il
quale poi fu comprato dal monastero,
quando il titolare cardinal Giulio Ga-
brielli nel i654 lo volle vendere, per la
somma di circa 5ooo scudi. In questo
palazzo volle abitare il santo (anco per
essere arciprete della vicina patriarcale
di s. Maria Maggiore), e per la divozione
che avea alla chiesa ed a s. Prassede, con-
tinuamente si portava a farvi orazione
ed a predicare; andava al mattutino in
coro co'monaci, e spesse volle lo recita-
va in ginocchioni avanti la s. Colonna
(J7.), che quivi si custodisce con somma
venerazione qual sagro tesoro, con rima-
nervi gran tempo a meditare. Avendo il
cardinale, per mancanza di rendite, tro-
vato scarso il numero de' monaci, l'au-
mentò di 6 religiosi, pe'quali ogni anno
somministrava il vitto e il vestito, il che
continuò sino alla beata sua morte, av-
venuta nel 1 584- Descrivendo la chiesa
dissi degli abbellimenti e rista uri opera-
tivi da s. Carlo, cominciando dalla stra-
da, e di quelli eseguili da altri cardinali
e da'Papi, non meno di sue prerogative,
il cui titolare anticamente era ih. "ebdo-
madario della patriarcale basilica di s.
Lorenzo fuori delle mura, nell'ufliziatu-
ra, in luogo del Papa celebrando all' al-
tare pontificio. Altre notizie si ponno leg-
gere nel Da vanzati. Terminerò con enu-
merare tulli gli altari, dovendosi tener
presente la descrizione che ne feci nel suo
articolo, aggiungendo col Titi che fu re-
staurata anco da Nicolò V, col disegno di
Bernardo llossellini fiorentino. E una di
quelle chiese e basiliche antiche, le qua-
VAL
li hanno insieme col campanile il porti'
co avanti, portici che nelle descrizioni an-
tiche sono detti Locus Pauperum. No-
tò Cancellieri, che il suo Campanile è del
genere di quelle torri quadrate altissi-
me d'opera laterizia, con più ordini d'ar-
chetti semicircolari, sostenuti da colon-
n uccie, con cornici a seghe di mattoni e
modiglioni di marmo bianco, per indi-
car i diversi piani e la trabeazione, e for-
marvi gì' intavolamene ; e pel loro or-
nato si adoperarono piccoli dischi di mar-
mo, di porfido, di serpentino, o piatti
concavi di maiolica di diversi colori. In
questa torre campanaria, sopra i muri
dell'interno, vi sono al 2.0 piano alcune
pitture antichissime, rappresentanti i fat-
ti dell'istoria di s. Agnese. Cancellieri de-
plorò ch'esse trovinsi in gran parie can-
cellate, nondimeno quando lo descrisse
nel 1806 eranvi ancora molte figure in-
tere, e nel fine delle cornici varie lettere
che spiegano alcuni falli della sua vita.
L'Anastasio dice nella vita di s. Pasqua-
le I, che fece un oratorio in questo mo-
nastero in onore di s. Agnese vergi ne/fff-
rae pulehrìtudinis exornatum. Quindi è
da credere, che nel piano di questo cam-
panile fosse l'apside quadrilinea dell'ora-
torio, la cella del quale sarà stata verosi-
milmente una stanza contigua a questo
piano. Si entra nella chiesa pel portico
ornato di due colonne di granito, prima
del quale sono due bianche di scale (in
cui non sono de' gradini di rosso antico
rari molto per la grossezza del masso,
come vuole Nibby, ma come dissi descri-
vendo la chiesa formano le due branche
dell'interno della medesima per ascendere
all'altare maggiore. Noterò, che ora essen-
do stata trovata nell'Egitto una cava ab-
bondante di rosso antico, con attivar* e
vendersi a discreto prezzo, notabilmente
diminuì sia la rarità, sia il costo del pree-
sistente rosso antico. Tanto mi fu assicu-
rato da persona ragguardevole. Certo è,
che si legge a p. 1 158 del Giornale di
/ionia deh 853. » 0<mi amatore dell'ai-
VAL
te sentirà con piacere che il rosso e il ver-
de antichi, queste due celebri specie di
marmo, ch'erano citate dall'alta antichi-
tà, e di cui le miniere erano da tempo
immemorabile perdute, sono stati ritro-
vati dallo scultore tedesco Siegel, stabili-
to in Atene. Egli ha scoperto il rosso an-
tico sulla parte sud della catena del Tai-
geto, e il verde antico sulla parte nord
dell'isola di Tinos"). L'altare maggiore
isolato è nobilissimo. Il quadro in mez-
zo alla tribuna lo dipinse Muratori, e vi
espresse s. Prassede. Nel grand' arco e
nella tribuna sono i musaici fatti esegui*
re da s. Pasquale I, colla sua immagine
mentre viveva j quello dell' arcone rap-
presenta la città santa dell'Apocalisse co-
gli eletti e gli angeli che li custodiscono;
nella faccia dell'apside è il mistico Agnel-
lo, a cui si prostrano i 24 seniori, indi
viene espresso il Salvatore attorniato da
santi. Il fregio che gira intorno alla tri-
buna contiene in lettere di musaico que'
versi che riportai nel suo articolo. Il ti-
tolare cardinal Antoniotto Pallavicini rin-
novò il pavimento marmoreo^ e vi fece
due cori per comodità de' religiosi, e poi
a quello di sotto s. Carlo fece i sedili. Sot-
to l'altare maggiore nella cappellina sot-
terranea si venera il corpo di s. Piasse-
de e altre ss. reliquie. Delle sue 3 navi
quella di mezzo ha pitture di Cosci, Mas-
sei, Croce, Ciampelli, Nogari e altri, ed i
chiaroscuri gialli sono di Rossetti. Pieri
dipinse la facciata di fronte coll'Annun-
ziata, gli Apostoli e de'puttini; e Ciampel-
li la storietta sulla porta di fianco, l'An-
gelo sul pilo dell'acqua santa, e laB. Ver-
gine col s. Cambino sulla porta della sa-
grestia (quasi non più conoscibile : presso
i due pili dell'acqua santa, adiacenti al-
la porta grande e alla porta minore, so-
no due lapidi marmoree, che dicono a-
vere s. Pasquale I collocati in questa chie-
sa duemila e trecento corpi di ss. Martiri.
Però saviamente osserva il can. Dauco
nella Storia della città di Feletri, t. 2,
p. 198, che se considerasi bene tali leg-
voi. lxxxvih.
VAL 8r
gende, si ver! rà che non furono corpi ì
collocati sotto 1' altare di s. Prassede da
s. Pasquale I , ma piuttosto piccolissime
loro parti, ossia reliquie, altrimenti oc-
correva perciò un miracolo). Comin-
ciando il gito sotto la nave minore a di-
ritta, trovasi prima la cappella di s. Ber-
nardo Uberti, di cui la tavola è dipin-
to da Luzzi, i laterali essendo di Soc-
corsi e Peslrini, ili.° de'quali colorì pu-
re le lunette. Nella seguente cappella il
quadro col Cristo morto è pittura di De
Vecchi, la volta e gli spartimenti sono del
Borgognone, le lunette laterali di Ferri.
La 3." antichissima cappella è della s. Co-
lonna, nella quale da'manigoldi co'Jla-
gelli vi fu flagellato il Redentore, come
rilevasi da'versi che ho riferito nel sur-
ricordato articolo (di contro e fuori del-
la cappella è il monumento sepolcrale del
cardinal Cetivo): s. Pasquale I l'edificò
con ricchi musaici in onore di s. Zeno-
ne, e vi ripose il di lui corpo e quello di
s. Valentiniano, avendo io pure dichia-
rato in detto luogo perchè si dice Orto
del Paradiso e s< Maria libera nos a
poenis inferni, essendovi la sua immagi-
ne di musaico nell'altare. Sotto la nave
sinistra trovasi la sagrestia, il quadro del
cui altare dipinto da Ciampelli, rappre-
senta il Crocefisso tra due Angeli genu-
flessi. Ivi si conserva il rinomato quadro
della Flagellazione, lavoro pregievolis-
simo di Giulio,Romano, eseguito pel car-
dinal Divizj, e lo donò alla chiesa per la
venerazione che avea all'insigne reliquia
della s. Colonna. Tornando in chiesa, nel-
la 1. "cappella a diritta è il quadro con s.
Gio. Gualberto del Borgognone ; le pit-
ture di prospettive sono di De Rossi, il
resto di Ruggeri. La cappella Olgiati ar-
chitettata da Martino Lunghi, ha il qua-
dro con Gesù Cristo che porta la Crocea
di Federico Zuccari : la volta coli' Ascen-
sione del Signore, la B. Vergine, i Pro-
feti e le Sibille, tutto colorì il cav. d' Alpi-
no. Sull' aliare della seguente cappella»,
dalia gratitudine de'vallombrosant dedt-
6
82 VAL
cala a s. Carlo Borromeo, il suo quadro
è di Parrocel, ed i laterali di Stein : qui-
vi e nel monastero si conservano memo-
rie del santo. L' ultima cappella sagra
alla famiglia di s. Prassede, e tutti i qua-
dri in essa esistenti sono del Severoni.
VALMOINTONE. V. Velletbi.
VALONA. V . Anfissa e Saloni.
VALPERTO, Cardinale.Vescovo di
Poi to,successe nel governo di quel la chie-
sa 11611*8760877 a Formoso privatodel
vescovato da Giovanni Vili. Intervenne
ai concilio di Ravenna dell' 878, ed a
quelli di Troyes nelle Gallie, e romano
adunato nell'879 e ricordato pure da U-
ghelli, Italia sacra, 1. 1 , p. 1 1 3.
VALVASS1 Galdino(s.), Cardinale.
Nato in Milano dalla nobile famiglia det-
ta della Scala,prima suddiacono, poi can-
celliere, indi arcidiacono della chiesa Mi-
lanese, ad oggetto d'evitare le persecu-
zioni dello scismatico imperatore Fede-
rico I, che minacciava l'estremo eccidio
alla sua patria , si ricoverò insieme col
suo ai ci vescovo Oberto da Pirovano pres-
so Alessandro III, a cui essendosi mo-
strato costantemente ossequioso e ubbi-
diente, per le preclare sue virtù neh 164
o 1 1 65 inSens lo creò cardinale prete di
di s. Sabina, e poi contro sua voglia nel
settembre 1 167 arcivescovo di Milano, e
legato dellaLombai dia con immenso van-
taggio delle chiese di quella provincia.
Questo santo cardinale restaurò la città
di Milano rovinata dalle guerre, richia-
mandovi i cittadini dispersi, come vuole
Cìacconio; ma fu cori etto da) Sassi nella
Serie degli arcivescovi di Milano ,t. 2, p.
558, dove afferma che non già s. Galli-
no, ma sibbene i milanesi furono quelli
che intrapresero a risarcire la loro città,
rendendola capace d'accogliere di nuo-
vo i suoi abitanti, lo che risaputosi dal s.
arcivescovo, che allora si trovava in Ro-
ma, si condusse prontamente a Milano,
dove fu ricevuto e accolto con grande o-
noie da que'ciltadini, le cui miserie sin-
golarmente in que'priucipii sovvenne con
VAL
generosa liberalità, che non riconoscen-
do né termine, nò misura, si estese a tutti
i poveri della sua arcidiocesi, ma in mo-
do particolare alle nobili persone colte
e civili, cui la naturale vergogna impe-
diva dal domandare limosina. Alla sua
vigilanza non isfuggirono neppure i car-
cerati o per debiti o per delitti, a sollie-
vo de'quali assegnò fondi capaci per sov-
venire alle necessità e bisogni loro. Non
dimenticò la sua metropolitana, alla qua*
le comparti insigni benefìzi. Contribuì
coll'opera e col consiglio alla nuova città
che venne fabbricata, e che in onore d'A-
lessandro III fu denominata Alessan-
dria. In Milano si accinse a riedificare
il palazzo arcivescovile, affatto rovinato
nel sacco dato alla città da Federico 1, lo
che esegui con ecclesiastica magnificenza,
avendo nel tempo stesso ricuperato pa-
recchi.fondi di sua chiesa, che in tempo
di guerra erano passali in altre mani.
Sottopose all'interdetto ecclesiastico Pa-
via, e a nome del Papa privò Pietro To-
scano suo vescovo dell' uso del pallio e
della croce, non meno di sua dignità, per
aver favorito le parti dell' imperatore
contro il legittimo Papa, e rigettò tutti
i vescovi nominati dallo stesso Federico
I, col quale poi a nome della città di Mi-
lano stabilì e concluse perpetua pace. Ad
una vita santa corrispose una morte pre-
ziosa al cospetto del Signore, poiché nel-
l'atto in cui con apostolico zelo inveiva con-
tro gli eretici manichei, denominati an-
che catari, che infettando già da più anni
co'loro mostruosi errori varie provincie
d'occidente, erano penetrati eziandio in
Milano, poco dopo terminata la messa so-
lenne, rottasegli all'improvviso una vena
in petto, cadde estinto sull* ambone del-
la chiesa neh 173 d'8o anni, altri scri-
vono nel 11 75, ed altri 11^117601177;
finalmente l'Eggs gli prolunga la vita al
1 1 78. Muratori, Ughelli, Sassi e altri ne
fissauo l'epoca 311176, ed è l'opinione
più probabile. L'eroiche virtù di s. Gal-
dino, e gli strepitosi miracoli co* quali
VAL
Dio volle glorificarlo, indussero Alessan-
dro III con canonizzazione ad ascriverlo
nel numero de'santi. Fu tumulato nella
metropolitana di Milano, da dove s. Car-
lo Borromeo tolse una parte di sue reli-
quie al cardinal Paleotto arcivescovo di
Bologna. Il nome di s.Galdino è inserito
nel martirologio romano a' (8 aprile, che
fu quello della beata sua morte. Mura-
tori però negli A anali d Italia, t.j ,par.
I, p. 3i , riferisce che fu sepolto nella
chiesa di s. Tecla presso il pulpito ; ma
il Sassi avverte, che da essa neh 461 fu
trasferito nella metropolitana dall'arci-
vescovo di Milano Carlo Nardini con so-
lenne pompa, e poi dall'arcivescovo s.Car-
lo Borromeo fu collocalo nell'altaredella
confessione, insieme colle reliquie d'al-
tri santi.
VALVASSORE. V. Vassallo.
VALVE (Valven).Q\V& vescovile e di-
stretto dell'Abruzzo Ulteriore li nel re-
gno di Napoli, 4 miglia distante da Sul-
mona. Atterrata la città dal terremoto,
non molto distante sopra collina amena
e salubre sorge quella che la successe,
la quale 4 000 e irci ter contine t incolas,
secondo l' ultima proposizione concisto-
riale deli 853. Sul monte vicino si vedo-
no gli avanzi dell'antica Valve, ma non
si conosce l'epoca precisa del disastro. Il
Fa t teschi nelle Memorie del ducato di
Spoleto, a p. 204, tratta di Valve e Cor-
fìnio capitali de'peligni, celebri popoli an-
tichi, e dice quanto vado a riferire. I pe-
ligni circondali dalla parte di settentrio-
ne dal fiume Pescara , erano situati al-
l'occidente de' marsijSotto il nomede'qua-
li sono stati talvolta compresi, affatto di-
visi da'vestini,da'sannili e da'frentani. A
levaute de' peligni erano i marrucini col
loro gastaldato di Teate o Chieti , divisi
però tra loro dal dorso alpestre del mon-
te Majella non lungi da Sulmona, illu-
strato dal soggiorno fattovi da s. Celesti-
no V che vi istituì i Celestini. Poche cit-
tà ebbero i peligni ne'tempi di mezzo;Cor-
fiuio assai celebre nelle storie romane,per
VAL 83
cui in diversi luoghi ne parlai, nel 662 cir-
ca di Roma fu scella a piazza d'armi nella
guerra Marsicana o Sociale de' confede-
rati contro Roma, perchè loro negava la
cittadinanza , qual principale arsenale e
magazzino a sosteguo dell'ardita impre-
sa, e per custodia degli ostaggi delle cit-
ta alleate : avendola formata una vera
piazza d'armi, le diedero l'epiteto d'Ita-
lica. Confederali de'peligni furono i ve-
stini, i inarsi, i marrucini, i frentani , i
sanniti, i quali tutti convennero in Cor-
finio per rendere comuni a tutti gl'ita-
liani le romane prerogative. Dopo due
annidi terribile guerra, fecero piegare
Pvoma ad annuire alle loro brame, seb-
bene il fine della guerra era stato infau-
sto, venendo poi deviala dalle gare ci-
vili di Mario e Siila. Fu essa de'peligni
la capitale con Valve, la quale fu detta
ancora Valva, Balla, Balva, Sulmona,
e la sua colonia Sub equum, ossia la Val-
le Superaci] nana, confinante co' inaisi.
Crede Cluverio, che tal colonia fosse Ira
la città di Sulmona e il fiume Sangro,
dov'è oggi situalo Castel Vecchio; ma il
diligeolissimo Olstenio attesta, che la me-
desima colonia sussisteva tuttavia col no-
me di Valle Superaequana, alla sinistra
della via Valeria, sopra Goriano, dove
tra'castelli ivi esistenti, Castel Vecchio è
il principale. Crede però il medesimo au-
tore, che il castello antico Super equo sia
perito. Altre città ebbero i peligni, come
Sulmona patria d' Ovidio, di cui cantò
Sulmo mìhi patria est gelidis uberrimus
undis. Dappoiché i peligni furono detti
aquosi per 1' umidità che nel paese vi
diffondono i fiumi. La magnifica Sulmo-
na, ad onta del desolante terremoto del
1 7o3,conserva ancora gl'indizidella pro-
pria magnificenza, e sono ancora però da
ammirarsi la cattedrale dedicata a s. Pan-
filo, il palazzo del marchese Mazzara, gli
acquedotli ec. Cluverio non rammenta la
città di Valve, ed alcuni sospettano che
occupi essa il luogo dell'antica Corfiuio.
L' Olstenio francamente tiene per indù-
84 VAL
Li tato che Valva, quaeolim Corfinimn,
nobilissima civitas. Se crediamo a Sige-
Lerto, ebLe sussistenza Corfinium anche
nel secolo X, dicendo all'anno 969, che
Teoderico vescovo di Metz, tra le sagre
reliquie, che raccolse in varie città del-
l'Italia: A Corfinium Luciani syracusa-
nani virginem et martyrem,aFaroaldo
duce Spoletanorum olim a Syracusis
illuc translatam in Germaniam depor-
tasse. Ma tale racconto di Sigebertoè te-
nuto per favoloso dal Baronio nelle no-
te al Martirologio romano. Ebbe la città
di Valve i suoi vescovi distinti da que'di
Sulmona^ e V unione de' due vescovati,
secondo l'Ughelli, non seguì che al prin-
cipio del secolo Vili, aeque principali-
ter, ed in quell'articolo ne riportai la se*
rie col medesimo, con altre notizie del ve-
scovato,cattedra!e e capitolo di Valve. Del
vescovoBonaventuraMartinelli abbiamo:
SynodusV alvensi etSulmonensi ab Ep.
B. Mar lineili anno 1 7 1 5, Romae 1 7 1 7.
Da'preziosi monumenti, che si leggono nel
Cartario Farfense riguardanti la regione
de'peligni, rilevasi che restando soppres-
so da'longobardi il nome di peligni, dal-
la città di Valve unicamente prendevano
il loro nome le popolazioni di queste con-
trade, per cui si dissero Valvenses e Bai-
benses, e che in Valve risiedeva il gastal-
do a'tempi de'longobardi, ed il conte ne'
tempi posteriori. Camerino gastaldo di
Valva si legge presente ad un placito del
75o, riferito dal Muratori nella nota i3
al Cronico Farfense. Adelperlo gastaldo
di Valva con Sinualdo vescovo della stes-
sa città (non conosciuto dall' Ughelli), leg-
gono in un placito bellissimo dell' 801,
tenuto da Ebroaldo conte del regio pa-
lazzo in Cancelli* fìnibus Spoleti, luogo
sugli Apennini nell' Umbria, pubblicato
dal Galletti nelle Memorie di tre antiche
chiese di Rieti, a p. 32. Da questi appren-
do, che Sinualdo si deve collocare dopo
Vadperto che fiorì 1161777. E molto pro-
babile, che anco Berardus judcx de Bal-
la, ossia Valva, presente ad altro placi-
V AL
to, che Pietro vescovo di Pavia, dipoi Pa*
pa Giovanni XIV , e Teudino conte di
Rieti tennero nel 982 nell'episcopio di
tal città} e che ancora Petrus judex de
Balba, rammentato in altro placito ne*
Marsi nel 995 di Elperto vescovo e O-
derisio conti deputati del duca e marche-
se Ugo di Spoleti e Camerino, fossero gli
stessi gastaldi valvensi. Idue placiti, Fat-
teseli-! li riporta nell'Appendice de'docu-
menti a'n.i 68 e 72. Quanto alla topo-
grafia di questo paese a'tempi di mezzo,
utilissimi sono i monumenti del citato
Cartario, da'quali si conoscono i castelli
di Grajano, Sarzano, il castello di Beffe
o Beffi, Sibiano, Galliano, Navino, la vil-
la Velinari situata nella Valle Super ae-
quana , come potrà riscontrarsi nel n.°
26 dello stesso Fatteschi. Teudino conte
figlio del conte Randuisio , habitator in
Comi tatù Balbensi et in villa Superae-
quana, in castello qui vocatur de Navi-
no, per l'anima sua, et conjugis nomine
Oriae dona in sacrosanclo altario Bea-
ti Joannis quod constructum esse digno-
scitur in Valle Superaequana in voca-
bulo Velinari, un suo molino con altri
beni uelio84- Altre chiese che in questo
gastaldalo appartenevano alla badia di
Farfa,leggonsi registrate nel diploma del-
l'imperatore s. Enrico II del ioi4, nel
quale conferma: In Comitatu Balbensi
le chiese s. Peregrini, et s. Mariae cunt
pertinentiis earuminquibus comes Ode-
risius noviter monachos locavit, riducen-
dole così all'essere di celle monastiche co*
monaci e preposto. Nel diploma poi, che
l'imperatore Corrado 11 nel 1028 com-
partì a Guido abbate di Farfa, gli confer-
ma : In comitatu Balbensi ccclesiam s.
Mariae in Trajano, ets. Mariae in Sar-
zano cum suis pertinentiis, e si legge nel
n.° 92. Altre notizie del castello di Belìi,
di Siziano, Galliano, ed altri delle con-
trade della giudiciariaValvense e suo ter-
ritorio, il Fatteschi le riporta nell'Appen-
dice al n.° 26. Anche il Corsignani, poi
vescovo di Sulmona e Valve uniti, nella
VAL
Reggia Marsicana, afferma che l'antica
Valve fu distrutta, e nota che i superae-
quarti da sopra i monti confinavano co-
gli equicoli, e riporta un'iscrizione della
colonia Superaequanorum , posta nella
chiesa di s. Maria di Secenara. Riferisce
l'Ughelli Hanc XJrbem (Sulmona) geo-
graphi in 4«a regione Italiae collocante
90 omnino milliariìs ab Urbe Roma dis-
sitam in Pelignis,quae Regio mine Val-
va nuncupantur 3 nam ut Blondus tradii
circa anno Domini 700 sub dominio lon-
gobardum Regum circaSulmonem anti-
quato nomine Pelignorum, in Comi tatù
erecta, et Valva est nuncupata,ex quo
factum est, utdioecesisEcclesiae Sul/no-
nensis, atqite huic Regioni, Romana Ec-
clesia V alvensem Episcopatum dixerit,
cujus in sacris conciliis frequens memo-
ria extat. Episcopus habel dna cathe-
drales EcclesiaSyUnain ipsa Sulmonen-
sis civitate s. Pamphilo dicala , altera
in sylvis , ubi velcris Corfinii vestigia,
ingente sque aedificiorum ruinae, passim
cernunlur , s. Pelino sacra , qui ibidem
sub Juliano Apostata, cum ejus oratio-
ne Martis templumcorruisset, a tempio-
rum Pontificibus durissime caesus,atque
85 vulneribus confossus , martyrii coro-
nala promeruit, die 5 decembris anno
362. Juncla deinde Sulmonensi V^alven-
sis Ecclesia Episcopali dignitate con-
decorata est,autpaulo ante, auts. Ser-
gio I Ponti/ice sedente adclavum. Con-
stant autem ante annum 700 nostrae sa-
lulis harum Ecclesiarum simul juncta-
rum Praesulem, ad poster itatis merno-
riam non transiisse. Quicquid autem sit
de praeteritis temporibus _, hoc nostro
saeculo a Sulmonensi tamquam a di-
gniori Valvensis dignitas denominatur,
in qua sacrorum Antistes cum clero
splendidiori fixit sedes. Dichiara poi il
suo annotatore Lucenzi: Ecclesia vero
Valvensis 4 milliaribus distans a Stil-
inone sita est prope moenia Terrae Pen-
ti mae co in loco, ubi olimCorfinium erat.
In ea pariler 1 2 canonici in dmnis ojye-
VAL 87
rantur cum praeposito. Di più dice che
in Pentitila era vi l'episcopio, il monte di
pietà e il seminario. Sui peligni, inclusi-
vamente a Valve e Sulmona, signoreggia-
rono gli antichi duchi di Spoleto , la re-
gione appartenendo a quel potente duca*
to. Dipoi Valve fu posseduta da'gran con-
ti di Marsi, uno de'quali Trasmondo ne
fu vescovo. Nella divisione delle signorie
il contado di Valve colla città di Sulmo-
na, e con tutto lo stato della Valeria, toc-
cò a Oderico fratello del gran conte Be-
rardo. In seguito Valve con Sulmona di-
venne principalode'Borghese romani. Ri-
tornando a Corfinio, che colla sua sede
vescovile die origine a questa di Valve,
essa era poco distante dal fiume Ateruo,
sulla destra e poco lungi dal ponte no-
minato da Cesare, e in una bella pianu-
ra cinta di montagne. Sorgeva più d'u-
na lega lungi da Popoli , il quale fu già
nobilissimo feudo de*Cantelmi. Strabone
pure fa memoria, che Corfinium gentis
pclignorum caput communem omnibus
Italis, loco Romae, Urbem, designan-
tes, ac belli arcem, cui Italiae nomen in-
diderunt. Nelle guerre civili^ Cesare for-
zò Domizio Enobarboa ritirarvisi, 1' as-
sediò e la prese, per avere parteggiato
per Pompeo. Diverse notizie di Corfinio
si ponno leggere nel Corsignani , ripor-
tando un'iscrizione che ricorda la sua re-
pubblica e la perforazione d' un monte
nello spazio di 1000 passi onde formare
un canale: Respublica Populusque Cor*
finiensis. Un acquedotto principiava da
Roma o da Tivoli, e per Corfinio passa-
va ne'Marsi. Vi terminava la celebre via
Valeria. Il vescovo di Brindisi s. Pelino,
reduce da Roma,per la fede cattolica mo-
rì in Corfinio; dopo il suo martirio gli
fu eretto in Marsi un celebre tempio col
suo nome, dal quale lo prese il castello
di s. Pelino ne' Marsi, terra antica edifi-
cata colle rovine di Albe, come altre. Cor-
signani ritarda di due anni il martirio del
sauto, cioè al 364, Pero a quest'anno 1»
riferisce io stesso Ughelli Delia serie de-
86 VAL
gli arcivescovi di Brindisi, Italia sacrai
t. 9, p. i i , e ne riporta la vita. Vicino
alla terra di s. Pelino, presso la via Va-
leria, si trovarono gli avanzi d'un ma-
gnifico pretorio, e de' pubblici bagni de-
gli antichi romani e de' inarsi. Colle ro-
vine di Corfinio fu edificata Pentitila po-
co distante, come lo è da Sulmona e dal
fiume Pescara a'piedi dell'Apennino, an-
ch'essa.nell'Abruzzo Ulteriore II. Di Pen-
tima, dice Corsignani esistere vicino a'
Alarsi, e conservarsi nel suo episcopio una
iscrizione spettante all'antica città di Ci-
vita Anlina, che ricorda essere stata e-
retta al tempio che ivi avea il Sole e la
Terra ossia Vesta. Avendo Pentima o
Pentina perduto il titolo di città, attri-
buitole dalla cattedrale di s. Pelino, si-
tuata poco lungi da essa, ne' primi anni
del secolo passato ricorse al collaterale
di Napoli, e verificatesi le sue prerogati-
ve alla regia udienza provinciale, per l'e-
nergia e zelo del celebre d.r Pietro Ai-
terragnoli gentiluomo della medesima,
ne uscì il decreto a favore di Pentima:
Quod manuteneatur et quatenus opus,
reintegre tur in possessione se denomi-
nandit et appellando Civitatem. Quindi
da tutti Pentina fu chiamata città, e fra
Je sue produzioni sono celebrati i vini di
gran bonlà e perfezione. Aggiunge Corsi-
gnani che di Pentina n'è signore il vescovo
di Sulmona eValve,e che Pasquale II con-
fermò alla cattedrale de1 Morsi, ora Pesci-
na (f^.Jy il dominio di tutte le chiese di sua
diocesi, fra le quali s. Giovanni in Penti-
na. Di Pentima poco ne parlano i geogra-
fi, ed erroneamente lo credono un villag-
gio, con due chiese e 1 6oo abitanti.La cat-
tedrale di s. Pelino da Corfinio, col suo ve-
nerando corpo e la residenza del vescovo
furono trasferite a Valve, e perciò fu an-
che denominato il vescovato di s. Peli-
no; distrutta Valve, tutto fu trasportato
in Pentima. Nella biografia di Papa s. A-
lessandro I, col Novaes dissi delle chiese
ove si venerano le sue reliquie, fra le quali
quella di Sulmona che uè conserva il cor-
VAL
pò, secondo TUgheUi, mentre il Lncenzi
nel correggere l'asserzione, a (Ter ma vene-
rarsi invece nella cattedrale di Valve. E
con l'Oldoino, nelle note alle FiUte Pori-
tificum del Ciacconio , t. i , p. ì 1 8, con-
clusi che tali chiese o hanno una patte
insigne del corpo di s. Alessandro I, ov-
vero quello d' allro sanJo omonimo. Il
Diario Romano a'3 maggio, festa di s.
Alessandro I, dichiara che il suo corpo
con quello de' suoi ss. Compagni riposa
nella chiesa di s. Sabina di Roma. Ne'
voi. LXXIII, p. ioi e 107, LXXVI, p.
188, pai lai della basilica, oratorio e se-
polcro di s. Alessandro I nel 18^4 rinve-
nuto nella via Nomenlana e Salaria sub-
urbana a Roma, ed ove già avea tro-
vato asilo s. Pietro principe degli Apo-
stoli. Qui aggiungerò, che il n.° 87 del
Gioì naie di Roma del 1857, narra che
il Papa Pio. IX a' 16 api ile si portò nel-
la vicina chiesa di s. Agnese fuori delle
mura a celebrarvi la messa di ringrazia-
mento allo scampato gravissimo perico-
lo, da me descritto nel i.° de'citati voi.,
e poi vide la prospettiva del propinquo
monumento che sta erigendo la pietà de*
fedeli per eternare il luogo. Indi il Papa
andò alla basilica Alessandrina e co'cou-
sueti riti vi collocò lai. "pietra fondamen-
tale per la nuova chiesa, che a cura del-
la s. congregazione di propaganda, pro-
prietaria del tenimento, si va edificando
sopra l'antico oratorio, rinnovandone la
primitiva dedicazione a'ss. Alessandro I,
Evenzioe Teodulo. Colla t." pietra il Pa-
pa vi pose una cassetta di bronzo conte-
nente la medaglia espressamene forma-
ta per memoria dell'avvenimento, colla
propria effigie e l'iscrizione riprodotta dal
Giornale jnon che con pergamena da lui
segnata, e in separato tubo altra colla
narrazione del fatto e sottoscritta da'ear-
dinali, prelati e altri presenti. Termina-
ta la sagra funzione, il Papa seduto sul-
l'antica sedia marmorea, pronunziò pa-
role di salute e di vita al popolo, e parti-
colarmente agli aluupi di propaganda de-
VAL
stinoli alle missioni apostoliche , per in-
fervorarli ad essere banditori della fede
cristiana per tutto l'orbe, e per distrug-
gere quello spirito d'indifferenza, che re-
gna ora fatalmente nel mondo. Aggiun-
se poi, che desiderava benedirli prima nel
nome dell' Eterno Padre , allineilo una
scintilla onnipotente penetrasse i loro
cuori; nel uome dell'Eterno Figlio, increa-
ta sapienza, affinchè uua parte di essa dif-
fondesse nel loro intelletto; e nel uome
dell'Eterno Paracleto, perchè li accen-
desse di santo zelo per l'apostolato. Do-
po le quali parole, che altamente com-
mossero gli astanti, il Papa comparti a
tutti l'apostolica benedizione. In tale cir-
costanza fu distribuita la circolare, che
la s. congregazione di propaganda indi-
i izzò all'Episcopato e a' vicari apostolici,
perchè nella loro pietà volessero contri-
buii e all'erezione del nuovo tempio, e del
luogo siliceo di tante sagre memorie del-
la primitiva Chiesa. Il Papa desideroso
d'iniziare l'edifizio, volle contribuirvi con
3ooo scudi, e il secondo oblatore fu il car-
dinal Haulik arcivescovo di Zagabria of-
frendo scudi 5oo, egual somma avendo
già donato pel monumentodell'Immaco-
lata Concezione in piazza diSpagna,della
cui inaugurazione ragionai a p. 281 del
voi. LXXXVII. Nel t. 4 della nuova serie
del Giornale Arcadico di Roma ,a p. 44
vi è la Breve notizia intorno all' oralo*
rio e alla catacomba di s. Alessandro I
al settimo miglio della via Nomentana,
pubblicata da un divoto di tali sagre
memorie. Si legge nella suddetta ultima
Proposilio Ecclesiarum Valvensis et
Sulinonensis invicem perpetuo canonice
imitar um , et s. Apostolicae Sedi sunt
immediate subjectae. Catliedralis Ec-
clesia Valvensis in prisca civilatet mine
terra Pentimae nuncupata) conspicitur
sub invocatìone s. Pelini. Non ha cura di
anime, là parrocchia essendo nella chiesa
parrocchiale di s. Martino. Il capitolo si
compone della dignità del prepostoci 1 2
canonici, comprese le prebende teologale e
V AN 87
penitenziale, e di 3 mansionari, oltre al-
tri preti e chierici inservienti all' ulfizia*
tura divina. Vi sono pure diversi sodali-
zi. Ne' fertili dintorni di Valve si osserva
il bel santuario dedicato a s. Michele,
dove si ammira una grotta naturale d'ol-
tre a 200 passi di lunghezza, con 100 di
larghezza e 5o di altezza in qualche pun-
to. Non poco debbono gli abitanti al mar-
chese Giuseppe M." Valva sopriutenden-
te generale delle strade e ponti del re-
gno, il quale oltre l'impegno mostrato
per la costruzione della nuova strada da
Eboli sino ad Atella di Basilicata , con-
ducendola pel feudo che quivi possiede
la sua famiglia, insignemeute lo giovò
promuovendovi l'agricoltura e il commer-
cio, e di più vi costruì uua vasta villa,
eseguila con molta intelligenza, decorata
di grandi peschiere, lunghi viali, e ricca
d'ogni sorta d' alberi fruttiferi, con altre
decorazioni assai magnifiche, sì che può
dirsi una delle più belle della provincia.
V AN. Sede vescovile de'caldei,nel Cur-
distan, presso il lago Kamidan. Il suo ve-
scovo Auaujesu nel i6i3 o 1616 sotto-
scrisse la lettera sinodale del cattolico Li-
lia al Papa Paolo V, per unirsi alla chie-
sa romana. Oriens chr. t. 2, p. 1337.
VAN, Fanum. Città arcivescovile e
grande di Armenia, che vuoisi succedu-
ta all'antica Artemitao Artemitida, cit-
tà d'Asia nella grande Armenia. È capo-
luogo de! pascialatico del suo nome e di
sangiaccato di Turchia, a 58 leghe di-
stante da Erzerum , sulla sponda orien-
tale del lago omonimo che ha più di 5o
leghe di circonferenza. Circondata da giar-
dini che ne rendono l'aspetto incantevo-
le, e da mura merlate, è difesa da una cit-
tadella esistente sopra una rupe isolata for-
mante una specie di cono estremamente
elevato ; cittadella che ha fama di fortis-
sima, avendo resistito per più anni agli e-
serciti d'Abbas li. La città pervenne in
potere de'turchi nel 1 549, ed è assai po-
polata principalmente di armeni. Il com-
mercio che si fa pel lago e il passaggio del-
88 VA N
le carovane procurano assai grandi van-
taggi agli abitanti. Vi si gode d'un clima
temperalo e d'un cielo quasi sempre se-
reno; il prodotto del suolo basta al sosten-
tamento della città, e produce riso anco
per asportare. Commanville dice che è
uno de'migliori arcivescovati armeni, sot-
to il patriarcato di Ezmiazin o Ecsmiasi n ,
l'arcivescovo avendo per residenza il mo-
nastero di Varach. La provincia ecclesia-
stica di Van ha per suffraganei i vescovi
d'Arcis,ClalhoChelath,Clusuvanch,Lim,
Ustan, Husan, Bardulimeos o s. Bartolo-
meo monastero, tutte sedi de'dintorni o
sul lago di Van, e Lini nella sua isola.
VANCHAoVANSCAo VACSA Ste-
pano, Cardinale. De* conti di tal nome,
ungaro di nazione e nobile, commenda-
bile per la sua vasta letteratura divina ed
umana, ma più assai pel candore de'co-
stumi e per una specchiata prudenza, fu
nominato da Bela IV re d' Ungheria al
vescovato di Vaccia, che governò per 12
anni con incomparabile zelo e sollecitudi-
ne. Il re T inviò a Inuocenzo IV per in-
vocare soccorsi contro i tartan che inva-
dendo l'Ungheria ne minacciavano la ro-
vina con grave pericolo della religione
cristiana. Innocenzo IV nel 1244 1° lra*
sferì all'arcivescovato di Strigonia, e poi
nel dicembre 1252 01 253 01 254 in Pe-
rugia lo creò cardinale vescovo di Pale-
strina. Avendo però conosciuto per espe-
rienza il clima di Roma a lui poco con-
facevole, domandò in grazia al Papa di
poter tornare in Ungheria alla sua me-
tropolitana, il che con alcune condizio-
ni gli fu benignamente accordato, anche
per pacificare il re col figlio e i magnati
del regno. In seguito Innocenzo IV gli
concesse la facoltà di ritenere coli' arci-
vescovato di Strigonia il vescovatodi Pa-
leslrina, benché assente. Parecchie apo-
stoliche legazioni occuparono lodevol-
mente il cardinale, ma la più celebre fra
tutte fu quella d'Ungheria e Schiavonia,
in cui fulminò l'auatema contro il re Be-
la IV , che ricorse supplichevole alla s.
VAN
Sede a fine d'impetrare l'assoluzione.
Tuttavolta di questa scomunica non fa
parola Simone Timon nella sua Porpo-
ra Pannonica. Ricorda bensì la sua le-
gazione e dice, che colla sua eloquenza e
facondia persuase nel 1266 Bela IV a
riconciliarsi col figlio Stefano V,che guer-
reggiavano tra loro: però nell'Appendi-
ce il Timon descrive con precisione l'av-
venimento della sentenziata censura. Si
trovò presente alla consagrazione d'alcu-
ni altari nella chiesa di s. Agnese nel
1254» ed alla solenne dedicazione della
chiesa de' ss. Luca e Martina nel Foro
romano, la quale descrissi nel vol.LXIH,
p.5o. Intervenne a'conclavi di Alessandro
IV (non però a quello per Urbano IV) e
Clemente IV, e nel pontificatodi quest'ulr
timo cambiò il temporale coll'eterno nel-
la sua morte, accadutagli in età decrepi?
ta nel 1 266, non si sa se in Italia o in Un-
gheria. Timon, forse con più di ragione,
fissa la sua morte al 1269, ad onta che
ilNecrologiodelsecoloXlll esistente nel-
la biblioteca di s. Spirito in Saxia di Ro-
ma, registri la morte del cardinal Stri-
goniense a'io luglio 1266.
VANCOUVER (Vancouverìen). Cit-
tà con residenza vescovile nell' America
settentrionale, nella Columbia o Oregon
negli Stati Uniti. Questa piccola città è
posta ad una breve distanza dalla Colum-
bia, ove sorge uno de'grandi fiumi di que-
sta parte degli Stali Uniti che prende la
sua derivazione dalle Montagne Roccio-
se, e che si getta nel grande Oceano. Si
chiamò prima Fiume dell'Ovest, indi O-
regon, ed attualmente Columbia, nome
preso dalla nave, che montava Gray, che
peli.0 la discoprì a'7 maggio 1792, e per-
ciò anche il distretto promiscuamente di
Oregon e di Columbia si appella. 1 Monti
Rocciosi souo una grande catena di monta-
gne dell'America settentrionale, forman-
te la parte più boreale della lunga giogaia
che divide il nuovo continente in due cli-
vi generali, quello dell'Atlantico all' est,
e qupllo del grande Oceano all'ovest. Fui-
r
V AN
mano i Monti Rocciosi o Pietrosi , negli
Stali Uniti, il limite tra'territorii di Co-
lumbia e di Missouri, e talvolta chiaman-
si Monti Columbiaui. Non trovando ne*
geografi da me consultati Vancouver, di-
rò almeno del forte e dell'isola omonimi
della regione confinante, separata dal con-
tinente dal golfo di Giorgia, e dagli stret-
ti di Johnstone e della Regina Carlotta,
non che di Juan de Fuca, a motivo d'al-
cune notizie che vi hanno relazione e per-
chè non si confondino colla città vesco-
vile dello stesso nome. Riferirò quanto
ne scrisse 1' a w. Castellano nello Spec-
chio geografico-slorìco-politicOy ed altri.
Nella regione dell'Ovest, de'possedimen-
ti nominali dell'Inghilterra, è il forteVan-
couver, sulla destra riva della Columbia,
alla distanza di 20 leghe circa dalla sua
foce, eretto dallo stabilimento della com-
pagnia di Nord-Ovest, dopo di aver ab-
bandonato il forte Giorgio, che preesiste-
va nelle medesime vicinanze. La Quadra
Vancouver è una ragguardevole isola
del Grande Oceano, che dal nord-ovest
al sud est si estende peri 1 o leghe di lun-
ghezza su 3o di massima larghezza. Lo
stretto di Juan de Fuca la divide al sud
dal territorio degli Stati Uniti ; un cana-
le che termina col golfo della Nuova Gior-
gia la separa all'est dal continente; al nord
fra essa e l'Arcipelago e aggregato d'isole
della Piegina Carlotta s'interpone altro
stretto. La temperatura vi è meno aspra
de'lnoghi circostanti, ne l'orrido aspetto
de'peipetui geli concorre a funestare chi
approda in que'paraggi. Nell'area si ele-
vano alte e dirupate montagne, che so-
no però di rigogliosi alberi rivestite , e
molle specie rimarchevoli vi si trovano
di pini, cipressi, roveri e abeti, fra 'qua li
ve n'ha di gigantesca dimensione. Il ter-
reno oifre spontanee ottime radiche nu-
tritive, porri, crescioni, lamponi, more,
fragole, uva-spina, musco, felce, bacche
di varie frutta, ed anche il così detto pie
d'oca, specie di cereale silvestre. Si ador-
na altresì di fiori olezzanti e di vaga ap-
V AN 89
pariscenza. Vi sono miniere di piombo,
rame e cristalli di monte. La nazione in-
dipendente de'Wakas popola le coste del-*
l'isola , ed è soprattutto dedita alla pe-
scagione de' cetacei, non che di tartaru-
ghe, salmoni ed aringhe. I wakas fra-
ternizzano cogli aztechi, che si riguarda-
no come i più colti degl'indiani occiden-
tali. Costruiscono battelli comodi e bene
ornati, si fabbricano gli attrezzi della cac-
cia e della pesca , colla corteccia del pi-
no formano tele, e con pelo di lince e di
volpe finissime stoffe. Decentemente si
vertono, ed hanno molta incliuazione al-
la pittura. Adoperano braccialetti di ra-
me o di cuoio dipinto, ed orecchini di
rame, appendendo alle narici un monile
dello stesso metallo lavorato in forma di
cuore, cioè pel re o principe e pe' capi,
ovvero delle conchiglie spirali d' un az-
zurro vivacissimo, il tutto lungo da un
mezzo pollice; però il popolo vi sospende
un pezzo di legno, il quale da ciascuna
banda oltrepassa le orecchie d'8 a 9 pol-
lici. L'ornamento del naso è quello che
più pregiano. Sono loro armi l'arco e la
lancia, eie frecciee le lancie vanno guer-
nite alla cima d'osso, o d'un pezzo di fer-
ro aguzzo. 1 canoti o schifi, falli d'un so-
lo albero, i maggiori hanno 40 piedi di
lunghezza , 7 di larghezza, e 3 di pro-
fondità, e ponno contenere 20 persone.
Tra gli usi singolari di questi popoli , si
osserva quello che esercita il marito ver-
so la moglie che rifiuta d'abitare con lui;
egli le strappa il naso, senza dubbio per
impedirle di rimaritarsi. Altro non me-
no bizzarro si è, che un uomo cui sieno na-
ti due gemelli non può per due anni
mangiare veruna specie di carne o di pe-
sce fresco, ed occuparsi in verun genere
di lavoro; vive separalo dalla moglie e
da'figli, e tutti sono alloggiati e maute-
nuli a spese della comunità. Le capanne
sono regolari e ricoperte di tavolato, e
sopra stuoie di loro fabbricazione si ada-
giano per dormire. Adorano due genii,
ed hanno una specie di mitologia. Temo-
9°
VAN
no moltissimo il tuono, ed intanto che
rumoreggia, salgono sui delti tavolati e
\i battono sopra con gran forza cantati-
do e piegando il Dio loro che non gli uc-
cida. La rada occidentale, ove i primi eu-
ropei navigatori posero piede, si chiamò
degli Amici. Ma gli spagnuoli nel 1774
l'intitolarono Porta s. Lorenzo, indi Cook
approdatovi cambiò il nome della stazio»
ne in Porto del Re Giorgio, e I* isola la
disse Noolka. Nel 1786 certi mercanti in-
glesi dell'Indie orientali vollero stabilir-
vi una fattoria alla baia di Noolka, egli
spagnuoli nel 1789 se ne arrogarono l'e-
sclusivo dominio, e vi costruirono un for-
fè; ma a'28 ottobre 1790 si fermò dalle
due corti un trattalo, cioè di cessione
della Spagna si dell'isola che della baia,
in favore dell' Inghilterra, ed i due am-
miragli navigatori Quadra e Vancouver
coll'eseguirlo diedero ali 'isola colonizza-
ta il proprio nome, e così venne deno-
minala Quadra e Vancouver. A malin-
cuore soffriva Macunna, principe degli
indigeni, questi soprusi ne' suoi stati, e
neli8o3 apprestava armi per sostenere
la sua indipendenza. Ma i coloni in pro-
gresso stabilitisi nell'isola hanno simpa-
tizzato connaturali, ed un amalgama ne fu
il risultato, che deve condurre alla piena
civilizzazione.Nootka èil villaggio,che de-
ve chiamarsi capoluogo, e Wlkananis non
è meno importante, ed ebbe nome da
altro principe, che sui Wakas ebbe im-
pero. Si fa ascendere a 20,000 il mime-
io de'soggetti al dominio de'due cacichi.
Notai nel vol.XLVIH, p. 2d6, parlando
dell'isole di Sandwich e suo vicariato a-
postolico dell'Oceania, che il re dell'isola
Atui nel 1792 giurò vassallaggio al re
d'Inghilterra in Vancouver. La Colum-
bia e l'Oregon, detto pure Takoulchetes-
se, èil territorio più. occidentale di tutti
i paesi dell'Unione, e la costa dell'Ammi-
ragliato forma nelle terre un profondo
seno, e comunica col distretto di Juan de
Fuca, che separa questo territorio dall'i-
sola di Quadra e Vancouver. Gli abitanti
VAN
della Columbia o Oregon si dividono in
due principali tribù, quella delle Tesle
Pialte o Chactas, e quella de'Shoshones
o Serpenti. Alla |.", per l'abitudine di
schiacciare la testa de' fanciulli, le fece
dare dagli europei il nome di Teste Piat-
te. Le due popolazioni si calcolano un
160,000 circa. Abitano villaggi, ed han-
no capanne di legnoe portatili. I Shosho-
nes sono più guerrieri delle Teste Piatte,
e nello stato di rozzezza, anche perfidi e
traditori. Nelle montagne vi sono altre
piccole tribù. Una parte di essi porta ne-
gli altri stabilimenti americani pellicce-
rie, e particolarmente pelli di lontra ma-
rina, alle quali i cinesi pongono un gran
prezzo. Vancouver, avendo esploralo la
costa del nord ovest dell'America setten-
trionale, gì' inglesi si appropriarono un
tal paese dal 4^° al 6o° di latitudine nord,
e chiamarono Nuova Albione e Nuova
Giorgia: probabilmente fu quel navigato-
re che die il nome suo alla città poi ve-
scovile di Vancouver. Qualche tempo do-
po il governo degli Stati Uniti pretese che
tutto il territorio situato fra il 4^° e 52°
di latitudine nord facesse parte de' suoi
possedimenti. Col trattato di Gand del
181 5 l'Inghilterra lo cedette deGnitiva-
meute agli Stati Uniti, come pure gli sta-
bilimenti che formati avea sulla Colum-
bia, verosimilmente con Vancouver in di-
scorso. Dal 1 822 questo territorio fu am-
messo nell'Unione Americana sotto il no -
me di Columbia o Oregon 0 Takoutche-
tesse. Diversi anni addietro non rinchiu-
dendo che qualche forte e stabilimenti di
poca importanza, di cui Astoria è il prin-
cipale, per questo motivo i geografi non
parlarono di Vancouver. Penetratavi la
religione cattolica con successo, PapaGre-
gorio XVI ne prese zelante cura, neh 843
istituì il vicariato apostolico d' Oregon
(F.) , in cui comprese il territorio al di
là delle Montagne Rocciose, ed il i.° di-
cembre ne dichiarò vicario apostolico e
vescovo di Diasi in partìbut mg. Fran-
cesco Norberto Blauchet, nato in s.P ietro
V AN
nel Canada. Pe'nolabili progressi che vi
fece il cattolicismo, nel 1846 stava per
pubblicare la provincia ecclesiastica da
lui formata, cioè dell'arci vescovato d'O-
regon, e de' vescovati sulfraganei di Van-
couver, Walla Walla,e Nesqualy, quando
ili.0 giugno riposò nel Signore. 11 succes-
sore Papa Pio IX subito effettuò la dispo-
sizione d' Oregon e di Vancouver , eoa
breve de*20 o 24 luglio, e quanto al ve-
scovato diNesqualy l'istituì poi a'3 i mag-
gio i85o. Peri. "vescovo di Vancouver il
Papa nello stesso 24 luglio 1846 nominò
l'attuale zelante mg/ Modesto Demers,
mediante breve apostolico, e perciò non
preconizzato in concistoro con proposizio-
ne, il che m'impedisce dare le notizie di
questa nuova diocesi. Tuttavolta leggo nel
Giornale di Ruma dell'agosto 1 857 a p.
770. » Mg.r Demers, vescovo di Vancou-
ver, il quale si trova in questo momento
a Parigi, va prossimamente a ripartire per
la sua diocesi. Egli conduce presso di se 6
ecclesiastici come collaboratori ne'suoi e-
vangelici lavori. Questo venerabile prela-
to, la di cui giurisdizione si estende sul va-
sto territorio situato all' ovest del Mis-
souri, ha portato la divina parola fra le
tribù selvagge dell'Oregon, con la quale
è pervenuto con l'insegnamento e la pra-
tica religiosa a togliere dalla barbarie, e
portare un giorno que'popoli alla civiltà
e que' terreni alla fertilità. Il capoluogo
della missione cattolica è situato a Van-
couver, piccola città posta a piccola di-
sta nza dalla Columbia, ove sorge uno de'
grandi fiumi di questa parte degli Slati
Uniti che prende la sua derivazione dal-
le Montagne Rocciose, e che si getta nel
grande Oceano. Questa missione,una del-
le più interessanti del nuovo mondo , va
a ricevere uu'estensione utile per il giun-
gere de'suoi pietosi collaboratori che mg.r
Demers seco conduce, procurando egli di
assistere le 4o tribù che formano la parte
più importante della diocesi di Vancou-
ver". Quindi si apprende dall' Osservato-
re Romano del dicembre 1 85 1 a p. 1 1 02.
VA II 91
» Mg.r Demers , vescovo di Vancouver,
nell'Oregone, partito da Parigi nel mese
di ottobre scorso, era a Nuova York nel-
le ultime notizie che ne abbiano ricevu-
to. Egli spedì dall' Havre pel Capo Horn
5 missionari per la sua lontana diocesi, e
vi si reca egli stesso per V Istmo di Pana-
ma, a fine di precederli sul luogo delle co-
muni loro fatiche. Il coraggioso prelato
più volte si fece ascoltare in Nuova York
ad edificazione de' numerosi fedeli che si
affollavano intorno al suo pergamo, avidi
di udire il racconto delle sue missioni , in
mezzo delle Pelli Ptosse dell'Oregone. fi-
gli è il 1 ." apostolo che abbia fatto sentire
le parole di Dio in quelle contrade, e la
razza indiana dovrà la sua conservazione
agli sforzi ed a'sagrifizi de'missionari cat-
tolici"; ed aggiunge il Giornale di Roma
del 1802 a p. 64: se non è condannata da-
gl'impenetrabili decreti della provviden-
za a scomparire gradatamente dalla terra.
VANDALI. Antichi popoli Barbari di
Germania, lungo il mar baltico, dirim-
petto all'isola che da Dessippo viene chia-
mata Scanzia. Nel principio del secolo [
di nostra era in parte uscirono dal loro
paese, arrestandosi prima verso 1' orien-
te, tra il Bosforo Cimmerioe il Tanai, da
dove scacciarono gli slavi, di cui presero
il paese e il nome: porzione di loro si di-
resse verso le sponde del Danubio, e oc-
cuparono i paesi in oggi conosciuti sotto i
nomi di Trausilvania, Moldavia e Valac-
chia. Quindi s'impadronirono del resto
dell'antica Dacia, e poi si stabilirono nel-
la Pannonia , donde furono cacciati uel
1710 dall'imperatore Marc' Aurelio. I
vandali nel 271 fecero nuove irruzioni
sulle terre dell'impero e furono disfatti
da Aureliano, e dipoi da Probo. In esso
chiamati,unilisi agli alani, agli svevi e al-
tri barbari, si gettarono in Italia , nelle
Gallie e nelle Spagne, secondo la comu-
ne sentenza. Il vocabolario della lingua
latina e italiana dice. I Mandali, Vanda-
liorttm, popoli settentrionali che antica-
mente tennero la Germauia alla spiaggia
9*
V AN
del mar Baltico, dov'è il ducato e il gran-
ducato di Mectlenburg, nella Sassonia
(V.) inferiore , che hanno per capitali
Streelitz e Schwerin (V.)j dipoi si spar-
sero per la Pomerania , Polonia, Slesia,
Boemia, Russia, Dalmazia e Africa; ven-
nero in Francia, nella Spagna, e pianta-
rono la loro sede dov' è ora l'Andalusia,
di cui è capitale Siviglia (V,), perciò de-
nominata Vandaluzia, che senza il v si
disse Andaluzia e in latino Vandalitia;
diversi autori però credono che questo
nome le venne non da' vandali, ma dal-
l'arabo significante Terra cV Occidente,
quando invasa dopo i vandali dagli ara-
bi, come la contrada più fertile e com-
merciante della Spagna, chiamata il suo
giardino e granaio, e dopo conquistata
buona parte della regione gli arabi vi for-
marono principalmente i regni di Sivi-
glia, Jaen, Cordova e Granata, oltre al-
tri. Leggo nel Lexicon geographicum,\\\
Baudraud. Vandali, qui et Fenedi3 Fen-
ili et Sciavi poslerioribus, populiSepten-
trionales. Regio Vandalia et Vandalis
gemina: una in Germania, Meckelburg;
altera in Hispania Baetica, Andaluzia.
Ali) Vandalo?, a Vanda regina dictost
primo in Polonia circa Vistulamjlu-
vium habitas.se ferunt. Ali) a Vanda-
lo Tuisconis filio et Marini nepote, di*
ctos volunt, ex Sieroso. Vandali, edam
scribiturt PVandali. Si compresero mol«
li altri popoli sotto il nome di vandali,
come gli Angli, i Vaiini, i Cationi, i De-
vengi, gli Eudosi, i Sidoni, i Suardoni, i
Miltoni, i Vaidoni, i Rugiensi, gli Ertili,
i Lemori, i Cari, i Gultoni, i Borgogno-
ni. In seguimi Sidoni, gli Eudosi ed i Mit-
toni strinsero insieme alleanza e presero
più specialmente il nome di Vandali. Al-
tri chiamano i vandali nazione barbara
formante parte di quella non meno fa-
mosa <\eGoti(V.)t e che al pari di que-
st' ultima era venuta dalla Scandinavia.
Infatti tuttora il re di Svezia (V.) Oscar
1 prende i titoli per la grazia di Dio re
diSveziaidiNorvegia)dei Goti e dc'Vau-
V AN
dilli. In Roma sul prospetto esterno del-
la chiesa e ospedale nazionale degli sve-
desi (di cui riparlai a Upsal), si legge l'i-
scrizione riferita nel citato articolo: Ho-
spitale Svecorum, Gotthoruni et Wan-
dalorum. Anche il re di Danimarca as-
sunse il titolo di re de Vandali, e Io di-
mostra Cristiano Lodovico Scheid : De
Regii V andalorum titilli augustissimi:
Daniae Regib us, jampride ni fam iliaris
origine etcaussa,Haftìaei'jfò. Allorché
nel 1709 si recò in Bologna Federico IV
redi Danimarca, nel suo soggiorno in quel-
l' illustre città fu alloggiato nel palazzo
de'conti Ranuzzi, i quali per eternare la
memoria di sì grande ospite nel salone e
sotto al quadro che rappresenta l'amba-
sciata del senato di Bologna al re, fu po-
sta l'iscrizione : Federicus IV, Daniae
Norvegiae Gothiae,Ac VandaliaeRex,
Ranutiae domus bis hospes. La riporta
Cancellieri nella Lettera aldi. Detti so-
pra la permanenza di Federico IV in
Bologna. Avendo i primitivi vandali oc-
cupato e abitato il paese di Brandcbur-
go, l'elettore di tale ducato Federico I
nel 1 70 1 preso il titolo di re di Prussia e
de Vandali,pev qualche tempo ritenue il
2.°noroe. L'etimologia del uome di Van-
dali deriva, per quanto pretendesi co-
munemente, dalla parola gotica vande-
len, che equivale oggidì in tedesco alla
voce modificata wandeln, che in ita-
liano significa camminare 3 vagare, er-
rare, perchè quel numerosissimo popolo
difilli cambiò sovente di dimora ; anzi si
ritiene in generale, che all'uscire dal set-
tentrione, i vandali si stabilirono ne'pae-
si conosciuti in oggi sotto i nomi di Brati-
deburgo e di ducato di Mecklenburgo.
Pretendono Plinio e Procopio, che i van-
dali avessero un'origine comune co 'goti;
ma il p. Fallato dimostrò tutto il cou^
trario nel suo Illy riunì sacrimi. Altret-
tanto provò mg/ Giuseppe Assemani nel
Codex liturgicns, in Calend. de origine
Slavorum. La lingua, i costumi e la re-
ligione di questi popoli erano del tulio
V AN
di versi, secondo essi. Provano per le slesse
ragioni, ch'eglino aveano un'origine dif-
ferente anche da quella degli slavi, degli
unni, de' vinedi o venedi, i quali ultimi
erano della nazione de' sarmati, mentre
gli slavi e unni appartennero a quella de-
gli sciti. Jornande e Dione Cassio pongo*
no i vandali in Germania sulle dette co-
ste del mar Baltico, cioè nel paese ora co-
nosciuto sotto il nome di Prussia ePome-
rania(la quale pure colla Pomerania pic-
cola pervenne nel dominio della Prussia).
Gì' imperatori romani dopo avere com-
battuto e respinto i vandali e altri barba-
ri, per salvare l'Italia, ch'essi riguardava-
no come il cuore de' loro stati, trascu-
rarono e anche abbandonarono le parti
estreme dell' impero. La cavalleria de'
vandali antichi usava lancia e spada , e
non potevano combattere da lungi; i lo-
ro saettatori erano mal disciplinati, e com-
battevano a piedi alla maniera de' goti.
Erano molti di essi bensì coraggiosi, pie-
ni di ardire e di valore, tutti poi inesora-
bilmente tutto distruggendo,senza riguar-
do alcuno all'eccellenza di qualunque o-
pera; furono principalmente i vandali che
dispettosamente abbatterono i sontuosi e
magnifici monumeuti dell'arti nell'impe-
ro romano, con deplorabile e irreparabi-
le loro danno. Per cui dagli eccessi di ta-
li rozzissime barbarie si disse Vandali-
smo la fatale rovina e lo sterminio d' o-
gni opera bella, le calamità e violenze di
ogni specie, la più barbara e crudele de-
solazione e devastazione de' paesi , senza
adatto rispetto alle cose divine e umane,
ogni più. furiosa e atroce azione, l'avver-
sione ad ogni utile incivilimento, ogni ge-
nere di spietata vessazione, la più raffi-
nata tirannia, la più sanguinosa e crude-
lissima persecuzione de' cattolici e della
Chiesa» A Vandalis nomen gentis Van-
dalicus deducitur, dice Baudrand; per
cui s. Prospero d'Aquitana deplorò: Heu
caede decenni Vandalicis gladii ster*
nimuret Geticis. Si vuole, secondo la più
comune sentenza) che Stilicoue chiamasse
VAN 93
i vandali nelle Gallie. Flavio Stilicone ge-
nerale sotto l'imperatore Teodosio 1, trae-
va l'origine dalla nazione de'vandali. Ot-
tenne in isposa Serena, nipote e figlia a-
dottiva dell'imperatore, e dopo la mor-
te di questi qual tutore e ministro del de-
bole figlio Onorio, gli die io moglie la
propria figlia Maria, e così divenne qua-
si sovrano dell' impero d'occidente. Es-
sendo Onorio divenuto incapace di dare
eredi all'impero, all'ambizione di Stilico-
ne non restava più che di allontanare dal
trono d'occidente il figlio d'Arcadio, im-
peratore d'oriente e fratello d'Onorio,
per farvi un giorno ascendere Eucherio
suo figlio. A fine d'indebolire l'impero,
onde ottenere il suo scopo, ed anche per
farlo occupare senza aspettar la morte
d' Onorio, chiamò i barbari, e ne' sogni
della sua ambizione vide con animo fred-
do lo strazio e lo scompiglio dell'impero.
Il tradimento di Stilicoue fu riprovato an-
co dal Rinaldi, negli Annali ecclesiasti-
ci. Scoperte le sue trame da Onorio, lo
fece uccidere in uno alla moglie e al figlio,
ripudiandoTermanzia altra sua figlia,spo-
sata dopo la morte della sorella. Gode-
gisilo o Godigisele del 401, è ili. ° re co-
nosciuto de'vandali. Egli fu ucciso in un
combattimento contro i franchi nel 4°6
con 20,000 de'suoi. I vandali da lui con-
dotti, mescolati cogli svevi e gli alani a-
veano invaso, scorso e depredato le Gal-
lie, spargendo dappertutto la desolazione.
Però dopo la morte del re tutti i vandali
sarebbero periti se Respendial, capo de-
gli alani e massageta d' origine (come lo
furono gli alani, ed A miniano Marcellino
dice che i messageti o massageti erano ve-
nuti dal Caucaso e dal di là del Tanai),
non fosse venuto opportunamente a tem-
po in soccorso loro, e impedito a 'franchi
di sterminarli. Gonderico figlio del de-
funto , nello stesso 4°6 fu eletto re de'
vandali. Per riparare alla rotta fatta sof-
frire a' vandali da'/ranchi, egli fece allean-
za cogli alani e gli svevi. Questi 3 popoli
essendosi riuniti, passarono il Beno a' 3 1
94 V A N
dicembre 4°6, dopo aver marciato sul
ventre affranchi che si opposero al loro
passaggio, e messe in fuga le guarnigioni
romane che guardavano la sponda del
fiume. Di là si sparsero nelle Galli», cui
devastarono pel corso di 3 anni. Narra
Rinaldi che le guastarono e ridussero mol-
ti popoli in servaggio: allora furono mar-
tirizzati s. Narciso vescovo di Reims, s.
Eutropia sua sorella e compagni, benché
altri ciò riferiscano a tempo degli Unni;
ma gli atti del martirio dicono che pati-
rono sotto i vandali, i quali .non erano
allora gentili, ma cristiani. Si vuole che
i vandali fossero battezzati nella chiesa
cattolica circa a quel tempo in cui pas-
sarono il Reno, però caddero poi negli er-
rori ereticali degli Ariani; il che venne
da alcun* alleanza da essi Milla co' goti,
infetti dell'arianesimo, e dall'odio da lo-
ro nudrito contro i romani. Indi passa-
rono nella Spagna,ove furono rapidi i pro-
gressi, poiché non si trovò esercito alcu-
no che loro si opponesse. Impadronitisi
nel 41 ' della Galizia, stesero le loro con-
quiste sino allo stretto di Gibilterra. Fat-
ta allora una specie di ripartizione co'lo-
io alleati, abbandonarono la Galizia agli
avevi, che allora comprendeva anche l'A-
sturie, e si stabilirono nella Belica, che
dal nome loro fu chiamata Vandalusia o
Andalusia, ed ivi formarono una novel-
la monarchia. Dice Rinaldi, che i vandali
occuparono la Spagna, messivi da Costan-
tino tiranno, mediante Costante suo figlio,
contro i fratelli Didimo e Veriniano pa-
renti d'Onorio, che stavano alla difesa di
quelle provincie, le quali, tolti essi dal
mondo, furono date in premio a'barbari
vandali per essere depredale, essendovi
pure entrali gli alani e gli svevi co'quali
si divisero le Spagne. Agli alani toccaro-
no la provincia Lusitana e la Cartagine-
se, cioè di Cai-lagena, a' vandali cogno-
minaliSilingi la Belica,e gli spagnuoli del-
l'altre città e castella si sottomisero abo-
minanti barbari. Nella Galizia regnò Gon-
dericoi6 auui. Quanto danno riceverono
V A N
allora le chiese di Spagna, I' accenna s.
Agostino nelP/ty;zsM8o. Così Iddio giu-
sto vendicatore punì i galli, che non per-
ciò si convertirono a penitenza, anzi di-
venendo peggiori. Così l'ira divina flagel-
lò gli spagnuoli pe'molti vizi che tra' essi
regnavano, massime per l'impurità; ed è
perciò che li die specialmente in poter de'
vandali,dal Baronio qualificati gente per
natura sopra tutti gli altri barbari vile e
codarda, ma casta, come ben osserva Sal-
viano vescovo di Marsiglia. I vandali ben
presto la ruppero cogli svevi e rivolsero
contro di essi l'armi loro. L'imperatore
Onorio in luogo di lasciar che questi bar-
bari si distruggessero reciprocamente tra
di loro, ebbe l'imprudenza di soccorrere
gli svevi. Divenuti pertanto più furibon-
di i vandali, posero a soqquadro tutta la
Spagna, demolirono Cartagena, presero
d'assalto Siviglia e commisero le crudel-
là più enormi. Il loro re Gonderico morì
nel 4^8, dopo essergli entralo il demo-
nio in corpo per avere steso le sue sacri-
leghe mani sulle chiese di Siviglia, come
narra Rinaldi. Suo fratello Genserico,
che altri vogliono figlio,gli successe. Prin-
cipe barbaroecrudele, molto esperto nel-
l'arie della guerra e nella politica, tenne
sempre in piedi un'armata numerosa, on-
de rendere inutili gli sforzi de'roman^e
fece stordire il mondo colla rapidità del-
le sue conquiste. Idacio nella sua crona-
ca gli attribuì il pervertimento e apo-
stasia de' vandali, a di lui esempio, dal
catlolicismo al riprovevole arianesimo;
perciò odiando i cattolici misero tutto a
ferro e sangue nelle loro invasioni, sac-
cheggiarono campagne e città, senza a-
vere riguardo a chiese né a monasteri,
né a vescovi , fieramente perseguitando
gli ortodossi, e proteggendo gli eretici e
gli scismatici. L'anno stesso, avendo Gen-
serico inteso che Ermigario generale de-
gli svevi devastava le provincie circostan-
ti, marciò contro di lui , 1' attaccò nelle
pianure di Meri da, e lo mise in rotta ta-
le, che una parie del suo esercito fu la-
VAN
gliala a pezzi , ed egli stesso annegò en-
trò il Tago menile fuggiva. Intanto al
famoso conte Bonifacio, luogotenente del-
l'Africa, per avere sposato una paren-
te del re de'vandali, accusato di tramare
ribellione, e perciò minacciata lavila dal
valoroso Ezio o Aezio maestro della mi-
lizia, che governava l'impero a nome del-
l'imperatrice Placidia, reggente del giovi-
ne Valentiniano III suo figlio, gli fu anche
dichiarata guerra. Bonifacio si ribellò e
invitò i vandali di Spagna a venire in suo
aiuto, mentre l'impero s'ingannava uel
credere che nulla si avesse a temere per
l'Africa. Il perchè Genserico nel maggio
4^9, alla tesla di possente armata com-
posta di 5o,ooo vandali (compresi i vec-
chi, le donne, i fanciulli, erano 80,000),
di alani, di svevi, di goti e d'altre nazioni
barbare riunite sotto le sue insegne dal-
la speranza di ricco bottino, passò lo stret-
to e piombò sui romani; benché allora
Bonifacio fosse rientrato in dovere, rico-
nosciutosi da Placidia ir inganno di Ezio,
inutilmente cercò con denari di farli usci-
re dall'Africa. Il suo esercito si accrebbe
pe'malcontenti e pe'mori vagabondi che
accorsero dall'interno del paese, ove li a-
vea contenuti il timore de'romani. I tanti
donatisti, che condannati con pene eccle-
siastiche e temporali , dal concilio e da
diversi edilli imperiali, viveano nelle cam-
pagne , si unirono a' vandali avversi co-
m'essi acattolici, e forse furono il più po-
tente slromento di sottrarre quella pro-
vincia all' impero. Con forze sì ragguar-
devoli s' impadronì delle 7 tanto fertili
provincie che componevano l'Africa ,e che
perla loro feracità denominavansi grana-
io di Roma, portando col ferro e col fuo-
co la desolazione per ogni dove, senza ve-
runa eccezione di chiese, monasteri e ve-
scovi, per l'avversione al caltolicismo. 11
furore vandalico svelse le viti alle vigne,
le piante agli oli veli , scannando i pri-
gionieri innanzi alle città assediate per-
chè il lezzo ne ammorbasse l'aria. Invano
il conte Bonifacio volle opporsi u/suoi ra-
VAN 9$
pidi e distruttori progressi, fortificando*!
nella città di Bona o ìppooa. In breve si
rese padrone di tutte le città d'Africa,
fiorenti nella più parte con illustri sedi
vescovili, ad eccezione di Cartagine, d'Ip-
pona e di Cirta, che gli fecero resistenza,
le quali nondimeno posteriormente sog-
giacquero al vandalico furore. Avendo
nel 43o disfatto Bonifacio, lo tenne asse-
diato in Ipponai4 mesi, e la carestia loco-
strinse a ritirarsi nel luglio 43 1. Poco do-
po Genserico vinse una sanguinosa batta-
glia contro i romani, e indi bruciò Ippo-
na, che sebbene una delle città africane
più forti, era stata abbandonata dagli a-
bitanti. Deplora Rinaldi le arsioni, le di-
struzioni, le desolazioni patite dall'Africa
pel furore di Genserico, che riempì la re-
gione degli errori dell'arianesimo. Com-
mise il re tali eccessi, perchè dopo l'apo-
stasia, abbandonata l'anteriore pietà, era
divenuto dissoluto e sfrenatamente lussu-
rioso; fece battezzare dagliariani l'ultima
sua figlia, e ribattezzare in casa sua alcu-
ne vergini consagrate a Dio, come dolo-
rosamente rammaricato racconta il ve-
scovo d'Ippoua s. Agostino neWEpist.jo,
che gli scrisse per ritrarlo a conversione
e penitenza. Osserva Piinaldi , coti Sal-
viano citato, che il guasto e la rovina del-
l'Africa cagionato da' vandali, fu castigo
di Dio per tutte le gravi colpe, scellera-
tezze e vizi enormi di que'popoli, narrati
dallo stesso Salviano, restali sordi a'ripe-
tuti ammonimenti de'loro vescovi e di s.
Agostino; per la qual cosa i barbari stessi
confessavano non esser cosa loro ciò che
facevano, ma esser mossi e stimolati da
Dio. E' vero che riempirono l'Africa d'in-
cendi, d'uccisioni, atterrarono monumen-
ti, tagliarono persino gli alberi, ne vi fu
luogo che restasse esente dalle loro cru-
deltà; tuttavolta vi sbandirono ogni im-
purità che tanto vi dominava, e ridusse-
ro casti gli africani ed a maritarsi. Gen-
serico l'i 1 febbraio 435 fece la pace con
l'imperatore Valentiniano HI. Me fu ste-
so il trattato daTrigezio governatore d'A-
96 V A N
frica ,co! quale Genserico rimase proprie-
tario della provincia Proconsolare, tran-
ne Cartagine, della Bizacena e della Nu-
iniclia; cedendogli l'imperatore queste e
altre conquiste da lui fatte. Nel 4^7 Gen-
serico cominciò a perseguitare crudelmen-
te i cattolici africani; questa è lai." per-
secuzione de' vandali che durò fino al 4?6,
e fu la 1 8." tra le grandi Persecuzioni ^del-
la Chiesa e durò quanto il suo regno, di
che poi parlerò. I vandali ruppero ben lo-
sto la pace o tregua pattuita, a' 19 ot-
tobre 439 sorpresero a tradimento Car-
tagine, l'antica emula di Roma , le cui
rovine invano maledette da Scipione, per
magnificenza e ricchezza gareggiava con
Autiochia di Siria e Alessandria d'Egitto,
Je quali dopoRoma erano le principali del-
l'impero; e il suo senato, proteggendo la
libertà municipalecontro il proconsole ro-
mano, veniva riverito da tutta l'Africa. Il
commercio era vi rifioritoci ammira van-
si i magnifici palazzi, 1' ampie piazze, gli
splendidi templi che decoravano la viaCe-
leste^eil marmo e l'oro vedevansi a profu-
sione in quella de'Banchieri. Ne' teatri si
rappresentavano capolavori delle muse
latine e imitazioni delle greche; numero-
se scuole v'insegnavano l'eloquenza e la
filosofia, talché la patria d'Annibale emu-
lava forse in sapere quella di Scipione,
onde avea ottenuto il titolo di Musa d'A-
frica. Ad onta di tante glorie di Carta*
gine , i vandali brutalmente la saccheg-
giarono per più giorni , e ne aggiudica-
rono le chiese agli ariani, come altrove,
e cacciarono del tutto dall'Africa i roma-
ni. Innalzò Genserico il suo trono sulle
rovine di Cartagine, e la vendicòda quan-
to le aveano fattoi romani nel distrug-
gerne la formidabile potenza, che die lo-
ro l'impero del mondo. Cartagine sebbe-
ne divenuta soggetta a Roma, nellosplen-
dore della gloria non le sapeva ancor ce-
dere. Fondato nel 439 il nuovo regno di
Cartagine, serbando per se la Mauritia-
na e la Bizacena, spartì a' compagni la
Zengilaoa 0 provincia Cartaginese , itu-
V AN
mime di tributi. Da quest' epoca Gense-
rico segnògli anni del suo regno. Da' van-
dali due vescovi furono condannati ad es-
ser bruciati vivi, e ne tormentarono cru-
delmente molti altri, perchè consegnasse-
ro i tesori di loro chiese; spianarono i pub-
blici edilizi di Cartagine, e bandirono
Quodvultdeus vescovodi questa città, con
un gran numero di chierici e d'altri cat-
tolici, dopo averli tormentati e spogliati
di tutte le loro ricchezze, come gli altri.
Genserico fece porre il vescovo, i chieri-
ci e i buoni cattolici sopra alcune navi
rotte, ignudi e privi di tutto; ma il Si-
gnore di tanto pericolo li trasse e li con-
dusse in salvo a Napoli. Ridottasi dal re
in servitù la nobilissima Cartagine, fece
schiava una moltitudine di senatori; poi
ordinò con editto, che ciascuno conse-
gnasse l'oro, l'argento, le gioie e le vesti
preziose che aveano nascosto. Intimò a
vescovi e a' nobili di partire dalle loro
chiese e case, lasciandovi ogni cosa, o ri-
manervi perpetui schiavi,comedi molti di
essi fu fatto; in tal modo di vennero più ve-
scovi e laici illustri, servi degli abbomine-
voli vandali. Anche i cartaginesi furono
così puniti dalla divina vendetta per le
loro laidezze d'ogni sorte, per l'orrende
bestemmie e per l'idolatria, accoppiando
i sublimi riti cristiani coli' empio culto
dell'idolo Celeste dell'Africa,al quale mol-
tissimo continuarono a sagrifìcare nel suo
profano tempio; e ciò ad onta delle leggi
imperiali contro l'idolatria, ed i frequenti
concilii da' vescovi celebrali in Cartagine
per estirpare l'empietà e i rei costumi. In-
oltre la più parte de'cartaginesi sacrilega-
mente abboniva gli uomini santi, che gli
ammonivano a cambiar vita. 1 vandali
quindi fecero quanto non era riuscito a-
gl'imperatori^con distruggere i templi de'
numi Memoria e Celeste, estirpando a un
tratto ogni vestigio d'idolatria in Carta-
gine. Questa persecuzione della Chiesa a-
fricana colpì i soli cattolici, perchè i Do-
natisti o diventarono ariani osi unirouo
cogli slessi barbari contro i cattolici, co-
VAN
me aveano fatto i loro maggiori sotto Co-
stanzo imperatore pure ariano. Genseri-
co messosi nel cuore, se gli fosse stato pos-
sibile, d'estinguere la cattolica religione
in tutte le città e provincie africane sogget-
te al suo dominio, esercitò principalmen-
te il suo diabolico furore, e per se mede-
simo e per mezzo de'suoi ministri, contro
i vescovi, i preti, i diaconi e gli altri ec-
clesiastici , e contro le chiese , le quali o
consegnò a'suoi ariani, o dopo averle spo-
gliate di tutte le sagre suppellettili le fe-
ce chiudere, acciocché i cattolici non po-
tessero in esse celebrare le sagre loro a-
dunanze. Uno di tali iniqui ministri del-
l'empio e barbaro re fu Procolo, il qua-
le da lui fu inviato nella provincia Zeugi-
tana o di Cartagine con ordine e pode-
stà di costringere i vescovi e sacerdoti cat-
tolici a consegnargli i vasi e altri utensili
sagri che servivano pel ministero loro, e
i libri santi, affinchè spogliati in tal ma-
niera di loro armi, più facilmente gli riu-
scisse di vincerli e metterli sotto il giogo
dell'eretica servitù. Ricusando i sacerdoti
di Dio d'ubbidire a tale iniquo comando,
i vandali con mano rapace saccheggiaro-
no il tutto, e delle tovaglie degli altari e
de'sagri paramenti non ebbero orrore di
farsi delie camicie e delle vesti. Ma non
tardò la divina vendetta a punire il sa-
crilego attentato, poiché Procolo divenu-
to rabbioso e mangiandosi egli stesso a
brani la propria lingua, fini miseramen-
te di vivere. Il vescovo di Abbenza s. Va-
leriano fu uno di quelli che più virilmen-
te si opposero d'abbandonar le cose sante
a' barbari, ed in pena del suo rifiuto fu
bandito dalla città, e senzachè s'avesse ri-
guardo alla sua grave età d'8o anni, fu
sotto gravi pene proibito a chiunque di
dargli ricovero nella propria casa. Perciò
il venerabile prelato fu costretto a giace-
re nelle pubbliche vie, esposto all'ingiu-
rie dell' aria. Morì cosi abbandonato da
tutti, e terminando i suoi giorni infelici
agli occhi degli uomini, ma felicissimi a
quelli di Dio, da cui ricevè la corona di
VOI. LXXIVI'l.
glorioso martirio. La Chiesa l'onora nel
martirologio romano a' 1 5 dicembre, co-
me difensore della fede contro i perfidi
ariani. Nel luogo appellato Regia, venuta
la solennità della Pasqua, i cattolici apri-
rono uua delle chiese, che dagli ariaui e-
rano state chiuse e sprangate, a fine di
celebrarvi i divini misteri. Avutane noti-
zia Addùttopreteariano, radunò una ma-
snada di gente armata del suo partito, in-
citandola a fare strage di quella turba inno
cente di cattolici. Entrarono gli ariani nel-
la chiesa con ispade sguainate, come lupi
rapaci, ed altri per le sue finestre tiraro-
no delle frecce contro il popolo in essa
adunato. Una delle frecce colpi nella go-
la il lettore nell'atto che dal pulpito can-
tava YJUcluJa, onde cadutogli di mano il
libro, rimase immantinente estinto, e se
ne volò al cielo a cantare cogli angeli e
co' santi un eterno e giocondissimo Al-
leluja. Molti altri cattolici caddero a pie
degli altari, vittime della fede ortodossa,
per le mani di que' furibondi ariani, ed
altri in maggior numero presero la fuga
e si ritirarono alla meglio che fu loro per-
messo. Ma non per questo scamparono il
furore de'crudeli ariani, poiché informa-
to Genserico del fatto, ne fece dipoi tru-
cidar molti e specialmente que' ch'erano
d'età più matura. Molte altresomiglianti
crudeltà contro i cattolici esercitò il fa-
natico e furioso principe per lo spazio di
4o e più anni che durò la sua tirannica
dominazione nell'iufeliceAfrica,onde mol-
tissimi furono fatti degni della gloria del
martirio , o della confessione della s. fe-
de. Apprendo da Rinaldi, che nel 4^4 *
vandali occupatori dell'Africa predarono
la Sicilia, la qual calamità pianse Pasca-
sino vescovo di Lilibea in quell'isola, nel-
l'epistola a Papa s. Leone I, che con let-
tere l'avea consolato.Forse le mire diGen-
serico non avrebbero avuto periscopo l'I-
talia, se non fosse stato chiamato segre-
tamente a Roma(F~.) dall'imperatriceEu-
dossia nel 4^5 , fieramente sdegnata per
vendicarsi contro Petronio Massimo, con
7
1,8 V A X
cui din era siala costretta rimaritarsi, rio*
pò avergli ucciso lo sposo Vulentiuiano III
e usurpalo l'impero. Adescato dalla spe-
ranza di ricco bollino, e dalla facilità del-
l'impresa, essendo in lloma ogni cosa in
disordine, egli da 'lidi africani si mise al-
la vela colla sua armata, e sbarcalo alla
foce del Tevere marciò su Roma a'i i giu-
gno, dicesi con 3oo,ooo vandali. L'inlre-
pido s. Leone I, che avea salvala già la
città dal ferocissimo Attila re degli Unni,
incontrò Genserico 6 miglia lungi da Ro-
ma, e si fece mediatore Ira il barbaro con-
quistatore e l'amalo suo gregge; gli riu-
scì a dissuaderlo di bruciar l'intera città,
come avea in pensierose di compierne cosi
la totale rovina; ma tranne queste e al-
tre concessioni che narrai nel citalo arti-
colo, Roma per 1 4 giorni e altrettante not-
ti fu abbandonata al furore, alla cupidigia
e alla licenza d'una sfi enata soldatesca.
Troppo è vero die un santo pastore è il
miglior mezzo d'aiuto al suo gregge nelle
pubbliche calamità, il che si prova ancora
da'moltissimi mirabili esempi che riportai
a' propri luoghi. 1 vandali demolirono i
principali edilizi dell'antica e maestosa ca-
pitale del mondoedelromauo impero. Co-
sì la furiosa vendetta d'una donna, dopo
essere stata cagione della morte del suo
2.° marito, sottomise l'impero all' igno-
minia e Roma alla spada de'bai bari, re-
stando ella stessa colle figlie umiliante
vittima. L'imperatrice e le sue due figlie
Eudossia e IMacitlia, furono trasportate
in Africa con altri illustri personaggi, tra
cui Gaudenzio figlio del general Ezio. I
vandali si ritirarono carichi d'immense e
preziose spoglie, e con un gran numero
di prigionieri. Si dice che una nave ca-
rica di preziose statue naufragasse in ma-
re per una violenta burrasca. 11 Papa prov-
vide a'ioro bisogni spirituali e corporali,
mandando in Africa de'preli zelanti e del-
le limosine in gran copia. Fece riedifica-
re le basiliche, e sostituì nuovi vasi e nuo-
vi ornamenti a quelli ch'erano stati ruba-
ti. 11 vincitore seuza alcuna opposizione,
V AN
ritornato in Africa, terminò di far suo
quanto ValenlinianoIII avea soltraltoal-
Ja sua voracità. Da prima trattò da schia-
ve Eudossia e le sue due figlie, ma tosto
forzò la giovine Eudossia a sposare il ti-
glio suo Unnerico. Gl'imperatori d'orien-
te e d' occidente reclamarono invano la
libertà delle principesse; soltanto 7 anni
dopo acconsentì a lasciar pai lire Placidia
e sua madie per Costantinopoli. La gio-
vine Eudossia visse 16 mesi con Unneri-
co, altri dicono col fratello Geuton, ma
non sembra vero , e gli diede un figlio,
per nome Ilderico, poi re de'vandali; ma
perseguitala da uno sposo bai baro e aria-
no, riuscì a fuggire e si ritirò in Gerusa-
lemme ad abbracciar la tomba d'Eudos-
sia sua ava, e uon sopravvisse che alcu-
ni giorni. Dopo l'eccidio di Roma, i van-
dali passarono nella Campania, e tutte
le di lei città da Roma sino a Nola furo-
no incendiate co'loro campi, o disti ulte.
Ad eccezione diNa poli eCuma fortificate,
tutti gli altri paesi provarono la desola-
zione, e la maggior parte degli abitanti
nudò schiava nell'Attica. Eguali disastri
provarono il Lazio, e lolla quella parie
che abbraccia le province di Marittima
e Campagna mise a ferro e luoco il bar-
baro re.Kel 454 Genserico avea permesso
acattolici, ad istanza di Yalentiniauo IH,
di scegliersi un vescovo cattolico, alla qua-
le dignità fu innalzato Deogralias,che mo-
rì poco tempo dopo il ritorno de'vandali
dal sacco di Roma. Essendosi accesa coti
maggior furore la persecuzione, un gran
numero di cattolici furono tormentali per
la fede, e molti ricevettero la corona del
martirio. Gli ariani, con un sacrilegio che
non avea avuto esempio, si fecero delle
camicie e de'calzoni co' pan ni Irai e orna-
menti che servivano per l'altare; e a Ti-
nuzuda o Tumida gli ariani con fui 01 e
calpestarono il sagralissimo Corpo e San-
gue di Gesù Crislo, che aveauogettato per
terra. Essendo stato dichiarato che i cat-
tolici non potessero occupare alcuna ca-
rica nello stalo. Arniogasto ch'era in gran
V AN
conio nella casa di Teodorico figlio del
re, fu condannato a guardare gli armen-
ti. Rassodalo Genserico nel dominio del-
l'Africa, divenne vagheggiato oggetto di
sua ambizione l'impero nel mare. Gli fu
agevole di ottenerlo, avendo una marina
d'assai superiore a quella de' romani. Ma
invece d'occupar le sue flotte ad arricchi-
re i propri sudditi per la via del commer-
cio , egli non le fece servire che ad eser-
citare la più. odiosa pirateria. Non passò
poscia verno anno del suo regno senz'es-
sere contrassegnato da qualche sbarco fu-
nesto di vandali nella Sicilia , nella Sar-
degna, sulle spiaggie d'Italia, su quelle
di Spagna, e su quelle pure d'Uliria e del
Peloponneso. Tuttavia il generale Rici-
mero nel 4^6 battè la flotta de' vandali
all'altura di Sicilia, e dopo di lui il con-
te Marcellino difese quest'isola contro di
essi, preservandola d'invasione sinché e-
gli n'ebbe il comando. Trovo nel Rinal-
di all'anno 4^7, cne Maiorano appena e-
levato all'impero d'occideute riportò una
vittoria sui vandali dell'armala condotta
daGensericoa'lidi dellaCampagnao Cam-
pania. Nel t.i delle Memorie della Chie-
sa e de* Pescosi d* Osimo, di mg.r Com-
pagnoni uno de' medesimi, continuate e
supplite dal Vecchietti prete della stessa
chiesa, si esamina. Quali provincie d'Ita-
lia furono invase da' vandali. Se colle scor-
rerie intimorissero almeno il Piceno, e se
Osimo sia mai stata afflitta e molestata
da'vaodalijCome asseriscono diversi scrit-
tori osimaui, dicendosi da alcuni che fino
a 3 volte fu quasi distrutta e ridotta in e-
sterminio, fondati nella leggeuda, però a-
pocrifa e favolosa, di s. Leopardo!.0 ve-
scovo d'Osimo; eseguita dall'autore del-
la pergamena trovata nel sepolcro di s.
Vitaliano vescovo d'Osimo, ove dicesi che
il suo sagro corpo fu sotterra nascosto per
timore de' vandali. Quali altre nazioni si
conoscono sotto il nome di vandali. Quan-
to all'Italia si conviene che invasero, pe-
netrarono o infestarono le sue città o spiag-
gie, oltre della Sicilia e Palermo, della Ca-
V A N 99
lahria, di Puglia, de'Druzi, di Lucania, di
Campania, del Lazio, di Romaesuespiag-
giequale impetuoso torrenle,e delle spiag-
gie della Venezia; perlomeno le città ma«
ultime, fra le quali forse Ancona e Uma-
na, vicine ad Osimo, siccome città rim-
petlo alla Dalmazia invasa da' vandali.
Tuttavia non si ha alcun antico e auto-
revole monumento per comprovare l'ir-
ruzione de' vandali nel Piceno; quanto al
timore e allo spavento de' vandali, essi fu-
rouo comuni a tutto l'impero. Procopio
e s. Vittore vescovo di Vita nell'Africa,
storici contemporanei de' vandali, asseri-
scono che non solamente le spiaggie del-
la Venezia, di Roma e Campania, ma per
tutta l'Italia in un lato senso, Genserico
portò la desolazione con annuali e con-
tinuale invasioni. Si vogliono fioriti due
vescovi di nome Vitaliano, uno dopo
la metà del V secolo, 1' altro del 743 ;
ma si giudica doversi dar luogo ad uno
solo e con più probabilità a s. Vitaliano
del 743> in tempo del quale non si par-
lava più affatto de'vandali. Sotto il nome
di vandali i nostri maggiori talvolta per
equivoco intesero altre barbare e stranie-
re nazioni, come i Goti e i Longobardi,
anch'essi eretici ariani, e da'quali l'Italia
e il Piceno realmente furono occupati e
soggiacquero alla loro dominazione, mas-
sime tutto l'interoPicenoe per lungo tem-
po, il quale pel riferito non pare fosse in-
festato mai da'veri vandali. Forse quegli
scrittori col nome di vandali vollero indi-
care la ferocia a cui somigliavano gli altri
barbari, per l'equivalente da loro opera-
to, come si disse e diciamo vandalismo e
vandalicamente, per lutto quanto di so-
pra accennai, per similitudine e compara-
zione. Nel 46o avvertito Genserico d'un
grosso armamento che faceva a Cartage-
na l'imperatore Maiorano per approdare
nell'Africa,lo prevenne, incendiò una par-
te de'suoi vascelli nello stesso porlo, e re-
cò via il rimanente che servì ad aumen-
tare le sue forze marittime. Questo bar-
baro morì a'24 gennaio 477 dopo 37 au-
ioo VAN
ni, 3 mesi e 6 giorni dalla presa di Carta-
gine, lasciando almeno 3 figli, Unnerico
0 Unerico o Onorico che gli successe, Gen-
lon e Teodorico. Genserico, secondo Jor-
oande, era di mezzana statura e zoppo
per una caduta da cavallo. Egli avea uua
fisonomia pensierosa, parlava poco, di-
sprezzava la voluttà, e si occupò sempre
di grandi intraprese. Alla ferocia di bar-
baro, uni le sottigliezze di teologo , pre-
tendendo violentare la fede de' cattolici.
1 mori implacabili nemici di chiunque si
piantava sul suolo africano, V assalirono
più volte; ma egli dopo averli debellati
li costrinse ad annuo tributo. Egli asso-
dò un impero de'più grandi che sorges-
sero dagli smembramenti del romano,
contando 446 vescovati, 80,000 armati
di soli vincitori , oltre il mare in cui si-
guoreggiò. Procopio dice eh' egli usò del
diritto di conquista verso gli africani col
maggiore rigore, e che non contento di
toglier ad essi le loro terre e i loro schia-
vi per darli a' vandali, gli oppresse d'im-
posizioni così eccessive che non potevano
a malgrado d'ogni industria bastar a sod-
disfarle. Con Genserico finì la prosperi-
tà del regno vandalo.
L'ignobile Unnerico sembrò in princi-
pio più moderato di lui rapporto acat-
tolici, ma tosto apparve soltanto erede
de' vizi paterni. L' imperatore d'orieute
Zenone, tremante dinanzi a'bai bari che si
contendevano i brani della poteuza roma-
na, non osò intraprendere la cacciata de'
vandali dall'Africa; mentre Unnerico non
avea ereditato alcuna delle grandi qua-
lità del padre. Esaltato sopra un trono
fondalo dalla vittoria e con una marine-
ria formidabile, non erano che deboli ap-
poggi cui non sostenevano in pari tempo
V amore del popolo e i talenti del capo
delio sta lo. Zeuoue eretico eutichia no fau-
tore del vescovo di Costantinopoli Aca-
cio, autore deli.0 scisma de'greci,a fine
di sostenere la seduzione dopo pubblica-
to YEnolico (V.)y vestì tutte le apparen-
ze dello zelo pe'progressi e per la purez-
VAN
za della fede. Racconta il Bercastel nella
Storia del Cristianesimo % t. y, che Ze-
none s'interessò presso d'Unnerico re de'
vandali, in favore della chiesa di Cartagi-
ne , la quale da 24 anni trovavasi senza
vescovo. In conseguenza delle ripetute
istanze dell'imperatore, essa ebbe il per-
messo di scegliersi un pastore, con dure
e gravissime condizioni; il che non impe-
dì che il popolo non concepisse un'estre-
ma allegrezza, allorché vide ordinato s.
Eugenio cittadino di Cartagine venera-
tissimo.Eravi una parte de'cittadini,i qua-
li non aveano mai veduto alcun vescovo
assiso in quella 1 ,* cattedra dell'Africa. Ma
tutti si credettero giunti al colmo della
felicità, allorché videro splendere le vir-
tù del nuovo prelato, la sua umiltà, la
sua mansuetudine, la sua affabilità, la
sua carità tenera e operosa , le sue pro-
digiose limosine , una beneficenza a cui
nulla fuggiva e ch'era inesausta, sebbene
nulla egli tenesse in serbo per l'indomani.
Eransi i vandali impadroniti di tutti i
fondi della chiesa, ma il degno uso che
il vescovo faceva dell'offerte, impegnava
una moltitudine di persone a recargli
giornalmente somme considerabili, ch'e-
gli distribuiva sempre prima di nette, a
meno che le medesime non gli fossero re-
cate troppo tardi. Quindi si conciliò in-
distintamente l'affezione e il rispetto non
solode'cattolici, ma de'vandali medesimi.
Eppure fu questa la 1 .a cagione d'una per-
secuzione ancor più crudele di quella di
Genserico: fu la 2." persecuzione de'van-
dali sotto il regno d'Unnerico e durò dal
483 al 484> della Chiesa registrata per la
19/ fra le principali. Tanti omaggi resi
alia virtù di s. Eugenio, svegliarono una
furiosa gelosia ne' vescovi ariani, e preci-
puamente nel cuore di Cirila, il più po-
tente di loro. Costoro esagerarono al re
i pericoli che correva la sua comunione
ariana, e si cominciò dall' impedire che
alcuno comparisse nella chiesa cattolica
in abito di barbaro. Così i vandali nomi-
navano se stessi, per mostrare la loro av-
V A N
versione e il dispregio della romana mol-
lezza. Il re primamente fece sapere a s.
Eugenio, che gli vietava d'assidersi sul
seggio episcopale, di predicar al popolo
e di ammettere nella sua cappella alcun
vandalo, poiché eranvi di molti cattolici
tra di essi. Al che il santo fece una rispo
sta degna del suo carattere, e disse riguar-
do alla 3." proibizione, che Dio gli coman-
dava di non chiudere la porta della chie-
sa a chiunque bramasse di rendere servi-
gio a lui. Unnerico sdegnato di tale ri-
sposta montò in furia, e cominciò a per-
seguitare i cattolici in mille differenti ma-
niere, e principalmente i vandali che pro-
fessavano la vera fede. Quindi Unnerico
fece mettere alla porta della chiesa alcu-
ne guardie o piuttosto alcuni carnefici, i
quali allorché vedevano un uomo o una
donna entrare coli' abito di vandalo, git-
tavano loro sul capo alcuni piccoli legni
dentati, con cui ne attortigliavano i ca-
pelli ; poi ritirandoli con forza, strappa-
vano loro lechiome e tutto insieme la pel-
le. Alcuni ne morirono, e parecchi per-
dettero gli occhi. Varie donne, colla te-
sta così scorticata, furono fatte cammi-
nare per la città, precedute da un bandi-
tore per isvergognarle, e per intimorire
la moltitudine. Unnerico vietò che si das-
sero pensioni o viveri agli uffiziali della
corte che tenessero la dottrina della Chie-
sa cattolica; indi proibì rigorosamente
che si ammettesse negli uffizi pubblici
chiunque non fosse ariano. Era vi alla cor-
te d'Unnerico un gran numero di cattoli-
ci, i cui rari talenti e sperimentate virtù
li aveano fin allora mantenuti in parti-
colari cariche di confidenza e di distin-
zione. Non solamente furono essi cacciati
dal palazzo , ma furono fatti condurre
nelle pianure d'Ulica, e malgrado la lo-
ro delicata complessione, e la diversità
delle loro consuetudini, vennero inuma-
namente costretti a mietere il grano sotto
i più cocenti ardori del sole. Ma ciò nou
fu cheil preludio della persecuzioue d'Un-
nerico, mostro di crudeltà che fece perire
VAN 101
tutti i suoi parenti, a fine d'assicurare il
regno a'suoi figli, e credette di santificare
le sue sanguinarie inclinazioni facendole
servire contro i nemici de'suoi vizi e de'
suoi errori. Molti santi personaggi furo-
no istruiti con terribili visioni di ciò che
la chiesa d'Africa era vicina a soffrire, e
l'effetto non tardò a confermare ciò ch'es-
si avevano annunziato. Unnerico rabbio-
samente, pieno d'odio contro la cattolica
religione, si propose di sterminarla affat-
to in Cartagine metropoli dell'Africa, con
rendere generale la persecuzione comin-
ciata contro i cattolici, facendo succedere
una moltitudine di editti uno più crude-
le dell' altro. Le prime violenze caddero
sulle persone consagrate a Dio. Il re co-
mandòche si raccogliessero le vergini cat-
toliche , che queste fossero vergognosa-
mente visitate dalle matrone, e con tor-
menti obbligate a deporre contro gli ec-
clesiastici. Furono appese in alto con gros-
si pesi a'piedi, vennero loro applicate la-
mine di ferro rovente sul seno esu'fian-
chi, e in questo stato venivano esortate
ad affermare che i preti e i vescovi erano
stati i loro corruttori. Parecchie periro-
no in questi tormenti, altre in maggior
numero rimasero storpiate, ma non se ne
trovò pur una che accusasse un chierico.
Il tiranno vedendo non potere con que-
st'indegno stratagemma disonorare il cle-
ro, die ne'maggiori eccessi senza pretesto
e senza riguardo. In una sola volta rilegò
nel deserto ministri ecclesiastici di tutti
gli ordini, con altri fedeli della loro fami-
glia e del loro seguito in numero di 497^
persone, fra le quali trovavansi molti in-
fermi e vecchi così decrepiti, che molti a-
veano perduto la vista. Felice di Arbiri-
to, il quale contava 44 anm di vescovato,
languiva d'una paralisia, che njon gli la-
sciava l'uso neppur della lingua. I fedeli
non sapendo come condurlo , fecero pre-
gare Unnerico che il lasciasse in qualche
luogo presso Cartagine, giacché non po-
teva vivere lungamente. Rispose il bar-
baro: S'egli non pub stare a cavallo, sia
io2 VAN
annerato a'bovi} i quali lo strascineran-
no ove io gli coniando che vada. Fu di
mestieri infatti legarlo a traverso d'un
mulo, e trasportarlo come una massa iu-
sensibile.l confessori furono radunati nel-
la città di Sicca , donde i mori dovevano
condurli uel deserto. Vennero chiusi in
una prigione ch'erasolfribile, e in cui i
fedeli del luogo andarono a consolarli; ma
ben presto furono privati di questa con-
solazione, perchè sembravano piùcostan-
ti che mai. Sino i fanciulli segnalavano la
loro costanza, resistendo agli sforzi d'al-
cune madri accecate dulia loro tenerezza,
v che volevano ribattezzarli per sottrarli
dalla persecuzione. Furono dunque ri-
stretti i prigioni in un'orrida carcere, e
tanto angusta, eh' erano ammucchiati gli
uni sopra gli altri,senza neppure aver libe-
ro lo spazio necessario per soddisfare a'bi-
sogni naturali; il che produsse una conta-
giosa infezione, ed una orribile moltitudi-
ne di rettili, i quali generati in quella cor-
ruzione li divoravano vivi. Lo storico s.
Vittore di Vita, che ne parla come testi-
monio oculare, dice che avendo trovato
maniera d'entrare nella prigione, donan-
do qualche denaro a'mori, mentre i van-
dali erano addormentati, s'immergeva si-
no al ginocchio nel sucidume e ue'vermi.
Furono essi finalmente fatti partire sot-
to là condotta de'mori. Uscirono da quel-
la cloaca, non solo cogli abiti grondanti
di sozzure, ma co'capelli, col volto e con
tutta la persona in uno stato cui la pen-
na non regge a descrivere. Ciò non ostan-
te cantavano inni di ringraziamento, e si
giudicavano felici di soffrire questi bar-
bari trattamenti per la gloria del figlio
di Dio. i popoli correvano da ogni parte
a vederli, poi tandotorcie accese, doman»
dando la loro benedizione per se e pe'lo-
io figli che ad essi presentavano, e la-
gnandosi con effusione di lagrime di ri-
manere senza pastori in preda a'Iupi vo-
raci. Ma questi pii fedeli venivano re-
spinti con una brutale fierezza , ovvero
dopo d' aver lasciato ch'esercitassero la
VAN
loro liberalità verso i confessori , toglie-
vasi a questi ciò che loro era stalo dona-
to. 1 confessori si mostravano più sensi-
bili a' pericoli de' fedeli, che alle proprie
loro disavventure, sebbene si affrettasse
inumanamente il loro camminojimperoc-
chè quanto maggiori erano le testimo-
nianze di venerazione che ricevevano,
tanto minore era il riposo che veniva ad
esso loro accordato. Allorché i vecchi o
i fanciulli non potevano più camminare,
venivano punti co'dardi o si scagliavano
contro di loro de' sassi per farli avanzare.
Quanto a quelli che per 1' eccesso della
fatica restavano di tempo in tempo ab-
battuti, ordinavasi a'mori d'attaccar loro
delle corde a'piedi, e di strascinarli come
altrettante bestie morte,dimodoché quel-
le strade ardue e tutte pietrose furono
ben presto bagnate del loro sangue. Le
loro vesti cadevano a pezzi, oppure si ap-
piccavano a 'sassi e alle spine. Ebbero an-
che il corpo tut to lacero; uno la testa spez-
zata, un altro il fianco o il ventre aperto,
quasi tutte le membra slogate; e parec-
chi fin d'allora consumarono il loro mar-
tirio. Coloro che assai robusti poterono
giungere al deserto, non vi trovarono per
la loro sussistenza altro che orzo, che lo-
ro veniva dato a misura, come si fa colle
bestie da soma. Anzi ne furono privati
ben presto, e si lasciarono morire di fa-
me. Le bestie velenose le più malefiche
lo furono però assai meno de'vandali ti-
ranni, e si osservò, che in una contrada
la quale può dirsi quasi un semenzaio di
lettili i più pericolosi, niuno de' servi di
Dio perì de' loro morsi e a' quali erano
del tutto esposti seoz' alcuua difesa. Al-
lorché tanti santi e dotti ministri della
religione furono così allontanati, non es-
sendovi stato ancora compreso nella per-
secuzione il venerando pastore di sua ca-
pitale, forse per rispetto degli abitanti, fi-
nalmente nel maggio 483 Unnerico fece
proporre a s. Eugenio vescovo di Carta-
gine, per rendere ragione della loro t\n\ct
di tenere iti questa città una conferenza
V A N
nel 4^4 cogli ariani, i quali somigliatili
a' Donatisti , scismatici ed eretici, usando
ribattezzare qne'clie abbracciavano la lo-
ro pei fida setta, furono appellati eziandio
con tale nome. Siccome comunemente gli
scrittori pai laudo di tate conferenza chia-
mano gli ariani proposi tori dell'erronee
proposizioni de donatisti, ciò fecero per
l'errore ch'era ad essi comune, il quale tut-
tora sostenendosi dagli eretiche impugnan-
dosi da' cattolici, gli ariani perciò in tale
conferenza e ip altre assemblee furono, de-
nominati sostenitori pure degli errori de'
donatisti. Conviene di passaggio qui pu-
re rammentare. Donato vescovo delle Ca-
se Nere nella Numidia fu il i.° autore e
il caposetta dello scisma de'donatisti, os-
sia di quelli che seguirono i suoi errori.
Di questi erano i principali, di negare la
validità del Battesimo e degli altri Sa-
gr a menti dati dagli Eretici, e di rigetta-
re r infallibilità della Chiesa cattolica.
Donato co'suoi partigiani separandosi dal-
la comunione di Ceciliano eletto vescovo
di Cartagine, ordinarono vescovo della
stessa sede Maiorino eletto da'faziosi. Per-
ciò tutta l'Africa si divise in (\ue partiti,
e in molte chiese vi furono due vescovi,
ordinali gli uni da Ceciliano cattolico, gli
altri da Maiorino donatista , o da quelli
delle loro diverse comunioni. Sebbene Do-
nato e i donatisti furono condannati nel
concilio di Latcrano, tenuto nel 3 1 3 da
Papa s. Melchiade, e sebbene il concilio
dichiaiò innocente Ceciliano accusato fal-
samente da'donatisti qual Traditore ,cioè
d'aver consegnalo a'pagani le s. Scritture,
separandosi da esso che restò in comu-
nione colla Chiesa divennero scismatici,
e pe'loro errori eretici; tuttavolta all'e-
resia i donatisti congiunsero più aperta-
mente lo scisma, nel sedicenle coucilio da
loro tenuto in Cartagine nel 32 1 , divi-
dendo così il popolo cristiano dell'Africa.
Quindi i donatisti profanarono la ss. Eu-
caristia , ruppero gli altari e i vasi sagri,
commisero inuumerabili violenze e sacri-
legi, in che furono imitati dagli ariani, il
VAN io3
cui nome ed errori talvolta con quelli lo-
ro si confuse, come nel discorso caso. A
reprimere l'audacia de'donatisti erano sta-
li adunati molti concilii, e celebre riuscì
la conferenza precedente di Cartagiue,te-
nula in questa città nel 4", coli' inter-
vento di 56o vescovi , per riunirli alla
Chiesa, e per convincerli della necessità
ch'era vi di essere uella Chiesa cattolica,
nella quale sola si può rendere a Dio il cul-
to che gli è dovuto, ed operare la propria
salute. Questi eretici erausi tanto molti-
plicati nell'Africa, che pareva vi avessero
oppresso i cattolici, dacché era loro riusci-
to d'ottenete una legge, che dava loro o-
giti libertà, ed esercitavano dappertutto
violenze proprie de'più crudeli persecu-
tori. I vescovi cattolici avendo finalmen-
te ottenuto dall'imperatore Onorio di ve-
nire a una conferenza pubblica co'dona-
listi, il conte Marcellino inviato in Africa
d'ordine di quel principe, l'intimò peli.0
giugno. Ordinò che non vi fossero più di
7 vescovi per parte, scelti tra tutti gli al-
tri, i quali parlerebbero nella conferenza;
che ve ne sarebbero 7 altri da'quali po-
trebbero i disputanti prendere opinione,
se ne avessero bisogno; che nessun vesco-
vo entrerebbe nella conferenza fuori di
quelli che fossero stati uominati per di-
sputarvi, i quali ascendevano a 36; che
tutti i vescovi d'ogni partito promettereb-
bero di tenere ciò che avessero deciso gli
eletti ; che tuttociòche fosse detto sareb-
be scritto da'pubblici notati. Ma i dona-
tisti ricusarono d' ubbidire all' edillo di
Marcellino, e domandarono d'esser tutti
presenti alla conferenza. I cattolici dal can-
to loro indirizzarono una lettera a Mar-
cellino, nella quale promettevano di ese-
guire tutti i suoi ordini. Eglino protesta-
rono, che il diseguo, che aveano tenendo
questa conferenza , era di mostrare che
la Chiesa sparsa sopra tutta la terra noti
può perire, per quanti peccati commet-
tano coloro che la compongono; che l'af-
fare di Ceciliano era terminato , poiché
era stato dichiarato innocente, e i suoi ac-
io4 VAN
cusalori riconosciuti per calunniatori. In
questa lettera fecero la dichiara/ione tan-
to famosa, e che li coprì di gloria per la
generosità veramente cristiana, di cui die-
dero prova a'Ioro stessi nemici, vale a di-
re, che se i donatisti potevano provare,
che la Chiesa è ridotta alla loro comu-
nione, eglino si sottometterebbero asso-
lutamente ad essi; che abbandonerebbe-
ro le proprie sedi,erinunzierebbero a tut-
ti i diritti della loro dignità. Che se i cat-
tolici mostrassero, pel contrario, che i do-
natisti aveano torto, eglino conservereb-
bero l'onore del vescovato; che ne'luoghi
eziandio^ dove si troverebbe un vescovo
cattolico e un donatista, sederebbero al-
ternativamente nella cattedra vescovile,
l'altro sedendo un poco più basso appres-
so di lui, oppure che l'uno avrebbe una
chiesa, e l'altro un'altra; e questo finché
l'un di loro essendo morto, l'altro reste-
rebbe solo vescovo. In appresso nomina-
rono i vescovi per la conferenza: cioè Au-
relio di Cartagine, Alipio di Tegaste, s.
Agostino d' Ippoua, Vincenzo di Capua,
Fortunato di Cirta, Fortunato di Sicca
e Possidio di Calamo. Ne nominarono pel
consiglio 7 altri, e 4 furono destinati per
la sicurezza degli atti. I donatisti essendo
stati obbligati a nominare deputati, lo fe-
cero coli' ordine medesimo de' cattolici.
Nella 2." sessione, dopo molle discussio-
ni, si accordò una dilazione a'donatisti per
aver copia degli atti della i.a conferenza,
e si condiscese alla loro domanda. Nella
3.a vollero esanimare la scrittura de'cat-
lolici sopra la domanda della conferenza,
e Marcellino avendo deciso, che i donati-
sti erano poi i veri postulanti, convenne-
ro eglino slessi,che non pretendevanod'a-
gire contro le Chiese di tutta la terra. Da
questa confessione ne seguiva, che Ceci-
liano non era restato nella comunione del-
la Chiesa , se non perchè era stato rico-
nosciuto per iunocente. Frattanto i do-
natisti cercavano ogni maniera di prele-
sto per evitare che si venisse alla con-
clusione dell' aliare, e non volevano che
VAN
si mettesse in chiaro l'origine dello sci-
sma; ma Marcellino fece leggere la rela-
zione d'Anulino, colla quale indirizzava
a Costantino I i lamenti de'donatisti con-
tro Ceciliano. I donatisti vedendosi così
stretti, presentarono una memoria, per
mostrare colla Scrittura, che i cattivi pa-
stori sono macchie e sozzure della Chie-
sa, e che non devono esservi malvagi tra'
suoi figli, almeno, che siano conosciuti.
Letta che fu questa memoria, i cattolici
vi risposero colla bocca di s. Agostino. E-
gli vi stabili validamente questa verità:
Che la Chiesa tollera in questo mondo i
malvagi, tanto occulti che manifesti, e che
i buoni che sono mischiali con essi, non
partecipano de' loro peccati; provò col-
l'autorità di s. Cipriano,, che nella Chie-
sa il demonio avea seminato la zizzania;
il che i donatisti impugnavano; imperoc-
ché lo scopo de'cattolici era di mostrare,
che i falli, tanto di Ceciliano, come di qua-
lunque altro, non potevano recare alcun
pregiudizio alla comunione cattolica. Que-
sto gran dottore espose, che i passi della
Scrittura riferiti da una parte e dall'altra,
essendo di eguale autorità, doveano con-
ciliarsi con qualche distinzione, poiché la
parola di Dio non può contraddire a se
stessa. Rappresentò, che bisognava distin-
guere i due stati della Chiesa, quello del-
la vita presente, dove e' è un raescuglio
di buoni e di malvagi, e quello della vita
futura, dove sarà ella senza veruna me-
scolanza di male. Mostrò poi, come vi era
obbligo in questa vita di separarsi da'mal-
vagi non comunicando co' loro vizi, ma
uon separandosi da essi esternamente.
Qualora i donatisti si trovavano troppo
angustiati e stretti dagli argomenti del s.
Dottore, dicevano senza tergiversazione,
che non era loro permesso d' esercitare
nessun alto esterno di religione con quel-
li, che non fossero giusti e santi; ed ecco
perchè riguardavano come nulli tutti i
sagra menti, che non erano conferiti da
ministri irreprensibili, e voleauo riha llcz-
lare i cattolici. S. Agostiuo fece loro ve-
V A N
clere , che quest' errore tendeva a rove-
sciare tutto il culto esteriore della reli-
gione, perchè si poli ebbero fare delle dif-
ficoltà senza fine intorno alla santità del
ministro. Esaminata la questione del di-
ritto, vale a dire stabilita che fu la veri-
tà cattolica, indipendentemente da qual-
sivoglia persona, si discusse la questione
di fatto; cioè lai." causa della separazio-
ne de'donatisti du'cattolici. I primi pre-
tesero d'aver avuto ragione di separarsi
da Ceciliano, ordinato vescovo di Carta-
gine da certi Traditori: ma le prove che
ne davano non erano di nessun peso, e s.
Agostino confutò anche quest' errore, e
decifrò tutte le cabale, che ammassavano
l'una sull'altra. Fece rimarcare, che Men-
sm io, predecessore di Ceciliano, accusato
d'aver maltrattato le Scritture sante, non
era slato condannato da nessun pubblico
giudizio; che il concilio di Cartagine con-
tro Ceciliano era senza data; che Cecilia-
no v'era stato condannato assente, e da
vescovi che aveano perdonato l'un l'al-
tro a se stessi il delitto, di cui condanna-
vano; e per provarlo fece leggere il con-
cilio di Cirta del 3o5 (diverso da quello
del 4I2j il quale avea scritto una lette-
ra per disingannare i donatisti, in ciò che
dicevano i loro vescovi calunniosamente,
col compendio degli atti della conferen-
za di Cartagine). Dopo diversi cavilli de'
donatisti sopra questo concilio, si lesse il
coucilio romano del 3i3, che avea assol-
to Ceciliano, e la lettera di Costantino I
a Eumalo sopra il giudizio contradditto-
rio radunato da quell'imperatore a favo-
re di Ceciliano. In questa occasione par-
ve che Dio facesse parlare i donatisti qua-
si loro malgrado, poiché gli scritti che
produssero ad altro non servirono che a
far conoscere sempre più l'innocenza di
Ceciliano. Dappoiché, primieramente vo-
lendo mostrare , che Costantino I dopo
d'aver assoluto Ceciliano, avealo condan-
nato in un posteriore giudizio, furonocie-
chi a tal grado di produrre uua supplica,
indirizzata un tempo da loro stessi a quel
V A N io5
principe, dalla quale raccoglierasi, ch'e-
rano stati eglino stessi da lui condanna-
ti, e ch'egli avea sostenuto l'innocenza di
Ceciliano. In i.° luogo produssero una
lettera di Costantino I, colla quale egli ri-
conosceva,che la causa di Felice di Aplon-
ga era stala esaminata e giudicata a suo
favore, e nella quale ordinava, che gli si
mandasse Ingenzio, che confessa va d'aver
mentito una falsità per far comparire reo
Felice, aflìn di confondere i nemici di Ce-
ciliano. Ora niente poteva essere più van-
taggioso alla causa de'cattolici,e nel tem-
po stessso più acconcio a confondere i do-
natisti, quanto il far vedere, che questo
medesimo Felice d'Aptonga, che avea or-
dinato Ceciliano, era innocente; imper-
ciocché propriamente non d'altro accu-
savasi Ceciliano, che d'essere stato ordi-
nato da un uomo il quale prelendevasi
che avesse maltrattato le Scritture sante.
Ma per finire di comprovar l'innocen-
za di Felice, i cattolici produssero la re-
lazione, che il proconsole Eliano avea spe-
dita a Costantino I, e gli atti stessi di quel
giudizio, a cui i donatisti non ebbero che
opporre. Finalmente i cattolici avendo
perfettamente messo in chiaro tuttociò
che aveano dovuto sosteoere,il con teMar-
cellino pronunziò una sentenza,della qua-
le ci restano 28 1 articoli. Elia dice in so-
stanza. Che i donatisti erano stati confu-
tali da' cattolici con ogni genere di pro-
ve; che Ceciliano era stato giustificato, e
che quand'anche i delitti, ond'era stato
accusato, fosserostati provati, non avreb-
bero potuto portare nessun pregiudizio
alla Chiesa universale; che quindi tulli
i donatisti, che non volessero riunirsi al-
la Chiesa, sarebbero soggetti a tutte le pe-
ne inflitte dalle lessi. Tutto il mondo si
rallegrò, che Dio avesse fallo conoscere
la verità, e scoperto l'errore e la men-
zogna. Apparisce dagli atti di questa con-
ferenza eclatante, che s. Agostino ne fos-
se l'anima, e che la sublimità del suo in-
gegno vi fece una comparsa luminosissi-
ma. Vedeai in tuttociò ch'egli dice, una
ioG V A N
(orza, una dolcezza, una chiarezza e una
sodezza particolare, che gli danno la pre-
minenza su tutti i vescovi dell'Africa. È
egli sempre che parla, qualora si tratta di
qualche punto importante, e di stabilir la
fede della Chiesa, massime nelle reliquie
che ci restano della 3.a sessione. Indarno
i donatisti appellarono dalla sentenza di
Marcellino. L'imperatore Onorio auto-
rizzò gli atti di questa conferenza di Car-
tagine, con una legge de'3o agosto 4 '2
o 4 1 4« Si può anche dire che questa con-
ferenza fu il colpo mortale dello scisma
de'donatisti, imperocché in proporzione
del grandissimo loro ninnerò, d'allora in
poi vennero in folla a riunirsi alla Chie-
sa co'loro popoli. Nondimeno molti do-
natislipertinacemente restarono nello sci-
sma e nell'eresia, e continuarono ad esse-
re queruli e infesti acattolici, uniti agli
ariani, i quali ne adottarono gli errori.
Credei opportuna questa digressione, per
migliore intelligenza del voluto dal ca-
priccioso Unnerico in quest'altra confe-
renza diCartagineeda lui intimata. Con-
siderando il vescovo di Cartagine,che nel-
la conferenza voluta co' vescovi ariani, i
nemici della fede sarebbero giudici e par-
te, nella causa comune a tutte le chiese,
pertanto rispose s. Eugenio al re deman-
dali, che siccome tutto il mondo cristia-
no era interessato in tali questioni, nelle
quali trattavasi de' primi principii della
lede, egli ne scriverebbe al Papa s. Fe-
lice IH capo di tutte le chiese, e convo-
cherebbe da tutti i paesi i vescovi alla
conferenza, dovendosi consultare quelli
eziandio d' oltremare. Non è già che uou
ne rimanesse ancora in Africa uu nu-
mero sufficiente, per far trionfare la ve-
rità co'loro lumi; ma essendo essi sotto
il giogo de' vandali , avevano a temere
molto più degli stranieri sì perse stessi,
come per le loro greggi. Unnerico , beu
lungi dall'aver riguardo alla rimostran-
za di s. Eugenio, cercò all'incontro d'al-
lontanare quegli africani ch'erano con-
siderali siccome dotti. Bandì s. Douatiu-
V A N
no vescovo di Vibiana, dopo una severa
flagellazione di i 5o colpi di bastone; ban-
dì parimente Presidio vescovo di Suife-
tula, e ne fece tormentare parecchi altri
in diversi modi. Uno splendido miraco-
lo che fece allora il santo vescovo Euge-
nio, non servì che a rendere più furioso
il tiranno* Il cieco Felice notissimo, in se-
guito d'una visione ricevuta, si recò da s.
Eugenio, e ricuperò sul fatto la vista, col
solo tocco della cnano del prelato , alla
presenza d'uno straordinario concorso di
fedeli congregati per la solennità dell'E-
pifania , dopo la benedizione del fonte
battesimale. Siccome il santo erasi scu-
sato di esaudire Felice, come peccatore
e incapace d'operare miracoli, nel segna-
re di croce gli oc hi suoi gli disse: Ti ho
già detto, che io sono un peccatore e il più
vile degli uomini , tuttavia prego il Si-
gnore di trattarti secondo la tua fede e
di renderti la vista. Ad onta che non vi
fosse da dubitare sul fatto , il re si fece
condurre Felice per udire dalla sua boc-
ca la verità, e tutto l'ordine dell' avve-
nimento. Provata in tal forma sino alla
dimostrazione la meraviglia, niunoebbe
più ardire di negarla; ma convenendosi
del prodigio, equi valente a un trionfo de I-
la fede sull'eresia, da' vescovi ariani si pre-
se il partito di dire che Eugenio l'avea
operato per via di malefizi, e si seguitò
il progetto della conferenza. I vescovi del
continente dell'Africa edi tutte l'isolesog-
gette a' vandali, si trasferirono a Cartagi-
ne pel giorno indicato, ch'era il i.°di feb-
braio 4^4- ^e furono prima fatti morire
in quel maggior numero che fu possibile
sotto diversi pretesti, ma per la sola ragio-
ne di togliere alla buona causa i più ze-
lanti e illuminali difensori. Ne rimaneva-
no però troppi, perchè i vescovi ariani a-
vessero coraggio di entrare in lizza . Non*
dimeno si die principio alla conferenza fa-
mosa di Cartagine, di cui in luoghi in-
numerevoli feci menzione, ma eglino mos-
sero mille cavillazoni per romperla. A*
vendo i cattolici richiesto che fi fossero
V A N
precenti degli arbitri, o che almeno i piti
saggi del popolo vi fossero spettatori, in-
vece si ordinò che si dessero i oo colpi di
bastone a' laici omousiani die avessero
coraggio di trovarvisi, poiché con questo
nome da Unuerico chiamavsmsi per di-
sprezzo gli ortodossi, appellando i suoi a-
riani veraci adoratori della divina natu-
ra ! Il ttrm'meO /notisi ano oOmousiasta ,
dal greco liomu, insieme, e da usiti, so-
stanza, fu da' Padri usato anche prima
del concilio generale di Nicea 1 del 320,
per indicare in Gesù Cristo la stessa na-
tura e sostanza del divin Padre. Pel con*
tratta gli ariani inventarono il termine
(Jmeusio, homeusius, dal greco homoios,
simile, e da usia, sostanza ; per deludere
le decisioni del concilio d' Antiochia del
363 (contro il conciliabolo del 344>'ncni
gli ariani per abolire la parola consustan-
ziale, Omousìon^Xa mutilarono dal sim-
bolo di Nicea) e negare la divinità di Ge-
sù Cristo, denotando con ciò non essere
egli della stessa natura del Padre (honnì-
siost da homii, insieme), ma di simile na-
tura, contro il chiaro senso delle s. Scrit-
ture. Però nel concilio iNiceno era stata
condannata la loro eresia e proclamala
la consustanzialità di Gesù Cristo col di-
vin Padre. Nella conferenza di Cartagi-
ne, intorno al nome di cattolici che non
lasciarono di prendere nella loro confes-
sione di fede, si suscitarono grandi que-
rele; e qualunque fosse la modestia con
cui egliuosi apparecchiassero a soddisfar-
le, si gridò al tumulto e alla sedizione , e
si corse a dire al re, che gli omousiani per-
turbavano tutto a fine d'impedire la con-
ferenza, cioè si opposero di conveuire e
quindi di sottoscrivere l'erronee proposi-
zioni de' donatisti e degli ariani seguaci
de' loro errori, i quali aveano proposto
alla conferenza stessa, ripugnandovi co-
stantemente i vescovi cattolici per soste-
nere la purezza della fede de'dogmi cat-
tolici. Tali gridi e calunnie degli ariani
proponenti le condannate proposizioni
de'donatisti, contro la virtù de'cattolici,
V A N 107
sembra che fossero conseguenza della tra-
ma già combinata fra Unnerico ed i suoi
scismatici ed eretici vescovi; imperocché
immediatamente eglifece recare nelle pro-
vincie un decreto già steso innanzi tempo,
in vigor del quale, mentre i vescovi or-
todossi trovavansi tuttavia in Cartagine,
furono chiuse in un giorno solo tutte le
chiese , e dati agli ariani tutti i beni di
queste chiese e de'loro pastori", applican-
do acattolici le pene emanate contro l'e-
resia dalle leggi imperiali. Nello stesso
tempo si pubblicò che gli omousiani e-
rano quelli i quali, non potendo prova-
re colla Scrittura la loro dottrina, aveva-
no rotto la conferenza, e l'avevano cam-
biata in sedizione col mezzo del popolo
che avevano sollevato. A fine di dar pu-
re qualche colore a tale imputazione con
un'apparenza di moderazione e d' uma-
nità, fu loro assegnato un termine per me-
ritare il perdono. Al riferito col Bercastel,
per l'importanza dell'argomento ricorda-
to nelle sedi vescovili d'Africa, notando i
vescovi esiliati in conseguenza della confe-
renza diCartagine,aggiungerò altre parti-
colarità col 13utler,riporta te nella P' ita di
s. Eugenio vescovo di Cartagine e i suoi
compagni confessori sotto i vandali. Nel-
la conferenza i cattolici deputarono 1 o fra
loro a parlare in nome degli altri. Girila
patriarca degli ariani, si assise sopra un
trono. Gli ortodossi ch'erano in piedi, ri-
chiesero che vi fossero de' commissari in-
caricati di scrivere quello che si direbbe
da una parte e dall'altra; ed avendone a-
vuto in risposta che Citila eserciterebbe
quest'uffizio, essi domandarono di nuovo
con quale autorità civile si attribuisse il
grado e la giurisdizione di patriarca. Gli
ariani non potendo uullaa questo rispon-
dere,empirono tutta l'assemblea di schia-
mazzi, e ottennero un ordine di poter da-
re 1 00 bastonate a tutti i laici cattolici che
ivi erano presenti; indi Citila trovò vari
pretesti perchè la conferenza non si avesse
a continuare. In questo frammezzo i cat-
tolici presentarono ima confessione di fé-
io8 V A N
de in iscritto, nella qiufle si appellano al-
la tradizione della Chiesa universale, ed
era divisa in due parti; lai.8 delle quali,
che provava colla Scrittura la consustan-
zialità del Verbo, forma tutto il 3.° libro
della storia di Vittore Vitense. Non si ha
più la 2.' che conferma la stessa dottri-
na cogli scritti de'Padri. Pare che questa
confessione fosse stesa da s. Eugenio; al-
meno Gennadio attribuisce a lui una con-
fessione di fede contro gli ariani, cioè la
riferita nella i.a parte dal Vitense nel lib.
3 citato. Quando ne fu fatta la lettura,
seppe male agli ariani che gli ortodossi
prendessero il nome di cattolici , benché
questo loro fosse dato universalmente an-
che dagli eretici, come s. Agostino aveva
notato molti anni innanzi. Da ultimo i ne-
mici della Chiesa la vinsero, e la confe-
renza fu tutto ad un tratto rotta. Abbia-
mo nel Ruinart il catalogo di tutti i ve-
scovi delle ptovincie ecclesiastiche d'Afri-
ca, che intervennero a questa conferenza,
e che furono mandati in esilio. Della pro-
vincia proconsolare o di Cartagine 5/f, di
quella tliNumidia 1 25, dellaBizacena 1 07,
della Mauritiana Cesarianai20, di quel-
la di Sitifi o Silifense 44» c'e"a Tripoli-
tana 5; di più io di Sardegna e di altri
luoghi. In tutti 460 vescovi, de'quali 88
morirono a Cartagine fra' tormenti , 28
ricuperarono la libertà colla fuga, 46 fu-
rono sbanditi nell'sola di Corsica, e 3o3
in altri luoghi. Questo è il computo che
ne fa il dotto annotatore del dottissimo
Bui ler. A.' 25 febbraio dello stesso 4^4»
Unnerico con edillo che già da lungo tem-
po andava meditando, ordinò più che mai
una persecuzione generale, e per impa-
dronirsi delle chiesede'cattolici e di quan-
to possedevano ne'loro paesi. Senza indu-
gio cacciò da Cartagine i vescovi che si
trovavano congregali, dopo di aver loro
tolto anche quel poco che aveano seco lo-
ro portato, senza lasciar loro né cavallo,
né schiavo, e neppur abito da cambiarsi.
Nello stesso tempo fu pubblicata una proi-
bizione sotto pena del fuoco, sia d'allog-
V A N
gialli, sia d'amministrar loro de' viveri.
Perciò si videro, secondo Bercastel, in nu-
mero di 5 in 600, per la maggior parte
in un'età avanzata, errare intorno alle
mura della città, senz'asilo, senza rico-
vero, esposti notte e giorno a tutte l' in-
giurie dell'aria, e rnancunti di nutrimen-
to. In brevissimo tempo ne morirono 88.
Essendo un giorno il re uscito a caso, tutti
quelli che potevano strascinarsi, gli si fe-
cero intorno per procurare di mansue-
farlo. Ma egli senza dare orecchio all'u-
mile loro domanda, a cui non rispose che
con guardi fulminanti, fece correre sopra
di essi alcuni cavalieri della sua guardia,
che molli ne calpestarono sotto i piedi de*
loro cavalli. Finalmente tutti vennero ri-
legati, insieme ad un gran numero di pre-
ti, nell'isola di Corsica, come dissi, e con-
dannati a tagliare i legni perla costruzio-
ne delle na vi. Mentre i vescovi esiliati viag-
giavano per la loro rilegazione, si mostra-
rono pieni di giubilo per essere stali fatti
degni di soggiacere a obbrobri e igno-
minie per Gesù Cristo ; furono assalili da
una masnada di uomini barbari, inviati
da' vescovi ariani a spogliarli di quanto
la pietà de'fedeli avea somministrato pel
loro mantenimento. Questa inumana vio-
lenza non li turbò, anzi ciascuno canta-
va. Sono uscito nudo dal ventre di mia
madre, e nudo me ne vado in esilio. Al
Signore non manca il modo di porgere
il cibo a! famelici e di vestire nel deser-
to gV ignudi. Di fatto il Signore ispirò a
due personaggi vandali cattolici il corag-
gio di seguirli nell'esilio, e d' impiegare
nel loro sov veni mento le copiose ricchez-
ze che possedevano. Il vescovo di Carta-
gine s. Eugenio fu mandato nel deserto
di Tripoli, e posto sotto la custodia d'An-
tonio vescovo ariano furioso, il quale o-
gni giorno inventava nuove maniere di
tormentarlo. Il santo riguardandosi come
una vittima già consacrata per la sua
chiesa, aggiungeva a'suoi tormenti le più
austere macerazioni. Perii luogo dormi-
re sulla nudi lena, coperto solamente
V AN
d' un sacco, contrasse una paralisia che
gli tolse persino l'uso spedito della lingua,
li suo persecutore gli fece bere per forza
un aceto violento, per cui si credette che
il santo vecchio perdesse la vita. Ma egli
ne guari, e più. lardi fu richiamato dal-
l'esilio dal re Gu ut ha monti. Non avendo
il santo potuto dare un addio a'suoi figli,
trovò il modo di scrivere al suo gregge,
col quale così si espresse. Vi domando
colle lagrime, vi esorto e vi scongiuro
in nome dello spaventevole giorno del
giudizio , e pel formidabile lume della
venuta dì Gesk Cristo, che rìmanghiate
fermi nella professione della fede catto-
lica... Conservate la grazia d' un solo
battesimo e dell' unzione del crisma , né
sia tra voi chi soffra di essere ribattez-
zato. Tanto leggo nel Butler, il quale os-
serva, che ciò diceva s. Eugenio, perchè
gli ariani, somiglianti in ciò a' donatisti,
usavano ribattezzare quelli che abbrac-
ciavano l'arianesimo, il che già rilevai.
Dopo il vescovo, fu bandito con una pro-
porzionata barbarie tutto il clero di Car-
tagine, composto pure di più. di 5oo per-
sone, il che ci dà un'idea dello splendo-
re di questa chiesa primaziale dell'Africa
auche ne'giorni di sua fiera persecuzione.
Tutti i vescovi ariani sempre più diven-
nero crudeli persecutori: percorrevano le
città, lasciando dovunque tracce della lo-
ro barbarie, ed adoperando la violenza
per ribattezzare i cattolici, e facendo lo-
ro provare ogni sorta di mali trattamen-
ti, senza distinzione né di età ne di sesso.
Gli apostati distinguevansi fra loro tutti
per la loro inumanità verso gli ortodossi.lt
diaconoMuritta,ch'era un venerabile vec-
chio, si segnalò con un istraordiuario co-
raggio. Avea egli tenuto a battesimo l'a-
postata Elpidiforo o Elpidoforo, ch'erasi
mostralo il piùardente de'peisecutori, pri-
ma della partenza de'cattolici per l'esilio.
Allora Munita trasse improvvisamente i
paunilini (cioè l'abito bianco detto Chri-
smale} usato, uella ceremonia del batte-
simo, emblema d' innocenza, per cui si
VAN 109
contraeva l'impegno di conservarlo senza
macchia), con cui avea coperto Elpidifo-
ro all' uscir del fonte battesimale, e che
teneva nascosti sotto le sue vesti. Aven-
doli spiegali pubblicamente, disse all'a-
postata, ch'era seduto come suo giudice:
Eccola veste nuziale, che ti accuserà al
tribunale del supremo giudice , e che ti
farà irrimediabilmente precipitare nel"
V infiammato pozzo di abisso, per tutta
l'eternità. Ti augurerai, sciagurato, ma
non sarà più tempo, ti augurerai questo
sagro preservativo di cui ti sei spoglia*
to da te stesso per vestire l'abito dell'i-
gnominia e della maledizione. Elpidifo-
ro impallidì e non ebbe coraggio di ri-
spondere. Ma nessuno oggetto di edifica-
zione fu più commovente, che 1 2 fanciulli
di coro, distinti fra gli altri per la bellezza
delle loro voci, e che seguivano i confes-
sori nell'esilio. Il loro talento svegliò qual-
che dispiacere negli animi degli ariani,che
loro corsero dietro a fine di ricondurli.
Ma que'generosi fanciulli non vollero ab-
bandonare i santi loro maestri; si attacca*
vano alle loro vesti, si lasciavano percuo-
tere a graudi colpi di bastone; sfidavano
le spade ignude da cui erano minacciati
da' chierici e da' vescovi ariani, ministri
ili sangue e di terrore, e che molto più
somigliavano a'soldati o a'caruefici, che
a'sacerdoli del Signore. Furono finalmen-
te'slacca ti per forza e ricondotti a Car-
tagine, ma non si potè sedurne uno solo
con tutte le carezze e i cattivi trattamenti
che alternativamente furono impiegati.
Lungo tempo dopo la persecuzione , essi
formavano tuttavia la consolazione e la
gloria della chiesa dell' Africa, soggior-
nando insieme a Cartagine e cantaudo le
Iodi di Dio. Tutta la provincia venerava
questi 1 1 confessori, come altrettanti apo-
stoli. Fra' vescovi che in questa persecu-
zione furono banditi, Vigilio di Tapso si
rese celebre co'suoi scritti. II timore d'in-
asprire i persecutori, unito alia volontà
di dare un maggior corso e credito alle
sue opere, gli fece nascondere il suo no-
no VAN
me, e prender quello de'padri più filino-
si, come s. Atanasio e s. Agostino, il che
poteva benissimo osare fra bai bari cosi
ignoranti com'erano i vandali. Dice Rer-
castel, gli viene perciò con ragione attri-
buito il Simbolo (/"'.) che porta oggi au-
rora comunemente il nome di s. Atana-
sio. Sebbene egli stesso avverta in molti
luoghi de'suoi scritti, che fa parlare i più
grandi personaggi per dare un maggior
peso alla verità; tutta volta questa pia fro-
de non ha lasciato di produrre dannosi
efletti. Oltre la confusione che n'è venu-
la sull'opere di molli Padri, sembra che
la medesima abbia autorizzalo i novato-
ri a spargere le loro invenzioni a favore
de'norni più rispettabili. Vigilio recossi di-
poi a Costantinopoli, ove trovandosi in li-
bertà scrisse, senza tutte queste finzioni,
contro l'eresia d'Eutiche, e questa è la so-
la opera di tale vescovo africano, la qua-
le porta il suo nome. La persecuzione si
estese in Africa dalcleroal popolo. Anche
prima che i vescovi fossero condotti in
esilio, Unnerico ordinò in tutta l'estensio-
ne del suo dominio , che non si rispar-
miasse alcuno di quelli i quali resistesse-
ro a'suoi empi voleri, qualunque fusse la
loro età, sesso o condizione. Di questa in-
numerabile moltitudine, colla quale non
si osservò alcuna forma giudiziaria, al-
cuni furono impiccati, altri consegnati al-
le flamine, infiniti perirono sotto i colpi
di bastone,si spogliarono vergognosamen-
te le donne, e per preferenza quelle di no-
bile nascita, a fine di tormentarle in quel-
la maniera ch'era loro più sensibile. Gii
africani di quel tempo non erano più or-
mai quelle oscene e licenziose persone, la
cui corruttela faceva orrore a'primi van-
dali che li soggiogarono ; i castighi ce-
lesti ne aveano fatto uomini interamente
nuovi, puri e perfetti cristiani. Dionisia,
dama di cospicua nobiltà e di rara bel-
lezza, a cui la verecondia era molto più
cara della vita, disse a'persecutorkFtfte-
mi pur soffrire tulli i tormenti che. vor-
rtlej la sola grazia che vi domando si
V A N
è di risparmiarmi la vergogna della mi'
dita. Tanto bastò perchè fosse trattata con
maggior indegnità dell'altre. L'alzarono
Sopra le loro teste, per darla in ispetta-
colo ad ogni parte. Ma Dionisia arman-
dosi di tutta la risoluzione che può ispi-
rar la buona coscienza, disse a'medesimi:
Ministri dell'inferno, ciò che fate per mia
confusione, tosto che, lo soffro mio mal-
grado, non pub volgersi che in mia glo-
ria. E senza fare attenzione ne allo sta-
lo in cui trovavasi, ne a'ruscelli di sangue
che scorrevano da tutte l'ignude sue mem-
bra, esortò gli altri martiri a disprezzare
i dolori a'qualiessa si mostrava insensibi-
le. Al giovinetto figlio Maiorico, il quale
sembrò non meno spaventato che intene-
rito, gì' ispirò lanto coraggio co' suoi di-
scorsi e co* suoi esempi, che fedelmente
consumò il suo martirio. Allora la santa di
lui madre, a cui i persecutori lasciarono
una vita meno desiderabile che la morte,
rese grazie a Dio, abbracciando il corpo
di suo figlio con maggior affetto che se
fosse slato vivo, e il sotterrò in sua casa
a fine di orare continuamente sulla sua
tomba. Parecchie altre persone, sì della
sua famiglia che straniere, soffrirono per
le sue esortazioni una morie accompa-
gnata da crudeli tormenti: di questo uu-
mero furono Dativa sua sorella, e il me-
dico Emilio suo parente. Si è conserva-
ta la memoria d'un' altra eroina, Dagila
moglie d'un coppiere del re, e che avea
già più volte confessata la fede sotto il
regno precedente. Non era essa meno de-
licata di Dionisia, ciò non ostante dopo
aver sofferto le flagellazioni e le verghe
venne esiliata in un luogo arido e deser-
to, in cui non poteva ricevere da alcuno
ne soccorso ne consolazione. Ma abban-
donando essa per sì bella causa, figli , ma-
rito e quanto avea di più caro, fu solle-
vata tanto dalla fede al di sopra della sua
natura le debolezza,che ricusò persino l'of-
ferta d'essere trasferita in luogo meno in-
comodo. Vittoriano, governatore di Car-
tagine, l'uomo di Africa il più fortunato,
VAN
e che godeva In più intima confidenza del
re, sagrificò alla sua religione tulli questi
Vantaggi. Rispose a quelli che l'esorta-
vano per parte del principe a farsi ri-
battezza re: Nella Cìiìcsa cattolica io so-
no stato rigenerato per la vita eterna;
ma quando anche non fossi certo d'una
così magnifica ricompensa, come quel-
la che aspetto dopo questa vita, non vor-
rei essere ingrato verso il Creatore , il
quale mi ha fatto conoscere luttociò che
dello alla sua infinita bontà. Unnerico
gli fece soffrii e lunghi e rigorosissimi lor-
inentij senza the mai gli potesse strappar
la minima parte di sua corona. Secan-
te, uomo di nobile condizione, della cit-
tà di Subuibio , dopo pesantissimi colpi
di bastone , soffrì mille raffinamenti di
un'inaudita crudeltà. Veniva egli solle-
vato col mezzo d'alcune carrucole, poi ad
un tratto era abbandonato per farlo ca-
dere con tutto il suo peso sopra il pavi-
mento;e perlungo tempo si rinnovò que-
st'operazione, ad imitazione di quella del-
l'arte. Siccome tuttora egli respirava, fu
strascinalo per vie scabre, e straziato fin-
thè vi lasciò la vita con pietre taglienti,
dimodoché la pelle orribilmente pentle-
vagli da'fianchi e dal ventre. A Tambai-
de, due fratelli pregarono i carnefici a
tormentarli insieme. Furono essi sospesi
in alto per tutta una giornata, con gros-
se pietre a' piedi. Uno de' due domandò
riposo, ma l'ai irò gridò: Begli dunque
questo, fra tei mio, il giuramento die me-
co hai fatto a Gesù Cristo? Sì, io sarò
testimonio contro te. stesso , e fra pochi
momenti li denunzierb al formidabile
tribunale. Queste parole gli resero il pri-
mo coraggio; e i carnefici tornarono con
nuova rabbia a tormentarli ambedue.Fu-
rono per lungo tempo applicale le lami-
ne ardenti, e le loro membra ad uno ad
uno lacerarono con unghie di ferro. Ma
un momento dopo più non appariva su'
loro corpi alcuna traccia delle torture. Fi-
nalmente i carnefici stanchi, li cacciaro-
no diceudo: A che giova n eglino i «o-
V AN ut
stri sforzi? Ognuno, ben lungi dal con-
vertirsi alla nostra religione, invidia la
sordidi coloro che V insulta no. Nella Ma u-
ritiana Cesariana lo zelo della vera fe<le
fu così generale, che quasi lutti gli abi-
tanti di Tipaso passarono nella Spagna, e
si esiliarono volontariamente, piultosto-
chè rimanere in una chiesa, in cui gli a-
riani aveano recentemente stabilito uno
de'loro vescovi. I pochi che rimasero, at-
tesa l'impossibilità d'imbarcarsi, resistet-
tero generosamente ad ogni mezzo di se-
duzione. Perciò il re spedì colà un coli-
le , con ordine che a tulli fo>se tagliata
la lingua e la mano destra. Ma sebbene
fosse loro slata troncata la lingua fino
alla radice, pur luttavolta continuarono
a parlare; e resero alla virtù dell'Altis-
simo una testimonianza tanto più glorio-
sa , quautochè questa nulla doveva alla
natura. Parecchi di questi meravigliosi
confessori si ritirarono a Costantinopoli,
ove ricevettero l'accoglienza che merita-
vano. Gli altri si sparsero in diverse pro-
vincie, portando per tulio questa prova
permanente dell' onnipotenza divina di
Gesù Cristo, dimodoché mai non vi fu
prodigio meglio a vverato. Dice va nel tem-
po stesso dell'avvenimento lo storico Vit-
tore vescovo di Vita: Se alcuno avesse
difficoltà di crederlo, vada costui alla
nuova Roma , ove udirà Reparalo sud-
diacono parlare in una maniera facile
e perfettamente articolato , sebbene gli
sia slata strappala la lingua. Ed il fi-
losofo platonico Enea di Gaza, che vive-
va in Costantinopoli, soggiunge: Fa di
mestieri piuttosto stupirsi, che Repara-
to e molli altri che ho conosciuti, viva-
no tuttavia dopo una sì barbara esecu-
zione, perche continuano a parlare. Lo
storico Procopio e il conte Marcellino at-
testano il medesimo fatto, come testimo-
ni oculari: il i .° aggiunge, che due di es-
si essendo caduti in un peccalo d'impuri-
tà, perdettero all'istante T uso della pa-
rola, di che aveano fino allora goduto.
Giustiniano I, in una costituzione impe-
112 VAN
riale, spedila nell'Africa, testifica d'aver
-veduto le stesse meraviglie in alcuno di
questi confessori, che ancora viveano al
suo tempo. Sopra tale miracolo porten-
toso fu pubblicato nel 17 66 in Parigi ed a
Villafranca di Rovergue il libro: LaRe-
ligione cristiana provata da un solfat-
to. Sette monaci del territorio di Capso
soffrirono in una maniera che non è qua-
si meno degna di osservazione. Veniva re-
putato come un gran trionfo nella setta
ariana il guadagnare ad essa de' monaci;
perciò questi furono fatti venire a Carta-
gine, e tentati con lusinghe d'ogni manie-
ra, fino ad assicurarli deli. "grado di fa-
vore presso il monarca. Ma eglino si mo-
strarono inflessibili , e tutte le carezze si
cambiarono in furore. Dopo d' aver ad
essi fatto soffrire lunghe e fin allora inau-
dite torture , Unnerico fece riempire di
legna secche un vascello, a cui furono at-
taccati i martiri con ordine di condurli in
ulto mare, e di mettere quindi il fuoco
alla nave. Tutto venne esattamente ese-
guito; ma il fuoco si estinse subito, e per
quanti sforzi si facessero, non potè mai
più liaccendersi. Il re confuso, ordinò che
fosse loro spezzata la testa a colpi di re-
mi, eche i loro corpi venissero gettati nel-
l'onde, le quali nel punto stesso, e con-
tro l'ordinario corso, li recarono sulla ri-
va. 11 popolo li portò rispettosamente al-
la città, cantando inni, poi decretò loro
onorevole sepoltura. Egli è impossibile il
descrivere tulli i generi di tormenti, e il
numerare tutti i martiri e i confessori del-
la persecuzione vandalica d' Unnerico.
Trovavansi vestigia della sua crudeltà an-
che lungo tempo dopo tutte l'esecuzioni.
In ogni parte incontravansi persone che
aveano tagliate le orecchie o il naso, o a
cui erano stali strappati gli occhi; altri se
ne vedevano senza piedi e senza mani ; e
in molto maggior numero erano quelli
che aveano tutto il corpo contraffatto, le
spalle slogate in una maniera mostruosa,
e più alte della testa; il che derivava da
un barbaro giuoco, nel quale sembra che
VAN
abbiano trovato molta compiacenza rjue'
nemici insultatori dell' umanità. Sospen-
devano essi i confessori a corde attacca-
te alla cima delle case, e si divertivano a
spingerli in aria, e talvolta ancora contro
le muraglie, in cui si spezzavano la testa e
le membra. Nessuno era risparmiato, al-
lorché professava la vera fede, fosse pure
romano, africano o vandalo. Il più lieve
pericolo che si corresse era l'esilio, pene
pecuniarie eccessive, con incapacità di fa-
re o di ricevere alcuna donazione, colla
privazione delle cariche anco per gli ufli-
ziali della casa del re, e pe'grandi anche
più ragguardevoli della nazione. Fu pe-
rò veramente cosa mirabile il vedere, che
mentre Unnerico f>ceva ogni sforzo per
corrompere i cattolici e tirarli alla sua
empia setta, molti di quegli stessi vanda-
li, abbiurato l'arianesimo, abbracciarono
e costantemente professarono la fede cat-
tolica, fino a soffrire con generosa intre-
pidezza i più crudeli tormenti. Imperoc-
ché avendo s. Giovanui Evangelista ve-
duto un'immensa turba di confessori e
di martiri, composta di tutte le nazioni,
che sono sotto il cielo, era ben conve-
niente, dice Vittore di Vita, che anco la
nazione de'vandali non fosse esclusa dal
mietere palme e corone per la confessio-
ne della fede. Invano Papa s. Felice III
scritte all' imperatore Zenone per inte-
ressarlo alla deplorabile sorte degl' infe-
lici fedeli dell'Africa, con pregare Unne-
rico a non più incrudelire contro la Chie-
sa africana. Zenone mosso dalle caldei-
stanze dell'afflitto Pontefice, mandò in
ambasceria Vrano in Africa al feroce van-
dalo, onde tentasse di mitigarne la cru-
deltà. Il tiranno per insultare nel tempo
stesso 1' impero e la religioue cattolica,
fece circondare di carnefici le strade per
cui l'ambasciatore doveva passare ; non
che lunghesso tali vie fece alzare patibo
li, palchi, eculei e con vittime; spettacolo
orribile per togliere a Vrano e a chi l in-
viava ogni speranza di calmare il suo o-
dio terribile ed implacabile. Ma iu man-
V A N
canza e per l'impotenza de'principi della
terra, il cielo vendicò l'ingiurie de' suoi
servi. Una lunga e ardente aridità, segui-
ta dalla fame, quindi dalla peste, desolò
tutte le contrade dell'Africa che ubbidi-
vano a Unnerico. Finalmente questo mo-
stro che avea perseguitato la Chiesa con
tanta crudeltà, l'i i dicembre 4^4 m'se"
ramen te mori d'una malattia di corruzio-
ne: il suo corpo era pieno di vermi, un
bulicame di essi,da'quali essendo vivo di-
vorato cadeva a brani, e per gli orribi-
li dolori che soffrì , si lacerò la lingua e
gli altri membri co'denti. Secondo la cro-
naca di s. Isidoro, egli vomitò le sue vi-
scere come l'eresiarca Ario. Non ebbe nep-
pure la consolazione di lasciare il trono a
suo figlio llderico, nato da Eudossia, seb-
bene a questo fine avesse sparso tanto
sangue illustre.Dappoichè suopadreGen-
serico, nella vista di dare al suo popolo i
principi i più saggi, avea stabilito che si
porrebbe dopo di lui sul trono quello de'
suoi discendenti che fosse il più provetto
di età, senz' alcun riguardo alla linea di
primogenitura, e ciò a perpetuità Con
questa falsa politica egli riempì la sua ca-
sa d'assassini. Unnerico per far cadere la
corona sopra suo figlio lldicat, nato dal-
la r .a moglie e sceso innanzi lui nella tom-
ba, fece trucidare i suoi fratelli e i loro figli
maschie pare che il nipote che gli successe
si fosse salvato colla fuga. Ebbe pure due
altri figli, Oamero ed Evagele o Evage.
Unnerico disprezzato dagli stranieri, dete-
stato da'sudditi, lasciò il suo regno in ta-
le stato di rifinimento che i suoi succes-
sori non poterono rialzarlo. Egli pro-
curò di tenersi amico l'imperatore d'o-
riente quando eragli utile, e cedette per
un canone annuo la Sicilia ad Odoacre
re degli Ertili (/^.), il quale alla sua vol-
ta eslinse l'impero d' Occidente, ed eres-
se l'Italia in regno al momento che cessò
di farne parte. Procopio rappresenta i van-
dali come un popolo il quale dopo la mor-
te di Genserico s'era abbandonato a tut-
te le mollezze e le voluttà. Essi perduta
voi. Lixivirt.
V A N n3
la ferina fortezza, colla quale aveano do-
mato l'impero d'occidente, passavano l'in-
tere giornate immersi in bagni profumati
ovvero al teatro: i loro vestiti Èrano tes-
suti d'oro e di seta; alle loro mense spie-
gavano il lusso più ricercato; essi avevano
in città ed in campagna magnifiche abi-
tazioni e deliziosi giardini. Gli spettacoli
ed i tornei formavano la loro più seria
occupazione, e la caccia l'unico loro tra-
vaglio. Essi godevano nella maggior sicu-
rezza de'loro conquisti, e trascuravano per
conseguenza l'arte militare,ùon giudican-
do d'aver nulla in seguito a temere da-
gl'imperatori d'oriente, ma s'ingannaro-
no. Con valicare nell'Africa, i vandali a-
veano a poco a poco perduto quelle pre-
rogative che narra Salviano di Marsiglia,
solo perseverando nell'ariana empietà.
Gunthamond o Gontamondo, figlio
di Genthon, come più maturo è perciò
più atto a portare il peso della corona,
subito successe al malvagio sito zio. Ben-
ché ariano, nel 4$5 richiamò i vescovi
esiliati, in uno a s. Eugenio in Cartagine,
e da lui pregato fece riaprire le chiese
de' cattolici ; permise pure a tutti i preti
di ritornare dal luogo del loro esilio. Così
le desolate chiese d'Africa goderono un
poco di pace e di respiro. 11 capo della
Chiesa universale s. Felice IH, volendo
guarire le piaghe di quella dell'Africa,
con salutare rigore modificato dalla dol-
cezza, tenne a quest'effetto in Roma uà
concilio nel marzo 487, per la riconci-
liazione di quelli eh' erano caduti nella
breve ma tra le più crudeli persecuzioni.
Vi si trovarono /\o vescovi italiani, e 76
preti ammessi per una speciale conces-
sione alle funzioni di giudici. Malgrado
il grande numero de'cattolici, i quali sof-
frirono con tanta splendida edificazione
e mirabile costanza, ve n'era tuttavolta
parecchi anche fra' preti e vescovi, r qua-
li si erano lasciati ribattezzare. Per la ri-
parazione de' loro falli, dal concilio veri-
nero loro imposte le seguenti regole pe-
nitenziali. » 1 vescovi, i preti e i diaconi
Iwiemaflfc, rat.
,,4 VAN
sa ranno penitenti per tutta la loro vita,
e soltanto alla morte riceveranno la co-
munione laica. Gli altri fedeli, chierici
inferiori, religiosi o secolari, faranno, giu-
sta i canoni di Nicea, 12 anni di peniten-
za ; ma se prima di questo termine si tro-
vano in pericolo di morte, non lasceran-
no di ricevere l'assoluzione. GÌ' impuberi
saranno per qualche tempo tenuti sotto
la imposizione delle mani, vale a dire
nell'umiliazione della penitenza: dopo di
che verrà loro resa la comunione, per ti*
more che la fragile loro età li faccia ca-
dere in nuove colpe, nel corso di un trop-
po lungo esperimento. Se ricevessero però
troppo presto l'assoluzione, nella circo-
stanza per esempio d'una pericolosa ma-
lattia; se dopo ricupereranno la salute,
non comunicheranno co' fedeli che nella
preghiera, finche non sia spirato il tempo
prescritto in i.° luogo alla loro peniten-
za. 1 chierici inferiori o i laici ribattez-
zati per la forza de' tormenti, non faran-
no che 3 anni di penitenza ; ma nessuno
di essi verrà ammesso al ministero eccle-
siastico, come nettampoco generalmente
quelli che saranno stati battezzali fuori
della Chiesa." 11 che però deve intender-
si di que'casi, in cui la forza non escluda
qualunque grado di volontà, e ne'quali
siavi sempre qualche libertà nella colpa.
Tali sono i principali regolamenti del si-
nodo romano, il quale soggiunse, che pei
casi straordinari, non preveduti, si avrà
cura di consultare la s. Sede. I mori sotto
il regno d'Unnerico s' erano impadroniti
di Monte Aurase nella Numidia. Gonta-
mondo si accinse a discacciameli, ma con
sì poco successo ch'essi si resero padroni
di tutta la costa d'Africa da Cadice sino
a Cesarea. Qualche persecuzione soffri la
Chiesa africana sotto di lui, poiché la trovo
registrata nel 4g4 come 'a 2°-' tra 'e per-
secuzioni principali. Questo re morì a'2 1
settembre 4<)6- Gli successe il fratello
Trasamondo o Trasimondo. Egli faceva
sperare un regno dolce e felice : ben fat-
to della persona, generoso e di spirito, a-
VAN
mava le lettere. Da principio per indur-
rei cattolici nell'apostasia per abbraccia-
re l'arianesimo, non adoperò che la se-
duzione delle ricompense, e l'esca degli
onori e delle grazie; ma scorgendo il poco
successo de' suoi artifizi, divenne furi-
bondo e non mise altro in opera che i ri-
gori ed i supplizi. Cominciò la 4-* per-
secuzione vandalica, 21/ tra le princi-
pali, nel 5>o4, e durò quanto la domina-
zione di Trasamondo, per lo spazio di
circa 27 anni. Avea simulalo con frode
sovente moderazione, parve talora pro-
teggere la buona causa, ma in altre oc-
casioni usò di tutto il suo potere per op-
primerla. Questi cambiamenti dieronoa
conoscere lui non essere sincero nella sua
condottagli che egli non meritossi di giun-
gere al conoscimento della verità. Per-
seguitò anzi quelli che la difendevano, e
fece da' suoi giudici condannare s. Eu-
genio, Longino e Vindemiale vescovo di
Capsa a perdere la testa. Vindemiale
morì sotto la spada ; s. Eugenio fu con-
dotto al luogo del supplizio, e sempre
protestò che amava meglio perder la vita
che abbandonar la fede della Chiesa ; fu
poi ricondotto a Cartagine, donde venne
mandalo in bando a Liuguadoca,ove do-
minavano gli ariani visigoti, ed ivi morì
santamente. Trasamondo rilegò in Sar-
degna e in altre parti ben 225 vescovi,
tra' quali S.Fulgenzio vescovo di Uuspa,
celebre per la sua dottrina e pietà ; fece
nuovamente chiudere le chiese de' cat-
tolici, affinchè non vi celebrassero i di-
vini misteri, vessandoli in ogni maniera;
e finalmente sparse il sangue di molti sì
ecclesiastici e sì laici, sì uomini che don-
ne. Si legge nella vita di Papa s. Sim-
maco, che ogni anno mandava aJvescovi
africani esuli denaro e le necessarie ve-
sti, consolandoli con affettuosa lettera.
Benché per mancanza di chi registrasse
in particolare il loro glorioso nome e ne
descrivesse i trionfi, tranne alcuni pochi,
sia ignoto il numero, il merito e la qua-
lità de' loro patimenti, essi però sono noti
VAN
o quel Dio che gli ha confortati colla sua
grazia e gli ha coronati con una gloria im-
mollale nel cielo. Il matrimonio di Tra-
samondo con Amalfrida o Amalfredda
sorella di Teodorico il Grande, lo rese
padrone di Lilibeo nella Sicilia. Egli vis-
se in pace coli' impero e morì nel mag-
gio 52 3 dal dolore che gli cagionò una
grau sconfìtta della sua armata vinta dai
mori di Tripoli, e benché questi iu mi-
nore numero de' vandali, del cui numero
immenso pochi tornarono alle proprie
case. Allorché Cabaoue governatore o
prefetto di Tripoli seppe che i vandali
P andavano ad assalire, come valoroso e
sagace, comandò a' mori di astenersi da
ogni ingiustizia, da' lauti cibi e da' pia-
ceri sensuali. Inoltre ordinò, che se i van-
dali avessero profanato le chiese, dopo la
loro partenza si onorassero in ogni guisa;
imperocché, diss'egli, se sarà il Dio de'cri-
stiani,quale si descrive, ogni ragione vuo-
le che castighi gP iniqui die l'offendono
e aiuti quelli che lo servono. In fatti gli
empi ariani contaminarono e oltraggia-
rono in varie guise le chiese che i catto-
lici avevano nelle ville, e ne maltratta-
rono i ministri; indi partiti, que'di Ca-
baoue le nettarono dall' immondezze,
vi fecero grati profumi, ne venerarono
i sacerdoti e dierono limosine a' poveri.
Dio li rimunerò: schierato l'esercito con-
tro i vandali , Cabaone lo sconfisse con
grandissima uccisione. A'24 maS8'° ^23
successe al cugino Trasamondo il re II-
derico figlio d' Unnerico e di Eudossia in
età avanzata, che dopo la morte del pa-
dre erasi rifugiato a Costantinopoli e vi
era lunga mei» te rimasto. Prima di mo-
rire Trasamondo si fece promettere con
giuramento da Uderico, che stando in
trono non avrebbe riaperto le chiese dei
cattolici, né richiamato i vescovi dall'e-
silio, e né restituito loro i privilegi. II-
derico per non violare il giuramento e-
storto da lui, prima d'assumere l'ammi-
nistrazione del regno, onde eluderlo, im-
mediatamente fece cessare la persecuzio-
VAN n5
ne contro i cattolici e richiamò i loro ve-
scovi, per cui tosto i cattolici di Carta-
gine elessero a vescovo Bonifacio. Tor-
nati dalla Sardegna in Africa i vescovi,
furono ricevuti con onorevoli incontri di
lumi e rami d'alberi in mano da'popoli
giubilanti. Nondimeno la pace non fu per-
fettamente resa alla Chiesa africana, che
dopo il conquisto di Belisario. Uderico
mancava di valore, qualità che brillava
fortunatamente in suo fratello Oamero,
che rese segnalati i principii di questo re-
gno, nel comandare le armate contro i
mori, e riportò delle vittorie che gli me-
ritarono il titolo di Achille dei Vandali ;
ma dopo tali insigni trionfi, restò compi-
tamente battuto e quasi tutta la sua ar-
mata peri nell'azione.Questa sconfitta ec-
citò gravi mormorazioni tra' vandali, fo-
mentate dagl'irritati ariani, che spargeva-
no essere Uderico ligio alla corte di Co-
stantinopoli. In breve, l'apparenze d'una
guerra co' goti d' Italia, cui Uderico avea
offesi privando della libertà, sotto colore
di cospirazione, ed Amalfrida vedova di
Trasamondo e sorella del grande Teo-
dorico, porsero a Geli mero, figlio di Gè-
laride, nipote di Gentone nato da Gen-
serico, l'occasione di far palesi gli ambi-
ziosi progetti cui covava da lungo tem-
po. Giovandosi del malcontento de' van-
dali per impadronirsi del trono di cui era
erede presuntivo, sedotti mercè false in-
sinuazioni i principali tramandali, s'im-
padronì della persona d' Uderico, e dei
suoi fratelli Oamero ed Evage, e li tenne
in prigione ; fatti quindi trucidare gli uf-
fiziali più affezionati al loro legittimo
principe, allora non trovò più ostacoli al-
le sue mire. In questa guisa venne detro-
nizzato Uderico nell'agosto 53o, e Geli-
mero più prode e risoluto di lui si pose
in possesso della monarchia de' vandali
nell'Africa, de'quali fu l'ultimo re. L'im-
peratore d'oriente Giustiniano I intesa
la disgrazia d'Ilderico, di cui era amico,
fece la pace co' persiani per rivolgere le
sue armi eoo altra guerra punica contro
ii6 VAN
l'Africa, lo quale da Cartagine in fuori
Irò va vasi senza fortezze e mura, per a-
verle smantellate i vandali, acciocché gli
africani non si ribellassero, e perciò non
I io te va nsi a lungo difendere» Prima di
lutto, Giustiniano I mandò a Gelimelo
dell'ambascerie e lettere perchè liberasse
llderico, ma invano. Allora l' imperatore
incaricò Belisario delia guerra d'Africa,
il quale la trasse a termine in capo a due
anni col conquisto di lutto il paese ch'era
sotto il dominio de' vandali sì in Africa
che in Sicilia^ in Sardegna^ in Corsica
e sulle spiagge d' Italia. Gelimelo non
seppe valersi della sua flotta, d' assai su-
periore alla nemica per numero e capa-
cità di manovre, e lasciò che Belisario
sbarcasse a' lidi africani senza impedi-
mento, forse sprezzando il pericolo, per-
chè poteva contare su i5o,ooo armati,
sebbene molti parteggiavano per llderico.
Avanzatosi Belisario nel paese dell'A-
frica, si mostrò tanto giusto, che gli a-
fricani trattarono i romani dell'esercito
come amici .somministrando loro sponta-
neamente le vettovaglie a conveniente
prezzo, per riguardarlo come loro libe-
ratore, e molto di più il clero cattolico.
I suoi capitani vinsero due volte i van-
dali, per cui Gelimero fece uccidere il re
llderico co' suoi compagni. Arrivata l'ar-
mala imperiale alla vista di Cartagine
a'i5 settembre 534, vigilia di s. Cipria-
no già glorioso vescovo della medesima,
piena di fiducia attaccò i vandali, e li
cacciò da Decimo, ov'era il tempio dei
santo col suo sepolcro, il quale purifica-
rono e ornarono, celebrandovi la festa
con grandissima quiete e solennità. In
tal guisa celebrarono il trionfo avanti la
finale vittoria , la quale con manifesto
divino aiuto ottennero gl'imperiali co-
mandati dal general Pbaras croio d'or-
dine di Belisario. Ammatas fratello di
Gelimero, recatosi a Decimo, si affrontò
eon Giovanni prefetto del pretorio, con-
dottiero d' una parte dell'esercito ; restò
morto Dei combattimento, e l'esercito
VAI*
vandalo sconfitto e disperso. Gelimero
che si lusingava tenere in pugno la vit-
toria, impaurito per la morte del fratel-
lo, abbandonò l'impresa di combattere
gì' imperiali, ai quali così die tempo di
riunire le loro forze e piombare sui van-
dali. Gelimero datosi alla fuga, i cartagi-
nesi sdegnati della morte d' llderico apri-
rono le porle della città a Belisario, ac-
cesero per ogni parte lumi e tutta la not-
te fuochi di gioia, rifugiandosi i vandali
restativi nelle chiese per salvar la vita. Il
valoroso e lutulentissimo Belisario non
permise che l'esercito vi entrasse quella
notte, per non dare occasione a'soldati di
saccheggiarla e distruggerla. Indi Geli-
mero, insieme col fratello Zanzone che
avea richiamato dalla Sardegna, fece ogni
preparativo per assediare Cartagine. Ma
uscitogli incontro Belisario coll'esercilo,
lo guerreggiò e vinse, nella battaglia di
Tricameron: Zanzone vi restò morto, e
Gelimero fuggì nell'alto e aspro monte di
Papua nella Numidia, mentre altri van-
dali si rifugiarono nella montagna d'A-
brida nella Mauritiana e vi presero stan-
za. Assediato Gelimero da Pharas , spe-
dito da Belisario, dopo 3 mesi vinto dalla
fame e da' disagi si arrese, e fu poi con -
dotto a Belisario in Cartagine, il quale lo
condusse prigione a Costantinopoli, ter-
minando il regno e la dominazione dei
vandali nell' Africa. Belisario s'ingegnò
di frenare i suoi soldati vincitori, rispar-
miò d' inveire sui vinti, protesse i vandali
ricovratisi nelle chiese, e poi li sparse ove
non potevano far danno. Rice vette la som-
missione delle reliquie de' vandali, e dei
capi delle provihcie che loro aveano ub-
bidito sia in Africa e sia nell'isole del Me-
diterraneo. Gli stessi principi mauritaui
si recarono a fargli omaggio, e de'loro do-
mimi riceverono l' investitura imperia-
le a mezzo d'uno scettro, d'una tocca o
drappo ornato di lamine d' argento, o di
uu mantello bianco o d'una breva tunica
di più colori e alcuni nastri a oro. Così nel
533 e nel 534 ebbe fine ia potenza dei
VAN
vandali in quella regione, che avea dura-
to io5anni. Si calcola, che negli ultimi
due auui della guerra sieno periti oltre
cinque milioni d'uomini ; e dice Proco-
pio, che allora l' Africa si fece talmente
deserta che potevasi viaggiare per intere
giornate senza incontrarvi un solo viven-
te. Quel testimonio di veduta stupisca
come cinquemila forestieri, quanti erano
i soldati a cavallo che seguirono Belisario
(altri dicono in tutti i5,ooo uomini, fra*
quali eranvi eruli, unni, traci e isauri, ol-
tre 20,000 di mare per la flotta), distrug-
gessero in sì breve spazio di tempo, e con
tanta agevolezza riducessero al niente il
regno vandalico di Cartagine, che in ric-
chezze e in forze militari grandemente
fioriva. Tutto però avvenne per divina
disposizione, avendosi Giustiniano I con
molte opere pie reso favorevole Iddio.
Belisario richiamato a Costantinopoli, la-
sciato l'eunuco Salomone duce dell'eser-
cito per combatterei mori ribelli; partito
dall'Africa e giunto in Costantinopoli,
Giustiniano I volle onorare il gran capi-
tano con nobilissimo trionfo descritto da
Procopio con queste parole. » Belisario
andò per mezzo della città trionfante, fa-
cendo mostra delle spoglie e de'trofei, e
conducendo avanti gli schiavi, ma non a
foggia degli antichi ; perocché egli par-
titosi di casa sua, andò a piedi all' Ippo-
dromo, e quindi al luogo ov'era la sede
dell'imperatore. Le spoglie erano tutte
le cose che avea no servito per uso del
preso re, cioè a dire troni d'oro, lettighe
nelle quali soleva andare la moglie del
re, adornate di gemme e con vari e bel-
lissimi lavori ; le tazze d'oro e l'altre cose
che si adoperavano nella real mensa;
moltissimi talenti d'argento, e tutta la
suppellettile pur reale, ch'era preziosis-
sima e mirabile, avendola Genserico già
levata dal palazzo di Roma ; nella quale
erano molte cose nobili de' giudei, che
Tito recò da Gerusalemme (cioè i vasi
d'oro e d'argento di quel tempio, sino al-
lora con diligenza conservati in Roma) ;
VAN 117
le quali Giustiniano 1 fece portare di pre-
sente alle chiese di Gerusalemme. Fra gli
schiavi del trionfo uno era Gelimelo ve-
stito di porpora, e tutti i parenti suoi, e
i vandali maggiori di persona e di forma
molto ragguardevoli. Il qua! Gelimero
vedendo l' imperatore in un aito soglio e
ripensando le proprie sciagure non pianse
né lamentassi in altra guisa, ma disse sol-
tanto quelle parole della Scrittura (già
pronunziale da Salomone): Vanità del-
le vanità j e tutto è vanità (anzi si nar-
ra, che quando fu presentato a Belisario
in Cartagine, die in uno scroscio di risa,
o fosse dissennato dalle sventure, o me-
ditasse la futilità delle grandezze monda-
ne); e di subito egli e Belisario, così ordi-
nando quelli che sostenevano la porpora
imperiale, adorarono umilmente Giusti-
niano I: il quale con Teodora sua moglie
diede molte facoltà a' figli ed a tutti i ni-
poti d'I Merico, siccome a coloro ch'erano
discendenti dell' imperatore Valentinia-
no 111. A Gelimero poi e a' parenti di lui
assegnò il principe alcuni luoghi della Ga
lazia, per abitazione loro, ma non fu le-
cito farlo patrizio, non avendo egli volu-
to lasciare la setta ariana." Giustiniano I
rese a Dio per tanto benefìcio particolari
e pubbliche solenni azioni di grazie, e ne
lasciò perpetua memoria nel preambolo
delle Pandette, il più ricco tesoro della
romana giurisprudenza, facendo la co-
stituzione del prefetto pretoriale dell'A-
frica, che procurò di tornare nel pristino
stato politico, e pel buon governo di essa
nominò Archelao, il quale avea militato
nella guerra vandalica; nella quale costi-
tuzione dichiara l' imperatore ricono-
scere tutto dalla liberal mano di Dio per
l'intercessione della ss. Vergine, in onore
della quale eresse alcune chiese a guisa
d' archi trionfali. Quindi Giustiniano I
ordinò che in Africa si ristabilisse la giu-
risdizione della Chiesa cattolica, si resti-
tuisse a ciascuno il suo avere, proscriven-
do ariani e donatisti. A Tripoli, a Leptis,
a Girla o Costanti uà, a Giulia Cesarea
n8 VAN
poi Algeri, ed in Sardegna collocò altret-
tanti ciuchi con guarnigioni bastanti alla
difesa. Al prefello del pretorio d'Africa
sottomise le sue 7 provincie; rinnovò la
pratica del diritto romano , e concesse
fino al 3.° grado di ripetere i beni tolti
da'vandali alle famiglie. Di più Giusti-
niano I riparò diverse città, e fece fab-
bricare varie chiese; 5 ne fece costruire
nella sola città di Leptis, una in Septa,
oggi Ceuta, una in Cartagine e detta dal
suo nome Giustinianea, con monastero,
nel quale si tenne il concilio pel ristabi-
limento della disciplina indebolita da 1 00
anni d' interrotta persecuzione, e nel qua-
le alcuni pretendono che intervenissero
1 1 7 vescovi. Certo è che Reparato, suc-
cessore di Bonifacio vescovo di Cartagine,
in questa città con 60 vescovi celebrò
nel 535 (e non nel 5i6 come dissi a Car-
tagine, riportandone i concilii, seguendo
altri) un concilio, per ringraziare Dio
della pace resa alla Chiesa d' Africa, e
di vedere F illustre sede di Cartagine oc-
cupata dopo sì lunga vacanza j e vi si les-
se il simbolo Niceno. Nel concilio poi del
54o si ordinò, che tutti i vescovi veglie-
rebbero per iscuoprire i donatisti, sotto
pena di perdere le rendite e la dignità.
] più valorosi vandali distribuiti in 5
corpi di cavalleria, sostennero nelle suc-
cessive guerre, per l'impero d'oriente,
la fama del nazionale valore; il resto si
confusero colle popolazioni africane, e
quella nazione tanto formidabile nel se-
colo precedente , restò cancellata dalla
storia. Mentre il vincitore dell' Africa
Belisario era in Cartagine, ingelositosi
Giustiniano I che aspirasse al trono dei
caudali, col suo pronto ritorno a Costan-
tinopoli dissipò ogni apprensione. Ma tale
pronto richiamo impedì a Belisario di
rassodare il potere imperiale nella nuo-
va provincia africana. I Mori della Li-
bia, nell' indebolirsi de' vandali, erano
sbucati ardimentosi da' loro deserti per
stabilirsi nella Numidia e fino sulle co-
ste. Belisario gli avea tenuti in soggezio-
VAN
ne, inducendo i capi a dargli i figli in o-
staggio; ma appena navigava per ritor-
nare a Costantinopoli, vide gì incendii
da loro destati nella provincia. Salomone
da lui lasciato, li vinse, gì' inseguì ne' più
inaccessibili loro ricoveri, e per molti an-
ni seppe frenarli. Rinaldi dice che i mori
soggettali all' impero, furono indotti a
lasciar il paganesimo e rendersi cristia-
ni. Ma quell'orde che, allora come oggi
non vogliono sentire il prezioso vantag-
gio della civiltà, tranne poche eccezioni,
presto distrussero ogni introdotta coltu-
ra, ogni abitazione stabile, per cui ter-
minando il regno di Giustiniano 1 , la
dominazione della provincia erasi ridot-
ta appena a un 3.° di quella d' Italia.
Progrediente flagello furono le incessan-
ti rivolte de'donalisli e degli ariani; indi
le depredazioni del fìsco cagionarono
sollevazioni, castighi e assassinii, che ter-
minarono col far sparire la civiltà nel-
F africane contrade ove due volte era
prosperata. Il possesso della Sicilia, tolto
a'vandali, die motivo alla guerra gotica,
che in tanti luoghi narrai, insiemea'nuo-
vi allori e alla nuova ingratitudine, che
acquistò ed a cui soggiacque il magna-
nimo Belisario. Dice il Bazzarini, nel
Dizionario enciclopedico , che quanto
a'vandali rimasti nel loro paese origina-
rio, furono questi vinti da Carlo Magno
nell' Vili secolo e nel X da Enrico I l' Uc-
cellatore, e da Ottone I il Grande j la
loro nazione si confuse a poco a poco col-
le numerose colonie di sassoni e di fran-
chi state mandate al nord della Germa-
nia. Pribelaw fu 1' ultimo loro re, che ri-
siedeva a Brandeburgo, e morì nel 1 1 52,
Rimangono delle tribù di vandali nella
Lutazia: chiamossi Vandali a o ducato
di Wenden una contrada della Pome-
rania Ulteriore. Il Rinaldi all'anno 966,
n.° 8 parla d'un'altra Vandalia. » D'un*
altra legazione mandata pur da Papa
Giovanni XIII nella Vandalia, a' prie-
ghi di Meiscono monarca, il quale pur
pigliò col suo popolo la s. fede, ne traila
VAN
Stanislao Oriconio. Il quale dice avervi
Giovanni XIII mandalo Vilibaldo, Pro-
cono, Giordano, Goffredo, Lucido, An-
gelotto, Ottaviano e Giuliano italiani,
uomini di somma dottrina e santità, li
quali fecero in quelle parti colla predi-
cazione grandissimo frutto. Era la Vari'
dalia parte della Schiavonia, divisa in
molte e amplissime proviucie, le quali
tutte si rivolsero al cristianesimo ". La
Chiesa onora a' 7 giugno s. Godescalco
principe de' vandali occidentali, e i suoi
compagni martiri. Leggo nel Butler, che
regnando l'imperatore Enrico III \\Sa-
ii<oi Gneo e Anatrogo idolatri, ed Olone
figlio di Missiwoi che credeva in Cristo
senza seguirne il Vangelo, erano principi
de' vinuli, degli slavi e de' vandali, pa-
gando all'imperatore annuo tributo, il
timore di trarsi addosso l'armi del Salico,
di Canuto 11 re danese e di Bernardo
duca di Sassonia, per molto tempo ri-
tenne" tali barbari al dovere. Trucidato
Utone da un sassone per le sue crudeltà,
il figlio Godescalco stato allevato nel cri-
stianesimo, apostatò e si unì con Gneo e
Anatrogo per vendicarne la morte sui
sassoni. Dopo averli vessati restò prigio-
ne di Bernardo per lungo tempo. Libe-
rato, essendo posseduti i beni che avea
tra gli slavi da Ratiboro principe potente,
cogli slavi suoi partigiani passò in Dani-
marca, indi a poco uu sassone lo convertì
nuovamente alla fede; eCanuto 1 1 l'impie-
gò utilmente contro i norvegi e gl'inglesi,
e in guiderdone l' impalmò a sua figlia.
MortoCanutolI lasciò l'Inghilterra, sotto-
mise tutto il paese degli slavi, e costrinse
parte de'sassoni a riconoscerlo per signo-
re e pagargli tributo. Divenuto il più. po-
tente tra' principi che aveano dominato
gli slavi, li sorpassò in coraggio, prudenza
e pietà. Riempì i suoi stali di sagri templi,
e chiamando de'missionari fece conver-
tire al cristianesimo molti popoli idolatri
che avea a lui sottomesso, come i Vagiri,
gli Obotridi, i Polabingi, i Linogi, i Var-
uabi, i Oliatisi ed i Circipaui, che abita-
VAi\ 119
vano la costa settentrionale Germanica,
dall' Elba sino a Mecklemburgo. Inoltre
fondò monasteri in Aldimburgo, a Lu-
becca, a Magdeburgo e altrove; onora-
va come un padre Alberto arcivescovo
d'Amburgo, e nella metropolitana spesso
faceva le sue divozioni. Fra' missionari
che seguirono i disegni di Godescalco con
maggior successo, è lodato Giovanni di
Scozia inviato da Alberto a predicar il
Vangelo a'roecklemburgesi: percorse tut-
ti gli stati di Godescalco e battezzò grau
numero d' idolatri, ed il principe sovente
spiegava in islavo i discorsi e l'istruzioni
de' predicatori. Morto l' imperatore, gli
slavi, i boemi e gli ungheri, profittando
della giovinezza del figlio Enrico IV, si
ribellarono; e 5 anni dopo gli slavi o van-
dali che abitavano il paese oggidì chia-
mato la Vaglia (?) e il ducalo di Mecklem-
burgo, si rivoltarono per l'ostinato loro
attaccamento al paganesimo. La ribellio-
ne cominciò colla morte di Godescalco,
trucidandolo nel 1066 nella città di Leti-
zino, in uno al prete Ebbone tuli' alta-
re con pugnalate, ambedue martiri della
fede. E chiamato s. Godescalco il Mac-
cabeo de' Cristiani. Alla brevità dell'ar-
ticolo Africa (nel quale a p. 1 1 2, col. 2/
linea 7, dopo Africa, mancano e furouo
ommesse le parole:dipoi a vendo principia-
to la più fiera persecuzione,mentre imper-
versava, Papa s. Felice IH scrisse all'impe-
ratore Zenone perchè s'interpouesse con
Unnericoa farla cessare, egli), che pub-
blicai nel voi. I, quando erami proposto
per moltissimi articoli il più rigoroso la-
conismo, nella successiva ampliazione, di
conseguenza naturale credo d'avervi suf-
ficientemente supplito, cogli innumera-
bili articoli che riguardano tale celebra-
ti ssi ma parte del mondo, massime ne' tan-
ti e tanti luoghi ove furono tenuti de'con-
cilii, o che Tennero illustrati dalle nume-
rosissime sedi arcivescovili o vescovili,
come nel deplorare i scismi e l'eresie che
l'afflissero. Al presente, oltre il vescovato
d' Algeri (V.)t fioriscono nell'Africa i5
j2o VAN
Vicariali Apostolici (V): dalla quale
seile e vescovati è da sperarsi coli' incre-
mento del lume avventuroso della fede
cattolica, l'incivilimento, come mirabil-
mente propagasi e si diffonde nell'Algeria
per la benefica e potente dominazione
della nobilissima Francia. Siccome le ro-
vine di Cartagine giacciono nel dominio
di Tunisi, in quest'articolo, oltre l'avere
riparlato d'^/geriedella Barbarla, nar-
rai die in memoria del glorioso s. Luigi
IX redi Francia, morto sul suolo dell'an-
tica Cartagine, sopra i suoi avanzi di re-
perite fu costruita una cappella a suo o-
nore dal re de'franeesi Luigi Filippo. Vo-
glia Iddio che l'Africa riprenda il suo po-
sto fra le nazioni incivilite, quell' Africa
che fece tanto splendidamente parlare di
se nella storia civile e nella storia eccle-
siastica. Che la ss. Religione nostra vi ri •
prenda la feconda e salutare sua autorità,
vi risvegli la coltura delle lettere e la pra-
tica delle virtù cristiane. Cartagine di-
sputò a Roma stessa l'impero del mondo,
conquistò la Spagna e spinse i suoi eser-
citi in Sicilia e sino nel cuore dell' JT/rt//Vz.
Ad un'epoca più vicina, ne'primordii di
nostra felice era, il cristianesimo deriva-
tole da Roma cristiana procurò all'A-
frica un altro genere di lustro. Riferisce
Rinaldi l'opinione, che s. Pietro principe
degli Apostoli andato in Africa, fondas-
se la chiesa di Cartagine e vi lasciasse
Crescente; ma Morcelli cpmincia la serie
de' suoi vescovi con Agrippino del 197.
L'Evangelo rapidamente si diffuse nella
contrada, e in poco tempo vi si venera-
rono numerose chiese al culto del vero
Dio innalzate, monasteri areligiosi e alle
vergini. Il paese era allora popolassimo,
ricco di città, con Alessandria capitale
dell' Egitto, la 2.* città dell'impero ro-
mano dopo Roma; di borghi, villaggi e
castella. Vi si stabilì un gran numero di
vescovati e metropoli, i cui titoli tuttora
la s. Sede e i Papi che in essa siedono,
conferiscono a' Vescovi in par tìbus (/ .),
in concistoro 0 per breve apostolico^ con-
VAN
servandosi così la memoria loro ne' fasti
ecclesiastici. Basti il ricordare, onde faci-
litare il rinvenimento de'principali artico-
li riguardanti l'Africa segnati in corsivo,
quanto ora qui vado ad accennare. L'A-
frica occidentale composta di G Provin-
cie ecclesiastiche con altrettante metro-
poli dipendenti dal patriarcato di Roma,
cioè la Mauri liana, con Giulia Cesarea
per Metropoli ; la Mauriliana di Siti/i,
con Sili/i per metropoli ; la Numidia,
con Cirta per metropoli; la Cartagine-
se o Proconsolare, con Cartagine per
metropoli ; la Bizaccna, con Hadr amilo
0 Adrumeto per metropoli; la Tripoli-
tana, con Tripoli pev metropoli. La Mau-
riliana Cesariense, corrisponde all' o-
dierno impero di Marocco j quella di
Silifi, ali 'Algeria j la Proconsolare, al-
la reggenza di Tunisi j la Tripolitana
alla reggenza di Tripoli. Il patriarcato
d 'Alessandria di Egitto composto di 1 o
provincie ecclesiastiche con 9 metropoli-
tane, l'ultima non avendola, compren-
deva pure i vescovi Greci, Copti, e altri
scismatici con credenze e riti particolari.
Erano le provincie di Egitto 1 .°, con A-
lessandria per metropoli; di Egitto 2.0,
con Cabaso: ambedue corrispondono al
Basso Egitto. E>i A ug us tam nica i.a, con
Pelusio per metropoli ; di Augustamni-
ca 2.a, con Leontopoli : ambedue pari-
mente corrispondono al Basso Egitto. Di
Arcadia, con Oxirinco per metropoli:
corrisponde al Medio Egitto. Di Tebai-
de i.a, con Antinoe per metropoli; di
Tebaide 2.", con Tolemaide: ambedue
corrispondenti all'Alto Egitto. Di Libia
Alarmarica, con Dardanide o Darnis
per metropoli, corrispondente alla Libia.
Di Libia Pentapoli, con Cirene per me-
tropoli, pure corrispondente alla Libia.
Di Libia Tripolitana 3 con 3 sedi vesco-
vili, e corrispondente a parte della reg-
genza di Tripoli. Quaulo fiorirono le arti
e le scienze in Egitto, prima ancora degli
altri popoli, replicatamele il celebrai a'
luogln loro. Qel taglio dell'Istmo di Suez,
V AN
come del passaggio pelCapodiBuonatye-
ranza, riparlai nel voi. LXXXI V, p. 22 e
seg., e nel voi. LXXXVII, p. 188 e 192,
ed altrove. L'Africa ha prodotto un gran
numero di uomini illustri e celebri, di
Sante, di Santi e di Padri della Chiesa,
molti distinti scrittori, di cui o feci le bio-
grafico ragionai a* luoghi loro, come del-
le dottissime opere loro. Le più splendi-
de glorie dell'Africa cristiana, sono i Dot-
tori della Chiesa s. Atanasio patriarca
d'Alessandria, e s. Agostino vescovo d'Ip-
pona, le cui reliquie per condiscendenza
di Gregorio XVI (istitutore del vescova-
to d'Algeri e di diversi vicariati aposto-
lici) venera la sua Ippona ( F'.), portatevi
da diversi vescovi francesi. 11 dotlUsimo
s. Agostino muri quando la contrada era
già stata invasa da' vandali ; gli ultimi
suoi sguardi videro pur troppo la deso-
lazione di sua patria : lui vivente, Gen-
serico rispettò Ippona sua sede vescovile
e soggiorno. Fu nella sua patria di na-
scita Tagaste (^.), ch'ebbe culla il be-
nemerentissimo e propagassimo ordine
Agostiniano: la Civiltà Cattolica^ 3." se-
rie, t. 8, p. 358, ragiona delle scoperte
ora fatte della postura di Tagaste, e di
Mudar a o Madauro (V.)> ove il gran
dottore ebbe i primi avviamenti alla let-
teratura. E nell'Egitto s. Paolo i.° Ere-
mita e s. Antonio abbate dierono prin-
cipio a* loro ordini omonimi, anch'essi
gloriosi nella Chiesa di Dio. Deplorai ab-
bastanza, nelle proporzioni di questa rqia
opera, le persecuzioni vandaliche. 11 ve-
scovo Vittore di Vita storico delle mede-
sime, rifugiatosi a Costantinopoli ne ter-
mina la storia con questa commovente
preghiera. » Soccorreteci Angeli di Diol
Mirate tutta 1* Africa, la quale da tanto
tempo fioriva, una volta cinta da'baluar-
di e colonne di tante Chiese, ed ora da
tutti deserta, vedova giace umiliata e de-
solata ! Intercedete per noi ss. Patriarchi!
Pregate per noi divini Profeti ! Voi Apo-
stoli siale ad essa pi oteggitori ! E tu prin-
cipalmeute, 0 Beato Pietro, e perchè te ne
VAN 121
stai silenzioso alla misera condizione del-
le tue pecorelle? E voi,dottore delle genti,
magnanimo Paolo, mirate come la trat-
tano i vandali ariani ; e i figli suoi gè-
mono e piangoli cattivi l " Questa bella
preghiera del santo vescovo di Vita ven-
ne esaudita 00 anni dopo, quando il pio*
de Belisario mise fine al regno de' van-
dali, e nel 534 conquistò l'Africa. La
spedizione di lui, per la rapidità colla
quale venne eseguita, ha qualche rasso-
miglianza con quella che nel i83o illu-
strò i vessilli di Francia colla conquista
dell'Algeria, in processo di tempo gran-
demente ampliata con brillanti successi,
Belisario sbarcato nel settembre a 5 le-
ghe da Cartagine, direttamente ad essa
si volse e se ne impossessò, con tutti i te-
sori de' vandali, frutto di piti di 100 anni
di saccheggi e di devastazioni : in 3 mesi
compì il conquisto dell' Africa. Ma la
contrada doveva soffrire nuove sventure
e nuovo giogo, la religione ouove perse-
cuzioni, il suo deplorabile annientamen-
to. Queste provincie ricaddero nelle te-
nebre delia barbarie e dell'infedeltà, dopa
la conquista che ne fecero i feroci e fa-
natici Saraceni (V.) di Siria e dell'Ara-
bia nel 668, dopo averle già rese tribu-
tarie nel 63g, e v'introdussero il Mao-
metti sino (V.), sostituendo all'Evangelo
V Alcorano j e quantunque i nativi del
paese, stanchi della loro barbara domina-
zione, gli avessero cacciati ne'deserti,pure
ritennero cogli errori anche la loro falsa
credenza. Già nel 635 Omar califfo e
2.0 successore di Maometto istitutore del
maomettismo, erasi impadronito dell'E-
gitto. L'imperatore Giustiniano II spedi
nell' Africa Giovanni patrizio, il quale
riprese Cartagine nel 695. I saraceni uel-
l'anno stesso o nel seguente, sotto l'impe-
ratore Leonzio, vi ritornarono, espugna-
rono Cartagine, la saccheggiarono e la
ridussero al nulla, la raserò al suolo bar-
baramente, dalle cui rovine non più si
rialzò la gran città. L' impero greco d'o-
riente per sempre perdette V Africa. La
122 VAN
storia dopo quell' infelice epoca non no-
mina più, che alcuni vescovi a lunghi in-
tervalli, e la religione cattolica insensi-
ljilinenle si estinse sotto la dura legge di
un popolo barbaro e intollerante. In al-
cuni regni, come neW Abissini a e nell'£-
tiopia. il cristianesimo vi rimase detur-
pato dallo scisma e dall'eresia. Lo zelo
de' Papi e delle Missioni apostoliche,
incessantemente in più tempi procura-
rono la conversione degli africani, ido-
latri, infedeli, scismatici ed eretici; zelo
che tuttora si esercita ne' ricordati vica-
riati apostolici, ove ne tratto, anche pel
mantenimento della fede in que' che la
professano. Dopo il caliifo Omar, i califli
di Babilonia o di Bagdad furono signori
dell'Egitto e di altre regioni. Con tutte
le li voluzioni succedute nell'Africa, il
maomettismo e l'idolatria vi si sono sem-
pre mantenuti, in uno all'eresia e allo
scisma in minori parti. I maomettani di
Egitto scossero il giogo de' cali/li di Bag-
dad e posero i loro califfi al Cairo nel»
1*870. I mori dell' Afiica furono loro
soggetti fino al tempo in che la Turchia
(A7.) si rese padrona dell'Egitto. In quel-
l'articolo nuovamente ragionai dell' A-
frica, appartenente all'impero ottomano.
Al presente l'Africa conta 5 sorta di abi-
tanti, e tutti di culto diverso. I maomet-
tani, che ne posseggono la massima par-
te, sono divisi in differenti sette. I cafri
non hanno alcuna legge o religione. Gli
idolatri in gran numero nel paese de'ne-
gii e nell'Etiopia, sonoquelli che vivono
nel deserto. Molti ebrei trovatisi dispersi
nelle varie parti, più possenti essendo
quelli dell' Egitto e dell' Abissiuia. I cri-
stiani d' Africa finalmente, sono per la
maggior parte stranieri, come i mercan-
ti o trafficanti, gli schiavi e i dipendenti
da'sovrani europei quali loro rappresen-
tanti. Ciò non pertanto si può dire, che
la religione maomettana effettivamente
è la prevalente che combatte nell'Africa
l' idolatria del feticismo, per l'immenso
numero di que'che la seguono. Coli' in-
VAN
vasione saracena dunque, l'Africa ricad-
de nello slato in cui uo giorno a vea strap-
pato le lagrime di Vittore di Vita,pei deri-
do insieme co' lumi della religione quelli
della civiltà; il culto divino fu abolito in
quelle città ch'erano una volta ornate di
tante chiese. I missionari e i consoli e-
steri a stento ottennero d' erigere ospi-
zi e cappelle, ed i primi l'assistenza e il
riscatto degli Schiavi(V ,)t in che si distin-
sero i Trinitari e i Mercedari, impiegan-
dosi anche altri religiosi nell' assistenza
de'cattolici e per la conversione degli al-
tri. Le nuove conquiste, i vicariati apo-
stolici, i notabili incivilimenti introdotti
nell'Algeria, nell'Egitto, nella reggenza
di Tunisi ec, fanno sperare alla misera
contrada giorni più felici; e la preghiera
del vescovo di Vita sarà nuovamente e-
saudita dagli Angeli tutelari e da'Sanli
protettori dell'Africa, movendo a favore
di essa colla loro intercessione la miseri-
cordia di Dio, sui discendenti di coloro
che glorificarono il suo nome per tanti
secoli. Procopio storico greco di Cesarea
di Palestina, in qualità di segretario di
Belisario lo seguì nella guerra d' Africa
e nell'altre, e le descrisse nelle sue opere:
in due libri narra le spedizioni de' van-
dali e de'mori in Africa dal 3()? al 54-5.
Ugo Grozio pubblicando nel 1 655 la sua
Storia de Goti, de' Mandali e de' Lon-
gobardi, vi comprese una nuova tradu-
zione in latino di 6 libri di Procopio. I
moderni agitarono due questioni, se Pro-
copio fosse cristiano e se praticasse la me-
dicina; il complesso delle sue opere la-
scia l'idea di scrittore che professava il
cristianesimo, non alterato dall'eresie del
suo tempo, dotto nella medicina ancora
non è positivo che l'esercitasse. Il vesco-
vo s. Vittore di Vita scrisse : Historia
persecutionis vandalicae sive africanae
sub Genserico et Hunnerico vandalo-
rum regibus, Coloniae i5j5. L'edizione
più stimata e più compiuta è quella del
dotto p. Teodorico Buinart benedettino,
il quale vi aggiunse un commento ina-
V A N
portante, pubblicata in Parigi nel i6g3,
e poi nel 1699, sopra la quale edizione
fu felicemente tradotta dal Ialino in fran-
cese. Pertanto abbiamo del p. Ruinart:
Hislorìae persecutionis vandalicac, Pa-
risiis 1693, 1699, Venetiis 1732. Non
si avea una storia completa de'vandali,
poiché gli storici non ne avevano trattato
espressamente, e vi supplì : R. Mannert,
Stórta de' Fondali, Lipsia 1785. Non si
può parlare dell' Africa cristiana senza
ricordare il dottissimo gesuita p. Stefano
Antonio Morcelli, e la sua classica opera,
Jfrica cristiana 3 Brixiae 181 6. Nel i.°
voi. tratta delle provincie e de'vescovati
dell'Africa, colle notizie de' vescovi cono-
sciuti. Nel 2.0 degli Annali della Chiesa
africana e de* vescovi di Cartagine, col
martirologio della medesima Chiesa. Nel
3.° continua gli Annali e la serie de' ve-
scovi cartaginesi sino al 670, di conse-
guenza con quanto riguarda i vandali.
VANDOME Lodovico, Cardinale.
De'duchi del suo nome e perciò nobilis-
simo francese, nipote del re Enrico IV,
perduta la sua legittima moglie Vittoria
Mancini , nipote per sorella del celebre
cardinal Mazzariui, determinò d'abbrac-
ciare lo stato ecclesiastico. Indi ad istanza
del suo parente Luigi XI V, a' 1 4 gennaio
1667, Alessandro VII lo creò cardinale
diacono, lo pubblicò agli 8 marzo e gli
conferì per diaconia la chiesa di s. Maria
in Portico. Intervenne al conclave di Cle-
mente IX, ed in suo nome col carattere
di legato levò al sagro fonte il delfino
di Francia, battezzato dal cardinal An-
tonio Barberini arcivescovo di Reims. Se
non che nel fiorire delle più belle speran-
ze, che attese le di lui virtù prometteva-
no fruiti copiosi a vantaggio della cristia-
na repubblica, un'immatura morte lo ra-
pì in Parigi, non senza sospetto di vele-
no, neli669j in età ancora vigorosa, do-
po 24 mesi di cardinalato.
VANDONE (s.), abbate di Fouleuel-
le. V. Vandregesilo (s.).
VANDREGESILO o Vandhillo(s.),
VAN 123
abbate di Fontenelle. D'illustre famiglia
del regno di Austrasia, e stretto parente
di Pipino di Laiideu e di Erchinoldo, mae-
stri del palazzo, l'uno nell'Austrasia, l'al-
tro nella Neustria, fu nella sua giovinez-
za alla corte di Dagoberto I, il quale fa-
cendone grande stima gli conferì cospi*
cue cariche, e lo fece conte di palazzo.
II giovine Vandregesilo, nel sommo de-
gli onori e in mezzo ai piaceri, seppe me-
ravigliosamente preservarsi dall'orgoglio
e menare vita mortificata. Presa moglie
per condiscendere al desiderio di sua fa-
miglia , nel giorno stesso degli sponsa-
li deliberarono entrambi di vivere nella
continenza, e fecero a Dio il sagrifizio
della loro virginità. Scioltosi quindi Van-
dregesilo da ogni impegno, abbandonò
la corte, e ri ti rossi alla badia di Mont-
faucon in Sciampagna, fondata recente-
mente da s. Baudrino, e vi prese l'abito
nel 629. Il re Dagoberto I l'obbligò a
ritornare alla corte; ma poi vinto dalle
vive rimostranze che gli fece sui motivi
della sua condotta, gli permise ritornare
a Montfaucon. Poco dopo il servo di Dio
fabbricò un monastero nella sua terra di
Elisang. Si portò a Bobio e a Roma per
perfezionarsi negli esercizi della vita mo-
nastica colla conoscenza delle regole più,
approvate che si teneano in Italia. Re-
duce in Francia, passò io anni nella ba-
dia di Romans su 11' Isero; poscia colla
permissione del suo abbate si recò da s.
Audoeno arcivescovo di Rouen, che gli
conferì gli ordini sagri. Nel 648 fondò
nel paese di Caux in Normandia il famo-
so monastero di Fontenelle. dove in poco
tempo si raccolsero 3oo religiosi sotto la
sua direzione. La di lui vita era somma-
mente austera : dormiva poco, portava in
dosso panni dozzinali, e precedeva i fra-
telli nelle diverse osservanze della comu-
nità. Fece fabbricare parecchi monaste-
ri, e prese cura che i religiosi vi osser-
vassero fedelmente la regola. La solleci-
tudine con cui occupossi alla santificazio-
ne di tante persone, non gì' impedì d'i'
124 VA»
6lruire il popolo, e di diffondere la reli-
gione di Cristo nel paese di Caux, ove
lece fiorire la pietà. La beata sua morte
accadde nel 666, a'22 luglio, eli e il gior-
no in cui si onora la sua memoria. Sep-
pellito nella chiesa di s. Paolo, che più
non esiste, fu poscia trasferito in quella
di s.Pietro; indi portato a Gand nel g44>
sonosi poi perdute le sue reliquie nella
persecuzione de' calvinisti nel 1578, ad
eccezione delle due braccia, l'uno de'qua-
li era stato prima donato alla badia di
Fontenelle, l'altro a quella di Brotie. Dal-
la badia di Fontenelle o di s. Vandrege-
silo uscì un gran numero di santi. Oltre
a' ss. Desiderato, Einardo, Sindardo e
Trasario (J7.), de* quali riportai al pro-
prio luogo le brevi biografie, qui seguen-
do il dotto Butler riunirò le notizie di
altri, di cui non ho parlato, e che furo-
no tratte dalle memorie della badia di
s. Yandregesilo.
S. Agatone, monaco di Fontenelle,
discepolo e stretto parente di s. Vandre-
gesilo, il quale vedendolo spirare, rese un
pubblico omaggio alla sua santità. E o-
norato agli 8 di luglio.
S. Gaone, religioso di Fontenelle, e
nipote di s. Yandregesilo, che lo spedi a
prendere delle reliquie a Roma per le
chiese che facea fabbricare. Al suo ritor-
no ritirossi in un luogo detto Ange, che
crederi nella diocesi di Troyes, vi fondò
un monastero del quale fu abbate, ed ivi
morì. È onorato a' 24 di luglio,
S. Genezio, priore di Fontenelle, poi
arcivescovo di Lione. Pel suo grande a-
inorea' poveri, Clodoveo 11 lo diede per
tesoriere delle sue elemosine alla regina
s. Callide. Egli indusse il re Clotario III
e s. Matilde a ristaurare parecchi mona-
steri, fra' quali quelli di Gorbia e di Fon-
tenelle. Morì nel 679 uel monastero di
Chelles, ove è onorato a' 3 di novembre.
S. Gennadio, fuallevaloalla corte del
le Clotario 111, e strinse amicizia con
s. Ansberlo, allora cancelliere di Fran-
cia. Si fece poi monaco sotto s. Vandre-
V A N
gesilo, ed assistè a un concilio provincia-
le ove s. Ansberto vescovo di Kouen (già
ricevuto tra' suoi religiosi da s. Vaudre-
gesilo e poi abbate di Fontenelle), de-
cretò che tutti gli abbati di Fontenel-
le sarebbero tratti dal monastero, e che
in nulla si derogherebbe alla regola di
s. Benedetto. Seguì s. Ansberto nel suo
esilio, e fu eletto abbate di s. Germaro.
Dipoi avendo abdicato, tornò a Fonte-
nelle, ove morì, e fu sepolto a' piedi di
8. Vandregesilo: colà sono custodite le
sue reliquie, delle quali la badia di s.Ger-
mnrone ottenne una porzione nel 168 1 .
Egli è onorato a'6 d'aprile.
S. Ildeberto, 4-° abbate di Fontenel-
le, ricevette la rinnovazione de'voli fatta
da s. Wulfrano tornando dalle sue mis-
sioni nella Frisia. Morì nel 700, com-
pianto da tutti i suoi religiosi, e massi-
me dai poveri, de' quali fu padre amo-
roso. Onorasi a' 18 febbraio, e le sue re-
liquie si conservano a s. Vandregesilo.
S. Laudane o Laudone, 8.° abbate di
Fontenelle, fu fatto vescovo di Reims nel
73i. Morì nella sua badia nel y33, e fu
sepolto nella chiesa di s. Pietro. E detto
di lui che imitò i santi abbati suoi pre-
decessori. E' onorato a'i6gennaio; ma
il suo culto ha provalo delle vicende.
S. Bagno, inglese di nascita, si fé' re-
ligioso a Fontenelle, ove morì uel 720:
fu sepolto nella chiesa di s. Paolo, ed è
onorato a' 5 di giugno.
S. Benigno, 1 1 .° abbate. Seguì il par-
tito di Carlo Martello contro Bwgenfrido,
allorché accese sul trono Chilperico. Ven-
ne quindi esiliato a s. Germaro in Fley
presso Beau vais. Fu eletto abbate di quel
monastero } ma avendolo Carlo Martel-
lo richiamato a Fontenelle, ivi morì nel
723, e fu sepolto nella chiesa di s. Paolo.
Le sue reliquie si custodiscono in una cas-
sa sull'allar maggiore, ed è onorato a'22
di marzo.
S. ErincardOffialo nel paese di Caux,
prese l'abito religioso a Fontenelle, e ne
fu fatto priore, Malgrado la cattiva con-
VAN
dotta dell'abbate Teusindo, egli seppe
mantenere la regolate disciplina nel mo-
nastero. Prese diligente cura de' beni del-
la comunità, ch'erano in assai cattivo sta-
to, e fece fabbricare la chiesa parrocchia-
le, non essendovi stata fino allora che
quella de' religiosi. Passò olla beata eter^
nità nel 739, ed è onorato a' 24 di set-
tembre.
S. Vandone, 11° abbate, fu esiliato
a Troyes da Carlo Martello, e richiama-
to da Pipino. Morì nel 756, e fu sepolto
nella cappella di s. Nicolò nella chiesa di
s. Pietro» Se ne celebra la memoria a' 1 7
di aprile.
«V» Auslrulfo, 1 3.° abbate. Di nobile
famiglia del territorio di Courtrai, fu da
suo padre consagrato al servigio di Dio
nel monastero di Fonteoelle fino dalla
sua infanzia, e ne divenne priore, indi
abbate. Si recò a Roma a visitare le sa-
gre tombe dei principi degli Apostoli, e
nel suo ritorno dall' Italia cessò di vi-
vere nel monastero di s. Maurizio pres-
so Agauno. Egli è onorato a' 16 di set-
tembre.
S. Arduino, si fece religioso a Foote-
nelle nel 749 j indi colla permissione del
suo abbate ritirossi in una grotta vicina,
in cui visse santamente sino all' 811. Egli
impiegava una gran parte del tempo a
copiare de' libri* Fu sepolto nella chiesa
di s. Paolo, ed è onorato a'20 d'aprile.
S. Giroaldo, 1 5.° abbate. Sortilo d'il-
lustre casato, venne da Carlo Magno im-
piegato in molte trattative prima del suo
ritiro, e dopoché ebbe abbracciato la vita
monastica, la regina Bertruda lo tolse a
a suo direttore, e lo fece suo 1 Scappella-
no. Fu poi nominato vescovo di Evreux,
e tornato a Fontenelle nel 787, ne fu e-
letto abbate. Egli avea molta abilità, e
per favorire l'istruzione de' suoi fratelli
istituì una scuola per essi. Il suo amore
per la solitudine lo portò a ritirarsi a Pier-
re Pont nella Bassa Normandia, ove inori
nell' 806. Egli è colà onorato, e celebrasi
la sua festa a'18 di giugno.
VAN i7.5
S. Idherlo, 1 7.0 abbate. Visse soltan-
to nove mesi dopo la sua elezione, che
seguì nell' 8 1 6. Non si conosce né la pa-
tria, né alcuna circostanza di sua vita.
E' onorato a' i4 di marzo.
S. Ansegisio, 19.0 abbate. Era di stir-
pe reale. Quando prese l'abito monastico,
Carlo Magno lo nominò intendente di A-
quisgrana, e gli diede a titolo di benefi-
zio la badia di s. Gennaro in Fley, ch'egli
rifabbricò. Per governare questa abban-
donò le badie di s. Sisto presso Reims e
di s. Mernio di Chalous. Lodovico il Bo-
nario gli conferì quella di Luxeu e di Fon*
tenelle. Fu impiegato con successo in mol-
te ambasciate, e devesi a lui una compi-
lazione dei Capitolari di Carlo Magno e
di Lodovico il Bonario, che fu stampata
per opera de' Pithou nel i588, i6o3 e
1620. Baluzio ne diede una nuova edi-
zione nel 1677. S. Ausegisio fu sepolto
nel capitolo della sua badia, ed è onora-
to a'20 di luglio.
S. Fulco, 21.0 abbate. Governò in
pace il monastero di Fontenelle, mentre
quelli di Jumièges, di s. Audoeno e di
s. Pietro in Isola erano stali incendia-
ti dai danesi. Colle sue orazioni allonta-
nò i mali che faceva temere un rinne-
gato, ch'erasi poslo alla lesta di que'bar-
bari. Si onora la sua memoria a' io d'ot-
tobre.
S. Eremberto , 22.0 abbate^ Con un
governo pienoni saviezza e di fermezza
salvò il monastero di Fontenelle in mez-
zo a' torbidi che affliggevano la Norman-
dia. Morì nell'849, ed è onorato agli 1 e
di settembre.
S. Gìrardo, religioso di Lagni, trovan-
dosi in Normandia, fu dal duca Riccardo
I! obbligato ad assumere il governo di
Fontenelle. Egli vi fu ucciso nel 1 o3 1 da
uno de' suoi monaci di guasti costumi e
di lesta impazzita. Quando nel 1672 fu
rifabbricalo il capitolo ov'era rimasto il
suo corpo, vi fu trovato con questa iscri-
zione: Hie requie scit abbas Gerardus
IF kalendas decembris ab injuslo injw
126 VAN
ste inlcrfectus. Egli è onorato a'^8 di no-
vembre.
S. Gradolfo, 2S.0 abbate. Fu eletto
nel io3r, mentre eia occupato a fondare
il monastero della ss. Trinila sul monte
di s. Caterina presso Roueu. Mangerò
arcivescovo di questa città lo chiese per
suo coadiutore; ma il santo morì poco
dopo. Egli è onorato a' 6 di marzo. Le
sue reliquie furono disperse da' calvini-
sti nel 1 562, ma si crede che ve ne ab-
bia aucora una parte.
S. Gilberto, 3o.° abbate. Originario
di Alemagna e d'illustre casato, abban-
donò il suo paese con Maurilio monaco
di Fecam, poi arcivescovo di Rouen. Me-
narono entrambi vita romita, e Gilber-
to nel io63 fu eletto abbate, adoperan-
dosi per tale elezione Guglielmo il Con-
quistatore, che avea per esso una stima
particolare. S. Gilberto assistette a un
concilio provinciale tenuto a Lillebona
nel 1080, e vi sostenne i diritti della sua
badia oflesa dall'arcivescovo di Rouen.
Formò de' discepoli degni di governare
parecchi monasteri. Fu sepolto nell'an-
tico capitolo, e le sue reliquie sono an-
cora nel nuovo. Onorasi la sua memo-
ria a' 4 di settembre.
S. Contar do, nato a Solte ville presso
Rouen,fu monaco, poi soltopriore di Fon-
tenelle; indi eletto abbate di Jumièges di
consentimento del re Guglielmo li. I ve-
scovi della provincia lo deputarono al
concilio tenuto a derilioni nel 1095 da
Papa Urbano 11. Era a Caen quando il
re Guglielmo vi morì, e lo assistette nei
suoi ultimi momenti. E onorato a' 26 di
novembre.
VANENGO(s). Era luogotenente del
redolano 1 1 1 e governatore di quella par-
te di Neuslria, che oggi si conosce sotto
il nome di paese di Caux. Benché fosse
appassionalo per la caccia, nudriva nul-
lameno sentimenti di pietà e una parti-
colare divozione a s. Eulalia di Barcel-
lona. Dale le spalle al mondo, fondò nella
valle di Fecam una chiesa iu onore della
VAN
ss. Trinità, con un monastero di religio-
se, che alìiilò alla direzione di s. Osano
e di s. Vandrillo, e di cui fu i.a badessa
s. lldemarca, che avea governato una co-
munità religiosa a Bordeaux. Il mona-
stero fiorì in modo che sotto di essa con-
taronsi fino a 36o monache, le quali di-
videvate in diversi cori per continuare
giorno e notte 1' uffizio divino senza in-
terruzione. S. Vanengo morì verso l'an-
no 688. 1 martirologi di Francia e di s.
Benedetto l'onorano a' 9 di gennaio; ma
a s. Vandrillo e in molti monasteri di
Normandia se ne fa ricordanza a'3 1 dello
slesso mese. E protettore di molte chiese
in Normandia e in Aquitania, e il suo
corpo è custodito nella chiesa de'geno-
vefini di Unni in Picardia.
VANGELO. V. Evangelio o Evan-
gelo, Evangelista, Diacono, Missiona-
ri, MESSA,GlURAMENTO,ed i vol.XXXVlIF,
p. 188, LV, p. i37 e 2o5, LVI, p. 85,
LXXI,p. 57 e y^LXXHjp. 2o6,LXXX,
p. 11 3, LXXXlV,p. 1 55, ec.
VANNES (Veneten). Città con resi-
denza vescovile di Francia, nella Bassa
Bretagna o minore, capoluogo del di-
partimento di M01 bihan, di circondario
e di 2 cantoni, 24 leghe distante da Nan-
tes e 1 12 da Parigi , presso l'estremità set-
tentrionale del piccolo golfodelMorbihan,
formato dall'Atlantico, lunghesso le rive
del Marie in situazione assai vantaggiosa
al commercio. L'ultima proposizione con-
cistoriale la dice Civitas Venetensis prò-
pe Oceani litusfcre tota in planitie ae-
dificata est, et in ejus leucae unius spa-
ilo, duo mille domus, et duodccini mil-
le circiter christifideles continentur.Ha
tribunali di i.a istanza e di commercio,
corte d'assise, borsa mercantile, direzio-
ni de'demanii, delle contribuzioni dirette
ed indirette, conservazione dell'ipoteche,
e vi stanziano l'ingegnere d'argini e pon-
ti, il commissario e tesoriere della mari-
neria, e l'ispettore delle dogane- La città
è circondata da due fìumicelli che con-
tribuiscono a rendere il suo porto prati-
V A N
cabile da' pesci fenduti. II suo porto, lon-
tano due leghe dal mare, vi comunica me-
diante il canale di Morbihan, ed è acces-
sibile anche alle grosse navi. Ha due sob-
borghi, più considerabili e popolati, l'u-
no chiamato sobborgo del Mercato, il
quale n'è separato mediante mura guar-
nite da torri fortissime e da una fossa;
l'altro denominato sobborgo s. Paterno,
racchiude un bel maglio e l'ospedale ge-
nerale. Possiede Vannes la biblioteca pub-
blica, il collegio comunale con gabinetto
di fìsica, la scuola di navigazione in cui
ognuno viene ammesso senza retribuzio-
ne, la sala pegli spettacoli e teatro, la so-
cietà d'agricoltura: nel 1826 vi si formò
una società politecnica per propagare lo
studio delle scienze, delle lettere e delle
arti; società che furino un museo princi-
palmente destinato alla storia naturale.
Non vi sono edifizi rimarchevoli, ad ec-
cezione della cattedrale e dell'antico ca-
stello. La cattedrale di gotica struttura è
alquanto ampia, e sotto l'invocazione di
s. Pietro principe degli Apostoli: in orna-
tissima e nobile cappella è in gran vene-
razione il corpo di s. Vincenzo Ferreri,
una delle principali glorie dell'ordine de'
predicatori. Ha il battistero con cura d'a-
nime, affidata al proprio parroco ed a'
suoi vicari. Il capitolo si componedi 8 ca-
nonici, senza alcuna dignità e senza le pre-
bende teologale e penitenziale; di alcuni
canonici onorari, e di altri preti e chieri-
ci addetti all' nunziatura divina. Antica-
mente avea le dignità dell'arcidiacono,
del tesoriere, del cantore, dello scolastico
e del penitenziere, 1 4 canonici, 4 arcipre-
ti e altri ecclesiastici. Alquanto distante
dalla cattedrale è l'episcopio , grande e
decente. Vi sono inoltre due altre chiese
parrocchiali col s. fonte, alcuni monaste-
ri di religiose, 3 ospedali, diversi sodali-
zi, il seininario^grande e il seminario pic-
colo. Prima eranvi diversi conventi di re-
ligiosi, ed i gesuiti vi avevano un colle-
gio. Pio II Papa v'istituì un piccolo stu-
dio. Sono a Vannes un filatoio di coto-
VAN 127
ne, fabbrica di tela di cotone, e fabbri-
che di cappelli, di panno grosso,di merlet-
ti e di tessuti diversi, di cuoi conciati e
cordaggi. Vi si attende alla costruzione
delle navi, alla pesca delle sardelle, al-
l'esportazione di sali e grani, al commer-
cio di canape, miele, cera, burro, sidro,
ferri, vini ec. Vi si tengono fiere dove si
fanno molti affari in cavalli, bovi e vac-
che, esercitando pure notabile traffico in
grani e biade. Le due passeggiate del Por-
to e del Garenne sono amenissime. Di
Vannes sono s. Albino [V.) vescovo di
Angers, e s. 3Ielanio(V.) vescovo di Ren-
nes. Inoltre fra' suoi illustri ricorderò
GiorgioCadoudal. Vannes, T cnetiae,Da.'
riorigum, Civitas Venetorum , antica e
graziosa città, credesi con fondamento
sia stata la capitale de' popoli Veneti,
come attestano copiose rovine, uno de'
più celebri delle Gallie, bellicosi e navi-
gatori. Ottenne la città della celebrità
nelle guerre che gli armoricani sostenne-
ro al tempo de' romani. Il suo nome di
Vannes in basso bretone è Guenet, che
significa bella e avvenente. Giulio Cesa-
re col paese I' assoggettò a Roma , e fa
compresa nella 3." provincia Lionese; ne
parla ne' suoi Commentari. Gli abitanti
da s. Pietro furono chiamati Cives Ve-
ned. Traila De Urbe Venetensi Bertran-
do Argentrau neWIIistoriae Britanniae
Armoricae, in cui ragiona pure delle il-
lustri famiglie della medesima.! Sa m mar-
iani, coll'autorità di Plinio e di S tra bo-
ne, lasciarono scritto, che la città di Van-
nes, fuit genitrix Fenetiarum in Italia
florentissimarum.Na dell'origine del vo-
cabolo Veneti, e di quello di Venezia, a
quest'articolo ne terrò proposito. Qui so-
lo mi limiterò a dire, che sembra più ve-
ramente il vocabolo derivazione greca, e
non provenuto da'veneti gallo-celti. Nel
577 i bretoni la presero a Gontrano re
d'Orleans e di Borgogna. Nel 753 Pipi-
no re de' fra 11 chi se ne impossessò, ma po-
co dopo i bretoni la ripresero. Fece par-
te de'dominii de'parlicolari duchi di lire-
1*8 VAN
taglia, e fu una delle loro citta pfu con-
siderabili, appartenente al parlamento di
Rennes. Il suo vescovo anticamente era
signore in parte della città. I duchi di
Bretagna talvolta vi fecero residenza ,
massime ne' suoi dintorni ne' castelli in
cui si compiacevano molto di dimorare.
Giovanni V duca di Bretagna premuro-
samente invitò io spagnuolos. Vincenzo
Ferrati a recarsi nel suo ducato; ed il san-
to portossi a Vannes, ove il duca faceva
la sua residenza, e in cui il clero, la no-
biltà e il popolo gareggiarono in venera-
zione nel riceverlo. Dalla 4-a domenica di
quaresima fino alla 3.a festa di Pasqua
del 1417 vi predicò, predicendo alla du-
chessa che il fanciullo di cui era incinta,
sarebbe stato duca di Bretagna, il che a
suo tempo si verificò. Esercitò il mira-
bile suo zelo apostolico non meno in Van-
nes, che in tutto il ducato di Bretagna*
e da dove scrisse a' vescovi e principali si-
gnori di Castiglia, non che al reggente
del reame* esortandoli a riconoscere il
concilio di Costanza, ed a rigettare l'an-
tipapa Benedetto XIII, che un tempo
egli pure erroneamente aveva tenuto
per legittimo. Essendosi portato nella
Normandia, indebolito quindi nella sa-
nità, fu esortato a tornar nella Spagna ;
mentre viaggiava aumentatosi il male
si fece condurre a Vannes, con inespri-
mibile contento degli abitanti, i quali
però restarono turbati allorché il santo
disse loro, non esservi venuto per conti-
nuar le funzioni del suo ministero , ma
per cercare la sua tomba. Nel l'avvicinar-
si al punto estremo fu visitato dal vesco-
vo, e da molte persone del clero e della
nobiltà, tutti esortandoli a perseverare
nella pratica delle virtù, e promise loro
di ricordarsi di essi allorché sarebbe in-
nanzi a Dio. I magistrati di Vannes te-
mendo che i di lui cui religiosi domenica-
ni, i quali nella città non vi possedevano
convento, ne portassero via il corpo dive-
nuto cadavere , lo fecero interpellare in
quale luogo preferisse d'esser sepolto; ma
V A R
egli umilmente rispose, essere un povero
religioso e perciò nulla poter dire sulla
sepoltura. Invece domandò loro la gra-
zia di conservare dopo la sua morte quella
pace che tanto avea ad essi raccomandalo
nel corso di sua vitaj e li pregò a permet-
tere al priore del convento domenicano
più vicino, di prescrivere il luogo del suo
sepolcro. Nel mercoledì di Passione a' 5
aprile 1419, lese la sua bell'anima a Dio.
Giovanna di Francia figlia del re Carlo
VI e duchessa di Bretagna, divotamen-
te ne lavò il cadavere, colla cui acqua Dio
operò de' miracoli. 11 duca di Bretagna e
il vescovo di Vannes decisero che il ser-
vo di Dio si dovesse tumulare nella cat-
tedrale, con grave dispiacere de'valenti-
ni e degli spaglinoli, concittadini e con-
nazionali del santo, i quali inutilmente a-
vendo insistito per ottenerne il corpo, de-
liberarono nel i5go d' involarlo segreta-
mente. La città avendone penetrato il di-
segno, nascose l'urna che lo racchiudeva*
la quale poi ritrovatasi nel i63^ fu ca-
gione di sua traslazione solenne a' 6 set-
tembre* venendo indi collocata nella cap-
pella di recente fabbricata , ove gelosa-
mentesi custodisce qual tesoro. Anna du-
chessa di Bretagna, poi moglie de' re di
Francia Carlo Vili e Luigi XII, nella pe-
nisola di Rhuys presso Vannes e a poca
distanza dal mare vi eresse il castello di
Suscinion. Sopra un'altra punta della pe-
nisola vedesi l'antica abbazia di s. Gilda
fondata a' benedettini nel VI secolo da
Gilda il Saggio, la quale abbandonata
per le scorrerie de'normanni nel princi-
pio del secolo X circa, fu ristabilita nel
1088 da Goffredo I duca di Bretagna.
Ne fu poscia abbate il famoso Pietro A-
belardo (V.), e tuttora ivi si conserva la
sua cattedra: l'abbazia neh 638 fu unita
alla congregazione di s. Mauro. Passata
la Bretagna con Vannes per la detta du-
chessa Anna alla Francia, furono riunite
alla corona nel 1 532 da Francesco I. Van-
nes e il dipartimento, durante la gran-
de e lunga rivoluzione di Fraucia, fu il
VAN
teatro di qualche sanguinoso combatti-
mento.
La sede vescovile, secondo Comman-
ville,fu istituita nel 55o,suffraganea del-
la metropolitana di Tours e lo è tuttora.
La Civiltà Cattolica de' '2 maggio j 857
riferì colle corrispondenze di Francia ,
desiderarsi da gran tempo la divisione
della provincia ecclesiastica di Tours, che
abbraccia tutta la Bretagna, l'Àngiò e il
Maine; perciò volersi ormai innalzare il
vescovato di Rewies a metropoli, con as-
segnargli per suffraganee le sedi vescovili
di Quimper, s. Brieux e Vannes. Però
ancora non se ne conosce l'effettuazione. I
Sammartani, Gallia Christiana^. 4, p-
1 1 54 : Fenetcnses Episcopi, registrano
per 1 .° vescovo di Vannes s. Paterno (V.)
nato nell'Arniorico, ordinato nel conci-
lio tenuto nella città da s. Perpetuo me-
tropolitano di Tours nel 465, e sotto-
scrisse il medesimo concilio, dunque as-
sai prima dell'affermato da Commanvil-
le. Il santo edificò un monastero vicino a
Vannes, per la fondazione dell'episcopio
ottenne dal sovrano di Bretagna il ca-
stello de la Molhe, come riferisce Chenu,
sostenne virtuosamentequalche persecu-
zione d'alcuni vescovi comprovinciali, e
per evitare ulteriori discordie si ritirò tra'
franchi ove santamente morì circa il 555.
Siccome il Buller lo dice nato nel 490,
questo ritardo del suo vescovato avvici-
na l'epoca voluta da Commanville sulla
istituzione della sede di Vannes. Trovo
poi in qualche collettore de'concilii, che
quello di Vannes del 465 fu per l'elezio-
ne e ordinazione del suo vescovo Libera-
to, e non di s. Paterno. 1 Sammartani do-
po di lui registrano i vescovi Clemente,
Amanzio, Modesto che sottoscrisse il con-
cilio d'Orleans del 5i 1. Macario fratello
di Chanuo conte di Bretagna. Lasciò scrit-
to s. Gregorio di Tours lib. 4, e. 4-»Cha-
nao Brilannorum comes tres fiatres suos
interfecit. Volens autem Macliavum in-
terficere, comprehensum , atque catenis
oneralum in carcere retinebat. Qui per
VOL. LXXXVIII.
VAN 129
Felicem Namneticum Episcopum a mor-
te liberatila est. Post haec iuravit fratrt
suo, ut ei fidelis esset ; sed nescio quo
casu sacramentum inrumpere voluit.
Quod Chanao sentiens, iterum eum per-
sequebatur. At ille, cum se evadere non
posse videret, post alium comitem regio-
nis illius fugit, nomine Chonomorem. Is
cum sentiret persequutores eius adpro-
pinquare, sub terra eum loculo abscon-
dit, componens desuper ex more tumu-
luro,parvumqueei spiraculum reservans,
undehalitum resumere posset.Advenien-
tibus autem persequutoribus eius, dixe-
runt : Ecce hicMaclìavusmortuus atque
sepultus iacet. Quod ì 1 lì audientes, at-
que gaudentes, et super tumulum illum
bibentes , renunciaverunt fra tri , eum
mortuum esse.Quod illeaudiens,regnum
eius integrum accepit. Nam semper bri-
tanni sub francorum potestate postobi-
lum regis Clodovei fuerunt, et comites,
non reges appellati sunt. Macliavus au-
tem de sub terra consurgens Veneticam
urbem expetiit,ibique tonsuratus, etepi-
scopus ordinatusest.Mortuo aulemCha-
naone, hic apostatavit, et dimissis capil-
lis, uxorem, quam postclericatum reli-
querat, cum regno fratris simul accepit.
Sed ab episcopis exeomunicatus est."
De eius interitus refert ista e. 16, I. 5.
Macliavus quondam et Bodicus Brita-
norum comitesy sacramentum inter se
dederant» ut qui ex eis superviveret ,
filiospartis alterius lanquam proprios
defensaret. Morluus autem Bodicus re-
li quitfiliumTheodoricum nomine. Quo,
Macliavus oblitus sacramenii,expulso
a patria, regnimi patris eius accepit.
Hic vero multo tempore prof ugus vagus-
que fuit. Qui tandem miserante Deo}
colle e ti s secum a Britanniae virisyse su-
per Macliavum obiecits eumque cum fi-
Ho eius Jacob gladio interemit j par-
temque regni ,quam quondam pater eius
tenueratyin sua potestate restituit. Par-
tem vero alium VuarocusMacliavi filius
vindieavit. Si vuole che quindi fosse ve-
9
i3o VAN
scovo Eunio o Eonio,il quale pari l'esilio
d'ordine di Chilperico I, indi gli fu per-
messo di ri tema ce a Vanues. Nel 590 era
vescovo Reale, indi s. Guiunino, di cui
è memoria nel Proprio Sanctoriim Ve-
netensi a' 19 agosto. Suoi successori fu-
rono, s. Icnoroco, Rinaldo, Susanno I,
Junkehelo, Joiloco o Bodoco, s. Inguete-
no,s.Meriadeco o meglio Mereodoco (/'.)
che ripugnante accettò il vescovato,eletto
dal clero e dal popolo. Nel Proprio San-
ctorumVcnetensis si legge che riposò nel
Signore a'7 di giugno. Il Buller lo dice o-
norato nello stesso giorno, e che l'antico
Breviario di Treguier pone la sua morte
nel 1 3o2, il che non pare. Quindi s. Mel-
deoco, AmoD, Mabon, s. Chomeano, Di-
les, Kenoionoco, s. Justoco, Jaguto, Cai-
gono, Luetuarto,Bilio I, Cunadano,Blin-
liveto, Auriscando I, ISlorvanno I del
689 circa. Ago resse il vescovato di Van-
nes a tempo di Carlo Magno, Isacco nel-
l'8i4, Kermarico nell'818, Vieloconel-
1*819, Ragenario ne^'^38, Susanno II
nell'866, CourantgenOj al cui tempo i
normanni presero Vaones. Jerenna o
Erenna a tempo di Adriano li Papa
dell' 867 qucm invisit, recatosi in Ro-
ma quale legato di Salomone re o du-
ca di Bretagna. Cenuemoco, a cui scrisse
nel!' 882 Papa Giovanni Vili : Miror
minus doctam scienti am titani , sacer-
dotali pittare post perpetratimi honiici-
di uni posse in sacerdotio ministrare :
inimo quod est peiustnobis suadere vel-
ie, ut ipsi tali praesumptioni praebere-
mus assensum. Poscia fu vescovo Dilio
II, forse confuso col l'omonimo già ricor-
dato, Auriscando 11 del 1002, Judicaeldi
Bretagna figlio del duca Conauo e mor-
to nel 1 037 a' 1 3 giugno, secondo il Mar-
lyrologio Venetensi. Budoco mori nel
io65, Mengio de Porhoet de'conti del
suo nome nobilissimo bretone, Morvan-
no li del 1088, Giacomo I morto nel
1 132, Eveno defunto nel 1 1 43, Ruau-
do cistercense morto a'22 ottobre 1 177,
ma uel Necrologiit/n Fendente si dice
VAN
defunto a'27 giugno, e che donò a'cano-
nici di sua chiesa la metà di quella di s.
Paterno. Neil 182 Guihenoco già arci-
diacono di Rennes, ebbe grave contro-
versia coll'abbate di s. Salvatore di Re-
don, abbazia della diocesi, donò diversi
beni a'suoi canonici, e cessò di vivere nel
121 7. Nel seguenteGuglielmoI,oeli225
Roberto 1 intervenne alla dedicazione
dell'abbazia di Villanova.Cadioco morto
neli2,54 donò al capitolo di Vannes la
chiesa di s. Maiolo per celebrare un an-
niversario all'anima sua. Nello stesso gli
successe Guglielmo li, Guido nel 1263
dedicò la chiesa di s. Francesco in Van-
nes, Guidomaro del 1270 costituì ren-
dite per anniversari suffragi per la pro-
pria anima. Enrico I Bloc, di singolare
semplicità, fece una donazione a'canonici
e morì nel 1 286. Eurico 11 Tors già teso-
riere della cattedrale , riparò il castello
vescovile de la Mothe e lo lasciò al suo ca-
pitolo: è nominalo nel 1295 e neli3o5.
Gaufrido 1 de Roche fu ri del 1 3 1 6. Gio-
vanni I Parisi, ebbe a coadiutore Enrico
Camo canonico di Vannes , e morendo
neh 334 fece una lascita pel suo anniver-
sario. Gaufrido 11 del 1 337, Gualtero de
Saint Pere deh 347, Guglielmo 111 se-
deva ueh35o,Gaufrido 111 deh 362 fon-
dò la cappella del ss. Sagramcnto nella
cattedrale. Giovanni 11 de' signori di
Monstrelaix del 1 368, poi traslato a Nan-
tes. Enrico 111 Le Barbo nobile di Qui-
tto deh 383, di gran probità ed erudizio-
ne, cancelliere del duca di Bretagna.
Ugo Sloquer o De Leslrequer domeni-
cano già vescovo di Treguier, postulato
dal capitolo, morì nel 1408. In questo
Amalricodela Mothe,che prestò omaggio
neh427 al duca di Bedfort reggente di
Francia pel re d'Inghilterra; a suo tempo
in Vannes volò al cielo s. Vincenzo Fer-
reri, indi fu traslato a s. Malo. Giovali-
ni IH Valydire domenicano di Cornovail-
les nel 1 433, già vescovo di s. Paul de
Leon, restaurò la cattedrale e con muni-
ficenza la beueficò, eresse la cappella di
VAN
s. Leone pel e apitolo, abbellì quella del-
la B. Vergine dietro al coro e ivi fu tu-
mulato neh 444'n questogli successe Ivo
de Pontsal nobile della diocesi di Vannes,
domenicano, già tesoriere della cattedra-
le ; immisi! i francescani in Diaveto, a
Ponti vio e nell'isola di Rhoysj intervenne
all'elevazione del corpodi s.VincenzoFer-
reri nel i 456 celebrata dal cardinal Geli-
vo, e morendo a'7 gennaio i47^ fi* se*
pollo in cattedrale nella cappella di s. Vin-
cenzo martire. Nella sede vacante consa-
grò la cattedrale il vescovo di Sinope I/i
pcirtibus. A' 17 maggio il cardinal Pietro
de Foix (fT-). Per sua morte il capitolo
nominò Roberto 1 le Borgne canonico di
Nantes, ma Papa Innocenzo Vili dichia-
rò nulla l'elezione. Invece nel 1490 ne di-
chiarò amministratore il proprio nipote
cardinal Lorenzo Cibo(V.). Neh5o4Gia-
como de Beaune de'signoi i di Samblacay,
già tesoriere di s. Malo. Nel i5i ! Ro-
berto II Guibè vescovo di Treguier, Ren-
nes e Nantes, fatto amministratore perpe-
tuo in grazia di Anna regina di Francia e
duchessa di Bretagna. Nel ! 5 1 4 a istanza
di Claudia regina di Francia, Andrea Ha-
mou canonico di Rennes e abbate di s.
Gilda. Dopo di lui il cardinal Alessandro
Farnese diacono di s. Eustachio per am-
ministratore per poco tempo, dipoi Papa
Paolo III. Nel i5i5 vescovo il cardinal
Lorenzo Pucci(V.) fiorentino, che gover-
nò per vicari; abdicò in favore del nipote
cardinal Antonio Pucci (^r.), cioè nel
1 536 (ma lo zio era morto prima); ed an •
che questi nel 1 54i rassegnò il vescovato
al proprio nipote Lorenzo Pucci, o meglio
Io prese in coadiutore con futura succes-
sione, morendo il cardinale nel 1 544* ^el
1 55 1 Carlo de Marillac, poi traslato a
Vienna. Nel 1 558 Sebastiano de L'Aube-
spine, si dimise nel 1 55c), ed in questo fu
vescovoFilippodu Becde'signori deBour-
ry; intervenne al concilio di Trento, e poi
passò alle sedi di Nantes e di Reims. Nel
1 565 Giovanni le Febure canonico can-
tore della cattedrale, per cessione del pre-
VAN i3t
decessole. Nel 1 574 Giovanni de la Haye
benedettino, già vicario generale del pre-
cedente. Morto nel i5y5t in questo gli
successe il fratello Lodovico, indi fonda-
tore del collegio di Vanues,morì neh 588,
e come il predecessore fu deposto nella
cappella di Nostra Donna dietro il coro.
Nel 1 5g?. Giorgio d' A radon de'signori di
tale luogo presso Vannes, sepolto nel co-
ro della cappella di s. Giovanni. Nel 1 099
Giacomo III Martino di Bordeaux, al cui
tempo neli6i5 fu fabbricato il conven-
to de' cappuccini. Nel 1622 permutò la
sede con l'abbazia di Panisponte , il cui
abbate Sebastiano de'conti di Rosmadec
divenne vescovo di Vannes, e fu consa-
grato dall'arcivescovo di Tours. Nel suo
vescovato, in Vannes furono assegnalo
rendite agli introdotti cappuccini , nel
1628 a'carmelitani scalzi, al collegio de'
gesuiti, al convento de' domenicani; alle
religiose orsoli ne, alle ospedaliere, a quel-
le della Visitazione. Di più nella diocesi
ammise i cappuccini e l'orsoline ad lieo-
nebont, gli agostiniani a Malestric, le mo-
nache del Calvario nell'abbazia di Redoti,
la quale esseudo della congregazione di
s. Mauro riformò e restaurò. In Auray po-
se i carmelitani, i cappuccini ed i france-
scani; in Parigi intervenne all'assemblee
del clero, rappresentando quello di Bre-
tagna; fece sta mpa re il Proprium Sanalo-
rum di sua chiesa, e morendo nel 1646
fu sepolto nella cappella di s. Vincenzo
Ferreri della cattedrale. Gli successe nel
1648 il consanguineo Carlo di Rosmadec
nobilissimo, abbate di s. Maria de Tron-
cheto, nel 1649 deputato agli stati di Bre-
tagna, e neh 655 intervenne in Parigi al-
l'assemblea del clero. Con esso termina
la serie de'vescovi nella Gallia Christia-
na dell'antica edizione, he Notizia di /?o-
ma riportano i seguenti. Nel 174^ Gio.
Giuseppe de Saint-Jean de Jumilach, di
Briva diocesi di Limoges. Neh 746 Car-
lo Giovanni de Berlin di Perigueux. Nel
1775 Sebastiano Michele Amelotd'An-
gers: ricusò di dimettersi neh 801 in con-
i32 YAK
seguenza del concordato di Pio VII, e fir-
mò le proteste de' vescovi non dimissio-
nari. Nel 1802 Antonio Saverio Maine-
euiì Pancemonl di Gand, già parroco di
s. Sulpizio di Parigi. Nel 1 807 Pietro Fran-
cesco Gabriele Raimondo Ferdinando di
BaussetRoquefortd'Aix,lraslalonel 181 7
all'arcivescovato patrio. Nel 18 19 Enrico
M.a Claudio de Bruc della Bassa Loira
diocesi di Nantes. Per sua morte Leone
XII a'2 ottobre 1826 preconizzò Simone
Garnier di s.Vallier diocesi di Langres,già
canonico e vicario generale di Treveri, ed
allora canonico e vicario generaledi Ren-
nes. Morto pochi mesi dopo, lo stesso Pa-
pa nel concistoro de' 18 settembre 1827
dichiarò vescovo di Vannes l'attuale mg.r
Carlo Giovanni de la Molle de Vauvert,
del castello di Saint-Pere di Launay dio-
cesi di Rennes, già direttore del piccolo
seminario di Rennes e parroco, poi cano-
nico della cattedrale, encomiandolo per
gravità, prudenza, dottrina, probità e in-
tegrità, ed istruitissimo nelle funzioni ec-
clesiastiche. Ogni nuovo vescovo è tassa-
to ne'libri della camera apostolica in fio-
rini 370, ascendendo le rendite a i5,ooo
franchi: prima godeva 24,000 lire. La
diocesi si estende per circa 3o leghe iti
lunghezza e 20 in larghezza, contenendo
più città e luoghi, poiché comprende il
dipartimento del Morbihan.
Concilii di Vannes.
11 i.°fu tenuto e presieduto da s. Per-
petuo arcivescovo di Tours nel 465 per
l'elezione e ordinazione deli.°vescovo di
Vannes che si conosca, cioè secondo alcu-
ni di s. Liberato, e al dire d'altri di s. Pa-
terno o Paderno, seu Pater vulgo dictus
de s. Poix. L'arcivescovo con 5 vescovi,
compreso quello di Vannes, vi fecero 16
canoni sulla disciplina ecclesiastica, mol-
ti de'quali sono eguali a quelli del conci-
lio di Tours del 461. Ui.°ordina di se-
parar dalla comunione gli omicidi e i fal-
si testimoni, finché abbiano fatta peni-
tenza. Il 2.0 separa dalla comunione quel-
li che ripudiando le mogli come adultere,
va
senza provar che lo fossero, ne sposavano
dell'altre. 11 3.° non vuole che gli ecclesia-
stici, a' quali è interdetlo il matrimonio,
si trovino all'altrui nozze, nò in lutti que'
luoghi, dove l'orecchie egli occhi loro, de-
stinati a'sagri misteri, potessero esser lor-
dati dagli spettacoli o da parole inoneste.
Il i3 condanna altissimamente l'ubbia-
chezza negli ecclesiastici come 1' origine
d'ogni sorta d' eccessi, e vuole che si pu-
niscano corporalmente. Il 16 condanna
una superstizione, che introducevasi tra
gli ecclesiastici, i quali facevano professio-
ne d'indovinare l'avvenire aprendo qual-
che libro della s. Scrittura, ciò ch'eglino
chiamavano la Sorte {V .) de'santi, come
del tutto opposta alla pietà e alla fede.
Vedesi tuttavia che alcuni servi di Dio
hanno usato alle volte questa maniera di
profezia ; imperocché si può distinguere
in questo , ciò che gli uomini dabbene
fanno in certe occasioni straordinarie per
la sola fiducia nella bontà e nella prov-
videnza di Dio, da ciò che altri facevano
per mestiere o per spirilo di curiosità, o
per guadagnar denaro, mettendovi delle
pratiche superstiziose. Il i.° concilio fu
celebrato in Vannes neU'8i8 per la fon-
dazione dell'abbazia di s. Salvatore di Re-
don. Il 3.° si adunò nell'846, da Nomeo-
ne principe de'bretoni. 11 4«° fu celebra-
to neH'848.11 5.° concilio ebbe luogo nel
io4o sopra la disciplina ecclesiastica. Il
6.° concilio di Vannes o di Tours fu te^
nulo nel 1 455 per la traslazione di s. Vin-
cenzo Ferreri, in quell'anno solennemen-
te canonizzato da Calisto III, a cui avea
predetto il pontificato. Regia, l. 21 e 25.
Labbé, t. 4> 7 e 9. Arduino, t. 2, 4 e 6-
VANNES (s.). Congregazione dell'or-
dine di s. Benedetto. Le congrega zioui
benedettine esenti di Fiandra e di Fi an-
cia, inclusi vamente a quella di s. Vedaslo
d'Arras, di cui tratta il p. Helyot, Storia
degli ordini monastici, t. 6, cap. 33, es-
sendo state formate da alcuni monasteri,
piuttosto per sottrarsi dalla giurisdizione
de' vescovi, che per riformare i costumi
V A N
conotti della maggior parte dell'ordine
Brucete t ti no tconie osserva lo slesso p. He-
lyot, non potevano certamente restituire
a quest'ordine il suo antico lustro; poiché
non facevano queste tali istituzioni per
desiderio di acquistare una maggior per-
fezione; ma piuttosto perchè loro non fos-
se rotto il corso d'una vita libera, e op-
posta allo spirito dei loro stato; e per que-
sto il cardinal Carlo di Lorena legato del
Papa ne'vescovati di Metz, Toul e Ver-
dun,essendosi inutilmente adoperato per
riformare i monasteri di questi paesi, giu-
dicando il male incapace di rimedio, se-
colarizzò I' abbazie di Gorze e di s. Marti-
no di Metz, eie priorie della Madonna
di Nancy, di Salone, di Varangeville e di
s. Nicola, le di cui rendite fece applicare
alla chiesa primaziale di Nancy, ed ezian-
dio propose a Papa Clemente Vili d'in-
teramente sopprimere l'ordine benedetti-
no nelle provinciedella sua legazione. Ma
quando era pitiche mai disperata la ri-
forma, Iddio fece sorgere un uomo san-
to, che fu il riformatore della monastica
disciplina in Francia e in Lorena , e fece
rivivere Io spirito di-s. Benedetto, di cui
egli professava la regola. Fu questi d. De-
siderio de la Cour, il quale nacque in Mon-
zeville, 3 leghe distante da Verdun, nel
i 55o , da genitori delle prime famiglie
della provincia, ma il patrimonio loro non
corrispondeva alla nobiltà di loro stirpe,
essendo stati spogliati de'beni di fortuna
nella guerra, onde si videro costretti a la-
vorare le loro terre per mantenersi. De-
siderio di 1 7 anni fu mandato a Verdun,
ove per divina disposizione venne allog-
giato vicino all'abbazia di s. Vannes. Non
si conosce il tempo e gli autori della fon-
dazione dell' abbazia benedettina di s.
Vannes, S. Vitonus, situata in Verdun
nella Lorena: si sa solamente che la
chiesa esisteva fiuo dal V secolo fuori del-
le mura della città, sotto l' invocazione
de'ss. Pietro e Paolo. Prese io seguito per
patrono s. V'itone (V.)o Vitono vescovo
di Verdun, detto in francese Saint- Van-
VAN i33
nei o Vanne, morto nel 52 5. Madalveo
vescovo della stessa città nel y53 fu il i.°
abbate di s. Vannes, e trovasi che prima
di lui Angelberto arcidiacono di Verdun
era preposto di s. Vannes nel 701. 1 pri-
mi vescovi di Vetduu considerarono il
monastero di s. Vannes come un luogo
privilegiato, ed ivi scelseroordinariamen-
te la loro sepoltura. Vi posero de'chieri-
ci, che vivevano secondo la forma aposto-
lica prescritta negli Atti Apostolici. Non
fu che alla metà del secolo X che v' in-
trodussero l'ordine monastico. Berenga-
rio vescovo di Verdun, vi collocò de'be-
nedettini nel 952. Quest'abbazia situata
nella cittadella di Verdun, divenne cele-
bre pel merito de'molli suoi abbati che
vi fiorirono, e per la riforma di cui va-
do a ragionare. Dopo qualche tempo dac-
ché Desiderio soggiornava presso l'abba-
zia di s Vannes, risolvette di farsi frate
converso nella medesima, non avendo al-
cuna tintura nelle scienze. Ne parlò egli al
suo zio materno Bonecart, luogotenente
generale della città, e per suo mezzo ot-
tenne dal vescovo, ancor lui suo congiun-
to, ed abbate di s. Vannes, per essere sta-
la unita la mensa abbaziale al vescovato
di Verdun, d'esser ricevuto non solo tra'
religiosi dell'abbazia, ma ancora di ve-
nire annoverato tra'monaci da coro. La
comunità monastica mostrò di tal cosa
molto dispiacere, querelandosi del torto
che facevasi ad un sì celebre monastero
coli' ammettervi un ignorante, allevato
continuamente alla campagna; usando
nondimeno il vescovo di sua autorità gli
convenne dargli l'abito. Subito venne
quindi maltrattato aspramente; ma la sua
pazienza e mansuetudine gli guadagnaro-
no finalmente l'affetto d'alcuni religiosi del
monastero, i quali si presero la cura d'in-
segnargli i primi elementi della gramma-
tica. Vi si applicò egli cou molta assidui-
tà, e superate le prime difficoltà, mostrò
tal capacità per le lettere, che per dargli
maggior comodo d' avanzarsi in questo
studio,fu mandalo all'università diPout-à-
i34 VAN
Mousson, accio potesse meglio istruirsi.
Fece quivi il suo corso di filosofia eleo-
logia, e passò maestro delle arti. Sul co-
minciar dello studio della teologia, che fu
nel 1 58 1 , ricevette l'ordine del sacerdo-
zio, essendo in età di 3o anni, e compiu-
to lo studio di teologia fece alcuni sermo-
ni, i quali manifestarono il talento ch'e-
gli avea per la predicazione, nella quale
sarebbe eglia meraviglia riuscito, se le sue
occupazioni gli avessero permesso di ap-
plicarvisi. Ritornò al suo monastero ri-
solutissimo d'ossei vare esattamente la re-
gola, che avea professata; ma se gli para-
rono avanti grandi ostacoli per parte de'
religiosi, che non potevano soffrire tale
distinzione. Non sapeva contenersi dal
rappresentare loro l' obbligo che ad essi
correva di menar vita più conforme al
loro istituto. Simigliami discorsi invece
di piegare il loro spirito, gli rendevano i
monaci a lui avversi ; quindi per disfarsi
di lui , come d' un censore molesto , gli
persuasero di ritornare a Pont-à-Mous-
son peracquistare maggior perfezione nel-
lo studio della teologia, ed impararvi la
lingua greca ed ebraica, il che egli di buo-
na voglia accettò, come cosa per lui a gran
segno vantaggiosa, e favorevole alla gra i
passione che avea contralto per le scien-
ze. Dopo aver per alcuui anni dimorato
in quest'università ritornò a s. Vannes,
ma non trovò alcun cambiamento ne'co-
stumi de'religiosi,i quali non potendo tol-
lerare l'esemplare vita del p. d. Desiderio,
e temendo la riforma del loro monaste-
ro, avendoli il vescovo abbate sovente
avvisati di mutar costume, risolvettero
d' allontanare chi poteva contribuire a
questa riforma. Finsero quindi di volerla
jibbracciare, ed indussero il p. d. Deside-
rio a portarsi a R.oma, acciò procurasse la
disunione della mènsa abbazialedis, Van-
nes da quella del vescovo di Verdun, alla
quale era stala unita, facendogli credere,
che questa era la maniera di conseguire
la riforma. Partì egli dunque da Verdun
neli587, ma giunto in Roma non andò
VAN
guari, che s'accorse della furberia de'suoi
corrcligiosi, poiché invece di trovarvi le
lettere di cambio, che gli aveano promes-
so, si vide da loro iniquamente abbando-
nato , laonde fu costretto a ripassare in
Lorena. Tornalo che fu alla sua abbazia,
ebbe qualche pensiero di mutare ordine,
siccome quello di s. Benedetto più non
conservasse in Francia il primiero suo
spirilo; si consigliò in questo particolare
con delle persone pie, le quali gli persua-
sero di perseverare nel suo stato, e di vi-
vere in esso più regolatamente che pote-
va. Abbracciò egli questo consiglio, e per
mettere in pace la sua coscienza si portò
dal priore, e gittata a' suoi piedi quella
poca quantità di denaro che avea, lo pre-
gò a disporne, egualmente de'suoi mobili
e de'suoi libri, e gli propose di volere ri •
tirarsi in un eremo per menar quivi la
vita degli antichi solitari. Ne ottenne fa-
cilmente la licenza, ed il priore gli asse-
gnò per luogo del suo ritiro V eremo di
s. Cristoforo, dipendente dal monastero
di s. Vannes, e distante 4 leghe da Ver-
dun. Dimorò egli io mesi in questa so-
litudine, non nutrendosi che di pane e
acqua, ed avrebbe perseveralo in quella
sorle di vita fino alla morte, se Dio, che
l'avea eletto per riformare il suo ordine,
non disponeva diversamente. Le guerre
accese in Francia dall' eresia degli ugo-
notti calvinisti imperversando, I' obbli-
garono ad uscire dalla sua solitudine per
non divenire il bersaglio degl'insulti de'
furiosi soldati. Uscito dal suo eremo en-
trò tra'minimi, i quali con sommo giu-
bilo lo ricevettero, e lo vestirono dell'a-
bito dell' ordine loro. Ma conservando
sempre un ardente affetto verso quello
di s. Benedetto, dopo qualche tempo uscì
dal convento de' minimi, e rientrò in s.
Vannes più che mai risoluto di promuo-
vere la riforma del suo ordine, della qua-
le finalmente, come bramava, venne a ca-
po. Il vescovato di Verdun, al quale era
sempre unita la mensa abbaziale di s.
Vannes, essendo stato conferito al pria-
VAN
cipe Eriksone o Enrico ili Lorenn, que-
sto prelato si trovò sì ben disposto, che
il p. il. Desiderio non ebbe molto ad af-
faticarsi per farlo risolvere ad intrapren-
dere la riforma del suo monastero. Que-
ste disposizioni del nuovo vescovo di Ver-
dun aprirono le prime vie alla generale
riforma, e la volontaria rinunzia del prio-
re di s. Vanne», per cui fu nello slesso
tempo in sua vece eletto il p. d. Deside-
rio de la Cour, finì di facilitare il riusci-
mento. Nel i5g6 il nuovo priore prese il
governo di questo monastero, e non aven-
dolo accettato, che per le replicale istan-
ze del vescovo, si credette di potere per
giustizia da lui esigere che 1' assistesse
nell'esercizio di quel ministero, che per
suo ordine si addossava. Risoluto d'intro-
durre la regolare osservanza in questo
monastero, malgrado le opposizioni de'
religiosi, fu il vescovo obbligalo a secon-
dare i suoi desiderii; non gli concedette
però lutto in una volta quanto egli do-
mandava. Il vescovo propose l' all'are al
suo consiglio, il quale deliberò soltanto
una mitigazione, la quale impedisse so-
lamente, che i religiosi non violassero a-
pertamente i loro voli, senza proibir lo-
ro né giuochi, né divertimenti ordinari.
Ben presto però si conobbe la poca sa-
viezza di questo consiglio, che ricopriva
di confusione coloro che n'erano i prin-
cipali autori, poiché non impediva loscau-
dalo, che cagionava una libertà sì contra-
ria allo stato religioso; il che obbligò fi-
nalmente il vescovo ad aderite all'istan-
ze del p. d. Desiderio, che proponeva d'in-
traprendere il ristabilimento della stret-
ta osservanza della regola di s. Benedet-
to, vestendo de'giovani di buona indole,
quale egli stesso procurerebbe di acco-
stumare agli esercizi della riforma, sen-
za fare caso alcuno degli antichi religio-
si, la maggior parte de'quali era incapa-
ce di ridursi ad una vita regolare; ed ac-
ciò eglino non s'opponessero a'suoi dise-
gni, ottenne un breve da Clemente Vili
verso il 1 598, che esegui col consenso
VAN i35
del vescovo, mandando 18 di questi anti-
chi religiosi a Moyen Moutiers in Vosge,
ch'era parimente soggetlo alla giurisdi-
zione di questo principe non meno che s.
Vannes. L'abbazia di Moyen- Moni iers,
Medianum Monasteri 'um , era un'abba-
zia benedettina della Lorena, fondata ver-
so il 6j 1 da s. Idulfo (V.) abbate e gii»
arcivescovo di Tre veri. Ritiratosi dalla
stia sede in questo luogo del monte di
Vosge, che separa la Lorena dall' Alsa-
zia, sebbene allora coperto di boschi e a-
bitato da ogni sorte di bestie, credendo
di ri veni sconosciuto, la fama di sua pie-
tà vi attirò imitatori alle sue viriti , pe*
quali egli dovette edificare il monastero,
e gli die il detto nome significante che sor-
geva in mezzo a 4 altri. Aumentandosi
il numero di que'che volevano viveresot-
to la sua direzione, s. Idulfo fu costretto
fabbricare diverse celle o piccoli mona-
steri ne'dintorni. Quel potere ch'egli eb-
be su questi, l'esercitarono pure i succes-
sori suoi. Dissodate quelle terre e resi a-
bitabili que'luoghi deserti, altri vi si sta-
bilirono a poco a poco, onde que'piceoli
monasteri sottoposti al grande vennero
trasmutati in parrocchie,! lorooratorii itt
chiese parrocchiali, sotto la piena giuris-
dizione dell'abbate di Moyen-Moutiers,
sì sul clero e sì sul popolo. S. Idulfo die
a'suoi monaci la regola di 9. Benedetto e
di s. Colombano > ed in seguito essi ab-
bracciarono la sola di s. Benedetto. Però
nell'896 Zuenteboldo, figlio del re Ar-
noldo, die quest' abbazia in beneficio al
conte Ilino, che ne cacciò l'abbate e i mo-
naci, e vi pose cle'cauonici. Ilino ebbe mol-
ti successori che vennero chiamati abba-
ti conti. L' ultimo, nominato Gisilberto,
volendo ristabilire 1' ordine monastico a
Moyen -Mouliers, verso il 939 vi pose per
abbateAdalberto monaco di Gorze,il qua-
le molto dopo adoperossi per far fiorire
di nuovo la regola benedettina in quella
casa, e di veuue rinomatissima e fra le più
illustri abbazie dell'ordine di s. Benedet-
to, non che unita a quella di s. Vannes.
j36 VAN
Dopo avervi il p. ti. Desiderio mandato i
suddetti monaci, ricevè nello stesso tem-
po 4 giovani, i quali finito l'anno del no-
viziato, fecero i loro voli nelle sue mani
a'3o gennaio 1600, dopo avere rinnova-
ta egli stesso la sua professione avanti il
vescovo, appositamente intervenuto alla
ccrcmouia di questi nuovi professi, I* e-
sempio de'quali ne trasse ben presto mol-
ti altri , per cui V abbazia di s. Vannes
si vide in poco tempo ripiena d'eccellen-
ti uomini, tutti da fervoroso e zelante
spirito animati. Ciò cagionava in loro una
santa emulazione, gli uni procurando di
superare gli altri nella pratica delle vir-
tù, e particolarmente nell'esercizio della
carità. L' astinenza, i digiuni, le vigilie,
Ja continua orazione, le sante lezioni, il
lavoro manuale ed il silenzio erano sì
bene ristabiliti iu s. Vannes, ch'era la me-
raviglia di lutti, e ciascuno commendava
la pietà e lo zelo del riformatore; il quale
non contento d'aver soffocata nel suo
monastero la rea semenza degli sregolali
costumi degli antichi monaci , credette
per seppellirne sotto alta oblivione la me-
moria, di dovere eziandio cambiar l'abi-
to, facendolo tagliare sul modello veuuto
da Monte Cassino (V.)> nel quale crede-
va, che più d'ogni altro si conservasse la
figura dell'abito di s. Benedetto, oveavea
promulgata la regola meditala a Subia-
co (V.).% Quindi essendo perfettamente
stabilita la regolare osservanza in s. Van-
nes, il vescovo di Verdun gli propose la
riforma dell'altra sua abbazia di Moyen-
Mouliers in Vosge, sotto l'invocazione di
s. Idulfo. Vi mandò il p. d. Desiderio nel
1601 molti de'suoi religiosi sotto la con-
dotta del p. d. Claudio Fraucesco, che per
Y affetto da lui nudrito per la regolare
osservanza, come ancora per l'altre bel-
le doti di cui andava fornito , fu giudi-
cato capacissimo di mandar ad elfetlo una
somigliante impresa, come infilili la con-
dusse felicementea iìne.L'alleanza, stret-
ta poscia tra queste due abbazie, che fu-
rono le prime riformale,, diede luogo al
VAN
l 'erezione della Congregazione di s. Van~
nes e di s. Idulfo, titolari e patroni d'am-
bo i monasteri. Fu deputato il p. Rozet
per andare a Roma a domandarne la con-
ferma a Papa Clemente Vili. Il vescovo
di Verdun procurò per mezzo de'suoi a-
mici d' ottener le bolle necessarie, ed il
Papa a istanza di molti cardinali, princi-
palmente del gran cardinal Baronio, eres-
se questi due monasteri in congregazio-
ni dell'ordine di s. Benedetto, sul model-
lo di quella di Monte Cassino e di s. Giu-
stina di Padova, e dichiarò partecipi tut-
ti i monasteri, che si aggregassero a quel-
li di s. Vannes e di s. Idulfo, de'privile-
gi, grazie,indulgenze e immunità, libertà,
favori e indulti accordati per 1' addietro
alla congregazione di Monte Cassino, co-
me si legge nella bolla Quantum ex Mo-
nasteriis pie institutis^ emauata da Cle-
mente Vili a'7 aprile 1 6o4, Bull. Rom.
t. 5 , par. 3, p. 4o. Anzi avendone ab-
bracciata la riforma diversi monasteri di
monache benedettine, lo slesso Clemen-
te Vili col breve V estro Nomine Nobis,
de'4 febbraio 160 5} Bull, cit., p. 106 :
Monasteria omnia Monialium ordirne
s. Benedirti in par ti bus Prussiaet Polo»
niae et Lituaniae exis lentia , locorum
ordinariis subiiciuntur, curii privilegio-
rum 3 ac indulgenti arum concessione. Il
1 ,° capitolo generale fu tenuto in s. Van-
nes nel luglio 1604, nel quale il p. d. De-
siderio de la Cour fu eletto presidente sì
dal capitolo, che dal governo, e priore di
s. Vannes, il p. Rozet visitatore, e il p. d.
Claudio Francesco priore di s. Idulfo. Ma
perchè i superiori della congregazione
non erano abbati come quelli della con-
gregazione di Monte Cassino, il p. Rozet
fu per la 2.a volta mandato a Roma sul
cominciar del pontificato di Paolo V, per
ottenere la conferma di quanto avea il
suo predecessore conceduto, e domanda-
re al Papa , che i superiori e i visitatori
avessero la slessa autorità degli abbati
della congregazione di Monte Cassino, la
quale avea servito d'esempio a quella di
V A N
s. Vannes. Paolo V esaudì la domanda
con breve de*23 luglio i6o5, il che obbli-
gò il p. Rozèt ad andare a Monte Cassino
per istruirsi perfettamente nella manie-
ra di stabilir la regola , come per infor-
marsi ancora de'diritti e de'privilegi go-
duti dagli abbati dell' ordine. Mentre il
p. Rozet sì utilmente operava in Italia,
il suddetto cardinal di Lorena, vedendo
che allora poteva più facilmente effettua-
re il concepito disegno di ristabilire la re-
golare disciplina in tutti i monasteri si-
tuati nelle terre di sua legazione, ottenne
daPaoloV un breve a'2 7 settembre i6o5,
per aver facoltà d'unire tutti i monaste-
ri dell'ordine benedettino alla riforma di
s. Vannes. Cominciò egli dalla sua abba-
zia di s. Michele nella Lorena, della qua-
le molti altri monasteri di Lorena e de'
contorni seguirono l'esempio; per cui nel
breve giro di pochi anni quasi 4o mona-
steri s' unirono a questa congregazione,
de'quali i principali furono s. Mansueto
e s. Aspro di Toul, s. Nicola distante due
leghe da Nancy, s. Arnoldo, s. Clemente,
s. Sinforiano e s. Vincenzo a Metz, e s.
Pietro di Luxeuil. Finalmente dopo che
il p. d. Desiderio si fu grandemente af-
faticato nel dilatar la riforma, volle Dio
coronar le sue fatiche con una morte pre-
ziosa, alla quale si preparò egli per un an-
no intero con una vita fervorosissima, a
capo del quale morì nel monastero di s.
Vannes a'i4 novembre 1623 di 72 an-
ni. Molte altre case benedettine di Fran-
cia,massime de' Cliiniacensi ^J'.), congre-
gazione considerata la più antica del rea-
me, desideravano anch'esse d'abbraccia-
re la riforma; ma gli sconvolgimenti del-
le guerre rendendo troppo difficile I' u-
nirsi fra loro, si stabilì una riforma sul-
lo stesso metodo. Essa cominciò nell'ab-
bazia di s. Agostino di Limoges nel 161 3,
la quale era stata fondata verso il 042
da s. Ruricio il Giovane vescovo di Li-
moges, e vi pose canonici regolari; ma a-
vendo i danesi distrutto interamente il
mouastero, fu ristabilito nel 934 da Tur-
i37
V A N
pione, altro vescovo di Limoges, il quale
vi posei monaci benedettini. La regolare
osservanza vi si mantenne finché l'abba-
zia cadendo in con) menda, le sue entrale
furono dissipate dalla poca economia de-
gli abbati. Vi s'introdusse il rilassamen-
to, ed era in deplorabile slato quando Gio-
vanni Regnault ultimo abbate commen-
datario la soggettò alla congregazione di
s. Vannes, seguendo la stretta osservan-
za della regola di s. Benedetto. Ad essa
si sottoposero molte altre abbazie, e il p.
d. Desiderio de la Cour e gli altri supe-
riori di s. Vannes vi mandarono de'reli-
giosi,a'quali felicemente riuscì di stabilire
la riforma. Ma le difficoltà da essi incon-
tratene! riunire sotto una medesima con-
gregazione quest'abbazie, ed altre più lon-
tane, che parimente domandavano la ri-
forma, li fece risolvere a formarne due
differenti, una delle quali in Francia, cui
i monasteri già riformali servirebbero di
fondamento. Fu questo progetto appro-
vato dal capitolo generale tenuto in s.
Mansueto di Toul nel maggioi6i8.Que'
di s. Vannes permisero fin d'allora a'mo-
naci da loro mandati in Francia, di for-
mare un nuovo corpo di congregazione
composto da' monasteri ne'quali aveano
introdotto la riforma, e da quelli che in
prò;
l'abbi
:bbero:
pei
tenere in ambedue le congregazioni unio-
ne e amicizia inviolabile, stesero un alto
con cui gli uni e gli altri promisero la
partecipazione nell'orazioni e nell'altre
opere buone, come dipoi sempre si pra-
ticò. E Papa Gregorio XV la confermò
e altrettanto fece Urbano Vili. Questa
congregazione fu conosciuta sotto il nome
di s. Mauro (V.); ed a 'calcoli che riportai
col Novaes in tale articolo, qui aggiungo,
altri dicono che comprese 180 tra abba-
zie e priorati, venendo governata da un
particolare presidente generale residente
a s. Germano des Prez o Prati in Parigi,
ove peli." si stabilì la riforma e si dila-
tò per le provmcie. Fra le principali ab-
bazie che seguirono questa riforma, sono
i38 VAN
b nominarsi, oltre quella di s. Germano,
lineile di s. Dionigi, Fecamp, Vendòrne
ve. Strettissima fu sempre l'unione Ira la
congregazione eli s. Mauro, e quella di s.
Vannes e di s. Idulfo, e le loro costitu-
zioni, tranne poche cose, erano conformi.
La congregazione di s. Mauro riconohbe
l'origine e per madre l'altra in discorso;
e fra tutte lecongregazioni dell'ordine be-
nedettino non ve n'ebbe alcuna più illu-
stre, più feconda d'uomini dotti, e che ab-
bia prestalo più rilevanti servigi alla Chie-
sa di quella di s. Mauro in Francia. Nel-
le loro sapientissime scuole si formarono
i tanti celebri scrittori che produsse la
congregazione, i quali pubblicarono tan-
te opere classiche con dottissimi lavori. I
monaci di questa congregazione vestirono
come i riformati di Clunyo Clugny (f.),
ove riparlai della congregazione, tonaca
e scapolare nero, oltre la cocolla in coro
e incedendo per la città, però meno am-
pia di quella de'monaci cassinesi e di s.
Vannes. Ammise la congregazione di s.
Mauro frati conversi, vestiti della stessa
maniera, e frali commessi che ritennero
l'abito secolare. Avea per stemma una Co-
rona di spine, nel cui mezzo era il mollo
Pax , sormontata da un giglio , e sotto
con 3 chiodi della Passione di Gesù Cri-
sto. Il p. Helyot citato, t. 6, nel cap. 3y
tratta : De Benedettini riformati della
congregazione di s. Mauro in Francia.
Inoltre nel 1621 si operò Uà Cliiniacen-
si altra riforma, la quale poi si divise da
quella di s. Mauro, ed unì all'altra di s.
Vannes e di s. Idulfo, e poscia se ne di-
slaccò formandola separata congregazio-
ne de' Cliiniacensi della stretta osser-
vanza. Nella congregazione di s. Vannes
e di s. Idulfo eranvi dell'abbazie, le quali
non essendo commende venivano gover-
nate da abbati regolari, come quelle di
Moyen-Mouliers, s. Michele, di Senone,
Munsler,s. Avoldo, Longueville e alcune
altre. La chiesa del monastero di s. Cro-
ce di Nancy essendo siala fabbricala ver-
so il fine del secolo XVII con molta ma*
VAN
gnificenza, il duca di Lorena Leopoldo I
procurò che Papa Clemente XI erigesse
il monastero in abbazia solfo il titolo di
s. Leopoldo. L'a bbale ch'era regolare, non
durava nel suo governo che 5 anni, ma
quelli che erano stati abbati succedevano
agli abbati perpetui negli altri monasteri,
quando morivano. Il capitolo generale
della congregazione di s. Vannes e di s.
Idulfo adunavasi ogni anno per eleggere
il presidente, la cui autorità terminava al
finir dell'anno, così i 3 visitatori eletti nel-
lo stesso capitolo. Gli abbati e priori ti-
tolari aveano il regime della comunità,
solamente quando era loro dato dal ca-
pitolo generale; ma essi godevano nel luo-
go de'loro benefizi de'diritti onorifici; oc-
cupavano il primo posto avanti i priori
claustrali, ed avevano una casa separata
da quella della comunità. I religiosi di que-
sta congregazione , oltre alla regola d i s.
Benedetto, aveano altresì degli slatu li par-
ticola ri; mangiavano sempre di magro,
tranne il caso di malattia. Facevano voto
di stabilità, non per una casa in partico-
lare, ma nella congregazione; quindi pote-
vano cambiate di casa a volontà del ca-
pitolo generale o de' superiori. Gli studi
fiorivano in questa congregazione, e pro-
dusse un gran numero di dotti molto il-
lustri. Era composta la congregazione di
5o monasteri, situati parte nella Lorena,
parte in Francia, in Alsazia e nella Fran-
ca Contea; il Novaes vi aggiunge la pro-
vincia di Sciampagna. Benché la congre-
gazione fosse stata eretta sul modello di
quella di Monte Cassino, eravi ciò non o-
stante qualche differenza tra l'ima e l'al-
tra in (filanto a'benefìzi; in questa, in vir-
tù del privilegio accordato dal Papa Eu-
genio IV, I' abbazie e priorati erano an-
nuali a disposizione del capitolo generale;
e nell'altra questi benefizi erano espressa-
mente conservati in titolo perpetuo, come
prima, e alla disposizione della s. Sede. I
religiosi vestivano nella stessa maniera
de'cassinesi,ed aveano per arme mia Co-
rona di spine, nel mezzo della quale era il
V AR
motto Pax, sormontata ila 3 Lagrime e
da un Cuore nella sua punta ardente. Ma
la benemerita congregazione di s. Van-
nese di s. Idulfo, come quella di s. Mau-
ro e altre, rimase estinta in conseguenza
della rivoluzione francese nel declinar del
secolo passato. Trattano di essa, il p. He-
lyot, cap. 35: De' Benedettini Riformali
della congregazione di s. Vannes edis.
Idulfo, con la vita del p. d. Desiderio
de la Cour loro riformatore. Umberto
Belhomme abbate di Moyen-Moutiers ,
Ilistoria Mediani in monte F esago mo-
nasterii ordinis s. Benedicti ex congre-
gatone ss. Viton etllidulphi) Argento-
iati 1724.
VARADATO (s.). V. B ak adato (s.).
VARADINO (Faradien). Città con
residenza vescovile d'Ungheria, nel comi-
tato di Binar, marca del suo nome, a 1 2
leghe e mezza da Debreczin. E altresì
chiamata Gross TVardein, ed in italia-
no Gran F'aradino(F.), Magno Fara-
dinum. Nel citato articolo parlai della cit-
tà e due vescovi cattolici che vi fanno re-
sidenza, uno di rito latino, l'altro di rito
greco unito: aggiungerò alcune altre po-
che nozioni, alcune delle quali indispen-
sabili. Dicono 1' ultime due proposizioni
concistoriali, per la provvisione di delti
due vescovi: Magno Faradini civitas ad
limi te s Transilvaniae in Hungaria in-
feriori sita 3 in plano loca a Crysio in
duas partes divisas , in suo uiiius fere
milliarii ambila termille circi ter conti-
net dornos, atque ab ultra septem mil-
libus et (juingentis inhabitatur christifi-
delibus. Nelle guerre tra la Turchia e
V Ungheria, la città e il territorio ne ri*
sentirono i tristi effetti; presa da' turchi
neli66o,poi la ricuperarono gl'imperia-
li. Riferisce il Giornale di Roma del giu-
gno 1857 a P- ^28, avere ordinato nel
precedente mese l'imperatore Francesco
Giuseppe I, che si abbandonino le citta-
delle di Gran Varadino e di Szeghedino,
non che il raggio fortificatorio , sul cui
fondo era finora proibito erigere edifìzi.
VAR i39
Tuttora il vescovo latino è suffraganeo
dell'arcivescovo di Colocza. Riguardante
i due vescovati latino e greco, Pio VI e-
manò la bolla Ingeniosa personarum re-
gia potestale, de* io agosto 1780, Bull.
Rom. cont. t. 6, p. 23o: Reintegralo E-
j)i scopa t us Varadiensisfit applicano bo-
norum prò mensa episcopali cum suif
prh'ilegiis, et exemptionibus . Quanto al
vescovato latino, già fiorentissirno, si di-
ce avere P imperatore Leopoldo I resti-
tuito i suoi limiti, alterati dalle guerre e
dall'eretica pravità; quindi il suo figlio
Carlo VI nel 1733 avere reintegrato la
mensa vescovile di sue rendite. Pio Vl£
colla bolla Imposi ta humilitati Nostrae%
de'3 luglio 1823, Bull, cit., t.i5, p. 61 5:
Dismembratio ar ch'idi aconatus Szath-
mariensi a dioecesi fllunkacsiensi grae-
ci ritus, ejusque unio dioecesi Faradien'
si latini ritus. Tra gli antichi vescovi la-
tini ricorderò il cardinal Demetrio (F.)
per ben 20 anni , insigne per ingegno e
dottrina, secondo il Giornale di Roma
del i854 a p. 1076; ma il Cardella e il
Novaes non dicono di Varadino, ma di
Giavarino. Giovanni arcivescovo di Stri-
gonia e vescovo di Varadino, perito nel
1 444 «ella funesta battaglia di Vania,
combattuta contro Turchia, nella (piale
portava il reale stendardo di s. Ladislao \.
Neli534 fu vescovo di Varadino il famo-
so cardinal Giorgio Martinusio (F.) leg-
gente d' Ungheria e di Transilvania. Nel-
le Notizie di Roma sono riportati i se-
guenti vescovi di Varadino o Gran Va-
dino» come sono cumulativamente chia-
mati, di rito latino. Nel 1734 Giovanni
Okolicsnay di Strigonia. Nel 1737 Ni-
colò Czaki di Strigonia. Nel 1747 Paolo
Stefano Forgach di Cseitha arcidiocesidi
Strigonia. Neh 760 Adamo Patchich di
Zajesda diocesi di Varadino. Vacata la se-
de nel 1776 fu provveduta nel 1781 con
Ladislao di Kollonitz di Vienna, traslato
da Transilvania. Nel 1 788 Francesco Sa-
verio Kalatajdi Ofalù arcidiocesi di Stri-
gonia. Nel 1800 Nicola Condè de Poka
i4o V A R
Telek di Szesdaheiy arcidiocesi di Stri-
gonia, trasferito dalle sedi unite di Bel-
grado e Semendria. Noi i8o3 Francesco
Miklosi di Csakaur diocesi d' Al barcate,
già vescovo di Titopoli inpartibus. Do-
po notabile sede vacante nel 1822 Giu-
seppe Vurum di Tyrnàw arcidiocesi di
Slrigouia. Nel 1827 per sua traslazione a
Nitria, Leone XII gli die in successore
Francesco Laicsakdi Schernnitz arcidio-
cesi di Strigonia, trasferito da Rosnavia.
Perdi lui dimissione spontanea, Gregorio
XVI nel i843 gli sostituì mg/Ladislao li
bero barone di Bemer,diSzabolesarcidio
cesi d'Erlau o Agria e canonico di quella
metropolitana. A vendo rinunziato la sede,
il regnante Pio IX nel concistoro de' 17
febbraio 1 85 1 preconizzò t'attuale vesco-
vo nig. 'Francesco Szaniszlò di Sabaria,già
professore di teologia nel liceo di Pest e
rettore di quel seminario, consigliere re-
gio, encomiandolo per pietà , prudenza,
dottrina, per morale e qual versato nelle
cose ecclesiastiche. Questo prelato a' 19
novembre 18^7, come riporta a p. 1084
il Giornale di Roma ,benedì solennemen-
te la locomotiva del treno della ferrovia
del Tibisco, la quale fu aperta in detto
giorno da Debreczin a Szolnok, avendo
onorata la festa di sua presenza l'arcidu-
ca Alberto governatore generale dell'Un-
gheria, e nel dì seguente fece una gita d'i-
spezione sul ramo laterale della ferrovia
di Gran Varadino. Quanto al vescovo di
Varadino di rito greco, narrai nel voi.
LXXIX, p. 109 e seg., che il Papa Pio
IX nel 1 853 con istituire la provincia ec-
clesiastica di Fogarasdi rito greco-catto-
lieo pe'valacchi di Tran sii vania, tra' suf-
fragatici di quell'arcivescovo vi comprese
il vescovo di Varadino dello stesso rito,
sottraendolo dalla soggezione del metro-
politano di Strigoniajeche il cardinal Via-
le Pietà nella metropolitana di Foga ras
consagraudo due de' vescovi della nuova
provincia, ebbe per uno degli assistenti
mg.' Frdely tuttora vescovo di Varadi-
110 di rito greco.
V A R
VARALLO. r. Veralli.
VARDA o VARDAIO Stefano, Car-
dinale. Nato in Ungheria di miserabili
genitori, applicatosi con fervore non me-
no allo studio delle lettere, che a quello
dell'arte militare, vi fece tali avanza-
menti che, pieno d'amor patrio e di zelo
religioso, imbrandì le armi e con suc-
cesso polè col suo valore difendere i con-
fini dell'Ungheria dalle scorrerie de' tur-
chi. Divenuto quindi dottore in jus cano-
nico e preposto della chiesa d' Agria, ot-
tenne l'arcivescovato di Colocza, e ad i-
stanza di Luigi XI re di Francia, Paolo
Il nel 1 4^4 o a' 18 settembre 1 4^*7 '° creo
cardinale prete de'ss. Nereo ed Achilleo.
L'autore della Porpora Pannonica, a p.
20, scrive che fu promosso al cardinala-
to ad istanza di Mattia re d'Ungheria, il
qualespedìataleeffettoinRoraasuo am-
basciatore Marco vescovo di Tinia, e con-
futa l'asserzione in favore del re diFran
eia. Finì i suoi giorni in Ungheria nel
1 47 1 , come apparisce da'registri Vatica-
ni, o neli473 al riferire di Aubery e di
Ciacconio. Lodato per lo zelo col quale
governò con gran vantaggio dell'anime
la sua arcUioeesi.
VARMIA. V. Warmia.
VARNA, Varnae. Sede vescovile del-
laMesia 2.aoinferiore,situata al confluen-
te del fiume Zyra, nel mar Nero, sotto la
metropoli di Marcianopoli, innalzata alla
dignità metropolitica nel XI V secolo. Si
conoscono i 3 seguenti arcivescovi. Me-
todio, metropolita Varnae, si sottoscris-
se nel 1 347 alla sentenza che depose Gio-
vanni Caleca patriarca di Costantinopoli.
Acacio,che nell'epistola salutatoria a Teo-
dosio Zigomala prolonotario della magna
chiesa di Costantinopoli, si sottoscrisse
kumilis Vamae metropolita. Callinico,
metropolita Farnae^edeva nel 1 72 i . Le
Quien, Oriens christiaivis, 1. 1 , p. 1 1^0.
1 geografi molto sono discrepanti se l'o-
dierna Varna sia succeduta all' antica.
L'attuale Varna, scrivono i moderni geo-
grafi, è una città e porto della Turchia
V A R
europea in Bulgaria, sangiaccato, distante
26 leghe da Silistria e 1 7 da Sciunila, sul
mar Nero. Giace al nord della foce del
Pravadi, che un po' prima forma il lago
paludoso di Devna. La rada in fondo al-
la quale siede, aperta a'venti di levante
e scirocco , viene considerata incomoda,
ma siccome è riparata da quelli di mae-
stro, i pericolosissimi del mar Nero , ed
il fondo se ne trova ottimo, ha fama di
sicura nell'estate. Il porto di Varna quin-
di si ritiene il migliore della costa occi-
dentale del mar Nero. Cinta la città di
cattive mura di pietre, vi sta dinanzi un
piccolo fosso secco, guarnito di palizzate.
Famosa è Varna per la disastrosa batta-
glia combattuta sotto lesue mura nel i444
a* 19 novembre, i più dicono a* 1 o, contro
Amui al li sultano de'turchi,da Uiadislao
1 re d'Ungheria, e Uiadislao VI come re
di Polonia, volgarmente detto Ladislao,
che miseramente vi peri coll'esercito cri-
stiano, insieme al rinomato legato pon-
tificio cardinal Giuliano Cesarinì senio-
re; della quale in tanti luoghi parlai, co-
me ne' voi. LXXXI, p. 3o3, LXXXIII,
p. 2o3. L' infelice re, degno di miglior
sorte, fece prova inutile di contrastare a'
progressi formidabili de'turchi nelle con-
quiste sul cristianesimo. I russi ne fecero
l'assedio nel 1828, e dopo una difesa no-
tabile si arrese l'i 1 ottobre di detto an-
no. Dicono gli stessi geografi, a torto in-
dicarsi questa città come corrispondente
alla posizione di Odessusj e che verosi-
milmente ella è l'antica Conslantia. Nel
finir del secolo passato fu edificata da'rus-
si Odessa (7^.), sul mar Nero. L'antichità
scoperte sul terreno che l'occupa, fece-
ro credere che occupasse il sito dell'anti-
co Odessus.E siccome Comman ville chia-
ma la sede vescovile di Tiberiopolisulfra-
ganea di Nicopoli,«?M Odessus, cioè far-
uà, nel citato articolo col p. LeQuicn ne
riportai i vescovi conosciuti; non senza av-
vertire con Ga udrà iul} che Varna è di ver-
sa da Odessus. Egli nel suo Lexicon par-
la di Varna della Mesia inferiore, città ve-
V A H i4t
scovile della metropolitana di Marciano
poli, curii por tu in ora Ponti Euxini^ e la
dice olirn Dionysiopoli spadelli metropo-
li* cumTibcriopoli, licet urbs dislinclac
sint. Poi dichiara che altra Varna, urbs
eulta curii por tu in ora Ponti Euxini,è
quella della famosa battaglia del 1 444- È
noto che il mar Nero, posto tra l'Europa
e 1' Asia, dicesi pure con vocabolo antico
Ponto Eusino. La città vescovile di Ti-
beriopoli o Dionisiopoli(P .), parimente
della bassa Mesia e sotto la metropoli di
Marcianopoliepoi di Nicopoli, la dissi col
p. Le Quien (la citazione di lui, deve di-
re 1224 e non i424)> con Commanville
e altri, che si denominò pure Struminitza,
Crunusfidessus et'" arno. Quanto a Con-
stantìa si conoscono nell' oriente 3 sedi
vescovili, cioè in Tracia^ nell' Osroena e
la capitale dell'isola di Cipro. Il Giornale
di Roma deli 85 1 ap. 4 16, in data di Var-
na a' 3 1 marzo pubblicò questa comuni-
cazione di C.T. m 11 dì 1 3-25 del corrente
mese nello scavo per le fondamenta di una
casa armena, fu rinvenuta una pietra qua-
drangolare contenente la qui acclusa i-
scrizione in latino e greco, mancante del-
l'estremità di tutta l'epigrafe. I caratteri
romani e greci sono di un'ordinaria gros-
sezza e bene scolpita sopra la pietra ch'e-
ra incastrata nel muro della fonte da cui
scaturiva l'acqua introdotta nella città per
comodo deg'i abitanti. La scoperta di que-
sta iscrizione latino-greca, pochi passi lon-
tano dalla moderna fonte esistente nel rio-
ne abitato dagli armeni, conferma viep-
più ed il contenuto dell'iscrizione stessa,
e che il nome antico della moderna P ar-
na fosse quello di Odessa, non già di Dio-
nisìopoli o di Cruniy come vogliono alcu-
ni geografi". Riprodurrò soltanto la lati-
na, cioè la meglio dichiarata. Imperato-
re Caesare Tito Aelio Hadriano Anto-
nino - Patre PatriaeCiviias Odessilano-
rumAcjuam ìYoì'o Eduxit- Curante Ti-
to Vitrasio Pollione Legato. Lo stesso
Giornale deli854 a p. 685, in un arti-
colo intitolalo; Il mar Nero ed i suoi Por-
142 VAR
ti, per l'occasione della guerra d'oriente
discorre ancora della ci Uà e del porlo di
Vania. Comincia la descrizione per chi
dal Bosforo entra nel mar Nero, s'incon-
tra nel i.° porlo di Midiali, di poca im-
portanza; dopo il golfo di Messuinbrèa,
assai favorevole al ricoverar de'bastimen-
ti, e poi in un allro piccolo golfo, si ha
Vania, città che forma parie della Bulga-
ria. Si è lungamente creduto che Varna
occupasse l'antica Odessus, colonia degli
abitanti di lUileto nella Jonia , alle rive
del Ponto Eusino. Varna giace a'piedi del-
l'ultima linea de'Balkan; ella è rinomala
per molti avvenimenti: fra gli antichi il
più grande si è la sanguinosa e fatale bat-
taglia, che nel i444 fu combattuta e vinta
dall'esercito mussulmano conlroUladislao
1 giovane re d'Ungheria, che vi perdette la
Vita e buona parte dell'esercito. Fra'mo-
ilerni si è l'assedio, che nel 1828 sostenne
contro i russi dal principio di luglio fino a'
io ottobre. In questa circostanza il prin-
cipe Menlschikofl comandava come al
presente la flotta russa, e il granduca Mi-
chele e il principe Worontzolf dirigevano
l'assedio. Volle esservi anche l'imperato-
re Nicolò I, e quantunque a' 1 4 settembre
fosse già aperta una breccia e a' 1 8 un'al-
tra, i mussulmani continuarono a resiste-
re per oltre un mese, finche a' io otto-
bre loncof pascià, che comandava la for-
tezza, unitamente al capitan pascià, por-
tossi al campo nemico e capitolò con Ni-
colò 1. Varna, come città militare ha la
sua importanza. Dopo il 1828 sono state
completate le sue fortificazioni, e muniti
di ridotti que'punli che parevano deboli.
Tutti i forti erano stati armati da 224
cannoni, la più. parte di grosso calibro, ol-
tre 22 mortai, onde ben difesa può resi-
stere ad un lungo assedio. Abitala da
18,000 persone, quasi lutti turchi, è su-
cida e cadente nell'abitazioni, ne vi è in-
dustria ne commercio. Ad utile della me-
desima vi sbarcarono i francesi, come a-
vevano fatto a Gallipoli, e tosto cambiò di
aspetlo. 11 che avvenne nell'ultima guer-
VAR
ra di Crimea e del mar Nero. Perciò in
Varna si stabilì il quartiere generale de'
comandanti inglesi e francesi, alleati del-
la Turchia (F.)} come stazione princi-
pale della guerra stessa.
V ARSA V I k( Far savicn). Olili con re-
denza arcivescovile, nobile e celebre, ca-
pitale della Polonia (V.), nell'impero di
Russia (?'.)) capoluogo della vaivodia o
palatinalo di Masovia e dell'obvodia del
suo nome, giace sopra un rialto in mezzo
ad arenosa pianura sulla sinistra della Vi-
stola, ch'è in questo luogo assai profon-
da, e si passa sopra un ponte di battelli,
che comunica col sobborgo o città detto
di Praga, secondo il Castellano. Questi la
dice divisa in due parti: la i.a comprende
la città propria, e la 2." i suoi 7 vasli sob-
borghi, circondati da una linea difensiva,
che si oltrepassa conio porte. Una lungfi
e stretta via, cui mettono capo moltissime
altre minori, costituisce la citlà; ma i sob-
borghi e specialmente quelli denominati
Citlà Nuova, Cracovia, e il Nuovo Mon-
do, sono ben fabbricati , e vanno ornati
d'un gran numero di palazzi e belli edili-
zi. E' distante da Parigi 3oo leghe , da
Vienna 125, da Berlino 120, da Danzica
100, da Mosca 260, da Pietroburgo 232.
Riferiscono altri geografi, che Varsavia si
compone della città, di bellissimi sobbor-
ghi e delle 4 piccole cittadelle godenti di-
ritti particolari e chiamate Grzybov,Les-
zeno, Solec e Praga; stabilendo un pon-
te lungo 263 pertiche la comunicazione
tra quest'ultima ciltà e Varsavia, che n'è
dalla Vistola disgiunta. E Varsavia in
parte circondata da mura e da fosse. La
ciltà di Praga era una piazza importan-
tissima e fu quasi interamente rovinata
nel 1794 dall'esercito russo, poi rifabbri-
cata su novella pianta e guernita nel 1 806
d'una testa di ponte formidabile; oggi tut-
te le sue fortificazioni si dicono spianate.
Contatisi a Varsavia 220 vie, la maggior
parie larghe e ben insiniciate; principali
essendo la Miodova ola via del Miele, un
tempo via Napoleone; la Diuga 0 la Lau-
V AR
ga; il Novoskiel o il Nuovo Mondo; la ria
Krakowskie-Przedmieicieola via del Sob-
borgo di Cracovia; la Rrolevska o la via
Regia, l'Elektoralua o la via dell'Eletto
le. Le piazze più belle sono quelle di Sas-
sonia,^ Maiiville o Marieville, del Dan-
co Nazionale, della Città, delleTre Croci,
e la piazza del Re Sigismondo IH, dinan-
zi alla porta del borgo di Cracovia , la
quale va adorna della statua di quel re
in bronzo dorato, erelta da suo figlio La-
dislao o Vladislao VII. La statua di Co-
pernico adorna la piazza del Sobborgo di
Cracovia. Varsavia racchiude circa 120
palazzi: il i.° gradoapparliene seuza dub-
bio al castello regio, situalo sopra un'al-
tura, in riva alla Vistola; stalo foudatoda
Sigismondo I, fu ingrandito da Augusto
Ile terminato dall' ultimo re Stanislao
Ponialowski: codi ponesi di vaste sale del-
la più bella ardii lettura, riccamente do-
rale ed ornale di superbi quadri di Bac-
cia rei li relativi alla storia del paese, d'u-
na bella collezione di ritraili de're di Po-
lonia, di busti marmorei degli eroi della
nazione polacca, e d'una serie di vedute
di Varsavia, dipinta da Caletti. Ammiran-
si principalmente la sala del trono, quel-
la dell'udienze e la sala detta di mai ino;
al pianterreno sono gli archivi del regno,
che contengono una moltitudine di mss.
rari e curiosi. Giardini spaziosi e ottima-
mente mantenuti occupano il trailo fra
il castello e la Vistola. Un altro castello
regio è il palazzo di Sassonia, dove i due
re Sigismondo li ossia Augusto 1, ed Au-
gusto 11 tennero la loro coi te, e quindi l'a-
bitarono i viceré, palazzo posto in mezzo
alla città, in un bel giardino, circondalo
da cancelli di feiio. Il palazzo del gover-
no apparteneva una voila alia famiglia
Krasinski, ed è fabbricato in islile italia-
no; quello del conte Poi otki contiene col-
lezioni preziose in tutti i generi. Il palaz-
zo Azzurro fu fabbricato dal re Augusto
11, per la sua diletta Orselska. Marmile
o Marieville è come il palazzo reale o ba-
zar elegante di Varsavia, costruito sul di-
V A R i43
segno del palazzo regio di Parigi; e con-
tiene la dogana e parecchie centinaia di
bolteghe.La cattedrale metropolilana pri-
meggia fra le 36 chiese della ciltà, antico
edilizio, reccnler et ex integro instaura-
ta gothicam praefert structuram, come
leggo nell' ultima proposizione concisto-
riale, ed è sotto l' invocazione di s. Gio.
Battista. Tra le ss. reliquie si venerano
quelle della ss. Croce e di una ss. Spina
della corona di Gesù Cristo , e di parte
del corpo del s. Precursore patrono della
stessa. Ha il ballisterioe la cura d'anime,
che sotlo la direzione del capitolo si am-
ministra da' vicari facenti parte del me-
desimo. II capitolo si compone di 4 di-
gnità, lai." delle qualiè il decano,di8ca-
nonici, senza le prebende teologale e pe-
nitenziale, di 6 vicari, di 5 mansionari,
e di altri preti e cinetici inservienti alla
divina ufliziatura. Nella bolla che eresse
la collegiata in cattedrale , si dice che il
capitolo formavasi di 7 dignità col seguen-
te ordine: il decano principale, l'arcidia-
cono, il preposto, il custode, lo scolastico,
il cancelliere, il primicero;dii2 canonici,
oltre 9 vicari, i mansionari e i cappellani.
Non molto distante dalla metropolitana
è il palazzo arcivescovile, conveniente e
sufficientemente comodo. Vi sono inoltre
5 allre chiese parrocchiali nella città, e 2
nel subui bio, tutte munite del s. fonte.Fra
le chiese, è la più bella quella di s. Cro-
ce, ma i cattolici ne piangono la perdi-
la, perchè convertila in metropolilana
russa, di rito greco non unito : mira-
bile è pure il tempio di s. Alessandro,
edificalo dall'architetto polacco A igner.
I conventi e monasteri de' religiosi so-
no 8, i monasteri delle monache 2 ; a
più di 20 ascendono i sodalizi, 4 sono gli
ospedali, 1 i seminari cogli alunni, ed
havvi l'accademia ecclesiastica. L'edilizio
della zecca è d'architettura rimarcabile, e
vi si ammira una bella macchina a vapo-
re ; anche l'ai senale inerita menzione. Da
vari anni scomparse una quantità di case
di legno, e ne furono sostituite altre lab-
144 V A R
bucate di mattoni. Piagli stabilimenti di
beneficenza, si fanno principalmente no-
tare il grande ospedale della cktà, l'ospe-
dale militare, la casa de'trovatelli appel-
lata Bambino Gesù. L'università di Var-
savia venne stabilita nelT edilizio in cui
un tempo abitava il re Stanislao Ponia-
towski. Fu l'università fondata neli8i6
dall'imperatoreAlessandroI,con facoltà di
medicina e di legge, biblioteca di i 12,000
volumi, osservatorio, gabinetto di mine-
ralogia, zoologia e fìsica, non che labo-
ratorio fisico. Pio VII col breve Aposto-
licae so Ilici ludi ni st de' 3 ottobre 18 18,
Bull. Rom. coni. t. 1 5, p. 121: Commu-
nicalio privilegiorum aliis universitatis
concessoruni prò Univer sitale Varsa-
viensi. Questa perciò entrò in possesso de'
suoi diritti. Si riporta dal Giornale di
Roma del 1 855 a p. 664> in data di Var-
savia 27 giugno. « Dall'anno 1 83 1 è sop-
pressa l'università di Varsavia (in conse-
guenza dell'insurrezione della Polonia),
per cui la studiosa gioventù della Polo-
nia vedevasi costretta di pollarsi per l'ul-
teriore coltura nelle più lontane univer-
sità dell'impero, ciò che, com'è ben na-
turale, difficoltava assai gli studi, e pone-
va vari giovani nell'assoluta impossibili-
tà di proseguire la loro carriera. Dicesi
ora che l'imperatore Alessandro II sia in-
tenzionato di rendere possibile agli abi-
tanti della Polonia il compimento de'lo-
ro studi nella loro patria. Dicesi che per
ora sarà eretta una scuola medica, alla
quale seguirebbe dopo breve tempo l'a-
pertura d'una scuola di diritto". Nel me-
desimo Giornale deh 856 si narra a p.
io32, che l'imperatore Alessandro 11 ha
assoggettato ad alcuni cambiamenti gli
uniformi scolastici. Gli studenti ed allie-
vi degli stabilimenti dotti dipendenti dal
ministro dall'istruzione pubblica avran-
no mostre di panno verde oscuro, men-
tre quelli degli stabilimenti dotti supe-
riori si serviranno quindi innanzi del-
l'attuale cappello a 3 punte soltanto nel-
l'occasioni solenni, e porteranno ordina*
V A R
riamente il berretto. La Civiltà Callo-
lica del 1 856, nella serie 3.a, t. 2, p. 1 76,
ci diede: Un saggio della presente let-
teratura polacca. Eccone un cenno. Seb-
bene 1' illustre Polonia da ormai un se-
colo in qua non abbia più vita e unità
politica, non si è però esimia in lei quel-
l'energia intellettuale di cui ne'bei gior-
ni della grandezza die prove così splendi-
de, primeggiando anche per gloria lette-
raria fra'popoli della famiglia slava. La
letteratura polacca si può dire come ri-
nata a'dì nostri sia per copia ed eccellen-
za d'opere e d'autori che sembrano riva-
leggiare con quelli dell'aureo secolo de'
Sigismondi, sia per quell'impronta di na-
zionale originalità, che leda un essere e
un sembiante tutto proprio, or più vivo
e forse più scolpito che mai non fosse per
I' addietro. E il suo rinascere si avvenne
in tempi favorevolissimi a darle fama e vo-
ga nel mondo letterario, meglio assai che
non potesse sperare iu altra età. Impe-
rocché, dove prima l'opere polacche, an-
che le più illustri, restavano poco meno
che sconosciute a 'letterati iìaì rimanente
d'Europa, ora mercè degli studi lingui-
stici venuti in gran credito, essendo anche
le lingue e le letterature slave uscite dal-
l'antiche loro tenebre, e già cominciando
benché timidamente a mostrarsi e a me-
scolarsi nella pubblica luce con quelle del
ceppo teutonico e latino, la polacca che
tra le slave è la più ricca, meritamente
ottiene i primi onori e va acquistando
vieppiù lustro nella colta Europa. Il se-
colo d'oro della letteratura polacca fu il
5oo e il principio del 600 ossia l'età di
Sigismondo I WG rande dal 1 5o6 al 1 548,
di Sigismondo li da tal anno ali572, di
Sigismondo HI dali 587 al 1 63a. li» mo-
do che le belle lettere in Polonia fiori-
rono quasi al tempo stesso che elle giun-
gevano al massimo splendore in Italia; le
due contrade brillavano allora cornei due
fuochi della coltura d'Europa, per l'inti-
me attenenze che allora le slringevano,co
me può ricavarsi nelle memorie lasciate
VAR
dall' eruditissimo Ciampi professore ili
Varsavia. Da esse e da tutti i monumenti
storici si fa manifesto come dall'Italia at-
tingessero i polacchi, mercè del continuo
commercio che con lei avevano, l'amore
e il buon gusto delle lettere e delle scien-
ze, e ne fecondassero con sì rapida e fe-
lice riuscita la loro patria, la quale ebbe
il vanto di precorrere in ciò tutti i popoli
d'oltr'alpe. E forse a quest'influenza ita-
liana devesi in gran parte l'avere in quel-
l'età gli studi classici e latini predomina-
to in Polonia a'uazionali e slavi; sebbene
ancor questi ne traessero poi gran van-
taggio convertendo in proprio succo quel-
lo squisito nettare d'eleganzo,di cui i clas-
sici antichi sono fonti inesauribili. Tra gli
autori e letterati polacchi che allora fio-
rirono, altri scrissero in latino , aliti in
polacco, ed altri in ambo le lingue. So-
no nomi europei principalmente Coper-
nico, il cardinal Osio , Kochauowski , e
Pawenski detto Skarga. La grandezza let-
teraria di Polonia andò quasi d' egual
passo colla grandezza politica; e dopo Si-
gismondo 111, nel cui lungo regno ap-
parvero i primi sintomi di civil decaden-
za,anche le lettere cominciarono a sfiorire
e poco meno che nou imbarbarirono fra
il tumulto di guerre infelici e le eterne
Agitazioni di procellose diete. Questo lan-
guore durò fino verso la Sii" metà del se-
colo scorso, nella quale ripresero qualche
vita sotto gli auspicii del re Stanislao Po-
niatowski, principe debole e sventurato,
ma gran cultore e mecenate delle lette-
re. Siccome però nel 5oo i polacchi pel
frequente lor commercio coli' Italia ve-
stirono di forme classiche e latine la lo-
ro letteratura , così nel 700 per una si-
mile cagione rabbagliarouodi modi fran-
cesi, i quali allora avevano gran voga per
tutto, e l'ebbero grandissima in Polonia,
dove Varsavia pareva divenuta una 2.a
Parigi, e le rive della Vistola non echeg-
giavan quasi altro chei suoni partiti dal-
le sponde della Senna. Il che quanto gio-
vasse a coltivare il buon gusto e il religia-
VOI. LXXXVIII.
VAR i45
so fervore de'polacchi lo può argomen-
tare facilmente chiunque conosce la leg-
gerezza e l'empietà di quella letteratura
volteriana. Ma questo fanatismo france-
se non ebbe lunga durata, anzi l'eccesso
medesimo di servilità a cui giunse servì
forse a provocare con più ardore e pron-
tezza i! ritorno alle cose patrie. La lingua
eie tradizioni nazionali risalirono in ono-
re, e nell'atto stesso che la nazione anda-
va perdendo a brani la sua indipenden-
za politica, pareva che si sforzasse tanto
più di riacquistare e di salvare dal nau-
fragio l'autonomia letteraria. A'priucipi
Czartoryski ruteni d'origine, ma poi in-
corporati nella famiglia sia vo-polacca,de-
vesi in gran parte questo riuscimento del-
le lettere e memorie patrie, a cui essi nel-
la splendida loro corte di Pulawy aper-
sero non solo uu asilo, ma quasi un ma-
gnifico tempio. A questo periodo, conti-
nuatosi fino allo spirare del granducato
di Varsavia, e che serbava tuttavia lefor-
me dell'arte classica, benché un po' ma-
nierate e corrotte dal recente gallicismo,
tenne dietro il periodo delle novità ro-
mantiche, dal quale nacque il presente.
Una letteratura tutta uuova, tutta patria,
piena di brio e freschezza giovanile, nu-
drita da ingegni fervidi d'entusiasmo e
di speranza, che sdegnando freni di rego-
le e ceppi d'imitazione non altro seguo-
no che gl'impeti del Nume che li ispira,
tiene ora quasi sola il campo della Po-
lonia, traendo a se l'attenzione e il plau-
so dell' Europa. Egli è vero che que' di
buon gusto e gli ammiratori di quell'im-
mortali norme del bello, di cui gli anti-
chi furono maestri e modelli, non faran-
no mai plauso alle sfrenate licenze del ro-
manticismo moderno; ma fuor di que*
ste licenze, che alle muse della Vistola e
de'Carpazi forse disdicono meno che alle
nostrali, non può negarsi che la lettera-
tura e specialmente la poesia moderna
della Polonia non sia ricca di vere e di
originali bellezze,e piena di forza e di en-
tusiasmo. Ella inoltre è fecondissima ve-
10
i46 V A R
na, tanto che fa meraviglia il vedere l'at-
tività degl'ingegni e degli studi polacchi
e la copia dell'opere che van producendo,
soprattutto chi miri lo stato politico del-
la nazione non guari adatto certamen-
te a favorirne la coltura. Quindi la Ci-
viltà Cattolica passa in rassegna la quan-
tità feconda delie odierne produzioni sto-
riche e letterarie e scientifiche, e il me-
rito degli scrittoti polacchi. Due amori
governano sovranamente l'animo gene-
roso e nobile polacco, 1' amor della re-
ligione e l'amor della patria, e da questi
due amori è ispirata quasi tutta la sua
presente letteratura, e precipuamente la
poesia, che più d'ogni altr'arte si porge
allo sfogo de'grandi affetti. Non manca-
no egregie pubblicazioni d'alcuni bene-
meriti periodici , come le Memorie reli-
gioso-morali di Varsavia. Termina la Ci'
viltà Cattolica con rilevare : Che s'egli
è vero essere la letteratura lo specchio
vivente del secolo e della nazione in cui
fiorisce, dal da lei esposto dottamente, in-
torno alla presente letteratura polacca,
può concludersi ; oggi in Polonia col ri-
fiorire delle lettere s'è ravvivato non so-
lo l'amore e lo studio delle cose patrie
e delle tradizioni nazionali scuotendo il
servaggio dell' imitazioni straniere , ma
s' è altresì felicemente rinfocolato quel-
l'ardore religioso e sinceramente cattoli-
co, per cui la nobilissima Polonia, dacché
nel secolo X sotto il regno di Micislao I
si convertì al cristianesimo, fu sempre in-
signe,e per cui, benché stretta da ogni par-
te e fieramente dall'eresia e dallo scisma,
si mantenne fedele alla cattedra del B.Pie-
tro, m 11 cattolicismo è la gloria più pura
del nome polacco, e tutte le altre sue glo-
rie sono a questa intimamente associate.
La fede e il valore de'polacchi salvò più
d'una volta I' Europa dall'invasioni de-
gl'infedeli Tartari e Turchi ( V); e quan-
do sopra il Settentrione s' addensò così
folta e così vasta la notte dell'errore, la
Polonia serbò viva la tace delle verità
cattoliche, quasi faro di salute e di spe-
V A R
ranza. Egli ha quindi ben ragione quel
popolo magnanimo di serbare inviolata
e cara l'eredità di queste sue glorie e di
stringersi oggidì con amore e con fede
sempre più salda al vessillo del cattolici-
smo". Inoltre in Varsavia vi è la biblio-
teca reale, contenente più di 25,ooo vo-
lumi, per la maggior parte moderni. 11
Castellano ricorda la superba biblioteca
Tsaluski, ricca d'oltre 200,000 voltimi.
11 collegio de'piaristi, fondato dall'abba-
te Konarski, è un bell'edilìzio sulle spon-
de della Vistola. Gli alti i stabilimenti d'i-
struzione sono: la scuola politecnica, il li-
ceo, lascuola militare de'sott'ufficiali con
25o alunni, le scuole di pittura (di cui fe-
ci parola nel voi. LXXXIIJ, p. 67), l'i-
stituto pedagogico,l'istituto de'sordo-mu-
ti, il collegio de'domenicani, le scuole del-
le scienze, boschiva e di musica. La socie-
tà degli Amici della Letteratura possiede
una ricca biblioteca ; quelle delle scienze
naturali e de' progressi agricoli resero
grandi servigi. Giace il giardino botanico
nel viale di Uiazdov, ed è un presente al-
la città fatto dall'imperatore Alessandro
I. Vi è un museo d'antichità, scuola bo-
schiva delle miniere e d'agricoltura. Gli
ebrei non hanno inVarsavia più di 3 scuo-
le. Vi si veggono parecchie librerie ben
fornite, una ventina di stamperie polac-
che, due israelitiche e 6 litogi afiche.Pub-
blicausi vari giornali politici e fogli uffi-
ciali sì in polacco che in tedesco. Il nu-
mero delle fabbriche ed officine è dagli
ultimi anni considerabilmente cresciuto,
stabilite pure essendosi grandi fabbriche
per la birra forte o porter. Altre fabbri-
che sono quelle di tabacco, di galloni tes-
suti in oro, argento e lana, di sapone, cap-
pelli, calze, guanti, tappeti, stotfe di coto-
ne, strumenti musicali, colori, bronzo,
liquorizia, gioie e cuoi. Vi sono più di
1 00 sellai e carrozzieri, i cui prodotti so-
no decantati per tutto il Nord. Varsavia
è il principale emporio di tutte le mer-
canzie per tutta la Polonia; vi si tengono
oguiauuo due fiere, una in maggio e l'ai-
V AR
tra in settembre; fiere alle quali inter-
vengono negozianti di tutta l'Europa e
ili parecchi paesi dell'Asia, essendo prin-
cipalmente importanti pel traffico delle
pelli. Tutti i grandi stali europei tengono
a Varsavia i loto consoli. Il banco detto
di Polonia, stabilito dal 1828, è di gran
soccorso per l'imprese commerciali. Var-
savia ha una moltitudine di stabilimenti
destinati a'passatempi de' suoi abitanti :
vi è il teatro polacco, quello francese, ed
uno nuovo nazionale che riuscì bello e-
difìzio. Dice il Castellano che quello nuo-
vamente eretto è architettura dell'italia-
no Corazzi, cui pur debbonsi i superbi e-
difizi della Borsa, e della mentovata socie-
tà degli Amici delle Scienze, ov' è inau-
gu rato sul frontone il monumento in bron-
zo, dedicato al gran Copernico, opera del
cav. Thorwaldsen. Soggiunge, che vi si
dovea pure innalzare l'altro monumento
simile alla memoria del celebre principe
Giuseppe Ponialowski maresciallo di
Francia. In Varsavia ha pure un civicjp
monumento V altro celebre Rosei usko.
Varsavia ha copia grande di caffè e ristora-
tori sul gusto di que'di Parigi; come nu-
merosi sono i bagni pubblici. I viali d'U-
iazdov sono belli quanto quelli delPrater
a Vienna : lunghi, larghi, danno all'esta-
te freschissimo rezzo; e principalmente le
domeniche e le altre feste la calca vi è im-
mensa. Il castello di delizia di Bellavista
è circondato da un superbo parco ingle-
se. Davanti la barriera di Powonsk è un
campo nel quale radunasi alle volte l'e-
sercito pegli esercizi; questo campo offre
amenissimo aspetto, ornato da giardini
mantenuti dagli stessi soldati: è un luogo
di passeggio ricercatissimo dalla società
di Varsavia. Contiene questa città circa
i5o,ooo abitanti, senza contare i fora-
slieri; vi si trovano molti ebrei. Riferisce
la suddetta proposizione concistoriale:
Varsaviae civitas metropolis regni Po-
loniae t et prima i/iter ejusdem regni ur-
bes^adjluvium Vislulam aedificata con-
spici tur, quae in suo unius miliari qua-
VAR 147
drati ambita ter mille et sexecntas con*
tinct donios, atque ab octogintamillibwi
dir isti fide libus inhàbitalur incolis. I pro-
gressi dell' industria sono in questa città
maggiori d'ogni altra parte del regno.
Antichissima città Varsavia o Warsa-
via , rimase però insignificante sino alla
riunione della Lituania (V.) alla Polo-
nia; poiché non essendo allora più. Cra-
covia capitale antica della Polonia, men-
tre della Lituania era Vilna^ abbastan-
za centrale per essere la capitale, la dieta
fu trasferita a Varsavia nel 1 566. Quindi
vi stabilì la reale residenza Sigismondo
III del 1587, al di,e deI Castellano. Nella
guerra cogli svedesi , a mezzo del secolo
XVII, fu questa città occupata da que-
gli avventurosi conquistatori neh 655, e
ne fecero il deposito del bottino loro.
Quando il cavalleresco Carlo XII re di
Svezia si avanzò nel luglioi7o3, contro
Varsavia, dopo vintala battaglia, si ar-
rese senza opposizione. Nel 1745 l'8 gen-
naio vi fu concluso il trattato d'alleanza
della Polonia con l'Austria, l'Inghilterra,
le Provincie Unite e la Sassonia. Il ter-
ribile incendio del 1 767 fece in Varsavia
immensi guasti, de'quali sarà per lungo
tempo difficile a cancellarsi del tutto la
spaventevole traccia. Nel seguente anno
a'24 febbraio vi fu sottoscritto il tratta-
to di pace tra la Polonia e la Russia. Gli
odii intestini, le divise fazioni, la gelosia
de'potentati, gl'intrighi esteriori furono
il segnale deplorabile della decadenza del
già floridissimo regno di Polonia. Assa-
lito da ogni banda, dovette soggiacere nel
1 772 ad un 1 .° smembramento tra X Au-
slria) la Russia e la Prussia; soggiacque
la Polonia al 2.0 tra le medesime poten-
ze nel 1793, in modo che dell'antico re-
gno appena restò poco più del 3.°, e Var-
savia resideuza del re e capitale del rea-
me divenne città di frontiera. In tale an-
no e nel seguente 179^ Varsavia soffrì
dalle armate russa e prussiana ripetuti
attacchi. A' 1 7 agosto 1 793 i 1 presidio rus-
so, che aveva occupato la città, venne da'
,48 VAR
polacchi cacciato alla nuova de* successi
di Kosciusko presso Cracovia. Questi, co-
stretto nel seguente anno a cambiate il
teatro della pugna, ritirossi verso Varsa-
via, e la difese con valore contro i prus-
siani durante l'estate dello stesso r 794-
Però ben diversa fu la sorte di Varsavia
allorquando vi giunsero i russi comanda-
ti da Souwarow; Praga presa d'assalto, e
abbandonala ai sacco e al fuoco, la capi-
tale dopo sì terribile esempio si sottopo-
se senza contrasto a'4 novembre, dopo la
sconfìtta di Kosciusko. Allora le potenze
d' Austria , Russia e Prussia chiamato a
Grodnoil re Stanislao Poniatowski, a'a5
settembre o novembre 1* obbligarono a
sottoscrivere il trattato dell' ultimo spar-
timento della Polonia, ed a rinunziare al-
la sua dignità, che dimise nel i 795, a'3
del quale in Pietroburgo fu effettuato il
parteggio; restando così la Polonia cancel-
lata dal rango delle nazioni d'Europa. La
parte del regno colla contrada che com-
prendeva Varsavia, cadde in potere di Fe-
derico Guglielmo II re di Prussia , fece
parte della Prussia occidentale, e Varsa-
via non ebbe che il titolo di capoluogo
d'una provincia, bensì fu elevata dal Pa-
pa a seggio vescovile. Non mancarono i
polacchi di opporre a tanto infortunio la
più viva e sanguinosa resistenza; ricorda
ancora l'Europa i loro sforzi, le prodez-
ze fatte e la loro virtù militare, per amor
patrio e nazionale. Frattanto l'imperato-
re de'fraucesi Napoleone 1 guerreggian-
do la Prussia, in conseguenza della famo-
sa battaglia vinta a Jena a' 23 ottobre
1806, a'28 del seguente novembre Var-
savia venne occupata da'francesi, e Napo-
leone vi fece poi il suo ingresso a'2 gen-
naio 1807. Già Napoleone! avea innalza-
to alla dignità regia l'elettore di Soste*
nia {y.\ che prese il nome di re Fede-
rico Augusto I, ed i cui avi erano stali re
di Polonia; e per renderlo più forte'eon-
tro l'Austria, ne aumentò gli stati. Per-
tanto in conseguenza del trattato segnato
a Tilsit a'7 e 9 luglio 1807, da Napoleo-
V A R
ne I,da Alessandro I imperatore di Ras*
sia e da Federico Guglielmo IH redi Prus-
sia, fu distaccato dalla porzione della Po*
Ionia dominata dalla Prussia il granduca-
to di Poseno Polonia Prussiana, e con al-
cuni brani della Galizia , parimente già
provincia polacca , ceduti dall' Austria,
l'imperatore de* fra acesi ne formò WGvan-
ducato di Far savia ,che conferì al nuo-
vo redi Sassonia, Varsavia divenendone
la capitale, quale slato indipendente.Que-
sto inoltre Napoleone 1 volle aumentare
con lutto il territorio di Cracovia, in vir-
tù della pace di Vienna de' i4 ottobre
1809. Ma l'esistenza del Ouovo slato fu
temporanea, ed i rovesci dell'imperatore
de'francesi ne affrettarono la militare oc-
cupazione. Vagheggiando^ apoleon e I l'u-
niversale monarchia, nel 1812 dichiarata
guerra alla Russia, volie di persona inva-
derla con immenso esercito. Gii elementi
combatterono pe' l'assi; costiettoNapoleo-
ue I alla disastrosissima ritirata da Mo-
sca, dopo la sua 1 ." breve stazione fatla nel
dicembre 1812 in Varsavia, precipitosa-
mente ritornò a Parigi. Vinto Napoleo-
ne I dalle potenze alleate, abdicò all'im-
pero nel 1 8 1 4; e adunatosi il congresso di
Vienna per pacificare V Europa e rego-
larne i destini, a'7 febbraio 18 i5, dopo
aver soppresso il granducato di Varsavia,
formata la repubblica di Cracovia, poi ri-
ceduta all' Austria (cui apparteneva pri-
ma di della pace, al modo narrato nel voi.
LIV, p. 4^), la Russia ebbe col pastina-
to di Masso via, Varsavia col suo territo-
rio, ed unitala cogli altri domimi polac-
chi che possedeva , ne formò il regno di
Polonia; Alessandro 1 dichiarandone ca-
pitale Varsavia, e prendendone il titolo
e l'insegne a' io aprile. Indi nel 18 18 a-
prì la dieta in Varsavia, e morì nel 1825.
In questo gli successe il fratello impera-
tore Nicolò I, al quale Papa Leone XII
nel 1826 inviò per ambasciatore mg. Ber-
netti, poi amplissimo cardinale, per assi-
stere alla sua coronazione, seguita a Mo-
sca a'3 settembre. Indi Nicolò ia'24 m«§-
V AR
gioì 829 in Varsavia si fece coronare co-
me re di Polonia. Ma i polacchi frementi
della perduta libertà, Ieri ibilmente insor-
sero in Varsavia a'29 novembre 1829; la
rivoluzione rapidamente si diffuse pel re-
gno , e Varsavia di venne la sede del go-
verno nazionale polacco. Grave e sangui-
nosa guerra fu combattuta da' polacchi
per sostenere la loro indipendenza contro
la Russia. Finalmente riuscendo superio-
ri Je armi potenti de' russi, Varsavia fu
da loro assediata nel 1 83 1 , e si arrese l'8
settembre, dopo lunga e gagliarda resi-
stenza, che costò la vita a gran numero
de'suoi abitanti. Al vincitore generale Pa-
skewitsch, Nicolò I conferì il titolo di prin-
cipe di Varsavia; e collo statuto che l'im-
peratore diede al la Polonia ( F.)nel 1 832,
la dichiarò parte integrante dell'impero
di tutte le Russie. Tra gl'infortunii mo-
derni cui soggiacque ripetutamente Var-
savia, con deplorabile ricordo non deve
tacersi il tremendo flagello del cholera,
che più volte 1' afflisse. Quello dell' e-
state i852 fu desolantissimo, imperoc-
ché ne'soli ospedali morirono più di 5ooo
individui ; e il totale delle vittime mietu-
te dal morbo si fece ascendere a circa
20.000, tra' quali più di 2000 israeliti.
Intanto nel seguente anno, per la famige-
rata questione d'oriente, scoppiòla guer-
ra tra la Russia e la Turchia, nel quale
articolo il colossale e duplice argomento,
con quanto lo precedette, accompagnò e
seguì, procurai compendiare. Ivi narrai
pure, che mentre ardeva la memorabile
guerra, morì a'2 marzo 1 855 l'impera-
tore Nicolò I, e gli successe il regnaute A-
lessandro II suo primogenito. Celebrai la
seguita pace, lo spirito e le intenzioni da
cui è animato l'imperatore(la cui impera-
trice madre ammirò Roma nella primave-
ra 1857, al modo narrato dal Giornale
di Roman.0 92 eseg.), l'eccellente indole,
le speranze liete concepite dalla Chiesa
cattolica, e la sua coronazione splendidis-
sima avvenuta in Mosca a' 7 settembre
i856. Dissi che il Papa Pio IX per tale
V A R 149
solenne occasione mandò in Russia per
ambasciatore straordinario mg.r Flavio
de' principi Chigi arcivescovo di Mira, il
che riuscì di grande consolazione b' cat-
tolici del vasto impero, i quali fecero voti
perchè un rappresentante ecclesiastico
della s. Se(\e stabilmente risiedesse fra lo-
ro. Fra le dimostrazioni di venerazione e
di giubilo de' cattolici, si distinsero i po-
lacchi, e principalmente que'di Varsavia.
L'illustre prelato vi celebrò ripetutamen-
te la s. messa , e visitò tutte le chiese e
stabilimenti cattolici. Così Varsavia , che
nel tempo de' re polacchi era l'ordinaria re-
sidenza della nunziatura apostolica, ebbe
la divota soddisfazione di rivedere tra le
sue mura il nunzio apostolico. I nunzi
pontificii residenti inVarsavia resero sem-
pregrandi servigi alla religione cattolica,
specialmente nella riunione de' Ruteni. Nei
n.° 85 del Giornale dì Roma del 1857,
si legge un importante articolo intitola-
to: Grande società delle Strade ferrate
Russe. Ivi si dice , che la società ha per
iscopo la costruzione di una vasta retedi
ferrovie, il di cui tracciamento è stato
combinato in modo da soddisfare gl'in-
teressi più considerevoli e più immediati
della Russia. Questa rete si divide io 4
linee. La 1 .* linea da Pietroburgo a Var-
savia(uoteròd'aver letto nello stessoG/or-
naie del 1 85 1 a p. 892: La strada ferrata
da Varsavia a Pietroburgo sarà aperta al
pubblico al i.°del prossimo novembre),con
diramazione verso Ronisberga chilometri
1 249- 2/Da Mosca aTeodosia chi!. 1 259.
3/ Da Kursk a Orel a Liebau chil. 1 227.
4." Da Mosca a NijniNovogorod chil. 427-
Totale 4 162. Queste linee hanno per isco-
po di assicurare la ripartizione delle der-
rate di prima necessità all' interno, 1' e-
sportazione dei prodotti esteri , e nello
stesso tempo esse facilitano il movimen-
to delle popolazioni nelle parti ove sono
più numerose. Dirò solamente della linea
da Pietroburgo a Varsavia. Essa ha la sua
destinazione speciale come linea interna-
zionale, riunendo la capitale colla rete eu-
i5o VAR
ropea delle ferrovie; tulle le oltre linee
sono slate combinate in vista di favorire
ni più alto grado il commercio interno ed
esterno. Uno degli elementi più decisivi
della relè russa si è precisamente il rigo-
re del clima. 11 freddo non è mai un osta-
colo alla marcia de'convogli; la neve non
lia interrotto la circolazioue, in media,
che un giorno tutti gli anni sulla ferro-
via da Pietroburgo a Mosca. Ma invece
le vie navigabili sono gelate durante 6 me-
si nel Nord, e durante questo periodo la
ferrovia avrà il monopolio di tutti i tra-
sporti, facilitati d'altronde dal vettureg-
giare sulle slitte per le relazioni laterali.
Ad eccezione della linea da Pietroburgo
a Varsavia, tutti i lavori sono d'un ese-
guimento facilissimo. Fuori la linea da
Pietroburgo a Varsavia, non avvi che un
piccolo numero di ponti, pochi lavori di
terra o d'opera d'arte, e grandissima faci-
lità di costruzione sopra una gran parte
di tracciati. Nel luglio 1 855 i governi di
Russia e di Prussia conclusero una con-
venzione per congiungere la strada ferra-
ta da Varsavia a Pietroburgo, colla gran
via Prussiana dell'Est. Nello stesso Gior-
nale di Roma a p.i 1 12 è riferito. La con-
cessione delle strade ferrate nel regno di
Polonia venne poi accordata con ukase
de' io ottobre i85j alla società Epstein
per 75 anni. I concessionari formano due
società per azioni, l'uua col nome di Stra-
da ferrala da Varsavia a Vienna , e
l'altra con quello di Società della stra-
da ferrata da Varsavia a Bromberg. La
linea da Varsavia a Vienna, colle sue pic-
cole ramificazioni, vada alcuni anni per
conto del governo. La strada ferrata di
Vai savia-Bromberg è da edificarsi; anche
questa concessione fu fatta per 75 anni;
ma conterà solo a partire dal giorno in
cui la linea nell' intero suo corso andrà
in pieno esercizio. Questa ferrovia da Var-
savia a Bromberg avrà 25 leghe di e-
sleusione, e congiuugerà il reguo di Po-
lonia colle linee ferrale prussiane d' O-
1 lente, raccorderà più che a metà la via
VAR
di Berlino, lungi finora un 36 ore da Var-
savia. Questa linea ha dinanzi a se un im-
menso avvenire, per essere questa la via
più diretta tra'due mari, e perchè tulli i
grani, quali devono fino adesso aspetta-
re 9 mesi a discender la Vistola che mali-
ca d'acqua la più parte del tempo, arri-
veranno in 6 ore. Questa via costerà al
più 35,ooo rubli ; quella da Varsavia
a Vienna ne costò 25,ooo. Nel seguente
anno l' imperatore concesse la ferrovia
da Riga a Dunaburg. Questa città per
la sua posizione presso la via ferrala da
Varsavia aPielroburgo, sarà d'ora iunau-
zi il punto centrico per la congiunzione di
queste provincie col mar Baltico. Inoltre
nel Giornale diRoma di detlo anno 1 857,
a p. 8oo, si leggono i seguenti dati statisti-
ci sulle linee telegrafiche attivate in Rus-
sia da' 18 maggio in poi. Le linee sono iu
relazione diretta con l'unione telegrafica
austro-germanica, vale a dire. i.° Colla
Prussia: a) iu Eidkuhnen colla direzione
per Konisberga a Pietroburgo, e b) a
Myslorvilz colla direzione per Breslavia e
Varsavia. 2.0 Coll'Austria a Sczakova, poi
seguono le altre linee: a) da Pietroburgo
per Mosca, Kiovia, Nicolaiew a Odessa; b)
da Pietroburgo a Helsingfors; e) da Pie-
troburgo a Cronstadt; d) da Pietroburgo
per Marioupol a Varsavia. La lunghez-
za totale delle linee telegrafiche finora
attivale è di 668 miglia geografiche, e la
lunghezza de' fili è di 5 1 1 3 chilometri.
Le stazioni telegrafiche sono 20, però le
principalifunziouauo a Pietroburgo, Mo-
sca, Kiovia, Odessa, Helsingfors, Cron-
stadt,Varsavia eRiga. 1 dispacci dellaGer-
mania per la Russia ponno essere scritti
in lingua tedesca o francese: i dispacci pri-
vati non devono contenere veruna noli-
zia politica. A p. 34 del Giornale di Ro-
ma deli 858 si parla de'documenti pub-
blicati dal Nord, giornale russo, a'21 di-
cembre 1857, relativi all'abolizione del-
la servitù ne' 3 governi della Lituania.
11 3.° de' quali era una specie d' invilo
fatto alla nobiltà di tulli i governi del*
V AR
l'impero, e lasciava prevedere che so-
migliante provvedimento non avrebbe
tardato a divenire generale. In falli si
pubblicò il rescritto imperiale indirizza-
to al governatore generale di Pietrobur-
go, per migliorare e assicurare l'esisten-
za de'contadini, con definire esaltamen-
te i loro obblighi e rapporti verso i pro-
prietari delle terre nobiliari, mediante
l'elaborazione d'un progetto di regola-
mento sulle seguenti basi. Il i.° proprie-
tario conserva il suo diritto di proprie-
tà sopra tulta la sua terra, ma i conta-
dini conservano il chiuso delle loro abi-
tazioni, cui essi hanno il diritto d'acqui-
stare in tulta proprietà mediante riscat-
to pagabile entro un termine stabilito;
e»si hanno inoltre il godimento della
quantità di terreno necessaria, giusta le
condizioni locali, per soddisfare a' loro
obblighi verso lo stalo e verso il pro-
prietario. In compenso di tale godimen-
to i contadini sono tenuti o a pagare un
canone al proprietario, o a lavorare per
lui. 2.0 I contadini debbono essere ripar-
tili in comuni rurali ; la polizia rurale
limaue ueil' attribuzioni del proprieta-
rio. 3.° I rapporti ulteriori tra contadi-
ni e proprietari debbono essere regolati
in modo da guarentire il servizio rego-
lare delle tasse dovute allo stato e de'ca-
nclii e tasse provinciali. Dell'emancipa-
zione de' servi o contadini nell* impero
russo ne ragiona la Civiltà Cattolica, se-
rie 3.a, t. 9, p. 626, dalla quale si rica-
va sembrare che una parte delia nobil-
tà russa è un po' avversa all'emancipa-
zione ; per cui è da temersi ch'essa non
aderisca chea malincuore alla nuova leg-
ge, o se non altro, faccia di tutto per in-
debolirne gli effetti. Sia comunque, P i-
dea generale è mollo commendevole;
stabilita una volta 1' emancipazione co-
me principio e come massima, non può
più ritornarsi indietro; i suoi avversari
ormai più non s'illudono, che anzi ne so-
no costernati.
La sede vescovile e ora arcivescovile
VAR i5i
di Varsavia ebbe origine nello spirare
del secolo scorso e ne'priuii anni del cor-
rente. Trovavasi il palalinalo di Masovia
col suo capoluogo Varsavia, il cui arcidia-
conato era compreso nella diocesi di Pos-
nania(F^.),un\lì col ducalo omonimo e col
palatinato, quando nel 1 7g5esseudo per-
venuti nel dominio della Prussia, dipoi
il re Federico Guglielmo III fece istanze
a Pio VI .perchè smembrasse dal vescova-
to di Posnania sulfraganeo del metropo-
lita di Gnesua primate di Polonia, l'arci-
diaconato di Varsavia, e l'erigesse in ve-
scovato sulfraganeo di detto arcivescovo.
Sebbene il Papa si trovasse deportato da'
francesi in Toscana, soggiornando uella
Certosa presso Firenze, 1' esaudì colla
bolla Ad universani agri Dominici cu-
ram, de' 16 ottobre 1798, Bull. Rom.
cont., 1. 1 o, p. 1 67 : Erectio oppido Var-
saviensis in Episcopatiun,ejusqiie colle-
giatae in Cathedralem. Indi a'29 dello
stesso mese, Pio VI dichiarò i.° vescovo
di VarsaviaGiuseppe Miaskowski diSmo-
gorzewo diocesi di Posnania. La nuova
sede vescovile restata vacante verso il
i8o5,per le vicende politiche e le guerre,
rimase senza il pastore parecchi anni. In-
tanto nel 1 8 1 5 il reame di Polonia costi-
tuito nel congresso di Vienna, coll'annes-
sione del palatinato di Massovia, e la cit-
tà e vescovato di Varsavia, assoggettato
all'alto dominio della Russia, l'imperato-
re Alessandro I gli die insieme al politico
Un riordinamento religioso, fondato a un
dipresso sugli stessi principii, ch'erano en-
trati a comporre l'ordinazione dellaChie-
sa cattolica latina nella Russia e nell'an-
tiche provincie polacche, con Mohilow
(V.) per metropoli. E siccome quivi era
Ja chiesa slata sottoposta al governo ci-
vile, rendendola dipendente dal senato,
così nel nuovo regno polacco, col solo di-
vario, che fu data a condurre alla com-
missione de'riti religiosi e del pubblico
insegnamento. Questa strana costituzio-
ne, emanata a'6 ossia a' 1 8 marzo 1 8 1 7 ,
incontrò forte resistenza presso l'alto eie-
i52 V A R
io, e pare che solo in parte fosse ricontata.
Perla nuova costituzione del regno di
Polonia venne messa in ri volgili; ento
l'antica gerarchia di quella chiesa. La se-
de pi imaziale di Gnesna coi ducato di
Posnania fu ceduta alla Prussia. Fu al-
lora che il Papa Pio VII tolse a negoziare
colla corte di Pietroburgo il riordinamen-
to delle diocesi del regno di Polonia.
Quindi Pio VII, colla bolla Militanti*
Ecclesiae regimi ni t de* 1 2 n^arzo 1 8 1 6,
Bull. Rom. cont. 1. 1 4, p. 273 : Erectio
Ecclesiae episcopalis Varsaviensis in
M etropolitanamj la sottrasse dalla di-
pendenza dell'arcivescovo di Gnesna, di-
chiarando che poi le avrebbe assegnato
ì vescovati suffraganei, i quali riordinati
o dipoi nel 1818 eretti colla bolla Ex
imposita Nobis , de' 3o giugno 1818,
Bull. cit. 1. 1 5, p. 61, sono i seguenti. I
riordinati furono: PVladislavia,Plosko,
Cracovia (il quale lo stesso Pio VII col
breve Quoniam Carissimus, de' 19 a-
gosto 1807, Bull. Rom. cont. t. i3, p.
2o3, l'avea sottratto da suffraganeo di
Gnesna e reso dipendente dalla metropoli
latina di Leopoli),£«&//7zo (il quale pure
Pio VII colla bolla Quemadmodum Zìo-
manorum Pontifìcum, de' 22 settembre
i8o5, Bull. Rom. cont. 1. 12, p. 374, a-
vea eretto in vescovato e dichiarato suf-
fraganeo dell'arcivescovo latino di Leo-
poli); gli eretti nel 1 8 1 8 furono: Podla-
cliia, Seyna o Augustow, e Sandomir.
Questi 7 vescovati tuttora sono suffraga-
nei del metropolitano diVarsavia, iì qua-
le ha inoltre due vescovi inpartibus per
suffraganei titolari, ed uno di essi risiede
in Lowilz oLowiczeck, distante 1 7 leghe
all'ovest di Varsavia e nella sua diocesi.
£' una piccola città in riva al Bzura nella
waivodia diMasovia,ohwodia di Kujavia,
con castello validamente munito e insi-
gne chiesa collegiata, ed ha pure un isti-
tuto normale per la pubblica istruzione.
Pio VII peri.0 arcivescovo di Varsavia
nel concistoro de'2 ottobre 1 8 1 8 dichia-
rò Francesco Skai'bek Maleczewski, di
V A R
Panienka diocesi di Posnania, trasferen-
dolo dalla chiesa di Wladislavia o Kuja-
via, il quale co'suoi vescovi sulFraganei
ottennero alcune facoltà ad quinquen-
niuni dal medesimo Papa. Nel Bulla ritmi
Pont, da propaganda fide, Appendix,
t. 2,p. 325,èil breve di Pio V\\tCumNo-
bisy de'9 ottobre 1 8 1 8: Nonnullasfacul-
tates Archiepiscopo Varsavien. par dm
ad qui/iquenniuin, partim ad triennium
concediti quibus tamquam S. A. Dele-
gata* utatur. Questo Papa inoltre col
breve Romani Pondfices, de' 6 ottobre
1818, Bull. Rom. cont. 1. 1 5,p. 127: Ani'
pliatio privilegiorum font concessorum
Andstibus Ecclesiae Farsaviensis. Pri n •
cipalmeufe concesse agli arcivescovi prò
tempore il titolo di primate del regno
di Polonia j e per la magnificenza e splen-
dore della chiesa metropolitana pe'polac-
chi latini nell'impero russo, ac in s. Se"
dis communione permanendbus, ut qui"
busvis anni temporibus ubique locorum,
et in omnibus et singulis funclìonibus
habitutn rubri, seu purpurei coloris ad
instar S. R. E. Cardinalium , nempe.
collarem, vestem talarem}'cingulum seti
fasciam, mantellettamt mozzettam, cali-
gas, biretum (excepto tamen pileo seu
subbireto rubri, seu purpurei coloris,
cu) us usus eidem vcn. fratri Francisco
moderno archiepiscopo Varsaviensì, e-
jusque successoribus nunquam conces-
simi, quin imo expresse et specialiter in-
terdictus sit et esse intelligatur, utpole
peculiare ejusdem S. R. E. Cardina-
lium insigne) deferre, et geslare libere ,
ac licite possi nt, et valeant, ea fame a
lege, ut pr aesenti privilegio habitus ru-
bri coloris ubique locorum gestandi di-
clus archicpiscopus,ejusquc successores
merum dumtaxat majoris onorificcn-
tiae signum prò sublimi coruni digni-
tatct non autem majorem jurisdictio-
nem, nec ulluni majusjus acquirant. et
non alias alitcr, nec alio modo apostoli-
ca auctoritate tenore praesendum con-
ce diuius et i/ululgcmus, ac licentiam et
VAR
facultalem desuper impertimur. Il i.°
suffraganeo dell'arcivescovo di Varsavia
per Lowitz, fu Daniele Astrow>ki di Ma-
luszyn arcidiocesi di Gnesna, e canonico
di quella metropolitana, fallo vescovo di
Betsaide in partibus da Pio VII a' i 8 di-
cembre 18/ 5, allorché lo die in suffraga-
neo all' arcivescovo di Gnesna. Inoltre
P>o VII nel concistoro de'i 7 dicembre
1819 nominò i.° arcivescovo di Valsa-
la Stefano Hotowczyc, traslato dal ve-
scovato di Sandomir (e siccome in quel-
l'articolo ne dissi i.° vescovo Burzynski,
qui aggiungo che il i.°veramentefu Adal-
berto Giorski diMarsovia diocesi di Plosko
già di Rielce, vescovato soppresso dallo
stesso Papa, ed immediato suo successore
fu l'Holowc/yc : ora la sede di Sandomir
è vacante). A'3o poi dello stesso mese Pio
VII emanò il breve Romani Ponti/i-
cesy presso il Bull, cit., p. 162 : Conces-
sio insignium indumenlorum prò ar-
chiepiscopo Varsaviensi. E' una confer-
ma del tenore del precedente breve, in
favore dell'arcivescovo Hotowczyc e suoi
successori. Qui è opportuno ricordare il
breve dello stesso Pio VII, Expositum
nobis, de*26 settembre 1820, Bull, cit.,
p. 338 : Facultas utencli vestibus Epi-
scopalibus prò Religiosis regni Polo-
nine, qui ad episcopalem dignitatem
promovenlur.Lecme XI I a' 1 2 luglio 1824
elesse arcivescovo Adalberto Skarzewski,
di Janow diocesi di Leopoli, già 1 .° ve-
scovo di Lublino. Lo stesso Papa gli die
a suffraganeo a' 9 aprile 1827 France-
sco di Paola Pawtowski, di Czersk nella
Pomerania, decano della cattedrale di
Wladislavia, colla ritenzione di tal digni-
tà e il titolo vescovile in partibus dì Dui-
ma nella Bosnia. Inoltre Leone XII nel
concistoro de'28 gennaio 1828 traslatò
dalla sede di Cracovia a quest'arcivesco-
vato Gio. Paolo Woronicz, di Bordow
diocesi di Luceoria. Per sua morte, Gie-
gorioXVI nel concistoro de'21 novembre
1806 preconizzò arcivescovo Stanislao
Ivostka Choromanski, eli Nicadzwiedzk
VAR i53
diocesi di Seyna, traslato da Ad raso in
partibus, titolo avuto nel 1828 quan-
do fu falto suffraganeo di Auguslow e
Seyna. Quindi a'2 ottobre 1837 die per
suffraganeo a mg.r Choromanski, mg.r
Tommaso Chmielecwski di Plosko, pre-
posilo di quella cattedrale, col titolo ve-
scovile in partibus dì Grazia nopoli. L'ar-
civescovo Choromanski riordinò l'acca-
demia ecclesiastica di Varsavia con suo
regolamento, e morendo neh 838 circa,
restò lungamente vacante la sede di Var-
savia. Nella celebre allocuzione Haeren-
lem din animo Nostro s pronunciata da
Gregorio XVI nel concistoro de'22 lu-
glio 1842, deplorò perchè in conseguen-
za degli ukasi imperiali del 1 833 ei834
arami eretti due vescovati del culto greco
non imito in Varsavia e in Polosko, e-
rasi tolta una magnifica chiesa acattolici
nella i .adi quelle due città per cattedrale,
riportandosi i due ukasi ne\V allocuzio-
ne a p.i 1 e 64; mentre a p. 1 9 e 1 8 1 si leg-
gono le rimostranze dello stesso Papa per
l'ukase col quale nel 1 842 stesso era stato
eletto per rapporto del luogotenente del
regno di Polonia, a suffraganeo di Lowitz
nell'arcivescovato di Varsavia Antonio
Roto wskiDoyen del capitolo metropolita^
no, quasi che la provvista de* vescovati e
de'suifraganei non dipenda essenzialmen-
te dal capo della Chiesa cattolica, per cui
non fu riconosciuto dalla s. Sede. Final-
mente potei celebrare nel voi. LXXXI,
p. 4^2, che la vedovanza lagrimevole
delle chiese cattoliche nella Polonia e
nella Russia terminò per 4 eli esse, fra le
quali questa di Varsavia , che nominerò
in fine, così furono provvedute 4 dell'8
sedi episcopali che conta la Polonia. Im-
perocché il Papa Pio IX nel concistoro
de' 18 settembre 1 856 promulgò l'attua-
le arcivescovo mg/ Antonio Fiiatkowski
dell' arcidiocesi di Posnania e Gnesna,
Questo prelato nel concistoro de'27 gen-
naio 1842 da Gregorio XVI era stato
preconizzato vescovo di Ermopoli in par-
tibusyt fatto suffraganeo di quello di Pia»
i54 VAR
sko; già esaminatore diocesano e provve-
ditore del seminario di Wladislavia, uffi-
ciale generale, superiore dell'ospedale e
j.° consultore; nou che uditore dell'ar-
ci vescovo di Varsavia,e canonico di Wla-
dislavia, lodandone la gravità, la pruden-
za,la dottrina, le altre ottime qualità e la
capacità nelle funzioni ecclesiastiche. O-
gm nuovo arcivescovo è tassato ne'Iibri
della camera apostolica in fiorini 800,
ascendendo le rendite della mensa ad
octogìuta eircit&r mille fio reno s polo iri-
cosyseuadocto mille fere sculaia roma'
ita. L'arcidiocesi è vasta, e si estende in
lunghezza a 3o miglia ed in larghezza a
i 5, biscenlum ocloginla paroccias\plu~
raq ite alia sub secomplectitur loca. Tra
i progressi che il cattolicismo va facendo
in Polonia, si deve annoverare il molti-
plicarsi delle associazioni e delle congre-
gazioni religiose dedicate al servizio del
prossimo. Le suore della Misericordia e
la società di s. Vincenzo de Paoli, già si
sono diffuse per tutte le provincie, occu-
pandone le capitali e tutt'i luoghi alquan-
to ragguardevoli. A queste si aggiungo-
no le suore del Sagro Cuore di Gesù, le
orsoline, e le così dette servule, che tutte
sono consagrate all'educazione. Le ser-
i'ule specialmente hanno per fine l'istmi-
re i fauciulli più. rozzi, e di servire la po-
veraglia più misera delle campagne. Elle
medesime sono tutte prese dal contado e
formano un ordine interamente contadi-
no, in cui dopo un annodi noviziato, (alti
i voti triennali di povertà, di carità e di
sacrifizio per l'amore del prossimo, sono
mandate a tre a tre ne' diversi villaggi,
dove si occupano di assistere i malati e
derelitti, d'istruire i fanciulli, e di lavo-
rare pel signore del villaggio quel tratto
di campo odi orticello che loro viene as-
segnato pel sostentamento; giacche da'
fondi dell'ordine non altro ricevono che
l'abitazione. Questo bell'istituto è di re-
centissima origine, e grazie allo zelo di
mg/ Leone di Przystuski arcivescovo di
Guesua e Posuauia, e alla generosa pietà
VAR
de' polacchi, va prosperando nel gran-
ducato di Posuania meravigliosamente:
cinque di queste piccole case religiose di
contado sono già stabilite e parecchie al-
tre staouo per aprirsi, mentre con edifi-
cazione un gran numero di candidate sol-
lecitano la grazia d' essere ammesse tra
le suore, a servire per amor di Dio isuoi
poverelli. La Civiltà Cattolica, che tutto
ciò riporta nel luogo già suratneutovato,
nel t. 3, p. 366 riproduce lo Stalo del
Cattolicismo in Russia, desunto da una
rivista mensile del ministro dell'interno,
astenendosi di farvi considerazioni. Sebbe-
ne non si può non riconoscervi una qual-
che importanza, per avere io sviluppati
gli argomenti che gli hanno relazione, ri-
ferendo eziandio l'ultimo concordato, do-
vrò contentarmi a solo far cenno della
parte che riguarda la statistica dellaChie-
sa cattolica in Russia. » Il numero de'fe-
deli cattolici d'ambo i sessi in tutto l'im-
pero ascende a 2,752, 787 (qui soltanto
giustamente osserva la Civiltà Cattoli'
ca, che secoudo la statistica ufficiale del
1846, novera varisi 7,300,000 cattolici
romani, oltre un gran numero di armeni
cattolici romani anch'essi, ma indicati in
questa statistica colla rubrica di armeni
cattolici, e armeni gregoriani 1,000,000.
Egli è chiaro che nel numero dato iu que-
sto luogo dalla suddetta rivista mensile,
non si comprendono i cattolici polacchi
e gli armeni, parlandovisi solo de'catto-
lici soggetti alle diocesi della Piussia pro-
priamente detta. Rammenterò che nel
1 847, in conseguenza dell'ultimo concor-
dato fra la Russia e la s. Sede, il Papa Pio
IX istituì le sedi vescovili di Cherson e
Terraspol 0 Tiraspol, nel quale 2.0 ar-
ticolo riparlandone, nota» che ad essa fu
riunita la prima, per gli armeni, pel ri-
ferito altresì nel voi. LI, p. 3^4» e Per
gli altri cattolici loutaui dalla metropoli
di Mohilow nella parte meridionale della
Russia, e soddisfare eziandio a' bisogni
religiosi de' coloni tedeschi stabiliti in
quella contrada). Si contano 41 io pur*
YAR
rocchie,47 monasteri d'uomini che dan-
no usilo a 3 1 3 monaci (nel voi. LXV, p.
55, relliiìcai il numero de'molti religiosi
domenicani esistenti in Polonia e Rus-
sia), e 2D monasteri di donne per 4^°
religiose; 79 alti dignitari dei clero seco-
lare^ 2226 preti di parrocchie. Sono de-
stinate al mantenimento del clero le pro-
prietà fondiarie, ed i capitali del clero
cattolico romano passati sotto l'acumini-
strazioue della corona dopo il 1 84 • • Que-
ste spese ascendono annualmente alla
somma di 700,000 rubli d'argento, cor-
rispondenti a 2,800,000 franchi. I semi-
nari istituiti in ciascuna diocesi, e l'acca-
demia ecclesiastica di Pietroburgo (V.)
come alta scuola di questa confessione,
servono all'istruzione del clero cattolico
romano. Questi stabilimenti contengono
36o allievi. La loro direzione superiore
appartiene a' capi delle diocesi , i quali
scelgouo tanto i rettori, quanto gì' ispet-
tori, la cui nomina dev'essere comunica-
ta al governo. Diritti simili a riguardo
dell' accademia sono devoluti al metro-
polilano nella sua qualità di arcivescovo
di Mohilow. Quanto concerne 1' ammi-
nistrazione degli affari della Chiesa cat-
tolica è ripartilo in tre istanze. L'ammi-
nistrazione diocesana, il collegio ecclesia-
stico, e il ministero dell'interno. L'am-
ministrazione diocesana è affidata al ca-
po della diocesi, assistito dal concistoro
del capitolo. Tutto il clero secolare e re-
golare è sottoposto alla medesima. Rela-
tivamente al vescovo , il concistoro ha
voce deliberativa, e si compone di mem-
bri ecclesiastici nominati dal capo della
diocesi. 11 collegio ecclesiastico è compo-
sto sotto la presidenza del metropolita-
no, d'assessori scelti in ciascuna diocesi.
Esso soprintende in ispecial modo all'an-
damento degli affari nelle diocesi, e all'e-
secuzione degli ordinamenti prescritti dal
governo. Vi è aggiunto un procuratore
nominato dal governo. Finalmente l'al-
ta vigilauza e l'amministrazione superio-
re degli affali del cullo cattolico ruma-
VAR \55
no in Russia sono concentrate nello spar-
limeulo de' culti stranieri del ministero
dell'interno". L'arcivescovo di Varsavia
( P altro nuovo arcivescovo è quello di
Mohilow mg.r Veuceslao Zyliusk i) ed
i vescovi di Podlaohia, e di Cujavia o
Wladislavia preserogià possesso delle lo-
ro sedi : i due vescovi furouo già con sa-
grati iu Varsavia nel gennaio 1 837. Quel-
lo di Podlachia mg.1 Beniamino Szyman-
ski di Varsavia, cappuccino, nolo ed a-
tnato dall'intera Polonia, ov'è pure as-
sai stimato il suo benemerito ordine, en-
trò nel possesso in Janow nel giugno cou
islraordinaria pompa. Egli successe a
mg,r Gutkowski, che ebbe a soifrire, per
la giustizia, la carcere e molte altre ves-
sazioni, e fu perciò lodato ampiamente
da Gregorio XVI nella sullodata allocu-
zione. Egli rinunziò la sua sede, e vive
in un monastero di Leopoli in Galizia.
LaCiviltà CaUolica,$ev\e 3«a,t. 8,p. 5o8,
descrive il festeggiamento di Cracovia pel
6.° centenario della morte di s. Gia-
ciuto, discepolo di s. Domenico, aposto-
lo de'paesi russiani, le cui reliquie ripo-
sano nella chiesa de'domenicani di Cra-
covia ; e vi si espose lo stendardo coll'ini-
magine del santo, donato da Clemente
Vili quando lo canonizzò; canonizza-
zione ch'ebbe luogo al tempo del sinodo
di Brzesc quando i russiani si riconcilia-
rono colla Chiesa cattolica. Cracovia è
una città che conta ma™ior numero di
chiese e di cou venti. Vi sono i domeni-
cani, i francescani, i carmelitani, gli ago-
stiniani, i cislerciensi, i preinostrateusi, i
canonici Lateranensi, i camaldolesi; le
benedettine, le francescane, le carmeli-
tane, le premostratensi, le suore della Vi-
sitazione, le canonichesse di s. Spirilo in
Sassia, che non più esistendo in Roma,
si sono conservate in Polonia. I gesuiti
ebbero collegio e casa professa in Craco-
via. Quanto al censimento operato nel-
lo stesso 1 857 nella Polouia, ha pre-
sentato le seguenti cifre, riferite a p,
1 169 del Giornale di Roma. Per la pò-
i56 VAS
polasione 4696,918 abitatili, ripartiti
sopra un'estensione di 2,32o miglia qua-
drale, ossia 131,670 chilometri quadra-
ti, il che fa 2024 abitanti per ogni mi-
glio quadrato, ossia 36 per ogni chilo-
metro quadrato. E poi assai interessante
il riportato dal medesimo Giornale del
i858 a p. 286 di questo tenore. »» Co-
me è noto, in Russia presso i cristiani di
confessione greco-orientale è tuttora in
attività il così detto Calendario Giulia-
no, introdotto da Giulio Cesare, e con-
servato dopo la caduta dell' impero ro-
mano anche nello stile cristiano di Ro-
ma e Costantinopoli. Per l'occidente gli
errori astronomici in esso contenuti, fu-
rono rettificati nel i582 dal Pontefice
Gregorio XIII; ma l'oriente greco-cat-
tolico, compresavi la Russia, conservò
l'antico suo calendario. Però sembra che
i difetti del calendario Giuliano ed i suoi
inconvenienti nelle relazioni coli' Euro-
pa occidentale vengano di nuovo rico-
nosciuti pubblicamente in Russia, giac-
che nella Gazzetta russa di Pietroburgo
Jeggesi la seguente proposta per l'intro-
duzione del nuovo calendario in Russia :
Jn vece di seguire l'esempio di tutti gli
altri stati Dell'introdurre il nuovo calen-
dario ed ommetlere quindi lutto di un
trailo i3 giorni, si dovrebbe ommetle-
re piuttosto 14 volle i giorni intercalari
d'ogni quarto anno, Così l'antico calen-
dario si migliorerebbe successivamente
ed insensibilmente, e nell'anno 1912
verrebbe messo d'accordo col nuovo ca-
lendario così detto Gregoriano. In oggi
il nuovo stile è innanzi al vecchio di 12
giorni ; nel T anno 1882 esso gli sarà a-
\anti di i3 giorni. L'om missione di i3
giorni sarebbe adunque sufficiente, giac-
ché il i4 avrebbe ad essere orn messo
appena alla metà del secolo XX- La
medesima sarebbe compiuta uell* anno
ti
Jf)l2 .
VASA. V. Wasa.
VASAUAoBASADA, ONASADA o
SABADA. Sede vescovile della proviti-
VAS
eia di Licaonia, nell'esarcato d'Asia, sot-
to la metropoli d'Iconio ; ebbe i seguenti
7 vescovi. Teodoro, fra i padri del con-
cilio di Nicea del 32 5, assistette pure a
quello d' Antiochia del 34 1 ; Severo, di
cui è fatta menzione nella lettera canoni-
ca di s. Basilio ; Olimpo, pel quale One-
siforo suo metropolitano sottoscrisse al
concilio di Calcedonia nel 4^i; Grego-
rio pose la sottoscrizione alla relazione
che il concilio di Costantinopoli fece al
patriarca Giovanni relativamente a Se-
vero d'Antiochia ed a'suoi aderenti ; Co-
none sottoscrisse a' canoni in Trullo ;
Miceforo e Nicola, uno de'quali fu ordi-
nato da s. Ignazio e l'altro da Fozio. O-
riens chr. 1. 1, p.1076.
VASI SAGRI, Vasa Sacra. Arnesi,
ornamenti sagri ed ecclesiastici, Arredi
sacri (V.)) Suppellettile sagra (F.)t U-
tensili sagri (F.), inservienti alla sagra
Liturgia (F.) e altri Uffizi divini (F.).
Vaso, Fas, Fasuntf Crater, Urna , no-
me generale di tutti gli arnesi fatti a fi-
ne di ricevere o di ritenere in se qualche
cosa, e più. particolarmente sostanze li-
quide.Quindi vasoda Fino(F.),Trullai
vaso d Acqua (F .), Hydria, vaso di ter-
ra o fittili, Fietilia, e tornai a parlarne
nel voi. LXXXIV, p. 228. Fas /usile,
Vas productile fu detta la Campana
(F.),come rilevaZaccaria neìì'O/iomasli-
conRititale.Neì la s. Scrittura il termine di
vaso è generalissimo, e significa cose fra
loro assai differenti. Parlando del Ta-
bernacolo e del Tempio di Salomone
(F.)t significa tuttociò che contenevasi
e nell'uno e nell'altro, sia per ornamento,
sia per arnese in servizio del culto divi-
no. Giacobbe volendo dire che i suoi fi-
gli Simeone e Levi erano guerrieri fero-
ci e ingiusti, li chiama Fasa iniquitalis
bellantia.Neì salmo 7 le freccie sono chia-
mate vasi di morte , cioè strumenti di
morte. Dio diceche s. Paolo è un vaso
di scelta, Vas electionist cioè uno stru-
mento scelto da lui a portare il suo nome
innanzi alle genti, a're, a'figli d'Israele.
V A S
Lo stesso s. Paolo ch'in mn il nostro cor-
po un vaso di creta , e chiama vasi eli
misericordia , vasi di gloria , quelli che
Dio degnOssi di chiamare alla fede, e va-
si d'ira, vìisì d'ignominia, coloro che la-
sciò nella infedeltà, negli errori che pro-
durranno la loro perdizione. Il Macri nel
Hiero le xicon, diceche Vaso, Christi fu-
rono di frequente appellate le Religiose
(V.) ; e frasa infirmiora furono chia-
mate da s. Pacomio nella sua regola le
Donne, per la debolezza del sesso. Gli
antichi erano persuasi che le corna de-
gli animali fossero stati i primi vasi di
cui siasi fatto uso per conservare e bere
i liquori, e quest'uso ha sussistilo per lo
meno per lunghissimo tempo pi esso molti
popoli. L'olio sagro del Tabernacolo de-
gli ebrei per consagrare i Re (I7.), era
conservato entro un corno. Galeno osser-
va,che in Roma misura vasi l'olio, il vino,
l'aceto, il miele in vasi di corno, di che
ne parlano chiaramente Orazio e Cesare.
Plinio attribuisce in generale lo stesso uso
a tutti i popoli settentrionali. Senofonte
fo la stessa osservazione riguardo a molli
popoli d'Europa e d' Asia. Gli antichi
poeti rappresentavano sempre i primi e-
roi che sorbivano i liquori da'eorni ; que-
sta sorte di coppe si dicono ancora assai
comuni nella Giorgia. Assicura Bartolino
che altre volte nella Danimarca non be-
vevasi che in corni di bovi, e in una gran
parte dell' Africa essi sono il solo vasel-
lame che si conosca per conservare i li-
quori. JNon si dovettero tuttavia tardare
a immaginare i vasi di terra colla, giac-
ché di essi usarono alcuni de'più antichi
popoli. Nella s. Scrittura parlasi più volte
del vasaio o facitore de' vasi di creta. Ge-
remia rappresenta il vasaio che lavora
alla ruota ; l'autore dell'Ecclesiastico de-
scrive il vasaio colla creta nelle roani,
nell'atto d'impastarla e metterla in ope-
ra, e per usarne a suo arbitrio. Iddio per
mostrare la sua suprema possanza sugli
uomini si serve talvolta della similitu-
dine del vasaio, che fa della creta ciò che
VAS i57
vuole. Cnmpodel Vasaio o del Sangue
si chiamò quello acquistato da Giuda co'
trenta denari, prezzo del tradimento del
Salvatore; Si giunse in appresso a prepa-
rare le pelli degli animali, e renderle pro-
prie alla conservazione de'liquori. L'uso
degli olii è antichissimo, riferendo la Ge-
nesi che quando Abramo cacciò Agar,
le mise sulle spalle un otre pieno di ac-
qua. Sembra persino che in quei tempi
remoti, gli otri fossero i vasi di cui faceva-
si uso più comunemente per conservare
i vini e gli altri liquori : Giobbe lo fa co-
noscere positivamente. Questi primi vasi
dati dalla natura, come pure quelli che
furono formati a di lei imitazione,furono
in appresso, comechè non si possa deter-
minare precisamente l'epoca, surrogati
da altri, le cui forme ci sono descritte con
grande varietà da Ateneo nel lib. xi. Gli
antichi artefici volevano dare a ciascun
vaso e a ciascun utensile la forma piìi con-
venevole all'uso loro, e nello stesso tem-
po la più piacevole allo sguardo. 1 greci
e i romani impiegarono grande profusio-
ne e molta magnificenza nelle loro diver-
se specie di vasi, de'quali gli uni ornava-
no i deschi e le credenze de'maggiorenti,
e gli altri servivano agli usi domestici.
Questi vasi erano di bronzo di Corinto,
di Delo o di Egina, oppure d'argento, e
sovente arricchiti d'ornamenti in rilievo,
che talvolta erano cesellati sul vaso me-
desimo; qualche volta quegli ornamen-
ti erano lavorali separatamente e fissa-
ti poi sui vasi mediante saldature; al-
tre volte vasi di bronzo erano coperti da
solida piastra d'argento, sulla quale si
erano cesellali ornamenti e figure. An-
tioco re di Siria, traversando la Sicilia,
era provveduto di gran numero di va-
si, de' quali la maggior parte erano di
argento, altri d' oro arricchiti di pietre
preziose ; tra questi eravi un vaso for-
mato di una sola gemma co! manico d'o-
ro. Quello che si raccoglie dagli antichi
scrittori sul numero di questi vasi, cop-
pe esimili, ne sembrerebbe incredibile,
i58 VAS
se essi non aggiungessero che que* vasi
erano in massima parte asportati dalie
provincie conquistate. I romani non pre-
giavano sempre i vasi secondo la qua-
lità della materia di cui erano compo-
sti, ma miravano soprattutto alla rari-
tà loro: sovente preferivano a' vasi d'o-
ro e d'argento que'di terra cotta, di qual-
che pietra o d' altra materia rara e sin-
golare, a seconda della moda che s'intro-
duceva nella qualità e forma di quegli
utensili. Dopo la vittoria ottenuta da Fla-
minio sopra Filippo re di Macedonia, fu-
rono portali a Roma gran numero di vasi,
di cui una parte erano di bronzo, ornati
di sculture in rilievo. A' tempi di Cesa-
re si stimavano assai gli antichi vasi di
metallo, che si erano trovati ne' sepolcri
di Capua, allorché in quesla città fondos-
si la nuova colonia romana : si stimava-
no del pari assai i vasi di bronzo e di ter-
ra colta trovati ne'sepolcri all'epoca del
ristoramento di Corinto. Ma sembra che
quegli utensili non fossero impiegati a usi
domestici, ma che si conservassero soltan-
to come monumenti dell'arte. Per gli usi
ordinari i ricchi servivansi in quel tempo
di vasi d'oro e d'argento riccamente fog-
giati. Lucio Scipione ne portò di somi-
glievoli dall' Asia, dopo finita la guerra
col re Antioco. Vene fondò a Siracusa
una officina particolare, nella quale scul-
tori e orefici erano impiegali a converti-
re in vasi di diverso genere l'oro ch'egli
aveva rapito dalla Sicilia. Pompeo con-
sagrò al tempio della Fortuna la colle-
zione de' vasi di Mitridate. Egli fu, secon-
do Plinio, il[.°che fece conoscere a* ro-
mani i vasi murrini , che si preferivano
allora, a cagione della loro rarità e no-
vità, persino a'vasi d'oro. Sotto Vitellio
i vasi di terra colta di bel lavoro e di fór-
ma elegante furono preferiti a'vasi mur-
rini. Questi vasi murrini giunsero in Ro-
ma ad altissimo prezzo, e non sarebbero
stati se non di terra cotta, se fondata fosse
l'asserzione di coloro che gli hauno con-
fusi colle porcellane. 1 vasi sagri, di cui
VAS
fncevasi uso ne' Sacrifizi e nell'altre re-
ligiose ceremonie, erano di terra, anche
allorquandoil lusso ebbe introdotti quelli
d'oro e d' argento nelle case particolari.
Però le patere, strumenti de'sagrifizi che
servivano a parecchi usi, erano una spe-
cie di tazze di bronzo, e nella maggior
parte di metallo bianco, lavorate al tor-
no con tutta la possibile precisione tanto
al di dentro quanto al di fuori, di tutte le
forme. Ne' bagni si faceva uso di vasi
della medesima forma. Servivano le pa-
tere per ricevere il sangue delle vittime
che s'immolavano, e per versare il vino
fra le corna delle vittime cornute. Ser-
vivano altresì per le libazioni d'acqua e
di vino, e per versare del miele sia sul-
l'ara, sia sulla vittima. Diversi numi fu-
rono rappresentati con patere nelle ma-
ni, qual simbolo delle offerte che loro fa-
cevansi. Presso i romani non eravi una
casa che non avesse una patera, o un a-
cera, ossia turibolo, forzieretto in forma
quadrata, nel quale metlevasi 1' incenso
per arderlo a'tiumi , ed anco a' defunti
fino dal momento in cui cominciavano i
funerali, il che facevano i parenti e ami-
ci. Pressogli antichi i vasi servivano qual-
che volta di premio ne'giuochi pubblici:
egli è per questo che sulle medaglie e
sii altri monumenti si vedono spesso vasi,
alcuna volta con palme, e de'quali erudi-
tamente ragiona Buonarroti ne\\' Osser-
vazioni sui medaglioni antichi. Secon-
do Aulo Gellio, i samii furono gl'inven-
tori delle stoviglie, e quelle dell'isola di
Samo erano ricercatissime da' romani.
Samia vasa edam mine in esculentis
laudantur% dice Plino. Tanta era 1' ab-
bondanza e varietà de' vasi in Samo, che
si formò l'antico ditterio: Vender vasi
a Samo, e portare nottole ad Atene, e
coccodrilli in Egitto, esser cosa inutile.
Celebri e numerosi souo i vasi fittili di
Toscana, Veio (P\) ec, o etruschi, l'in-
venuti in gran copia ne sepolcri
del
genere funerari, ed anche d'ornato, da
tavola e da bere. Sono sommamente
V A S
pregevoli per l'antichità remota e per
le loro forme eleganti e gentili. Pare che
buona parte de' vasi etruschi trovati nel-
le tombe, debbansi considerare piuttosto
come vasi sagri, che forse si consegnavano
agl'iniziali ne'misteri di Bacco e di Cerere
o altra deità, e con essi si seppellivano,
a que'misteri oa quelle divinità riferen-
dosi notabile parte delle rappresentazio-
ni colorate per ornamento de' vasi. Molto
si è scritto sul modo in cui si dipingeva-
no, ed alcuni ritengono assai probabile
che si applicasse sul vaso un ritaglio d'u-
na materia pieghevole, come sarebbe la
nostra carta, e che si coprisse di vernice
il rimanente del vaso. I contorni delle fi-
gure rimanevano per tal modo delineati
nell'argilla che conservava il suo colore
naturale, e il pittore non aveva al più che
aggiungere in alcuna parte qualche tocco
leggiero per indicare i lineamenti più mi-
nuti o qualche ombra nelle piegature.
Ne a questa congettura si oppone 1' os-
servazione fatta dagl'intelligenti, che in
alcuni vasi si vedono i contorni delineati
con un istromento tagliente, non esclu-
dendo questa pratica , che forse adope-
ra vasi solo allorché la creta era molle.
Si può vedere Fr. Inghirami, Pittura
de vasi etruschi, Firenze 1 8 53 con tavole.
Belle collezioni di questi vasi,come di pie-
tre superbe e di metalli, adornano molti
musei. Molto poi si è disputalo intorno
i vasi tericleani o tericleensi, spesso men-
zionati ne' classici greci: probabilmente
traevano essi il nome dali." loro fabbri-
catore, ed erano fatti di terra cotta, in
forma di calice ; in appresso se ne forma-
rono di metallo, di avorio, di legno , di
Vetro (V.). La conservazione de' vasi an-
tichi grandemente giovòal miglioramen-
to dell' arte de' nostri vasai, che preci-
puamente fiorirono in Faenza,\n Urla-
nia, in Urbino, a Gubbio ed a Pesaro j
ed anche de' fabbricatori di porcellane,
da che il raffinamento del buon gusto fe-
ce comprendere, che solo coll'imitazione
di que'vasi si ponno produrre le forme
V A S l5g
più belle, più svelte, più eleganti. Abbia-
mo di L. Frati, Raccolta di maioliciie
dipinte delle fabbriche di Pesaro e
della provincia Metaurense, Bologna
t844 con figure. Celebri sono le fab-
briche di Francia, di Sassonia, d' In-
ghilterra, di Prussia ec. Le forme dei
vasi della Cina, del Giappone e dell' In-
die orientali non mancano alcuna volta
d'eleganza: non sempre però sono ra-
gionate; ma di questo giova forse cercar-
ne la ragione ne' costumi e nell' idee di
que' popoli.
Iddio manifestò a Mosè come doveva
a suo onore costruire il Tabernacolo del-
l'Alleanza, i vasi, le Vesti sagre pe' mi-
nistri del culto, le oblazioni e le vittime
che se gli dovevano offrire, i profumi da
presentarsi sull'altare e persino la sua
composizione ; non meno della descrizio-
ne d'un bacino di rame, nel «piale i sa-
cerdoti dovevano lavarsi le mani e i pie-
di, e quella altresì della composizione di
un olio di Unzione per ungere i sacer-
doti e i vasi dello stesso tabernacolo nel
giorno di loro consagrazione. 11 sontuo-
sissimo e meravigliosissimo Tempio di
Salomone, da questore innalzato al vero
Dio e con suo disegno, fu splendidamen-
te fornito d'un immenso numero di pre-
ziosi vasi d'ogni specie, per l'esercizio del
culto e per l'uso de'sacerdoti, di che par-
lai in tale articolo e meglio si può leggere
nel p. Calmet, Storia dell'antico e nuo-
vo Testamento, t. r, lib. 4- H famoso ar-
tefice Irammo di Tiro fece un grandis-
simo vaso di bronzo destinato a conser-
var nel tempio l'acqua per l'uso de'sa-
cerdoti, che per la vasta sua ampiezza
fu denominato Mare: sotto di esso da 4
lati i sacerdoti vi andavano a purificarsi
nel sottoposto bacino, uscendo V acqua
dal piede del vaso per via di 4 grillet-
ti. Salomone fece fare degli altri vasi di
bronzo amovibili sopra ruote di bronzo,
secondo i bisogni del tempio, 5 altari pei
profumi e 5 pe' pani di proposizione, e
tutti i vasi che servivano a questi aliali
i6o V A S
ed i candelieri erano d'oro. La s. Scrit-
tura dice eli 'era n vi ioo bacini d'oro, ma
lo storico Gioseffo Flavio nell'Antichità
Giudaiche, ne riferisce un numero assai
maggiore, poiché dice. Vi erano, oltre
la gran mensa d'oro sulla quale mette-
vansi i pani di proposizione, 10,000 al-
tre mense, sopra le quali si collocavano
de' piatti e delle patene d'oro in numero
di 20,000, e d'argento 4o,ooo. Salomo-
ne fece di più 10,000 candelieri d'oro,
80,000 coppe d'oro per fare le libazio-
ni del vino, 100,000 bacini d'oro, e
200,000 d'argento, 80,000 piatti d'oro,
ne* quali offri vasi sull'altare la farina
impastata, e due volte altrettanti piatti
d'argento per usi somiglianti: 60,000
piatti d'oro, ne' quali impastavasi il fior
di farina coli' olio, e due volte altrettanti
piatti d'argento; 20,000 hin o piccole
brocche d'oro per contenere i liquori che
oflrivansi sull'altare, e 40,000 d'argen-
to; 20,000 incensieri d'oro, ne' quali
portavasi l'incenso nel tempio, e 5o,ooo
altri, ne'quali portavasi del fuoco dal-
l'altare degli olocausti persino nell'al-
tare d'oro nella Santa. Soggiunge Gio-
seffo, che essendovi alcuno di que' vasi
guasto o rotto, correva l'obbligo di farlo
fondere di nuovo. Queste enumerazioni
di Gioseffo, particolari e distinte, la s.
Scrittura le rende credibili, dicendo che
il numero di que' vasi era infinito, e il
peso del metallo che vi fu impiegato su-
perava ogni notizia. Le padelle di fuoco,
le pentole, le caldaie, le padelle, forchete
te e gli altri slromenti che dovevano ser-
vire all'altare degli olocausti, ed erano
destinati a passare pel fuoco, erano di
bronzo come pure l'altare, e il numero
di questi stranienti era proporzionato al-
la grandezza ed alla magnificenza del ri-
manente. Sotto il regno del figlio Ro-
boammo, Iddio per punire gl'israeliti per-
mise che Sesac re d'Egitto prendesse Ge-
rusalemme, e se ne tornò in Egitto, dopo
aver rapito i tesori del tempio e quelli del
re. Dipoi Josia re di Giuda ordinò per
V A S
tutto il regno raccolte di denaro per la ri-
parazione del tempio, e con quello avan-
zato si fecero nuovi vasi pel suo servizio,
come incensieri, vasi, trombe, forchette
e altri stranienti d'oro e d'argento. Acaz
re di Giuda, empiamente abbandonatosi
all'idolatria, si rese tributario di Teglat-
falasar re d'Assiria, spogliò il tempio, ne
tolse i vasi più preziosi, lo fece chiudere,
e in tutte le piazze innalzò altari profani.
Gl'israeliti nuovamente avendo provo-
calo la collera del Signore , per castigo
piombò su loro Nabucodònosor re d'As-
siria, il quale espugnata Gerusalemme,
saccheggiò il tempio, portando seco in
Babilonia i vasi più preziosi della casa
di Dio, e li pose nel suo palazzo di Babi-
lonia, di dove li trasferì nel tempio del
suo Dio. Fra' molti ebrei che seco con-
dusse cattivi vi fu il profeta Daniele, il
quale co'suoi compagni Sidrac, Misac e
Abdenago lo fece allevare nel proprio pa-
lazzo, e lo colmò di onori dopo l'esplica-
zione del sogno sulle monarchie; poscia
restituì i vasi tolti dal tempio di Gerusa-
lemme, uel quale si offrirono vittime e si
pregò per Nabucodònosor e pel suo ni-
pote Baldassare considerato figlio come
erede presuntivo dell' impero. Ma ribel-
latosi Sedecia re di Giuda contro Nabuco-
dònosor, questi co'suoi caldei marciò a
Gerusalemme e s'impadronì della città e
del tempio, dando fine al regno di Giuda.
I caldei ridussero in pezzi le due grandi
colonne meravigliose di bronzo fatte da
Irammo, ch'erano avanti il vestibolo del
tempio; spezzarono pure il vaso di bron-
zo detto Mare co' 1 2 bovi deilo stesso me-
tallo disposti in 4 gr0ppi e formanti le
sue basi, ch'era servito pel comodo de'sa-
cerdoti e per l'uso del tempio. Ne traspor-
tarono il tutto colle caldaie, colle coppe,
colle forcine, co'mortai, cogl' incensieri e
con tutti gli altri vasi che si trovarono
nel tempio, tanto d'oro e d'argento, quan-
to di bronzo. Il peso di tutti questi vasi
era infinito. L'esercito caldeo, dopo aver
bruciato il tempio, la città e il palazzo,
VA S
demolì le mura di Gerusalemme, e con-
dusse il popolo schiavo al di là dall'Eu-
frate, tranne il popolo minuto della cam-
pagna. Fu allora che il profeta Geremia
da'sacerdoli fece nascondere il fuoco sa-
gro; e coi medesimi portò nel deserto,
in una caverna del monte ov'era morto
Mosè, l'Arca dell'Alleanza, il Taberna-
colo e l'altare de' profumi, e ne chiuse
con ogni diligenza l'ingresso. L'Arca non
fu più. ritrovata, ne potè collocarsi nel i.°
tempio fabbricato dopo il ritorno dalla
cattività. La nuova Alleanza e la legge
Evangelica avendo preso il luogo dell'an-
tica, la predizione di Geremia restò per-
fettamente compita. Baldassare re di Ba-
bilonia fece un gran convito a iooo de'
suoi primari ufiiziali, e vi si bevette il vino
con eccesso, distinguendosi il re nell'in-
temperanza e bevendo come i i ooo altri.
Essendo il re ubbriaco, comandò che fos-
sero portati i vasi d'oro e d'argento che
Nabucodònosor avea nuovamente tolti
dal tempio, allineile egli, le sue mogli, le
sue concubine, ed i grandi di sua corte
bevessero in que'vasi tanto degni di ri-
verenza. Mentre bevevano, e lodavano i
loro Dei d'oro e d'argento, di sasso e di
legno, in punizione terribile di tanta sa-
crilega profanazione, Dio fece comparire
alla vista del re una Mano (^.),che sulle
pareti scrisse parole che turbarono alta-
mente il re. Chiamato Daniele a spiegar-
le e dirne il significalo, disse al re. Sapete
come Nabucodònosor fu ridotto allo sta-
to delle bestie, perchè erasi alzato contro
Dio; e voi non vi siete più umiliato, ben-
ché tutto vi fosse noto. Avete profanato
i sagri vasi della casa dell' Onnipotente,
avete lodato le vostre vane divinità, e vi
siete alzato contro Dio. Egli perciò ha
mandato quelle dita che hanno scritto
sul muro: Iddio ha numerati i giorni del
vostro regno, e ne ha stabilito in questo
giorno il fine; siete stato pesato sullaxbi-
lancia, e siete stato trovato troppo leg-
giero; il vostro regno è stato diviso, ed
è stato dato a' medi ed a' persiani. Nella
VOL. LXXXVIU.
VAS 161
stessa notte Baldassare fu ucciso; e gli suc-
cesse Dai io il medo suo zio materno, indi
Ciro redi Persia mandò in rovina la mo-
narchia de'caldei, prese Babilonia, liberò
gì' israeliti, permise loro di ristabilire il
tempio a proprie spese, e diede nelle mani
de'ioro principali i vasi del tempio del Si-
gnore che Nabucodònosor avea traspor-
tati da Gerusalemme e collocali nel tem-
pio del suo Dio. Mitridate ne fece l'enu-
merazione e consegna a Sassabasar o Zo-
robabeli.0 principe del sangue di Giuda.
Erano 3o coppe d'oro, i ooo coppe d'ar-
gento, 29 coltelli, 3o tazze d'oro, 4'°
tazze d'argento e 1000 altri vasi. Tutti
i vasi ascendevano a 54oo. Il tempio fu
compitole nefece la dedicazione,e la sua
gloria fu maggiore di prima. Ciro vi fece
offrire de'sagrifizi per la vita sua e de'
figli. Seleuco Filopalore re di Siria, ben-
ché avesse fatto altrettanto, venendo a
sapere da un maligno che nel tempio si
trovavano de'superflui tesori immensi, e
dovendo pagare il tributo a' romani, or-
dinò ad Eliodoro soprintendente alle sue
rendile di recarsi a prenderli. Giunto nel
tempio, il sommo sacerdote Onia gli dis-
se che realmente era u vi somme conside-
rabili, ma depositi d'orfani e di vedove
che ivi aveano portato per sicurezza, 4oo
talenti d'argento e 200 d'oro. Eliodoro
insistendo per eseguir gli ordini, entrò
nel tempio e fece aprire il tesoro; Onia,
tutti gli altri sagri ministri e il popolo ac-
corso inutilmente si opposero, esortan-
dolo a rispettare la santità del luogo.
Mentre le genti d'Eliodoro si accinsero
a forzarne le porte, la virtù del Signore
si fece sentire sopra di essi; furono a un
tratto presi da spavento che gli atterrì e
levò da' sensi. Yidesi comparire un uo-
mo a cavallo superbamente vestito, che
avventandosi con impeto contro Eliodo-
ro, lo percosse aspramente co'piedi e mi-
nacciandolo di morte, con armi risplen-
denti. In pari tempo si videro due gio-
vani forti e bellissimi, risplendenti di
gloria e riccamente vestili, che stando a'
1 1
i62 VAS
fianchi d'Eliodoro, Io batterono e sferza-
rono senza interruzione. Caduto Eliodo-
ro a terra, ottenebrato, senza voce e come
morto, fu portato fuori del tempio. Onia
offrì al Signore per lui un'ostia salutare,
onde ottenerne la guarigione; e tosto i
due giovani apparvero a Eliodoro e gli
dissero, che rendesse grazie al sommo sa-
cerdole,alla cui considerazione il Signore
gli conservava la vita, e poiché avea prò*
\ato la possanza e la giustizia di Dio, an-
nunziasse a tutto il mondo la grandezza
de' suoi miracoli. Ciò detto sparirono. E-
liodoro offrì sagrifizi a Dio in rendimen-
to di grazie, e se ne partì. Ad onta di que-
sto tremendo esempio, in seguito Antioco
Epifane re di Siria, espugnata Gerusa-
lemme, profanò iniquamente il tempio,
e lo spogliò de' suoi tesori e de' suoi vasi
preziosi che gli altri re avevano offerti e
consagrati al culto del Signore, il quale
non mancò giustamente di fare sentire la
sua mano sopra di lui. Quando Pompeo
s' impadronì di Gerusalemme e del tem-
pio, a questo la sua virtù impedì di pren-
derne i vasi ed i tesori. Erode il Grande
re della Giudea,considerando che il tem-
pio fabbricato dopo la cattività di Babi-
lonia era più piccolo di quello di Salo-
mone, per eternare la sua memoria, ac-
quistarsi la benevolenza del popolo e per
l'aumento del culto di Dio, lo riedificò
più vasto sulle fondamenta dell'esistente
dopo averlo demolilo,e terminato ne fece
la solenne dedicazione circa ig anni a-
vanti l'era nostra. Nell'impero di Vespa-
siano, questi nella guerra Giudaica com-
mise al figlio Tito la conquista di Geru-
salemme. Nell'anno 70 di nostra era vi
pose l'assedio, indi la prese e fece demo-
lire, bruciandosi e atterrandosi dalle fon-
damenta anche il tempio,che voleva sal-
vare e non gli riuscì, verificandosi il pre-
detto da Gesù Cristo : Non sarebbe rima-
sta pietra sopra pietra del sontuoso edi-
ficio. Due sacerdoti lo fecero impadroni-
re di due candellieri, delle mense, delle
coppe, e degli altri vasi d'oro assai mas-
VAS
sicct e di gran peso; ed oltre a ciò degli
abiti pontificali colle loro gemme, delle
tappezzerie preziose, e molti aromi e pro-
fumi, oltre molte altre cose destinale al
servizio del tempio. Quindi Tito entrò
nell' anno 7 i tu Roma con Vespasiano
suo padre, con pompa di trionfo. Fra le
ricche spoglie che si videro in quella cere-
monia, le più ragguardevoli erano quel-
le che furono prese nel tempio di Ge-
rusalemme: la mensa d'oro che pesava
molti talentigli candelliere d'oro in 7 rami
superbamente lavorato, molti vasi sagri
d'oro e d'argento, la legge degli ebrei in
gran volume di pergamena riccamente
inviluppato, riguardata la più preziosa e
più venerabile delle spoglie. Questo libro
fu conservato nel palazzo imperiale, colle
tappezzerie di porpora che avevano ser-
vito al luogo santo. 1 vasi e gli altri orna-
menti del tempio furono posti nel 7em-
pWe//rtPtfre(^.),fattofabbricaredaVe-
spasiano nel Foro romano, presso l'arco
monumentale eretto pel Trionfo di Tito
dal senato e popolo romano, ne' cui su-
perstiti bassorilievi fra le spoglie si rico-
noscono scolpiti gli ornamenti del tem-
pio, e specialmente la mensa e i vasi d'oro,
le trombe d' argento, e il candelliere o
candelabro a 7 branche, perciò l'arco fu
detlo Arcus seplem Lucerna rum, come
notai nel vol.LVlll,p. 170 e altrove nel
descriverlo. Alcuni ripeterono la tradi-
zione, che annegandosi Massenzio, scon-
fìtto a'28 ottobre del 3 1 1 da Costantino
1, nel Tevere presso Ponte Molle o lìlil-
vio (veramente 6 miglia circa al di là del
ponte, sebbene la battaglia dicasi del pon-
te Milvio e ivi r inimitabile Raffaello la
rappresentò, come notai a'suoi luoghi),
co'suoi tesori perisse pure il candelabro.
1 vasi d'oro e d'ai genio, ed i simili oroa-
menti del tempio di Gerusalemme, con-
servandosi con molla cura nel Ito) pio
della Face, allorché nel 455 Genserico re
de' '/' andati (F.) saccheggiò Roma, li de-
predò e portò alla sua reggia di Carta-
gine nell'Africa. Quando poi nel 534&e-
V AS
lisario conquistò il regno di Cartagine e
i vandali interamente debellò, ricuperò
molte cose preziose de'giudei, da Gense-
rico depredate in Roma, cornei vasi d'oro
e d'argento del tempio di Gerusalemme,
alle chiese della qua! città li mandò in
dono l' imperatore Giustiniano I.
L' uso de' vasi sagri ed ecclesiastici,
degli ornamenti e arnesi sagri, nella Chie-
sa ebbe origine colla medesima e furono
introdotti in parte ad imitazione, come
le Vesti sagre (V.)t di quelli che adope-
ravano i sacerdoti e altri sagri ministri
della legge vecchia prima nel taberna-
colo e poi nel tempio del vero Dio in Ge-
rusalemme. Sebbene la materia, la for-
ma e gli usi ne sono differenti, uno e co-
mune ne fu sempre lo scopo, cioè il Ser-
vizio divino, il Cullo e I' onore di Dio.
Coll'antico vocabolo Ministerium fu qua-
lificato il vaso sagro destinato al s. Sagri-
fizio, al servizio dell' Altare e del Tem-
pio (V.) del vero Dio. 1 Papi co' decreti
rituali, ed i concilii co'canoui di discipli-
na ecclesiastica e ceremoniale, li stabili-
rono, modificarono e variarono, e di al-
cuni ne prescrissero la Benedizione e la
Consacrazione . Perciò nel Pontificale
Romanum, par. 2, vi sono la Benedictio
Vasorum et Ornamento rum Ecclesiae.
De Benedictione sacro rum Vasorum et
aliorum Ornamcntorum in genere» De
Benedictione Tabernaculi sivc Vasculi
prò sacrosancta Eucharistia conser-
vanda. Questa benedizione è pure nel
Rituale lìomanum. Leggo nel Ferrari,
Bibliotheca, articolo Vasa Sacra. Han-
no la facoltà di benedire i vasi sagri gli
abbati che hanno l'usode'pontificali. Non
hanno tale facoltà gli altri prelati rego-
luri/n quibus intervenit unclio sacri chri-
smatis, possimi tamen benedicere alia
sacra vasa,el ornamenta, seti par amen-
ta prò usu suarum lantummodo Eccle-
siarum. Non ponno benedire i sagri pa-
ramenti ed i vasi ecclesiastici i prelati in-
feriori jure proprio. I protonota ri apo-
stolici, senza speciale licenza della s.Sede,
VAS i63
non ponno benedire i sagri vasi, i para-
menti e ornamenti ecclesiastici. Vedasi
la costituzione di Clemente XIII, Inter
mulliplices,(\e\Y 1 1 dicembre 1 708, Bull.
Rom. cont.y t. 1, p. 72 : Praelati, et Ab-
bates regularesy nequeunt si ne speciali
indulto benedicere Vasa Sacra, in qui-
bus intervenit Sacra Unctio prò usu a-
lienarum Ecclesiarum. Vasi sagri prin-
cipalmente chiamatisi i vasi che servono
a consagrare ed a contenere la ss. Euca-
ristia, come sono i Calici, le Patene, i
Cibori o Tabernacoli, le Pissidi (V.)ec,
ed anche i vasetti per gli Olii santi ( V.) ec.
Il Zaccaria citato chiama Vasculum la
pisside e la patena o scodella, e Vas do-
minicum il calice. I nominati e altri vasi,
secondo i diversi riti, non si adoperano
pe' loro usi sagri, se non dopo che il ve-
scovo gli abbia benedetti e consagrati
con orazioni ed unzioni. Questa pratica
è antica, essendo prescritta ne* Sagra-
mentari de' Papi s. Gelasio I del 4<)2 e
s. Gregorio I del 590, né dessi furono
gl'inventori delle orazioni edelleceremo-
nie che riunirono, anzi il Sagramentario
di s. Gregorio I non è che quello di s. Ge-
lasio I, e nell'ordinario che fece più ac-
curatamente, non v'introdusse cose nuo-
\e, come dice chiaramente Giovanni Dia-
cono nella vita di s. Gregorio I. Papa s.
Celestino I del f±iZ scriveva a'vescovi del-
le Gallie che le preci od orazioni sacer-
dotali erano di tradizione apostolica, e
che esse erano uniformi in tutta la Chie-
sa cattolica. I vasi consagrati per servire
alla celebrazione de' nostri santi Misteri,
non devono più servire ad usi profani :
non è più permesso a' laici di toccarli,
e neppure a'setnpiici chierici ; se non col
consentimento del vescovo, il quale però
ne accorda il permesso al sagrestano, ed
anche alla sagrestana presso le religiose.
Così la Chiesa testifica il suo rispetto per
il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo,
che essa crede, insieme a tutti i fedeli,
realmente presenti sotto i simboli euca-
ristici. Quando i nominali e altri vasi
,64 VAS
sogli, che hanno ricevuto le sagre un-
zioni, si devono nuovamente indorare,
conviene quindi riconsagrarli. Come i
Pannili ni sagri ed i Paramenti sagri
(V.)t quando i vasi sagri perdono la loro
forma, ovvero quando non si può più
farne uso decente per le funzioni del san-
to ministero, perdono la loro benedizione
e consagrazione. La materia de' vasi sa-
gri fusa o ridotta col fuoco ad altra for-
ma, non è più considerata appartenente
ad arredi sagri. Su questo punto dirò
poi altre parole ; qui solo ricordo che la
patena può essere di qualunque metal-
lo, bensì sempre dorata, non così la cop-
pa del calice che dev'essere d'argento e
dorato, ovvero d'oro. Per fare rifondere
o nuovamente dorare i vasi consagrati
e benedetti, basta il bisogno per far loro
perdere la consagrazione e la benedizio-
ne, e il darsi da chi gli ha in cura per det-
ti effetti all'artefice. Vi sono alcuni, che
praticano un atto equivalente a rigetta-
re il vaso sagro, con un dito. A.' vasi sa-
gri si fa loro l' unzione sagra, come si
praticò co* vasi sagri del Tabernacolo e
del Tempio del Signore quando si con-
sagrarono pel suo servizio, il che ripor-
tai di sopra. Altri vasi sagri o ecclesia-
stici sono le Ampolle (F.) per l'acqua e
pel vino; il Turibolo (V.) colla navetta
e cucchiarino; i vasi de Fiori (F.); il
boccale e il bacile o bacino per la La'
vanda delle mani ( V.) o per la Lavan-
da dell' Altare (F.); il vaso dell' Acqua
santa (della quale riparlai nell' articolo
Venerdì) o benedetta, detto anche sec-
chiello, il quale è d'argento o altro me-
tallo col simile Aspersorio (F.)', oltre
il vaso o Pila dell' acquasanta (V-),
posto negl' ingressi de' sagri Templi, di
marmo o di sasso duro, per uso de' fe-
deli, ne' quali articoli parlai di sua ori-
gine. Vaso sagro è pure la scatola che
si pone nel ciborio per conservare l'ostia
consagrata, per l'esposizione della ss. Eu-
caristia, e la lunetta che serve a reggerla
nell' Ostensorio. Tutti questi vasi e ar-
V AS
redi sagri non si consagrano, ne si be-
nedicono, e neppure ciò si fa a' vasetti
degli olii santi. Quanto all'ampolle, uri
tempo erano d'argento e d'oro, ma ora
dalla rubrica si prescrivono di vetro o
cristallo, onde n on nasca alcun errore
per la densità della materia de'vasi. No-
tai nel voi. XL1V, p. 275, che la donna
non può amministrare le ampolle col vino
e l'acqua. L' incenso si pone nella navet-
ta e con picc olo cucchiaio si pone a bru-
ciare nell1 Incensiere o Turibolo, nel qua-
le articolo parlai pure della navetta. Sic-
come si fa questione, come debbano an-
dare incensando i turiferari nelle proces-
sioni del ss. Sagramento, inclusi vamenle
a quelle delle ferie V e VI della setti-
mana santa; e con qual mano ciascuno
debba portare il turibolo ; così inerita leg-
gersi il can. Ferrigni Pisone all'articolo
Turiferario, del Supplimcnto al Dizio»
nario sacro -liturgico" delV ab. Diclich.
Trovai esempi, nella primitivaChiesa, che
fra la Suppellettile sagra eranvi turi-
boli di terra colta. Si ponno adornare gli
altari, e tra'candellieri, non solamente
con fiori veri secondo la qualità della sta-
gione, ma anche con fiori finti e artifi-
ciali. Gl'italiani furono i primi ad in-
trodurre in Europa l'industria de' fiori
artificiali. 11 culto religioso, le feste so-
lenni che in Italia si moltiplicarono, die-
dero il gusto di adornare in ogni tempo
gli altari di fiori, se non naturali, alme-
no imitanti la natura. Ciò si afferma in
un erudito articolo sui fiori artificiali,
riferito a p. 386 del Giornale di Roma
del 1857. Dell'uso però de Fiori, in
quest' articolo e in altri relativi narrai
che eziandio nel Tabernacolo e nel Tem-
pio del Signore si usarono, così per or-
namento fino dalla primitiva Chiesa, e
le testimonianze si hanno da s. Agostino,
da s. Girolamo, da s. Gregorio di Tours,
da s. Paolino di Nola nel Natale di s. Fe-
lice, e da Venanzio Fortunato nel Car-
men de Jloribus super altare. 1 fiori sono
commendati nella s. Scrittura; ne'primi
V A S
secoli si portavano anche in mano e in
capo nell' incontrare le reliquie de* ss.
Martiri, e senza Superstizione i cristiani
antichi vi onoravano i defunti. 11 San-
gite de' martiri si poneva ne' cimiteri
presso i loro corpi ne'vasi di Vetro (V.)t
e nell'archeologia sagra sono pregiatis-
simi tali vasi cimiteriali. Perciò antichis-
simo è pure l'uso dello spargimento de'
fiori sull'altare e sul pavimento delle
chiese, come Y uso di adornarne le pa-
reti con Veli (V.) e drappi, massime
nelle Feste (V.). Ben a ragione quin-
di Pio VI condannò un decreto del fa-
moso sinodo di Pistoia, il quale proi-
biva di porre i fiori su IT altare , e lo
dichiarò temerario e ingiurioso all'an-
tico costume della Chiesa. Le calunnie
de'novatori, e gli ultimi sforzi de' gian-
senisti, pretesero di togliere da'sagri tem-
pli anche le cose più semplici, le quali
sono sempre servite a fomentare la pietà
nel cuore de' fedeli. Trovo nel Discorso
del Vestarario del Galletti; che anti-
chissimamente a' Vcstarari (V.) appar-
teneva nelle solennità spargere la chiesa
di fiori, di froudi e di verni ra. Circa al
bacile o bacino, ne'secoli antichi allorché
il popolo offriva le Oblazioni del Pane
e del Fino pel Sacrifizio incruento, era
a'ministri dell'altare necessità di lavarsi
le mani dopo avere ricevute quell'offer-
te, che in gran quantità venivano presen-
tate; ciò che eseguivano in larghi piatti
o bacini ora d'argento,ora di terra, cuoio,
stagno ec. Dacché il popolo lasciò di offri-
re il pane e il vino a quell'oggetto, a mez-
zo dell' Oh lazionario (V.) e della Vedo-
va (V.) diaconessa, il bacino non fu più
oltre necessario a' preti né agli altri mi-
nistri dell'altare ; ma volendo conservare
tutto l'ordine delle ceremonie della Mes-
sa, onde per questo mantenere, si limita-
rono a lavare l'estremila delle dita dopo
V Offertorio j e d'allora in poi l'ampolla
dell'acqua, un piattino e un fazzoletto o
pannolino supplirono la brocca d'acqua
o boccale, il bacino e la salvietta, restati-
VAS i65
do il boccale e il bacile per distinzione ai
prelati nella celebrazione delle sagre fun-
zioni, tanto prima della loro celebrazio-
ne che dopo, ed altresì quanto dopo ese-
guito r offertorio. Prima era costume,
non del tutto trasandato, che a' nuovi
cardinali protettori ed a' nuovi vescovi
le mag'istrature municipali e quelle della
città residenziale offrissero loro un boc-
cale e un bacile d'argento. Pare che anco
le Lampade e le Lucerne (V.) si possa-
no annoverare tra' vasi ecclesiastici delle
chiese, e inservienti al culto divino,e l'uso
de Lumi (F.) cominciò da' primi tempi
della Chiesa e fin dal suo nascere. E un
abbaglio de' protestanti, i quali pensano,
che ne' primi secoli si adoprassero i lumi
a solo oggetto di diradare le tenebre che
coprivano le Catacombe, i Cimiteri e al-
tri luoghi nascosti, per la celebrazione
della sagra Sinassi nelle persecuzioni del-
la Chiesa. L'eretico Yigilanzio fu l'ante-
signano nel tacciare come superstizioso
l'uso de' lumi ne Divini uffizi. Tratta-
rono pe' primi de' vasi sagri, Teodoreto
vescovo di Cyrus nella Siria e dottoredel-
la Chiesa, nato in Antiochia verso l'an-
no 387, e Paolo Orosio storico fiorito in
principio del secolo V in Tarragona. Il
Marangoui, Delle cose gentilesche e pro-
fane trasportale ad uso e ad ornamen-
to delle chiese, eruditissimamente svolge
l'ampio argomento. Tratta nel cap. 1 :
Che il trasferirsi le cose gentilesche al
culto del vero Dio, e conforme alla ra-
gione ed alla divina Scrittura. Pone
per fondamento di tutta l'opera e sta-
bilisce per principio universale e infal-
libile, traendolo dal cap. 1 de' ss. Libri.
Essendo state ordinate da Dio tutte le
cose create per la sua gloria, tutte le creò
buone e perfette secondo la specie di cia-
scuna. Quindi è, che ogni cosa creala,
per natura sua possiede un' intrinseca
bontà e perfezione, comechè ordinata al-
la gloria del suo Creatore, a benedirlo
e lodarlo, secondo la propria capacità.
Se la malizia dell'uomo, colla libertà del
.66 VAS
libero arbitrio, se ne serve in offesa cìel
suo Creatore, togliendole da quel primo
fine a cui erano già ordinate, non mai
perdono l'intrinseca bontà e perfezione;
laonde se vengono tolte dal mal uso, al
quale con violenza furono applicate dal-
la malvagità dell' uomo, e restituite al
culto divino e alla gloria del supremo
Creatore loro, ritornano alla primiera
loro bontà e perfezione. Il libro della Sa*
pienza detesta l'abuso fatto de' legni per
scolpire statue di numi, e Io stesso deve
dirsi de' metalli e delle pietre impiegati
a fondere e formare fantastiche deità, pel
falso culto dell' idolatria. Quando Dio
libei ò con istupendi prodigi il suo popolo
d'Israele dalla schiavitù dell'Egitto, da
povero e meschino lo fece uscire ricchis-
simodellespogliedegliegiziani,con Vaso,
argentea et aurea, veslem plurimam,
le quali poi benché avessero servito alle
vanità degli egizi, e anche femminile di
ornamenti e Specchii d' acciaio, ed al-
tresì al culto degl' idoli, al proprio culto
nel deserto volle che fossero consagrate.
Quindi Mosè con tali spoglie fabbricò il
Tabernacolo santuario di Dio, e per di-
vino comando formò i tanti vasi mini-
steriali d'oro purissimo, e le Vesti sa-
cerdotali di materia singolare, ornate di
gemme e di pietre preziose : così fece con-
vertire al proprio culto e alla sua gloria
tali cose de' gentili, e consagrate a lui
tornarono ai fine primiero pel quale l'a-
vea creale. Dopo la vittoria riportata
dagli ebrei sui madianiti, gli ornamenti
d'oro e muliebri della preda, offerti a
Dio, furono d'oidi ne suo applicati al san-
tuario, purificati dalle profanità dal som-
mo sacerdote Eleazaro. II rito di puri-
ficare le cose profane che si trasferiscono
al culto di Dio, e di santificarle coli' a-
spersione dell' acqua lustrale, fu poi a-
dottato e quindi sempre praticato dalla
Chiesa. Altrettanto praticarono gl'israe-
liti nella presa di Gerico, che tutta in-
cendiata, solamente furono salvati l'oro
e l'argento, ed i vasi di bronzo e ferro,
VAS
per consagrai li a Dio e ri porli nel tesoro
del Signore. Per non dire di altri esem-
pi, nel convertirsi le cose gentilische e
profane pel culto divino e ornamento
della casa di Dio, il bellicoso re David
nel preparare tutto quanto il necessario
pel Tempio che il pacifico suo figlio Sa-
lomone doveva innalzare al Signore, vi
comprese le copiose e ricche spoglie ri-
portate nelle Vittorie sui re gentili e ido-
latri da lui debellali, inclusivamente ai
vasi d'oro, d'argento e altro metallo. Nel
consegnare David tutto a Salomone, sta-
bilì le forme e i pesi d'oro e argento,
pe' Candellieri, Lucerne, Mense, Turi'
boli e Fasi per servire al divino mini-
stero, che minutamente si descrivono
dal 2.0 libro de' Paralipomeni. In tal
modo Dio volle che tutto il prezioso tol-
to da David a' gentili, fosse santificato
pel suo culto. Ragiona il Marangoni nel
cap. i : // tempio di Gerusalemme, e
tutte le sagre suppellettili profanate
da ' gè n ti li coli' ido la tria, si restituisco -
no di nuovo al culto di Dio. Ella è cosa
da considerarsi, che l'Altissimo non isde-
gna, che le cose una volta al culto suo
consagrate, e poscia da' gentili, o perver-
si uomini profanate, si purifichino e nuo-
vamente a lui siano dedicate. Indi il Ma-
rangoni co' Paralipomeni racconta, come
l'empio Acaz re di Giuda, tutto abban-
donandosi al culto degl'idoli di Dama-
sco, spogliò il tempio di Gerusalemme
de'sagri vasi e altri arredi del culto di-
vino, profanò quel santuario con molle
immondizie, e finalmente chiuse le porte
di esso, vietò a tutti l' ingresso, e per tutti
gli angoli di Gerusalemme e per tutte le
città di Giuda innalzò altari ed are per
bruciarvi gl'incensi a onor degl'idoli e
offrendo loro de'sagrifizi. Ma sollevato
al regno il figlio e santo re Ezechia, ze-
lante di ripristinare co' sacerdoti e le-
viti il culto di Dio, comandò ad essi di
purgare il tempio dall' immondizie e che
di nuovo Io consagrassero, e santificas-
sero l'altare degli olocausti, tulli i vasi
V A S
del ininislerio, la mensa de' pani di pro-
posizione, e tulli gli altri vasi e Utensili,
ch'erano stati lordati e profanali dal suo
padre scellerato. Ad eseguir tuttociò i
sacerdoti impiegarono 8 giorni, e po-
scia ne avvisarono Ezechia. E.ipiave-
runt Templum diebus odo. Ingressi
quoque suut ad Ezeehiam Rege, et di-
xeruntei: Sanctificabimus omnem Do-
mimi Domini, et Altare holocaustij nec
non Mensam propositionis, cutn omni-
busFasissuis, cunctamque Templi Sup-
pellectilem, quam polluerat Acaz. To-
sto Ezechia, con tutti i principi porta-
tosi al tempio, fece offrire a Dio le vit-
time e i sagrifizi, e restituì nel pristino
Slato il cullo divino in quel tempio, e
co'vasi medesimi e suppellettili sagre, le
quali dall'empio suo genitore erano sta-
le profanate e adoperate al culto idola-
trico. Altri esempi di profanazione li die
re Manasse, che punito da Dio, poi re
integrò il suo culto. Quando Ciro resti-
tuì al tempio la moltitudine de' suoi vasi
d'oro e d'argento, tolti da Nabucodòno-
sor e profanati al culto del suo idolo in
Babilonia, dopo essere stali riposti nel
tempio, furono subito di nuovo santi-
ficati, com'è da credersi. Questi e altri
simili esempi della s. Scrittura, ci ma-
nifestano che i vasi sagri ed altre cose
profanate, devono espiarsi e santificarsi
co'sagri riti, ed applicarsi al culto divino
nelle nostre chiese. Osserva il Marango-
ni, che l'oro, le gemme e i vasi preziosi
gentileschi, trasferiti dal profano uso al
culto di Dio, e di quelli che prima avea-
no servito nel suo tempio e profanati da'
gentili, di nuovo purgati e santificati, al
primiero loro ufficio furono impiegati,
può senza dubbio riferirsi al senso alle-
gorico e misterioso di quello che pra-
tica Dio colle anime degli uomini, dimo-
strando verso di essi ia sua grandezza,
pietà e misericordia. Fondata da Gesù
Cristo la sua Chiesa, ad essa e dal culto
degl'idoli ha trasferito i gentili, e come
vasi d'oro e di pietre preziose, gli ha de-
V A I 167
pittati al ministero della medesima; e
qual ornamento questi vasi d'ira, come
dice s. Paolo, cambiati in vasi di miseri-
cordia, innumei abili martiri l'illustra-
rono col sangue loro. Il p. Oonanni ,
La Gerarchia ecclesiastica considerata
nelle vesti sagre, discorre nel cap. 2 1 :
Quando e da chi fosse dato principio
dopo Cristo alla co ns agrazio ne del pa-
ne e del vino ; nel cap. 23: Con quale
forinola, t con quale esterno apparalo
fosse celebrata la i.a Messa ; e nel cap.
23 : In qual sorte di vaso s. Pietro con-
sagrasse nella 1 .a Messa. Dopo aver mo-
strato, che s. Pietro disse la 1." Messa
(nel quale articolo rilevai che s. Pietro
ne prescrisse l'ordine e s. Giacomo lo di-
vulgò in iscritto) servendosi come d' al-
tare d'una mensa onestamente ricoperta
di candide Tovaglie (uel voi. LXXV,
p. 36 e seg., 62 e seg. riparlai dell'al-
tare di legno rinchiuso in quello papale
dell'arcibasilica Lateranense, nel quale
in Roma celebrò s. Pietro), la qual cosa
non fu difficile a farsi, mentre si ritro-
vava nel Cenacolo stesso, in cui il Salva-
tore avea prima cenato cogli Apostoli e
istituito il sagramento della ss. Eucari-
stia ; può cercarsi se si servisse di quella
per posarvi immediatamente il pane, e
qual sorte di vaso adoperasse per il vino
deputato alla consagrazioue. Alcuni sti-
marono, che per la deposizione del pane
fossero sufficienti le tovaglie, delle quali
era coperta la mensa o dir vogliamo
altare deputato al sagrifizio, senz' altra
tela che corrispondesse al Corporale,
ora usato dalla Chiesa cattolica, uè ciò
deve parere incredibile, poiché sappiamo
che ne' successivi anni tu offerto in qual-
che luogo il sagrifizio della messa, anche
senz'altare, avendo il solitario Maris sa-
grificato sulle mani de'diaconi, e s. Lu-
ciano in carcere sul proprio petto, di-
cendo che sarebbe meno profano della
tavola di legno, ed a'circostanti che fa-
cessero da tempio stando presenti e cir-
condandolo, e quindi distribuì loro il
168 VAS
pane sagro; pel narrato da Teodoreto,
e da me riferito e con altri esempi nel
giù ricordato suo articolo. Ma laii casi
eccezionali non servono per legge, es-
sendo stata somma la necessità di farlo,
negli Apostoli si trovarono in siffatte an-
gustie. Posto dunque, che nel Cenacolo
fosse eretta la mensa o altare per la ce-
lebrazione della messa, si può dubitare
se il pane consagrato fosse deposto sopra
la tovaglia, ovvero in qualche vaso par-
ticolare, e in qualche sorte di calice fosse
conservato il vino tramutato poi nel san-
gue di Gesù Cristo. Ouorio Augustodu-
nense, in Gemmae Animat •, o libro circa
il rito antico di celebrar la messa, nel
cap. 89 affermò: Che gli Apostoli e i loro
successori in quotidianis vestibus, et li-
gneis Calicibus missas celebraverunt.
Ciò si conferma dal racconto di Valfrido
Strabone, Dereb. Eccles.y ove dice che
s. Bonifacio vescovo e glorioso martire,
interrogato se fosse lecito di consagrare
in vasi di legno, rispose: Quondam sa-
cerdotes aurei ligneis Calicibus uteban-
turì nunc conlra lignei sacerdotes aureis
Calicibus utuntur. Che fossero di legno
ue'primi due secoli della Chiesa, può de-
dursi dal decreto di s. Zeferino Papa del
2o3, il quale come si legge in Anasta-
sio Bibliotecario^èez* constitutum,utPa-
tenas vitreas ante sacerdotes in Eccle-
siam ministri portar ent j e più diffusa-
mente il Platina nella vita di tal Ponte-
fice dice : Ordinò che i vasi dove si con-
sagra sull'altare il Sangue, fossero di ve-
tro e non di legno come prima si costu-
mava. Ma fu poi questa ordinazione mu-
tata, poiché si proibì che si consacras-
se in legno, per la sua rarità o «pon-
gosità, colla quale si assorbe e succhia il
Sangue, né in vetro per la sua fragilità,
né in metallo pel tristo sapore che ne con-
cepiva; ma vollero che si facesse questa
consagrazione in vasi solamente d'oro e
d'argento o di slagno, come si vede nel
concilio di Tribur (dell' 896) e in quello
di Reinus (dell' 8 1 3 ). Aggiunge il Bouau-
V A S
ni a p. 108, parlando dello stato della
Chiesa ne' primi 3 secoli in cui era perse-
guitata, che i calici nel i.° secolo delle
persecuzioni erano di vetro, e l'attesta
Tertulliano fiorilo nel seguente, ed il Ba-
ronio afferma che durarono sino a Carlo
Magno, cioè al principio del IX secolo,
poiché nel concilio di Reims fu proibito il
calice di vetro pel pericolo di rompersi.
Per la miseria dunque in cui nelle perse-
cuzioni viveva il popolo cristiano, é pro-
babile che i sacerdoti si servissero di ca-
lici di vetro e non di metallo prezioso.
Indizio di quest' uso è un calice, che il p.
Bonanni dice conservarsi nella basilica
Costantiniana (intenderà dire la Latera-
nense, ma altre basiliche pure ne porta-
rono il nome, siccome fondate da Costan-
tino 1: nello Stato della medesima del
1723, tra le reliquie leggo registrato, il
calice in cui beve senza nocumento il re-
lenos. Giovanni Evangelista) dì ottone,
e si ha per antica tradizione essere slato
adoperato da s. Pietro; come un allro
nella chiesa di s. Anastasia di Roma si
venera tra le reliquie e fatto in pietra, il
quale parimente si dice usato dal mede-
simo principe degli Apostoli. Allora i
Papi erano tanto angustiati, che appena
aveano possibilità colle contribuzioni de'
fedeli di sopperire alle cose comuni, per-
ciò non potevano provvedersi di vasi pre-
ziosi e di vesti ricche, attendendo sola-
mente alla deceuza propria della dignità.
Tul involta tornando il p. Bonanni al suo
argomento dichiara, che se ne' due secoli
in cui vissero 16 Papi perseguitati da' ti-
ranni, nascosti nelle catacombe, privi di
sostenere il decoro delle chiese, fossero
adoperati calici di legno e di vetro, non
perciò si deve dedurre che l'adoperassero
gli Apostoli ne' primi sagrifizi, e princi-
palmente s. Pietro; come pure non si
prova che il Sai vatore,sebbene amico del-
la povertà e che si degnò distribuire il
pane alle turbe sedendo sul fieno, isti-
tuisse il Sagramento in vaso di legno o
di vetro. Poiché, come prudentemente
V AS
avverti il p. Haatino, contro PEcluen-
se, il Salvatore consagrò in un Cenacolo
grande e prestato con divina provviden-
za, ov'erano tutti gli utensili e vasi con-
decenti al luogo e alla persona da cui era
posseduto, onde Cristo si servì della sup-
pellettile che vi trovò; che perciò doven-
do istituire un sagramento si degno, è
probabile che scegliesse qualche tazza
preziosa, che verosimilmente vi era. E
se Dio volle, che la manna si custodisse
in arca d'oro, è probabile, come figura e
presagio del sagramento dell' altare, fos-
se questo istituito in vaso egualmente
prezioso. Che perciò notò l'Hauti no esse-
re fallace l'argomento di Gabriele Biel,
il quale scrivendo sopra il canone della
messa disse, che il Salvatore, il quale a-
vevji proibito agli Apostoli il possesso
dell' oro, per dare esempio non doveva
usare calice prezioso d'oro o d'argento,
e forse neppure di stagno; poiché quan-
tunque il Salvatore fosse amante della
povertà nella sua persona, ebbe riguardo
alla grandezza di sì venerabile mistero,
che perciò si dichiara credere, che il vaso
adoperato da Cristo nel Cenacolo pre-
stato fosse prezioso. Se dunque il Salva-
tore adoperò vaso prezioso in tal funzio-
ne, la ragione persuade che s. Pietro non
mostrasse minore stima e venerazione
nel l'offri re il medesimo sagramento, con
adoperare vaso prezioso, il quale costu-
me fosse poi mantenuto per qualche tem-
po dagli Apostoli e successori nel go-
verno della Chiesa, alla quale le contri-
buzioni de' fedeli poterono dare il modo
e la possibilità per mantenere il dovuto
decoro delle sagre funzioni. Conferma il
suo parere il p. Hautino dal sapersi, che
anco nel principio delie persecuzioni di-
versi sagri templi aveano la suppellet-
tile preziosa, e ne sono testimonio i te-
sori, cioè i vasi sagri, custoditi da s. Lo-
renzo e poi dispensati a' poveri onde non
li avesse il tiranno, che glieli avea do-
mandati, il quale restato deluso lo con-
dannò ad essere arrostito, ciò che notò
V A S 1 69
pure s. Agostino nelP Epìst. i65. Riflet-
te inoltre alle lucerne d'oro che arde-
vano nelle chiese in quel tempo, onde
argomenta che molto più ciò si deve
credere de' vasi, i quali servivano per la
consagrazione del sangue del Redentore.
Perciò Prudenzio disse nel suo inno nel
IV secolo : libare in auro Antistiles, ar-
gentei sq uè scyphis fumare sacrimi San-
gttinem. Ricavo dal libro del cardinale
Wiseman, Fabiola o la Chiesa delle Ca-
tacombe, diversa però da Fabiola Fedo-
va (V.), che nel pontificato di s. Marcel-
lino,che patì fi martirio nel 3o4 nella per-
secuzione, il triclinio della casa di s. A-
gnese convertito in chiesa avea il portico
con tavole cariche di vasellame d'oro e
d'argenlo,ed anche gioielli, per essere di-
stribuito in parti eguali a' poveri il valo-
re loro. Che nella funzione fatta dal Pa-
pa s. Marcellino nella Catacomba , della
consagrazione in vergine di s. Agnese e al-
tre, tutto all'intorno erano disposte lam-
pade d'argento e d'oro di gran valore, il
cui splendore empieva il santuario d'un
nembo luminoso come un'aureola; e che
il Papa avea il bastone pastorale in ma-
no e la corona sul capo, od infida, eh 'è
stata l'origine della Mitra. Parlando poi
de'tesori della chiesa, distribuiti a'poveri
da s. Lorenzo nel 261, dice ch'erano ric-
chi vasi d'argento, lampade e candelabri
d'oro, incensieri, calici e patene, senza par-
lare d'un'immensa quantità d'argenti fusi
in verghe, che furono distribuiti a' cie-
chi, a'paralitici, agl'indigenti. Finalmen-
te l'eminente scrittore ricorda le scatole
d'oro che i primitivi cristiani sospendeva-
no sul petto sotto le vesti, ed ove custo-
divano il pane di vita, la ss. Eucaristia,
celeste alimento delle anime, da una fe-
sta all' altra. Quando fa esplorato il ci-
mitero Vaticano nel i5ji9 si trovarono
nelle tombe due piccole scatole d'oro, di
forma quadrata, con un anello sopra al
coperchio. Questi antichissimi vasi sagri,
il Bottali crede fossero impiegati a porta-
re la ss. Eucaristia sospesa al collo, e il
7o
V AS
Pellìccia conferma questo fatto con diver-
si argomenti. I fedeli costumavano por-
tare tali scatole pendenti dal collo ne'lun-
ghi Viaggi (V.); ed Alessandro VI l'usa-
va ordinariamente, come rilevai nel voi.
LI, p. 128. Del resto, di qual materia fos-
se tanto il vaso adoperato dal Salvatore,
quantoquello che usò s. Pietro, è cosa in-
certa. Alcuni scrittori spagnuoli riferisco-
no che quello di Cristo fosse di gemma;
l'Enriquez, e il Vittorelli nell'addizioni ad
Emanuele Sa, dissero ch'era d'agata; Die-
go Morilla affermò che fosse di calcedo-
nia, ed i medesimi asseriscono col Barra-
ci a che si conserva in Valenza di Spagna.
Il Baronioe Io Scorzia stimarono dover-
si credere al ven. Reda, il quale racconta:
/// Plateatquae MartyriumyetGolgotha
conthiuai,exedra est, in qua Calix Do-
mini scrimolo reconditus, per operculi
forameli tangisolet, et oscular'^ qui ar-
genteus Calix hinc inde duas habet an-
sulas, sex tarli gallici mensuram capita
In quo est illa spongia Dominici pò tus
ministra. E se nel tempio di Salomone
si riceveva in vasi d' oro il sangue delle
vittime, con quanta maggiore ragione do-
veasi ricevere il sangue dell'Agnello divi-
no in vaso non meno prezioso? E se per
torre le sordidezze da'piedi degli Apostoli
non ancor santificati adoperò il Salvato-
re una conca o vaso di rame o bronzo,
la quale trovò nella suppellettile del Ce-
nacolo nobilmente preparato, quale do-
veva esser il vaso per depositarvi il suo
preziosissimo Sangue? A tuttociò si op-
pongono Clemente Alessandrino e s. Gio-
vanni Crisostomo, fondandosi sull'umiltà
e povertà che volle professare il Reden-
tore, col riferito dal p. Menochio, Stuoret
centuria 4 a>cap. 1 7: Della materia e for-
ma del Calice , del quale si servi Cristo
nell'ultima Cena. Tutta volta il p. Bonan-
ui cita il p. Menochio, il quale fidato nel
racconto di Beda, riporta il suo asserto sul
calice d' argento con due manichi vene-
rato io Gerusalemme da'pellegriui, ed os-
serva ciò non pregiudicare all'amore a-
V A S
vuto da Cristo per la povertà, perchè l'o-
spite che gli prestò il Cenacolo, fornì que-
sto con tutti i vasi e utensili occorrenti,
onde senza detrimento della povertà po-
tè il Salvatore adoperare il vaso prezioso,
per mostrare il decoro e la venerazione
dovuta al sublime mistero. Si narra final-
mente da'ricordati, che delle cose servi-
te nel Cenacolo al Redentore, colla con-
ca della lavanda si formò un Crocefisso,
collocato nella chiesa di s. Gio. Battista
di Rodi; che il calino si conserva iu Ge-
novai ove meglio ne parlai, dicendolo di
tersissimo vetro, già creduto smeraldo (in
altri articoli dissi ove si conservano altre
reliquie relative, come nel voi. LX1I, p.
62; e nel voi. LXXXV, p. 2 1 9, dissi che
il vaso d'alabastro con unguento prezio-
so, col quale s. Maria Maddalena unse il
Redentore, fu portato in Costantinopoli);
la tovaglia della mensa fu portata nella
chiesa di s. Rocco di Lisbona, già de'ge-
suiti; il coltello venne in potere della chie-
sa di s. Massimiano vicinoa Treveri, for-
se servito ne! dividere 1' agnello pasqua-
le, poiché il pane (di forma rotonda, ed
azzirnoossia senza lievito, secondo s. Epi-
fanio) fu benedetto e poi spezzato colle
mani, come dice il Vangelo. Si appren-
de dalla Storia de' Pontefici di Novaes.
Papa s. Sisto I dell'annoi 32, secondo il
libro Pontificale , determinò che i sagri
vasi, cioè calice e patena, non potessero
toccarsi, se non da' ministri sagri. Papa
s. Solerò del 175 vietò alle sagre vergini
di toccare i vasi sagri, e d'incensar nelle
chiese, ciò che meglio si attribuisce a Pa-
pa s. Gelasio I. Noterò che nella benedi-
zione delle Vedove (V.)% ammesse nel
grado delle Diaconesse (/'.), nella chie-
sa greca, secondo il p. Morino, il vescovo
usava de'riti simili a quelli dell'ordiua-
zione de'diaconi, e oltre la Stola al col-
lo, dava loro in mano il calice col San-
gue del Signore. De' vasi sagri della chie-
sa greca e loro benedizione, può vedersi
il Renaudot, Liturgiarum Orientaliwn.
Papa s. Urbano I del 226 fece fare di ar-
V A S
genio i vasi e 25 patene, die dovevano
servire pe'sagri ministeri, onde non bene
alcuni deducono il principio de* calici di
argento. Papa s. Cornelio del 2^4 cele-
brò un concilio in Roma, in cui scomuni-
cò quelli che insegnavano non poter la
Chiesa ammettere e perdonare a' caduti
nella persecuvione. Si chiamavano cadu-
ti o Lassi (V.) que' che per timore de*
tormenti e della morte ritornavanoal pa-
ganesimo, ed aveano differenti nomi.Tu-
rificati dicevansi que' che aveano offerto
incenso agl'idoli; e Traditori (V.) que'
che consegnavano a' pagani i vasi sagri,
gli arredi sagri ed i libri sagri delle chie-
se. Pe'lassi traditori ebbe origine il fune-
sto scisma de' Donatisti (V.) e la crude-
lissima persecuzione de' Vandali(V.). Pa-
pa s. Ponziano del 2 33, al riferire del p.
Bonanni, fece i vasi sagri e le patene tut-
ti d'argento, i quali vasi si tenevano con
molta custodia e di nascosto per cagione
delle persecuzioni, onde furono trovati se-
polti nella grotta ove si conservavano. La
persecuzione era tale nel 286 sotto l'im-
peratore Diocleziano, che a niun cristia-
no era lecito il vendere o il comprare, se
prima non incensava alcuni piccoli idoli
posti ne* luoghi pubblici de' Iranici delle
cose necessarie al sostentamento. Ad al-
trettanto erano obbligati persino quelli
che volevano macinare il grano, o pren-
der l'acqua per bere. I vasi sagri consi-
derati come Benidi Chiesa (^.), decretò
il concilio d'Agde del 5o6: 1 vescovi non
ponno alienare uè le case, ne gli schiavi
della chiesa, ne i vasi sagri. Se però il bi-
sogno, ovvero l'utilità della chiesa obbli-
ga a venderli o a darli in usufrutto, la cau-
sa dev'essere esaminata da due o tre ve-
scovi, e l'alienazione autorizzata colla lo-
ro soscrizione. Però se la necessità lo ri-
chiede è ragionevole cosa l'impiegare le
ricchezze della Chiesa nel sovveuire i po-
veri, come fece l' arcivescovo s. Ambro-
gio, nello spezzare i preziosi vasi sagri di
sua chiesa Milano, cosa praticata anche
da s. Agostino vescovo d'I ppona, per re-
VAS 171
dimere gli Schiavi (V.). 1 Pnpi più vol-
te venderono gli ornamenti pontificali ed
i vasi sagri, per guerreggiare la Turchia
(V.)t a difesa del cristianesimo. Molti ve-
scovi e cardinali venderono la loro pre-
ziosa suppellettile sagra, per accorrere a-
gli urgenti bisogni de'loro diocesani. I va-
si sagri come gli altri Utensili sagri (V.)
de'eardinali che muoiono in Roma, si de-
volvono alla Sagrestia pontificia, se con
breve apostolico non furono facoltizzati
di testare. La Chiesa più volte vendette
i vasi sagri per riscattare gli schiavi cri-
stiani, come per liberarci prigionieri pei*
debiti o altro. Teodulfo abbate Floria-
ceuse, a cui si attribuisce l'inno Gloria,
laus et honort divenuto vescovo d' Or-
leans, scrisse un'epistola al clero di sua
diocesi, al quale tra le altre cose gli dis-
se: Niun prete o laico abbia ardire d'a-
doperare il calice o la patena, o altro va-
so sagro ad altro uso; imperocché qua-
lunque persona beverà nel calice con-
sagralo , altro che il Sangue di Cristo,
e si servirà della patena fuori del mini-
siero dell' altare, si deve spaventare con
l'esempio di Baldassare, il quale per a-
vere adoperato i vasi del Signore in uso
comune, perde la vita e il regno. Il con-
cilio di Londra del 1170 decretò, che non
si consagrerà la ss. Eucaristia, se non in
un calice d'oro o d' argento, vietandosi
quello di stagno. Il concilio diTrento,sess.
1 3, col canone 7 sentenziò. »Se alcuno di-
rà, che non è permesso conservare l'Eu-
caristia in un vaso sagro, ma che subito
dopo la consagrazione bisogna necessa-
mente distribuirla agli astanti, o che non
è permesso di portarla con onore e ri-
spetto agl'infermi, sia anatema". Ricavo
dal Ferrari. Vasa sacra convertens ad
proprios usiis, vel alienans, officio pri-
vatur, infamis sit} exeornmunicatur, et
tenetur ad restitulionem.Couc.To\el. 1 7,
cap. 4- Vasa sacra, vel alia ecclesiasti-
ca judaeis vendens, est in poeni lentia re"
legandus, etjudaei ipsa ementcs conve-
nientis sunt a judice} ci ad restitutioneni
*7!
V A S
coriun statini compellendi. Gregorius I,
I. 1 , Enìsl. GG apudParavicinum,7Jo/^tftt-
llica Sacror. Canonum,verb. Fasa,x\.°
8. 1 1 conci Ho di Bordeaux del 1 583 fece un
regolaménto, ordinando che i vasi sagri
nuovi non ponno ubarsi nella chiesa , se
prima non sono slati consagrati o bene-
detti; e Gregorio XII 1 con bolla 1' appro-
vò a'3 dicembre. Prescrive la Chiesa, che
lesagresnppelletlili, le vesti, glroi namen-
ti, i (tanni li ni, e i vasi del ministero sia-
no interi, nitidi e mondi. Avverte 1' ab.
Diclich, nel Dizionario sagroditurgico,
all'articolo Sacramenti.» Questa integri-
tà e questa mondezza viene a mancare
De' vasi sagii, quando per diminuzione o
per decolorazione si deformano; ed allo-
ra si dicono profanali e sospesi ipsojure,
né il sacerdote li può usare nell'ammini-
strazione de' Sagramtnli senza peccato,
secondo 1' opinione del Gavanlo e di al-
tri autori". Come ne Paramenti sagri, al-
la primiera semplicità de' vasi sagri, suc-
cesse la loro ricchezza e preziosità per
maggior decoro del culto divino, forman-
dosi d'oro,d'argento e gioiellali, oltre quel-
li indorali o inargentati, e talvolta gli o-
reficj e argentieri (de' quali nel volume
LXXX1V, p. i7o),coll'eccellenza del la-
voro superarono il valore della materia,
decorandoli di superbe cesellature con a-
naloghi ornati, Simboli (V.) e figure, co-
me del Pastore [V.) buono, Gesù Crislo,
ne'CW/W.alqual articolo dissi di loro dif-
ferenti specie. Appena I' imperatore Co-
stantino 1 donò la pace alla Chie>a verso
il 3 i 3, con accordare a'crUtiani il libero
esercizio della religione, fabbricò magni-
ficamente in Roma e in altre parti più
basiliche, le dotò di pingui rendite, e le
arricchì di sagri donativi , vasi ed ogni
specie di suppellettili; dice l'annalista Ri-
naldi, che il gran prezzo de' vasi donali
da Costantino I alla sola Chiesa romana,
superò il valore de'vasi del tempio di Ge-
rusalemme. Afferma il medesimo, che an-
co in tempo delle persecuzioni e nelle
grolle i Papi adoperarono vasi d'argeu-
V A S
to, ed anche lucerne simili, e si trovaro-
no uegli scavi d'alcune catacombe, da'
persecutori murate mentre i fedeli vi ce-
lebravano 1' ufficiatura divina. Anche il
Bonarroti ue\Y Osservazioni de* vasi anti-
chi di vetro, asserisce che molte chiese e-
rano ricche di sagri vasi preziosi, ne'tem-
pi eziandio degl'imperatori gentili, i qua-
li poi molti santi vescovi venderono per
soslentamento de* poveri. Prudenzio as-
serisce che i Papi quindi solevano ollrire
l'incruento sagrifizio con vasi d'oro e d'ar-
gento. Arricchiti i Papi dalla pietà de'fe-
deli, furono generosi di splendidi e pre-
ziosi doni di vasi, ornamenti e altre sup-
pellettili sagre alle Chiese di Roma (V.)
e ad altri Templi cristiani, il che narrai
pure in altri luoghi. Osserva Piazza nel-
Viride sagra, p. 272, che celebrando il
Papa, i sagri vasi erano o tutti d'oro, o
tutti indorati ; mentre que' de' cardinali
erano intorno listati di qualche indora-
tura, e que'de'vescovi di puro e liscio ar-
gento. Ora gli utensili sagri che adopera-
no i Papi, tranne il calice e qualche al-
tro arredo d'oro, sono d'argento dorato;
molti cardinali e un numero maggiore di
vescovi usano vasi d* argento dorati, e gli
altri d'argento. 1 vasi sagri e le altre sup-
pellettili sagre, in uno alle sagre vesti, si
custodiscono nella Sagrestia (^.), e an-
ticamente nel Diaconieo (V.J.N'è custo-
de il Sagrestano (F.), ed anticamente
10 era il Vestarario. De' vasi sagri o' è
ministro il SiuJdiacono (V.)t perciò por-
la il Manipolo {F.), che anticamente era
Un panno o fazzoletto per pulirli e net-
tai li, e c\\\dma\.o Mappa, Mappula, Man-
tile. Ma notai nel citato articolo Sud-
diacono, non potere esso toccare i vasi
contenenti i divini sagramenli, bensì i
vacui. Nella messa solenne tenendosi in-
volta dal suddiacono la patena col Pelo
Umerale, in tali articoli ne riparlai.
11 manipolo del sacerdote prima nel-
la forma era diverso da quello del sud-
diacono, e ricorda quel panno col quale
si asciugava le lagrime di compunzione
V A S
o il sudore del volto. Incombe all' Acco-
lito (di cui riparlai a Suddiacono), di pre-
parare i vasi sagri. L'encomiato ab. Di-
clich riferisce all'articolo: Vasi sagri. A
chi spetta il toccarli? «A nessuno, Fuori del
Sacerdote e del Diacono in ordine, è per-
messo senza grave colpa il toccarli, nel
mentre che contengono il Corpo e il San*
guc di Gesù Cristo: così il Jus (Non opor-
tet 26 etc. Non oporlet 3o, dist. 2 1 ), e il
Plaudano, il Layman,il Suarez,il Tambu-
rino,il Quarti e tanti altri riferiti dal Fer-
rari nella sua B ih Ho theca al titolo Vasa
sacra, n.° 8, insegnano lo slesso, contro
l'opinione dell' Othovagia e del Gobato,
che dicono non esser colpa mortale. Que-
sti vasi sagri poi, cioè il Calice, la Pate-
na, il Ciborio e il Corporale, fuori del
sagrifìzio , si ponno toccare da' chierici,
ancorché iniziati alla sola 1." tonsura: co-
sì ritengono i sopraddetti autori, unita-
mente allo Sporer, contro il Figli ucci e
altri che ciò negano apertamente. Ponno
lecitamente toccare i vasi sagri vuoti, e-
ziandio in sagrifìzio, gli accoliti che ammi-
nistrano, per concessione di Martino V,
in cap. Non HceatpetìLìh. disi. 23. Inol-
tre ponno toccare liberamente i vasi sa-
gri, e lavare i corporali, tulli i religiosi an-
che laici degli ordini mendicanti, e comu-
nicanti ne' loro privilegi , specialmente
quelli che sono deputati al servigio delle
messe e della sagrestia, e ciò per un e-
spresso privilegio concesso a' minori os-
servanti da Calisto III e da Sisto IV, co-
me viene riferito dal Casarub, Privileg.
Mendicantium. 1 laici e lefemmine, ezian-
dio monache, non ponno senza necessità
toccare con nuda mano i vasi sagrile se-
condo alcuni, peccano venialmente, sem-
pre che però ciò si faccia per disprezzo,
perchè, come dicono alcuni altri canoni-
sti, i canoni che ciò proibiscono, si deb-
bono intendere de Consilio, e per mag-
gior decenza, e non sembra che conten-
gano precetto alcuno. Se poi vi sia una
qualche causa ragionevole, in nessuna for-
ma peccano i laici e le donne, come rilen-
VAS i73
gono il Quarti, Commentar, in Rubricis
M issali s, par. 2, tit.i, dub. 6, vers. Col-
ligitur quinto, il Layman, il Sanchez e
molli altri. Per il che TEtn.° Card. Ja-
copo Monico patriarca di Venezia sag-
giamente nella sua costituzione de' 1 6 feb-
braio 1828, art. 8, ordina, che: Tutti i
laici e i chierici non costituiti in ordine
sagro, che avessero avuto la permissio-
ne di toccare i vasi e veli sagri, ne re'
sleranno privi; e bramando di riaverla,
produrranno a questa curia patriarca-
le un attestato del proprio parroco che
ne provi la convenienza ed il merito del
postulante. Le monache poi sagrestane
ponno lecitamente toccare! Calici e la-
vare i Corporali e i Purificatori, giac-
ché vi è in esse la sopra addotta causa
ragionevole, mentre per officio debbono
apparecchiare, ministrare, mutare questi
vasi sagri, il che far non ponno senza toc-
carli; così decise il Pasqualigo, De Sacri/,
novae Legis, q. 83g, n.° 9, con molti al-
tri; oltre di che godono anch'esse de'pri-
vilegi propri de'regolari e de'laici regola-
ri, come abbiamo veduto di sopra".
VA SS A LO, Cardinale. Innocenzo II
nel 1 i34o 1 1 35 lo creò cardinale dia-
cono di s. Eustachio, diaconia che poi per-
mutò con quella di s. Maria in Aquiro. Il
Panvinio opina che fu creato cardinale
diacono di s. Maria in Cosmedin nel 1 1 3o
ovvero nel 1 1 33 ; ma Cardella dubita di
tale asserzione, non trovandosi il suo no-
me sottoscritto nelle bolle con tale diaco-
nia, o almeno se l'ottenne fu per brevissi-
mo tempo, seguendo l'affermato da Cre-
sci n» beni nella Storia di s. Maria in Co-
smedin. Quesli*lo dice creato nel 1 13£
diacono di s. Maria in Cosmedin, dalla
quale fece passaggio alla diaconia di s.
Maria in Aquiro, e finalmente all'Altra
dis. Eustachio. Si crede morto neh 142
circa.
VASSALLI0VASELLI0VALLENS,
Fortanerio o Fortunio o Sertorio, Car-
dinale. Della diocesi di Chaors nell' A-
quitania, che FOldoino vuole nato nella
i74 VAS
Fiandra francese,™! Altri inVallia nell'In*
ghilferra, per cui Godwino nel Commen-
tario de prelati e cardinali inglesi a p.
701 scrive, di non comprendere il moti-
•vo per cui questo cardinale sia stato detto
Forlanerio Vaselli o Vassalli, mentre il suo
genuino nome è Ser torio Fallens,con)e
oriundo di Vallia in Inghilterra, e lo ri-
levai nel riportare il novero de'cardinali
inglesi, nel voi. XXXI V, p. 3o6; ma ciò
\iene assolutamente impugnato dal dotto
Baluzio, nelle note alle File de* Papi
d'Avignone, 1. 1 , p. g5i , confutando con
validi argomenti Godwino, negando il
nome di Sertorio e la nascita inglese,
laonde errò pure Fabri nelle Memorie
di Ravenna, che lo disse guascone o in-
glese. Professala la regola de'minori nel
convento di Gordon, si avanzò talmente
in Parigi ne' sagri studi , che Giovanni
XXII neli322 ordinò al cancelliere del-
l'università di Sorbona di conferirgli il ti-
tolo di dottore, essendo già graduato in
teologia,cheavea pubblicamente insegna-
ta in Avignone nel convento del suo ordi-
ne. Benedetto XII neh 34o, come accen-
nai nel voi. XXVI, p. 92, lo fece vicario
apostolico del suo ordine, per la promo-
zione del generale Oddone al patriarcato
d'Antiochia ; quindi nel capitolo generale
tenutosi in Marsiglia nel 1 343 ad insi-
nuazione di Clemente VI, restò eletto mi-
nistro generale, mediante il breve in cui
dichiarò che l'avrebbe avuto gradissimo.
Nel tempo del suo generalato die l'abito
religioso di s. Chiara a d. Saucia regina
di Sicilia, Majorca e Gerusalemme, ve-
dova di re Roberto, che assuuto il nome
di Chiara della s. Croce,visse santamente
per 6 mesi nel monastero di s. Croce di
Napoli. Dopo aver governalo 5 anni il suo
ordine, lo stesso Clemente VI nel 1 347
lo fece arcivescovo di Ravenna, dovecon
tutto l'impegno si die a sostenere contro
i ghibellini il partito guelfo seguace del
Papa, che neh 35 1 lo trasferì al patriar-
cato di Grado, secondo Cordella, lascian-
dogli l'aiiHuinisUazioue di Ravenna. In
VAS
ubbidienza a* pontificii ordini, fulminò
sentenza d'anatema contro Francesco Or-
delalìì tiranno di Forlì, e contro Giovan-
ni e Guglielmo Manfredi tiranni di Faen-
za, oltre la crociata promulgata per re-
primerli. Alcuni ricordati da Cardella ,
aggiungono che Fortanerio fu pure ve-
scovo di Marsiglia, ma altri da esso pur
citati lo negano. Innocenzo VI neh 354
lo deputò, insieme a' patriarchi di Co-
stantinopoli e d' Aquileia, per coronare
nella chiesa del b. Giovanni di Modoe-
zia l'imperatore Carlo IV colla corona
ferrea, abilitandoli che anco uno di loro
potesse eseguire il solenne rito, in caso
che si rifiutasse di compierlo Roberto ar-
civescovo di Milano. Nel i355 lo inca-
ricò della nunziatura al senato veneto
per ristabilire la pace tra la repubblica
e quella di Genova. La stima e il pregio
in che lo teneva il Papa, apparisce dalle
lettere scritte allora al doge Andrea Dan-
dolo, dicendolo soggetto onorevole nella
chiesa di Dio,uomo di gran virtù.eminen-
te per iscienza, di specchiata probità di
vita, e di pari saviezza ornato, amicodel-
la pace e zelatore della concordia. Dipoi
tornò nunzio tra le repubbliche nomina-
te, per riconciliarle con Pietro IV re d'A-
ragona, ed avendo colla sua prudenza e
saviezza ottenuto l'intento, in premio pu-
re delle altre gravi fatiche sostenute per
la s. Sede , singolarmente nelP Emilia ,
Innocenzo Vi a* 17 settembre i36i in
Avignone lo creò cardinale prete, e poco
dopo o nel principio deh 362, non nel
1 37 1 come dice Fabri, morì in Padova
d'epidemia che menava guasto per tutta
Italia, con sommo dispiacere del Papa,
che gli avea scritto alcune lettere perchè
affrettasse la sua andata in Avignone a
fine di ricevere l'insegne cardinalizie, e
fu sepolto nella basilica di s. Antonio.
Questo cardiuale,uomo dottissimo e d'al-
to merito, commentò pressoché tutti i
libri della divina Scrittura, ed alcuni di
s. Agostino della Città di Dio, non che
compose quell'altre opere teologiche che
V A S
sono riportate nella Biblioteca France-
scana del p. Gio. da Salamanca, avendo
pure composto I1 ufficio delle Stimmate
di s. Francesco.
VASSALLO o VASSO, Stipendia-
rius, Vectigalis, Clìens, Fidaci arili s}
Vassallus. Suddito, soggetto a Repub-
blica, o a Principe o a Signore (F.J.Que-
sta voce si usò anche in significato di Ser-
vo da' nostri antichi scrittori. Dopo l'i-
stituzione de' Feudi, si intese per la voce
Vassallo, colui che teneva un feudo ri-
levante da un altro signore, a titolo e
coll'obbligo di omaggio e fedeltà. Perciò
ne'libri del diritto feudale comune o lon-
gobardico, i feudatari sono egualmente
detti fideles e vassallo*, titoli loro pro-
pri come provenienti dalla fedeltà che
doveano a'padroni. Vassallaggio, Lex
Vectigalis, Clientela, è la servitù dovu-
ta dal vassallo al signore. Dice Mura-
tori nella Dissertazione xi> essere stato
ancora in uso, che i vassalli de' re, duchi,
marchesi, conti, vescovi, abbati ec, aves-
sero de' vassalli minori, che perciò erano
appellali Valvassores. \\ Dizionario del-
la lingua italiana insegna che Varvas-
soro o V alvassoro3 Varvassore o Val-
vassore, era quel signore, che ricevea la
giurisdizione da'eonti, da'vescovi, e da-
gli abbati vassalli d'altro signore. V in-
vestivano delle terre con sub-infeudazio-
»i. 11 Borgia nelle Memorie dì Beneven-
to, e nella Difesa del dominio temporale
della Sede apostolica afferma, che si ha
da'libri de'feudi che un tempo i più. no-
bili tra'vassalli erano i Duchi 3 i Marche-
si^ Conti ,i Baroni ,gli Arcivescovi, i Ve-
scovi e gli Abbati, i quali direttamente
riconoscevano da'/ie e Imperatori, e pe'
domimi della Sovranità della s. Sede da'
Papi, i loro feudi e le loro dignità tempo-
rali. Questi poi solevano concedere in
feudo castelli o altri beni a cospicui no-
bili privati, per avere alle occorrenze di-
fesa e il loro servigio nella guerra, e cor-
teggio e omaggio nelle pubbliche e ono-
revoli comparse, come ne Possessi di lo-
VAS 175
io dignità. A questi nobili si dava il no-
me di Valvassori maggiori, e d'i Capi-
tando Castellani, cioè quando non go-
devano il titolo di duca, ma rchese, conte,
barone. Similmente poi questi nobili sub-
infeudavano corti e poderi ad altri me-
no nobili, per avere anch'eglino de'segua-
ci e aderenti nelle loro bisogne. E que-
st'ultimi venivano distinti col nome di
Valvassori minori, ossia di Valvassini.
Pare, secondo il medesimo Borgia, che i
Valvassini o Valvassori minimi, pro-
priamente fossero quelli che tenevano
sub-feudi da'valvassori minori. A'feuda-
tari era comune il nome di Milite (F.),
perciò gli slessi feudi si appellarono Ali-
litiae. I Sovrani (V.) nel Medio evo si
feceroun pregio, perdivozione a s. Pietro
e per ollenere la protezione efficace de*
Papi e della s. Sede, di sottomettersi e
chiamarsi loro vassalli, con annuo cen-
so, omaggio e giuramento, dichiarando i
loro Stati e Regni tributari della s. Se-
de (V.). Il medesimo Borgia nella Breve
istoria del dominio temporale della s.
Sede spiega le parole : Ligiits homo, Li-
gium homagium, pervassalloe vassallag-
gio. Queste formole sì spesso ripetute ne'
diplomi dell'investiture, ne' giuramenti,
ec. dimostrano che l'investito era vero
vassallo della s. Sede, e che alla medesi-
ma prestava vero e proprio vassallaggio j
e rinvestiture date dalla s. Sede provano
ad evidenza il suo sovrano dominio sulle
medesime.E proibito agli ecclesiastici da-
re ìnFeudo (V.) i Beni di Chiesa, senza
il Beneplacito apostolico (V.). V Inve-
stitura o infeudazione, è il concedere do-
minio o in feudo a colui che presta giura-
mento di fedeltà al signore dominante,
di quanto è a lui tenuto. Si conferiva me-
diante la tradizione delle cose e di sim-
boli, che nel citato e relativi articoli ri-
portai. 11 Tributo (V.) è quel censo che
si somministra o paga dal vassallo e dal
suddito. 1 Difensori (V.) o avvocati o
visdomini delle terre delle chiese, per lo
più erano vassalli delle medesime. La
176 VAS
Regalia (V.) è quel diritlo temporale e-
sercitato da'sovrani, di dominio e giuris-
dizione temporali, e comprende i feudi e
perciò i vassalli. Servo (fr.) è colui che
serve : in quell'articolo ragionai pure de'
liberti e delle loro varie manumissioni,
azione colla quale si rendeva loro la li-
bertà, non meno che agli Schiavi (F.).
Ke'due articoli parlai delle diverse spe-
cie di servitù. Il eh. cav.Betti nell'Album
di Roma, t. 21, p. 227, ci die l'erudito
articolo: Schiavitù dell'antica Roma.
Giustamente rimarca, aver dichiarato il
Diot nell'egregia opera: Abolizione del-
la scliiavitu i/i occidente, che gli storici,
i quali descrivono i primi tempi di Roma,
non fanno menzione degli schiavi sotto»
re, ne sui primordi della repubblica. Gre-
desi dal cav. Betti che sia caduto in fallo;
imperocché senza ripetere la tradizione
che attribuì a re Numa o a re Tulio O-
stilio l'introduzione de' saturnali in Ro-
ma, i quali potevano essere una festa di
puri servi o famuli, anziché di veri schia-
vi ; e neppure riparlare di re Servio Tul-
lio, che al dire degli storici fu figlio d'u-
na schiava presa a Comico! i nell'espu-
gnazione di quella città, perchè Cicero-
ne dice semplicemente che Servio nacque
ex serva larquiniensi, benché Dionigi
affermi fondarsi la sua opinione sulla fe-
de d'autori di maggior credito. Certo è
però, il Betti soggiunge, che la gente
Vilellia, secondo Livio, o Aquilia, secon-
do Dionigi, avea schiavile che uno di
essi fu quel Vindicio , il quale udendo
nella casa o degli Aqnilii o de' Vitellii
trattarsi d' una grande congiura contro
la nascente repubblica, corse a manife-
stare la cosa a'consoli. Schiavo dunque
fu Vindicio, a rigor di termine; poiché
venue poi con tutte le solennità pubbli-
che della legge restituito da Bruto e da'
romani alla libertà e posto nel numero
de'cittadini. Chiaro è intorno a ciò il te-
stimonio di Livio, che riproduce. Termi-
na con dire: forse un' altra prova della
schiavitù fra'romani ne'priucipii della re-
V A S
pubblica può trarsi da ciò che dice il
grande storico nominato, narrando una
scaramuccia fra le genti de' consoli Va-
lerio Pubblicala o Poplicola e Lucrezio
dall'una parte, e quelle di Porsenna dal-
l'altra mosse all'assedio di Roma. Si ap-
prende da Giulio Cesare, che la maggior
parte de'germani vivevano di latte, di ca-
cio e di carne; che presso di essi niuno
possedeva terre, né limiti che fossero loro
propri, per cui presso que'popoli non po-
tevano esservi feudi. Ma, secondo Tacito,
ogni principe avea una truppa d'uomini
diesi univano a lui e lo seguivano alla
guerra; e chiama segno di dignità e di
possanza l'essere sempre circondato da
una folla di giovani ch'erasi scelto; non
che ornamento nella pace , e baluardo
nella guerra. Que' giovani, che Tacito
chiama comites, s' impegnavano con sa-
gra promessa a difendere il loro principe,
che in quanto a lui era obbligato a som-
ministrar loro il cavallo di battaglia e
il terribile dardo. Il pasto poco delicato,
ma copioso, era una specie di stipendio,
con cui il principe pagava i servigi ch'e-
rano a lui resi. Per tal modo presso i ger-
mani non eranvi feudi, perchè i principi
non aveano terre da distribuire: vi era-
no vassalli, perchè trova va osi uomini fe-
deli che con santa parola s'impegnavano
generosamente nelle guerre, e prestavano
a un di presso lostesso servizio, come po-
scia si fece dopo l'istituzione del feudali-
smo. 11 sistema feudale, ch'ebbe lodato-
ri e detrattori egualmente, per le pre-
potenze ed enormi abusi ch'esercitò,i qua-
li deplorai e riprovai in tanti luoghi, co-
me l'obbrobrioso che con pena ricordai
nel voi. LXXVII, p.ig3, similmente a
molte altre cose più cattive che buone che
ci vennero,fu un sistema portatoci inltalia
dagli stranieri, i Longobardi (^.). An-
che prima della istituzione de'feudi, vien
fatta menzione de' vassalli del re e degli
altri principi, perchè è certo eh' essi tro-
va vansi tra il numero de Famigliari o
Domestici dell'imperatore o del re, e che
V AS
erano quelli stéssi che chiamavano Vassi
regale s seu Dominici. Questi vassalli e-
rano persone considerabili, e trova vansi
immediatamente nominati dopo i conti.
Venivano compresi sotto quel nome tutti
quelli ch'erano uniti al re colla religione
del giuramento. Quando essi erano ac-
cusati di qualche delitto, ed obbligati a
purgarsi col giuramento, avevano il pri-
vilegio di far giurare per se colui che tra
di essi godeva della maggior stima e che
meritava ampia fede. Qualche volta essi
erano mandati nelle provincie per assi-
stere i conti nel Tribunale [V.) che al-
zavano nell'amministrazione della giu-
stizia e de'pubblici affari ; e quando i vas-
salli regi recavansi al luogo della com-
missione loro, ricevevano contribuzioni
e Tributi al pari de'commissari del re,
Missi Dominici. Il principe assegnava
poi loro delle terre nelle provincie, aftin-
ché ne godessero a titolo di Beneficio ci-
vile, /ure beneficii, e siffatte concessioni
non erano se non in vita, ed anco amovi-
bili. Questi benefìzi obbligavano i vas-
salli non solamente ad amministrare qua-
li Giudici la giustizia , ma anche a ri-
scuotere a nome del signore i Dazi che
ne dipendevano mediante un annuo Li-
vello. Dovevano pure un servigio di Mi'
lizia, e appunto per questo nel secolo X
ogni possessore di feudo lasciò il titolo
di Vassas per assumere quello di Miles.
Dissi già , che distinguevansi due specie
di vassalli, i maggiori e i minori e deno-
minati valvassore^. I principi essendosi
creati de'vassalli immediati colla conces-
sione di benefìzi civili, si fecero anche de*
vassalli mediati, permettendo a'nobili di
crearsi anch'essi de'vassalli, dal che de-
rivarono le sotto-infeudazioni, i feudi di-
pendenti da altro feudo, i vassalli di-
pendenti da altro vassallo. Anzi molti
F escovi (V.) ed Abbati, che godevano
signoria temporale con sovrana giurisdi-
zione, sebbene vassalli di re o altri prin-
cipi, adessi concessero l'infeudazione del-
le tene o castella delle loro chiese e mo-
voi. LXXXVIU.
VAS 177
nasteri. Perciò ebbero a vassalli re e al-
tri potenti principi, ch'erano tenuti neJ
loro possessi, massime a'vescovi, a pre-
star loro omaggi riverenti e anche singo-
lari, ricambiati con donativi, anche rile-
vanti, come narrai descrivendo i vesco-
vati che riunirono il principato tempo-
rale. Quindi moltissimi vescovi signori
temporali, tra' loro vassalli più nobili e
potenti nominavano il gran coppiere, il
gran maresciallo, il gran ciambellano, il
gran cacciatore, il gran portiere, ed altri
con titoli d'uffizi onorifici; Siffatti vesco-
vi con signoria temporale, pontificando
u&avanoSperonif V.) ealtre insegne prin-
cipesche, ed accanto all'altare pouevano
la Spada (V.), il cimiero, la manopola,
la miccia accesa ec. I vassi o vassalli mag-
giori de're e imperatori, ed i loro feudi
erano sottoposti solamente e immediata-
mente alla regia e imperiale maestà, né
dipendevano dalla città o dal suo gover-
no. Alcuni hanno distinto il Fasso dai
Vassallo, credendo che vasso fosse quello
che godeva qualche podere jure bene/I-
ciario, cioè a titolo di feudo ; ma come
ben dice il Muratori nella rammentata
Dissertazione de' Vassi, Vassalli, Be-
nefizi, Feudi, Castellani ec, per esser
vasso non esigevasi il godimento di qual-
che benefizio. Osservarono il Du Gange,
il Boxhornio e l'Eccardo, che Vassos in
linguaggio cambrico significò famulus e
ministerj quindi parrebbe che il voca-
bolo di vasso fosse dato a chiunque ser-
viva nelle corti regie anche senza posse-
dere benefizi. Forse talvolta si disse vas-
sallo colui che serviva un signore infe-
riore; però in un capitolare dell'823 sot-
to Lodovico I il Pio > sono nominati i
Fassi et Vassalli regis, senza alcuna
distinzione, il che farebbe credere che
vassallo fosse lo stesso che vasso. Ma ge-
neralmente parlando portavano per Io
più il nome di vassalli que'nobili che ser-
vivano a'duchi, marchesi, conti, vescovi
ed anche abbati per lustro della loro corte
e famiglia. A questi tali perlagione della
12
i78 V A S
corica, o pure dopo un lungo servizio in
ricompensasi concedeva il godimentodi
qualche podere con titolo di benefìzio.
Diventava dunque allora vasso o vas-
sallo chiunque si metteva, come oggi
diciamo, al servizio di qualche re o gran
signore, e questo chiama vasi commen-
dare se in V assaticum ^ ma senza che
per questo si ottenesse immediatamen-
te un benefìzio. Quindi molli erano
creati vassi, cioè erano ammessi al ser-
vigio de* conti o d' altri gran signori ,
senza avere ancora conseguito alcun be-
nefizio. Piicavasi altresì da un preceden-
te capitolare di Carlo Magno dell' 812,
che Vassi Dominici , cioè regi, avevano
Fassallos suos casatosì cioè al loro ser-
vizio delle persone civili ed onorate. An-
che i vescovi avevano i loro vassi: nel si-
nodo celebrato nel 978 da Gauslino ve-
scovo di Padova, nel documento pubbli-
cato dal Muratori, si trovano sottoscritti
alcuni che s'intitolano, Vassi ejusdem
DomniGausliniEpiscopi.Dìftevema dun-
que vi è fia'vassi o vassalli de'secoli an-
tichi eqùe'de'posteriori.Negli ultimi tem-
pi e prima dell'abolizione de'feudi, uiuno
veniva costituito vassallo, se non a tito-
lo e per ragione di qualche feudo a lui
conceduto: ma anticamente per esser tale
altro non si richiedeva se non l'essere am-
messo al servigio del re, duca, conte ec.
Quindi appreudesi dui monaco di s. Gal-
lo, Z?e Gest. Caroli iKOb.i,cap. 22, che
l'essere a que' tempi Vasso o Vassallo
altro non significava, che l'essere al ser-
vigio di qualche regnante o signor gran-
de. Vigeva però la consuetudine di con-
ferire a que' cortigiani qualche benefizio
da godere, forse solamente durante la lo-
ro vita. E per solo Vassalico , ossia ser-
vigio, sembra che si giurasse fedeltà al si-
gnore. Poiché negli Annali de' Franchi,
all'anno 757, Tassilone duca Fidelità-
tem promisit Regi Pippinoy sicul Vassus
etc. Ed all'anno 787: Contristaius Tas-
silo venitper scmelipsumt tradens se ma-
nibus Domni liegis Caroli in Fassati-
VAS
cunij et reddens Ducatum sili commi**
sum a Donino Pippino Rcge. Perciò i vas-
si erano appellati Fedeli, e nel linguag-
gio delle leggi saliche e visigotiche Leu-
des, perchè giuravano fedeltà al signore.
Nel lib. 4> cap. 5 delle leggi visigotiche
sono osservabili queste parole : Quod si
inter Leudes quicumque nec Regiis Be-
neficiis aliquid consequutus.k. questi vas-
si o vassalli furono dati de' poderi in feu-
do non solo, ma s'introdusse anche il con-
cedere con questo titolo le castella , le
marche ed i ducali. Così all'esempio de*
re anche i duchi, marchesi, conti, vesco-
vi, abbati si procacciavano de' vassalli col
dare ad essi in feudo terre e castella. E-
rano poi tenuti i vassalli non solo a mi-
litare in favore del loro signore, ma an-
che ad assistere ad esso per onore in cer-
ti tempi, e come suol dirsi far loro la cor-
te, il che già notai. Si legge nella vita di
Ugo Capeto, capo della 3.a stirpe de're
di Francia. Essendo duca di Francia e
il più polente signore del regno, gli fu
conferita la corona in un'assemblea tenu-
ta a Noyon e fu consagrato da Adalberto
arcivescovo di Reiois a'3 luglio 987. Ta-
le assemblea non dovea essere numerosa :
dopo il trionfo della feudalità, non vi po-
tevano più essere adunanze della nazione,
poiché gli uomini liberi erano a poco a
poco caduti in servitù, ed i nobili di-
pendevano, pe'loro feudi, da alcuni gran-
di proprietari, i quali soli esercitavano il
potere politico, e venivano intitolati vas-
salli della corona. 11 numero de' grandi
vassalli non oltrepassava allora quello
di 8, cioè : il duca di Guascogna, il duca
d' Aquitania, il conte di Tolosa, il du-
ca di Francia, il conte di Fiandra, il du-
ca di Borgogna, il conte di Champagne,
e il duca di Normandia, dal quale la
Bretagna a quell'epoca dipendeva anco-
ra. Tali erano i signori che aveano un
interesse reale nella scelta del mouarca,
perchè soli trattavano direttamente con
lui : gli altri francesi non erano più i sud-
diti del re, ma gli uomini de'grandi vas-
V AS
salii e poco pensavano a chi sarebbe of-
ferta un* autorità reale che non si esten-
deva più (Ino ad essi. I grandi vassalli di
Francia, come i principi liberi dell'impe-
ro eleggevano P impelatole, sceglievano
per re colui, che loro non lasciava te-
mere di nessun tentativo contro la lo-
ro indipendenza. In molti documenti del-
la gran contessa Matilde si trovano sot-
toscritti i suoi nobili vassalli da Uibianel-
lo, da Daiso, da Palù, da Nonantola, da
Tignola, da Sa vignano, reggiani, mode-
nesi ec. E quando Enrico V neh i 16 ca-
lò in Italia per impadronirsi dell'eredi-
tà della gran conlessa, tutti i vassalli cor-
sero a fugli corte. Tanto il signore do-
minante che possedeva il feudo , quanto
il vassallo che lo teneva per investitura,
dissi che aveano de' reciproci doveri da
compiere P uno verso l'altro; il signore
doveva protezione al suo vassallo, e que-
sti onore e fedeltà al suo signore. I vas-
salli si chiamavano altresì parie compa-
gno, perchè erano eguali in ufficio: non
potevano esser giudicati se non da' loro
eguali, come si osservò in Francia verso
i pari fioche durò la paria, in qualità di
grandi vassalli della corona. Però non e-
rano d' egual rango il principe diretto ed
il vassallo , uè potevano perciò muoversi
scambievolmente la guerra , e decadere
scambievolmente da'rispettivi diritti; poi-
che il vassallo in qualunque giuramento
che preslava al suo principe, dal quale ri-
conosceva un 2.0 feudo, vi dovea mettere
la clausola di difenderlo contro chiunque,
tranne contro il padrone diretto del i.°
feudo. Il vassallo perdeva il suo feudo per
diverse cagioni, che si compendiano così:
quando egli pel i.° metteva la mano sul
suo signore ; quando non lo soccorreva
nelle guerre, o quando s' armava contro
di lui, accompagnato da altri suoi paren-
ti; quando finalmente persisteva in qual-
che usurpazione sul suo signore, e negava
di riconoscerlo. I doveri del vassallo si ri-
ducevano a 4 cose precipuamente: i.° nel
prestar fedeltà e omaggio al suo siguore
VAS i79
dominante in ogni mutazione del signo-
re e del vassallo; 2.0 nel pagare i diritti
che si dovevano al signore pe'cambiainen-
li di vassallo, come il quinto pe'cambia-
menti per vendita o per altro contralto
equivalente ec. ; 3.° nel somministrare al
signore la ricognizione e numerazione del
suo feudo ; 4-° finalmente nel comparire
alle udienze del signore innanzi a'suoi uf-
ficiali quando fosse citato a quest'efFetto.ll
vassallo doveva prestar fedeltà e omaggio
in persona, ed in quest'atto doveva met-
tere uu ginocchio a terra, colla testa sco-
perta, senza spada e senza speroni. Il giu-
ramento dell'omaggio ligio importava ne-
cessariamente una total dipendenza dal si-
gnore direi to,onde non se gli possa muove-
re guerra senza incorrere nel reato di fel-
lonia e decadere dal feudo. II cane arislo-
cralico per eccellenza , da tempo imme-
morabile, è senza dubbio il levriero. Sul-
le più antiche tombe l'effigie coricata d'un
alto e potente siguore, ha quasi sempre il
levriero a' piedi siccome emblema della
fedeltà de'sUoi vassalli, o di quella che a-
ve va égli slesso pel re suo sovrano.1 1 simu-
lacro del Leone (F~.) che si vede late-
ralmente alla porta principale de' Tem-
pli, ricorda pure che tra loro sedeva il si-
gnore feudale a rendere giustizia. Quan-
to riguarda i vassalli de'Papi e della s. Se-
de, ne trattai negli articoli ricordali in
principio; alcuni corrispondevano tenui
Censi e Tributi (J7,), come fece Martino
V nell'inveslire di Bracciano e lago Sa-
batino (di cui riparlai nel voi. LV1I1,
p. 1 1 8 e 1 2 1 ), e in vicariato, nel \ 4 1 7 gli
Orsini per un triennio, col solo censo d'un
avolloio. Quaulo alle pontificie provvi-
denze repressive de' vassalli feudatari, qui
solo ricorderò: Pio li colla bolla Ad reti-
nendas, de'28 gennaio 1 461, Bull. Boni.
t. 3,part. 3, p. 110: Contra homicidas,
vel de homicidio condannatosela diffa-
matosi ditioni s. Bomanae Ecclesiae
mediate., vel immediate subjeclos. Paolo
II colla bolla Viros sanguineo s, de' 22
settembre 1467, loco cit.,p. 120: Con*
i8o V A S
tra vindtctam transversalem in Urbe
ejusqtie districtu sumentcs, aut Caval-
cata.*;, seti hominum colicela* facientes,
brigososq. et eorum f autor es. Innocenzo
Vili colla bolla Licei eai de' 1 3 settem-
bre 1 4^8, loco cit., p. 2 1 9 .* Contea exu-
les, et bannitos ab Urbe, minai prò
habenda pace ab qffensis, vel eorum
haeredibus, inferenles, eorumq. min-
cium sciente r desuper afferentes. Giu-
lio II colla bolla Quia nìhil est, dell' 8
novembre i5o3, loco cit., p. 25g: Coii'
tra Barones, et Conimwdtates Status
Ecclesiastici, eorum territoria non cu*
stodientcs a bannitis,furibus, et aliis de-
linquentibus. Il medesimo Papa colla bol-
la Cum homines, de*27 novembre 1 5o3,
loco cit., p. 269 : Co atra homicidas, et
alios capitaliter bannitos, aut sibi jus
dicentes,aut Cavalcatala facienles etc,
eorumque receptatores, etfautores.heo-
ne X colla bolla Romani Pontifici, del
i.° settembre i5 18, loco cit., p. 264:
Contra Barones, et Communitates non
custodientes eorum territoria a banni-
tis,furis etc. Quindi emanò la bolla O-
mnes quidem, de'2 3 gennaio 1 520, loco
cit., p. 472 : Contra homicidas, banni-
tos, etc. Communitates, et Dominos eos
non capiente?, aut auxiliantes, faveti-
tes, et receplantes in Statu Ecclesia-
stico. Clemente VII colla bolla In San-
età, de' 12 giugno \5i^, Bull. Rom.
t. 4i par. 1, p. 44 ; Approbalio, et ex-
tensio consti tutionum Pii II, Pauli II,
S;xti IV, Julii II, et Leonis X, contra
homicidas, bannitos, sumentesque vin-
dictam de propinquis offendentis, nec
non brigosos, etc. Ac Barones, et Com-
munitates eorum territoria a praedi-
ctis non custodientes in Statu Ecclesia-
stico. Giulio IH colla bolla Cumcivita-
tes, de' 22 settembre i5523 loco cit., p,
297 : Contra Franchitias in Urbe re-
tinentes, et Curiata in executione ini-
pedicntes, cum approbatione Constitu-
tionum contra bannitos, etc. editarum.
Di più colla bolla Cumsicut, del i554,
V AS
loco cit., p. 3 1 2 : Contra honiteidas, !>ri^
gosos, ducllantes, et alia gravia erimi-
ria palranlcsi, bannitosque, et eorum
complice?, receptatores, et fautores.
La Congregazione cardinalizia della
s. Consulta (V.), ripete la sua primi-
tiva origine da Paolo IV 2 come Tribu-
nale di Roma (Vt)t era eziandio tribu-
nale di ricorso de' vassalli contro i ba-
roni de'feudi, dipendenti dal principato
temporale della Chiesa romana, e contro
i loro ministri, reprimendone gli arbitrii
e l'estorsioni. Il successore Pio IV col mo-
to-proprio Quìa nonsolum ex debito, de*
1 3 ottobre i56o, Bull. Rom. t. 4> pai- 2,
p. 49' Vassallorum obligationes de re-
terò fiendae , prò eorum Domimi Sedi
Apostolicae subjeclis, nullae erunt. Et
Domini eorum Vassallos ab obligatio-
nibus jamfictis indemnes r elevar e , ci
pecunias solutas infea sex menses re-
stituere cogentur. Indi colla bolla In e-
riunenti, de'6 gennaio i56i, loco cit., p.
66: Confirmatio Consti tutionum a Pio
II, Paulo II, Sixto, IV, Julio II, Leo-
ne X, et Clemente VII, editarum con-
tra homicidas, et bannitos, eorumque
fautores, et complices , ac Dominos,
Communitates non custodientes eorum
territoria a bannitis,furibus7elc. Et re-
vbcatio quarumeumq ne facilitatimi gra-
tiandi homicidas, aut cum eis compone ti-
di. Col breve Etsi cuncla, de' io aprile
i562, loco cit., p. 1 1 1 : De homicidiis,
aliisque rei? poenae capitali?, etc. Colla
bolla Superna providenlia, de'6 ottobre
1 564, e moto-proprio Continua men-
tati, loco cit., p. 181 : Cancellariae eri-
mina les Status Ecclesiastici ex causa
vera onerosa aliis non concessae, Rev .
Cam. Ap. iteratur applicantur. Et sla-
ttila prò Cancellariis praefiniuntur.
Curii privilegi orum concessione. Ac The-
saurarii et A. C. super illis et eorum
cau?is3 jurisdictione, et auetoritate. Il
successore s. Pio V, colla bolla Ex su-
pernae, de' 3 luglio i566, da lui e t\a
2 j cardinali sottoscritta, loco cit., p. 29 > ;
V A S
Innovalio, et amplialìo Constitutionum
a Pont. Praedecessorihus adì lanini con-
tro, homicidas,brigosos,vindictatn tran-
sversalem, nut hominum collectom fa-
cienles,ftcinorososque homines, eor unt-
ane complice* , et fautore s ) Communita-
tes quoque, et alios eoruni territorio a
praedicfis non custodie ntes in Stalli Ec-
clesiastico. Gregorio XIII colla Lolla
Tonta, tamque hor renda , dell' i i luglio
i58o, sottoscritta da lui e da'cardinali,
Bull. Boni, t.4, par. 3, p. 45 1 : Innova-
lio Consti tulio/inni a Praedecessorihus
editoriali contea homicidas, et alios ca-
pita liler bonnilos. Et majorem pocna-
rum inflictio in corum receptatores, et
auxiliontes, Communilatesque eos non
persequen tes ,et capiente s. Le disposizioni
di Sisto V , le riportai nel suo articolo e in
quello di Velletri. Clemente VI IIneh5c)2
istituì ìaCongregazione cardinalizia del
Buon Governo (T7.), tra le cui attribu-
zioni esercitò quella di vegliare sui com-
missari dc'baroui feudali e vassalli della
s. Sede, a vantaggio de' sudditi. Lo stes-
so Papa nel i 5c)6 istituì la Congregazio-
ne cardinalizia sopra i Baroni dello
stalo ecclesiastico (/r.) , per ovviare a'
danni, che da questi ricevevano i loro
vassalli, a' quali con lunghe liti e cavilli
non pagavano i debiti che con essi aveva-
no. 1 lJapi ebbero diversi sovrani, duchi
e principi per loro vassalli, per averli in-
ondati per linea mascolina legittima, di
parte de'dominii temporali della Sovra-
nità della s. Sede (fr.) , nel quale arti-
colo dissi ancora della loro cessazione, ed
eziandio di quella de'feudi minori, e que-
sta interamente compita pochi anni ad-
dietro con pubblico vantaggio. Le pre-
tensioni di certi baroni nelle chiese, se
non godono il padronato, non sono giu-
ste, e devouo considerarsi come gli altri
fedeli, ne' luoghi cioè ove sono cessati i
diritti feudali. Perciò non competono lo-
ro nelle chiese quelle distinzioni che al-
cuni esigono. Al più per convenienza può
loro dai si il geuuilessoiio distinto, ma
VAS 181
senza strato, ne cuscini. La congregazio-
ne ceremouiale nel 1701 proibì lo strato o
tappeto e i cusciui nelle chiese, tranne pe'
cardinali, i vescovi ed i sovrani, sotto pena
di scomunica ipso facto, e dell' interdet-
to alla chiesa e suoi rettori. Il decreto fu
approvato da Clemente XI ùi ottobre,
e si legge nel Bull, lìlagn., t.8, p. 4^7,
e nel Novaes, Storia di Clemente XI,
§ 4^. La Torre (V.) divenne asilo di
prepotenza, di crudeltà e d'insidie, an-
che pe'trabocchetti, pe 'feudatari: ne fu-
rono trovate eziandio ne' Palazzi di Ro-
ma (F.). QuestijCome altri baroni feuda-
tari, ebbero contigue torri; e fu distin-
tivo del feudalismo I* avere i baroni ne'
loro Feudi, nel palazzo baronale, grosse
catene per la berlina de' delinquenti, ed
in città qual segno di giurisdizione e di
Franchigia. Il medio evo e il feudali-
smo ammisero il Duello (F.) nella bar-
bara loro ignoranza, come conseguenza
delle grossolane credenze del tempo. La
ragione del più forte e del più destro
era la migliore. Il duello, ossia la lotta
fra due uomini, viola dapprima la legge
di Dio, e poi le leggi sociali. In ogni tempo
è stalo condannato della religione, dalla
morale e dall' ordine pubblico sì bar-
baro avanzo del feudalismo. Il ch.Reu-
inont nella recente sua opera, Della di-
plomazia italiana dal secolo XIII al
XFIt a p. 211, osserva che tutti i prin-
cipi minori nel secolo XVI s* affaccenda-
rono per ottenere predicati, ossia Titoli
d 'onore (V.), e fra questi iRovereschi du-
chi CÌTJrbino, i Cibo-Malaspina di Mas-
sa e Carrara, ed altri. Laonde verso la
metà del secolo XVII, del povero titolo
d' Eccellenza (V.) non si contentavano
se nou i vassalli de'prineipi maggiori e i
principi romani. Lo scialacquo de' titoli
fece sì che alcuni di essi perdessero il lo-
ro valore e significato primitivo. A. Ge-
nova e a Firenze v'hanno de (Marchesi a
dismisura (come altro ve, inuumei abili poi
sono i titoli di conte che dispensarono,*' i
duchi di Ferrara adi Urbino, ed altri
,82 V A S
vassalli della s. Sede a'Ioro vassalli minori
e con subinfeudazioni); eppure quest'era
un titolo che ancora nel secolo XV con-
veniva agli Estensi di Ferrara, a'Gonza-
ghi di Mantova, e a'grandi vassalli del-
la Chiesa romana, che possedettero tem-
poraneamente la Marca d'Ancona, sic-
come sotto Eugenio IV, Francesco Sfor-
za poi duca di Milano. Dice inoltre, di
tacere del titolo di conte, che a quel me-
desimo tempo spettava a'signori d* Urbi"
no e di Monte Feltro (su di che meglio
è vedersi tali articoli); ed osserva pure,
che colla dignità di Duca e di Principe
era prima congiunto il titolo di Eccel-
lenza Illustrissima, ma tosto si attribui-
rono quello d' Altezza, cogli aggiunti di
Serenissima e di Reale, Sui vassalli e sub
le servitù, si ponno consultare i seguenti.
Novari, De gravaminibus vassallorum,
G. Aleandro, Cornine ntarius in legem de
Servitutìbus. Bartolomeo Cipolla , De
Servitutibus, Lugduni 1 552.TitoPopma,
De opcribus servorum, Odici na Planti-
niana 1608. A. Loon, De Manumissio-
ne servorum apud romanos, Ultrajecli
|685. M. Piover, Frammentimi veterum
leti dejuris spcciebus , et de Manumis-
sionibus, Lugduni Balavoruni 1 789, Gio-
vanni de Marinis, De feudis, Neapoli
i565. Giuseppe Cumi, De successione
ftudaliunij Catinae i563. Martino de
Caratis, Lectura in opere feudorum3l$a-
.sileae i564- A. Borrini, Cavalcata sive
de servitiis vassallorum, Augustae Tau-
rinorum i5y5. Amedeo Ponte, Quae-
stioncsLaudimiales ex suo tractalu feu-
dali desumptat, Augustae Taurinorum
1577. Michele Belli, De feudis, llomae
1 792. Bartolomeo Camerario, Bepetitio
legis de prohib. feud. alien, per fede.
Romae 1 558. Della proclamata riforma
per P abolizione della servitù ed affran-
camento de'contadini servi, abitanti nel-
le terre de' proprietari nobili, che ora
trattasi d'eseguire in Russia, ne feci cen-
no a Varsavia. Nientemeno riguarda il
rnovvediineulo maguanimodi migliorar
V A S
la condizione a 25 milioni di persone, e
di restituir loroi diritti dell'esistenza ci-
vile e la dignità di uomini, di cui erano
state private. Ne sarà felice conseguenza
1' ammirazione del mondo, le benedizio-
ni celesti e de'beneficati, e la patria pro-
sperità, a cui è intento l'animo benigno
e generoso dell'iroperatoreAlessandro II.
Nel 1 855 fu pubblicata inFirenze: Storia
de Municipii Italiani daG regorioV II a
Carlo E, di Paolo Emiliano Giudici (il
quale nello stesso anno e nella medesima
città pubblicò la suo Storia della let-
teratura italiana). Ne diede ragguaglia
la Cronaca di Milano del 1 855 a p. 1 53.
Riporterò un brano relativo al discorso
argomento, con alcune dichiarazioni mie
fra parentesi. » Fra le lotte del secolo X
il popolo acquistò novella esistenza. Fino
a quel punto esso era composto Partigia-
ni (uniti in Università artistiche} senza
nessuna franchigia, di censitali, che la-
vorando un fondo rispondevano con un
certo qua! censo e con servigi personali
al loro padrone, e di co/o/?i ch'erano l'ul-
timo grado dell'umana famiglia, condan-
nali all'assoluto arbitrio del loro signore,
oggetti di commercio, cornei giumenti ed
i buoi, nati coloni,obbIigati a non procrear
che coloni, (issi al campo che bagnavano
del loro sudore, senza nemmeno la povera
consolazione di cambiar orizzonte. Ma
gl'imperatori, accordando feudi e privi-
legi a'monasteri eda'vescovi, benché non
badassero più in là chea crearsi ile'fauto-
ri (può aggiungersi , come apparisce da'
diplomi di donazione, per Suffragio del-
l'anime de'loro parenti, per implorare da
Dio il perdono de'loro peccati) contro il
loro più formidabile nemico, il Papa (per-
chè questi difendeva le sante ragioni del-
la Chiesa , ne infrenava la prepotenza e
l'esorbitanze, e qual padre comune pro-
teggeva gli oppressi), involontariamente
dilfondevano intanto in Italia una gene-
rale riforma. Chi abitava sulle terre ili-
pendenti da'vescovi, da chiese, ila bailie,
da mouasteri cessava d'esser colouo per
V AS
ili ventai- censitale; giacche la schiavitù
eia incompatibile col Vangelo e colla ino*
rale predicata dal monaco e dal sacerdo-
te. In riconoscenza questi liberati sorge-
vano a sostenere i liberatori, rinforzando
di tal modo l'autori là del sacerdozio. I
monarchi vedeano di buon occhio que-
st'iuualzaineuto della potenza ecclesiasti-
ca; onde mano mano che morivano i feu-
datari secolari, venivano i loro benefizi
trasfusi in autorità ecclesiastiche (per pie
e benefiche fondazioni, nella più parte),
e ciò per due solenni interessi. III. d'a-
ver favorevoli nelle diete i vescovi che vi
teueano i primi posti; il 2.0 d'evitar il pe-
ricolo che i feudi in mano de'laici diven-
tassero inalienabile eredità di famiglia, o
si rendessero così sempre più minacciosi a
chi già stava in cima del potere, lnfatto
il gigantesco colosso della baronia (ogui
tribù, presso i germaui chiamava*! Fa-
re, e i loro capi Farones, donde Baro-
ni) ricintosi di vassalli e castelli , aveva
tentato più volte di salire i gradini del tro-
no per sbalzarne quelli che già vi stavau
seduti. Bisognava dunque rompere la sca-
la che dava accesso a quell'altezza. Infat-
ti non andò molto che i conti non ebbero
più giurisdizioni se non sulle disunite
masse della campagua perciò dette con-
tadìy e a'soli vescovi restò il dominio sul-
le masse compatte delle città. Fermi que-
sti vescovi alle loro evangeliche dottrine,
fondevano insieme le dilfereuze sociali,
finche alla dieta di Pavia proclamarono
1' eguaglianza tra franchi , italiani e lon-
gobardi, tutti comparendo sotto il titolo
di uomini liberi e possessori. Emancipa-
to una voltali popolo cominciò ad apprez-
zar meglio se slesso, a immischiarsi nelle
questioni, a parteggiar pel Papa, pel so-
vrano, pel legittimo vescovo e per l'iu-
truso (negli scismi, il più delle volle pro-
vocati dalla potenza laicale, 0 almeno vi-
rilmente sostenuti, per armeggiar la Chie-
sa e tentare d'indebolirne la suprema au-
torità), giacché lo scompiglio fra la s. Se-
de e l'In) pero iacea spesso che in una uie-
VAS i83
desi ma città sedessero allora due o più
vescovi lottanti Ira loro. Il popolo piglia-
va gran gusto a queste lotte (non tutto,
ed i saggi e buoni deploravano le pubbli-
che sciagure), e mal sapendo discernere
qual fosse l'intruso, quale il legittimo, to-
glieva rispello ad entrambi; intanto fra il
litigio andava guadagnando sempre più
per se stesso forza, privilegi e diritti. Co-
sì prepara vansi senza fatica quelle lar-
ghezze lauto care all'indole viva degl' i-
taliaui e alla loro marittima posizione.
La quale favorendo il commercio traeva
seco tutte quelle libertà senza cui il traf-
fico non ha vita , e venivano così d' uà
passo l'arricchimento delle città sull' A-
driatico e sul Medi ter raueo, e le istituzio-
ni vaste, libere come il commercio e come
il mare. Allora Amalfi, Salerno , Pisa,
Livorno, Venezia copri vauo di veledaGi-
bilterra a' Dardanelli; allora traevano
sulle loro navi tutta Europa alla Crocia'
to(ue riparlai a Turchia, colle conseguen-
ze) in oriente, donde tornavano poi recati-
do tesori, e quel che vale ancor più un
ampio corredo di cognizioni e una più no-
bile slima dell'uomo. Là iti Palestina s'e-
rano trovati nelle stesse file, sotto le sles-
se tende, alle stesse sperauze , agli stessi
dolori il figlio del povero con quello del
principe, il proletario col barone, e così,
fondendosi l'umane distinzioni, le fortui-
te ambizioni di famiglia, i privilegi ere-
ditari del sangue cedevano a qualche co-
sa di più grande, cedevano alle doti indi-
viduali dell'uomo. Quel nobile amore che
sforzava i nostri proavi a sagrificar tutto
per la patria, a difendersi da' nemici che
li circondavano, quelle leggi terrestri e
marittime che attestavano una sapienza
acquistata fra l'imprese inspirate dalla
gloria più che dall'orale tradizione e del-
le cattedre, diedero a que'tempi una vita,
nu aspetto che rese poi sempre più dolo-
rose le successi ve sventure. 1 gentiluomini
non poleauo veder seuza gelosia questi
plebei, ignoti, avviliti fino a ieri, oggi di-
venuti loro pari;puie tornando inutili t ut-
i84 VAS
te leopposizioni,caddero gli sforzi di colo-
ro che chiedevano dover esser considerati
come una casta privilegiata. Divisa allora
l'Italia iniostati,ciascunoavea proprio la
costituzione , e comune il desiderio della
preponderanza. Modena eReggio ergevau:
si a ducato nel i 1 20 per opera di Folchi-
no d'Este. Assoluta indipendenza s'acqui-
starono i marchesi delMonferrato.Fin dal
io 16 Piemonte e Savoia venivano chia-
mali a governo proprio da Bertoldo da
Moriana. I normanni, ricevuto da Pupa
Leone IX (V.) il possesso della Puglia, del-
la Calabria, della Sicilia, davano adesse
neli 1 3o titolo e forma di regno. Da Gre-
gorio VI1(V.) lo stalo della Chiesa otte-
neva quella preponderanza sutultaTlta-
Jia, che accrescendo la propria potenza
innalzava l'elemento nazionale sulle basi
ò'un immenso concetto morale (francati-
dolaChiesadalloStaloe rendendola indi-
pendente dall' imperatore). La Toscana
■vedeva nelle sue città di Lucca, Firenze e
Siena 3 cenili di potenza terrestre in lot-
ta continua fra loro, ma tutti cospiranti
alla grandezza ci' Italia; intanto che Pisa
signoreggiava col suo commercio sul Me-
diterraneo e mandava non meno di 120
navi sotto il suo vescovo Daimberto alia
crociata. Genova con tutte le città delle
Suerivierefalta repubblica popolare, pre-
se anch' essa parte alla spedizione in o-
riente e tornò ricca di spoglie, che accreb-
pe poi colla conquista delle Baleari e del-
ia Sardegna. Gran monumento di repub-
blica aristocratica Venezia, vantaggiatasi
pure delle sue imprese in Terra Santa e
delle sue rivalità con Genova e con Pisa,
fatta piti superba per la sua singolare po-
sizione , sfidava da Rialto tulli i popoli
del mondo e tenevasi tributaria l'Africa e
l'Asia. La sommissione degl' istrioti, del-
la Dalmazia e dell'Illirico finì di rendere
strapotente questa regina de'mari. Le 3
repubbliche di Pisa, Genova e Venezia,
unite dapprima dal comuue interesse, lì-
mi uno col lacerarsi per reciproca gelosia,
ciascuna cacando superar Tullia in uu-
V AS
mero di navi, in estensione di traffico, in
acquisto di ricchezze e in magnificenza e
splendore di monumenti. Da qui venne-
ro le prime fondazioni di quegli edilìzi
che segnano il risorgimento dell' arti in
Italia, quali sono il s. Marco di Venezia,
i palazzi marmorei di Genova, il Campo-
santo di Pisa; gran prova che anco dalle
più tristi cause ponuo derivare splen-
didi effetti*. Per singolare contrasto mer-
canti pisani, genovesi, veneziani vivevano
in pieno accordo fra loro a Pera o Galata
in un medesimo quartiere a Costantino-
poli, e senza rivalità solcavano fraterna-
mente l'onde del Bosforo, si trovavano sui
mercanti dellTAsia, contrattavano co'cri-
stiaui della Palestina. A malgrado però
dell'autonomia che ciascun municipio a-
veva acquistato, l'impero non cessò per
qualche tempo d'aver influenza su essi.
Però dopo le contese fra gli Enrichi di
Germania ed i Papi (precipuamente per
propugnare la libertà della Chiesa, e per
le da loro condannate Investiture Eccle-
siastiche), quest?influeuza audò poi molto
minorando. I Missi Dominici, che a?tem •
pi de'Carlovingi erano magistrali ambu-
lanti con ampio mandato di giudicare
(alzar Tribunale ,e ne riparlai nel voi.
LXXX, p. 129), sospendere, sentenziare,
riprodurre per tutto la podestà imperiale
(ma ue'dominii della s. Sede con podestà
delegata da'Papi, auzi a loro istanza, co-
me ripetutamente feci avvertenza ue'luo-
ghi relativi), e d'ogni cosa notevole da-
re relazione al capo del potere, auche que-
sti messi andarono perdendo vigore ma-
no mano che levavausi in autorità loca-
le i vescovi, i conti, i marchesi. Infine riu-
scirono una vera superfetazioue,a cui nes-
suno più badava, tanto maggiormente do-
po che parve obbligo di coscieuza stac-
carsi interamente da'principi scomunica-
ti, come per una certa serie di tempi fu-
rono gl'imperatori alemanni. Ma 1 ma-
gnali abolendo il potere sovrano insegna-
rono ad abolire a poco a poco auche il
potere sacerdotale (nel domiuio tempora-
V A S
le) e a dar invece autorità sempre mag-
giore agii scabini o tribuni popolari (poi
sostituiti da' Podestà, come dissi in tale
articolo, dicendo pure de'capitani del po-
polo, nel quale e nel voi. LXXX, p. i i3
e luoghi ivi ricordati, parlai degli scabi-
ili, ministri subalterni dati da Cario Ma-
gno a' Conti, secondo Palleschi, il quale
aggiunge, ch'eran giudici ini.* istanza, al
dir d'alcuni, e quali assessori de'couti ne'
Placiti solenni, ch'eleggevansi perciò dal
popolo ex melioribus ch'ibus, come pre-
scrisse Lotario I nella legge 48. Il Mari-
ni, Saggio del Monteferclro, a p. 86, di-
ce che gli scabini erano congiudici delle
città in aiuto de'duehi e confi, e veniva-
no eletti dal popolo, e che furono intro-
dotti da're franchi: doveano intervenire
in numero di 7 a'placiti, ed una legge di
Callo Magno ingiunse il numero di 12,
sebbene non fu con rigore osservala) , i
quali non aveano fin allora che rappre-
sentala la plebe ne'consigli del monarca
o del conte. Cosi senza l'urto distruttore
delle rivoluzioni operavasi quella radica-
le riforma che converse il sistema feuda-
le in libertà di Munkipiì".
VASSO. V. Vassallo.
VASTAVILLANI Filippo, Cardino,-
fc.Nato nobilmente ioBologua, nipote per
canto materno di Gregorio XIII, mentre
col grado di gonfaloniere esercitava la
magistratura di sua patria, chiamato dal
Papa in Roma, a'5 giugno o luglio i5y4
fu crealo cardinale diacono di s. Maria
Nuova, e abbate di Nonanlola, e come
tale intervenne al concilio provinciale te-
nuto in Bologna nel i586 dal cardinal
Galeotto arcivescovo ; dappoiché avendo
Gregorio XIII sollevato Bologna ad ar-
civescovato, tra le sulfraganee gli attri-
buì Modena e Reggio, mentre l'abbazia
sebbene eseute era nel territorio della 1/
11 cardinale protestò però di non volere
con tale alto pregiudicare all' indipen-
denza di sua chiesa, immediatamente sog-
getta alla s. Sede. Quindi fu deputato nel
1078 per comporre le controversie iu-
V A S i85
sorte tra il duca di Ferrara Alfonso II e
i bolognesi intorno a'eonfini, come ese-
guì con piena soddisfazione d'entrambe
le parti. Neil' islesso anno fu incaricato
della proteltoria dell'ordine Gerosolimi-
tano e de minori conventuali, e nel 1 58o
di quella del santuario di Loreto, in cui
favore colla sua sollecitudine industrio-*
sa aumentò notabilmente le reudite. Es-
sendo governatore di Ravenna, o meglio
d'Ancoua, di cui era pure prolettore, per
6 mesi con due altri cardinali si adope-
rò a rimettere gli esuli dello stato eccle-
siastico. Nel 1 584 collo sborso di 5o,ooo
scudi fece acquisto dell' eminente carica
di camerlengo di s. Chiesa, la quale fun-
se con lode di giustizia e saviezza. Si tro-
vò al conclave per Sisto V, e nel colmo
di sue fortune un'acerba mortelo trasfe-
rì in un momento dal tempo all'eterni-
la, in Roma nel 1087, nella robusta età
di 47 ani)' »on compiti. Trasferito il ca-
davere in Bologna, fu collocato nella chie-
sa di s. Francesco avanti i' altare mag-
giore, con semplice e breve iscrizione.
VASTO, Fastus. Città vescovile del
regno di Napoli, nella provincia deli' A-
bruzzo Citeriore, ne'limiti dell'antico ter-
ritorio Frentano, capoluogo di distretto,
1 1 leghe sud-est distante da Chieti, che
altri prolungano 817. E situala sulla si-
nistra sponda del Calimela, e giace sopra
dolce, salubre e amena collina, la quale
alle sue falde sul mare Adriatico è riciu-
ta per lunghissima linea dall' oriente in
parte, continuando pel settentrione, da
maestosa scogliera, che in più punti del
giro spezza alquanto lasciando incantevo-
li seni su uuda spiaggia, ed uno nel pun-
to chiamato Lotta, sito forte di tulli i re-
quisiti per valido porto da guerra. Il reale
rescritto de' 24 marzo 1 838 dispose la
formazione d'un porto militare lungo il
litorale delle limitrofe provincie di Te-
ramo e di Chieti. Esaminala la costiera
nel 1840, fu trovalo il detto seno Lotta,
nella contrada Penna, lenimenti di Va-
sto, l'unico alto all'uopo. E di figura se-
1 8G V A S
mi-elittica, ed ha una corda o asse di pal-
mi i 3oo, internandosi per palmi 700 ver-
so terra. Lungo tale corda da un lido al-
l'altro la profondità minore che lo scan-
daglio ha dato in tempo di acqua bassa,
fu di piedi parigini 20, e la maggiore di
23, nel mezzo del seno di piedi 1 5, ed al-
la distanza di soli palmi i5o dalla spiag-
gia in fondo di palmi io. Inoltre 3oo pal-
mi al di là della corda la profondità è di
piedi 3o. Nel seno scaturiscono sorgive
d'acque dolci. L'ingegnere idraulico Lui-
gi Dau nello stesso 1 840 ne pubblicò col-
le stampe analoga dotta Memoria. Ab-
bondante è la pesca che si fa sulle sue
coste. Le sue mura sonoaperte da 4 por-
te, ed è assai bene fabbricata. Questo suo
fabbricato,chesiallargaaldi là dell'antico
recinto,è regolare nella maggior parte del-
la citlà: fontane interne ed esterne l'arric-
chiscono di limpide e leggiere acque ; ha
una piazza assai spaziosa ornata di bella
fonte. 11 palazzo di sua altezza serenissima
marchese d'Avalos d'Aquino d'Aragona
è il più grandioso fabbricato, formalo con
elegante architettura. L' episcopio gli è
secondo, ed in esso trovasi un gabinetto
archeologico comunale,conlenente lapidi,
monumenti e quanto altro d' antico si è
rinvenuto in Vasto e si va scavando, il
contenuto del quale è stampato in tavo-
le finora di numero xi, con descrizione,
oltre alla storia propria, scritte neli838
dal d.r fisico Luigi Marchesana Oltre la
cattedrale, di cui poi parlerò, conta 8 chie-
se, ed una delle quali si vuole eretta so-
pra le rovine d'un antico tempio di Ce-
rere; ha pure 5 cappelle urbane pubbli-
che, e molte cappelle rurali. Nella mae-
stosa chiesa di s. Maria si venerano reli-
quie insigni, donatele dal marchese del
Vasto d. Ferdinando d'Avalos, che l'eb-
be da Papa Pio IV, fra lequaliè una del-
le ss. Spine della Corona imposta al Re-
dentore nella sua passione, luollre possie-
de i corpi de'ss. Cesario e Teodoro mar-
tiri, ed in Un'urna quello di s. Fortunato.
Questi suoli uou souo di uouie proprio,
V AS
ma di nomi imposti, che volgarmente di-
consi battezzati. Nella stessa chiesa è se-
pollo d. Ionico d'Avalos, il cui corpo fu
imbalsamato, uno degli antichi marchesi
di Vasto. Prima Vasto contava 8 conventi
di vari ordini religiosi, ed un monastero
di Clarisse. I minori osservanti riformati
esistono nel convento loro ben numeroso
di religiosi: il convento de'tninimi o pao-
lolti si chiuse al finire del passato secolo;
e gli altri 6 conventi ai principio del cor-
rente furono compresi nella fatale sop-
pressione generale. Vi sono 8 confrater-
nite, l'ospedale comunale, il monte de'pe-
gui e il monte frumeutario, bello e nuo-
vo teatro. Oltre le scuole pubbliche pri-
marie vi sono le secondarie con 3 catte-
dre, e quella d'agronomia teorico-prati-
ca l' istallò il vastese d.r fisico Francesco
Romani, il cui professore s'istruì nell'uni-
versità di Pisa, con 5oo ducati annui di
dotazione; né manca Vasto di biblioteca,
di bello e capace camposanto, di varie
fabbriche di cremor di tartaro, ed una di
cera. L' attuale popolazione è di circa
1 i,5oo abitanti; quella dell'intera dioce-
si è di quasi 92,000 anime. 1 vastesi han-
no svelto l' ingegno , per cui si vantano
d'un bel numero d'illustri. Lucio Vale-
rio Pudente fiorito nel II secolo di nostra
era, di 1 3 anni trovandosi iti Roma, e qui-
vi celebrandosi il 6.° lustro del sagro cer-
tame di Giove Capitolino, superati i com-
petitori,fu coronalo poeta sotto l'impera-
tore Traiano. Il municipio d' IsLonia gli
destinò una statua, di cui rimane la sola
testa, e ne prova il fatlo l'esistente lapi-
de. Da Antonino Pio fu quindi crealo cu-
ratore della repubblica d'I sernia. Riccio
Parma, vastese, nel secolo XVI fu tra' 1 3
valorosi italiani che a Quarata sostenne
la gloria italiana contro i francesi nella
famosa disfida di Barletta. Si nominano
quindi ad ouor patrio, il conte Trivelli,
Caprioli, Vili, de Renedictis, Tiberi, Do-
menico e Gabriele Rossetti, Nirico, Bet-
ti, Romani ed altri non pochi. Il genio per
la pittura disliugue i vastesi. Il lenito-
V A S
rio è fertile, producenle in abbondanza
eccellente olio, vino, ed erbaggi princi-
palmente. L'agricoltura èbeti intesa, e lo
sai a maggiore mediante la nuova catte-
dra agronoma. Il suo commercio per ma-
re è considerevole; potrebbe esserlo pure
quello di terra , mediante strade oppor-
tune, essendo il suolo quasi tutto piano.
Quanto a granaglie, Vasto è il 3.° scari-
catoio del regno nell'Adi iatico, ed ha do-
gana d'immissione ossia di i." classe. Tie-
ne fiera dal 2 all'8 maggio di ciascun an^
no. L'odierna città di Vasto sorse dalle
rovine di quella vescovile d' Is tonia (P.),
come sembra apparire da un diploma di
Papa S.Gelasio 11 del 492. Per tale e altre
sue prerogative, ne ristabilì il vescovato il
Papa Pio IX, ad istanza del re Ferdinan-
do II, e per le preghiere dell'odierno mar-
chese del Vasto sua altezza serenissima
d. Alfonso d' Avalos. Pertanto leggo nel
decreto concistoriale , Adeo late dioece-
sanuih Teatini, de'20 maggioi853,che
il Papa Pio IX dismembrò dall' areidio-
cesi di Chieti (V,) la città di Vasto, l'e-
resse in vescovato, e la cattedrale dichia-
rò concatledrale della metropolitana di
Chieti. Per la vastità dell'arcidiocesi, che
comprendeva circa 90 oppida e 20 fere
pagus, e più di 200 incolar uni milita;
per l'incomodo della grave distanza della
maggior parte delle parrocchie , e della
topografia de'luoghi, onde si rendeva fa-
ticosa e difficile l' esecuzione della visita
pastorale, per eliminare questi e altri ma-
li e per promuovere la maggiore utilità,
massime a vantaggio de'vastesi situali in
un luogo quasi remoto alla sede metro-
politana, ad istanza del pio Ferdinando
li re del regno delle due Sicilie, volle e-
rigere in Vasto una cattedrale con resi-
denza d'altro vicario generale, che facol-
tizzato dall'arcivescovo di Chieti potesse
amministrarne la nuova diocesi, La città
di Vasto era idonea e degna d'essere de-
corala dell'insigne onore e grado di città
vescovile. Avea la collegiata di s. Giu-
seppe parrocchiale matrice, l'edilizio es-
V A S 187
sendo solido, restaurato e abbellito. Avea
il capitolo con prebende provvedute di
200 o 3oo scudi, era fornita degli occor-
renti utensili e suppellettili sagre, e pos-
sedeva rendite per stabilire la nuova cu-
ria e cancelleria, e pel mantenimento del
seminario da erigersi secondo il prescritto
dal concilio di Trento; avendo pure op-
portuni e convenienti edifizi per l'abita-
zione del vescovo e sua curia, come pu-
re pel seminario. Laomle il Papa formò
la diocesi di Vasto, col distretto di Vasto,
il quale si compone della città di Vasto,
Monte Odorisio, Cupello, s. Salvo, Gissi,
Carpineto, Guilini, Scerni, Atessa, Tor-
nareccio, Casa Languida, s. Buono, Fre-
sagrandinaria, Furci, Dogliola, Lentella,
Liscia, Bomba, Colle di Mezzo, Pietrose!'-
razzami, Monte ferrante , Archi, Pera no,
Montazzoli, Palinoli, Carunchio,Tnfillo,
Paglieta, Turino, Cusalbordino, Pollu-
tri, Villa Alfonsina, Pioccaspinal veti, Frai-
ne. Eresse il Papa la collegiata in catte-
drale, sede del vescovo, alla quale con-
cesse tutte le prerogative proprie del gra-
do; e la nuova diocesi di Vasto dichiarò
sulfraganea dell'arcivescovo di Chieti, al
cui arcivescovo prò tempore ne assegnò
il governo e l'ordinaria giurisdizione spi-
rituale, dichiarando la cattedrale di s.Giu-
seppe concattedrale della metropolitana
di Chieti, onde il metropolitano prendes-
se il titolo d' arcivescovo di Chieti e di
vescovo di Fasto. Per residenza del ve-
scovo, sua curia e cancelleria, e per luo-
go del seminario diocesano, assegnò l'am-
pio e magnifico edilìzio dell'antico colle-
gio de'chierici regolari della Madre ili Dio,
perciò soppresso e dal municipio as<egna-
to e donato ad hoc con deliberazione de*
26 agosto 1 852, approvata dal regio go-
verno, siccome opportuno agli stabiliti 3
usi; il municipio obbligandosi di ridurlo
a decente e comodo locale ripartito per
l'episcopio, curia e seminario. Di più il
municipio assegnò 240 ducati perla cu-
ria e cancelleria vescovile, 600 ducati pel
seminai io, cou ipoteca dc'iondi sui quali
i88 VAS
assegnò tali doti. Il capitolo della colle-
giata il Papa l'eresse in capitolo cattedra-
le con tutte r insegne e prerogative, qual
senato vescovile, e lo formò di 4 dignità,
per i." dichiarò I' arcidiacono, la 2.a il
cantore, la 3." il tesoriere, la 4-a l'arcipre-
te^ cui fu affidata la cura dell'anime del-
la parrocchia; di 16 altri canonici, com-
prese le prebende teologale e penitenzia-
le, e di 1 2 beneficiati o mansionari. Col-
in prebenda dell'antico priore della col-
legiata istituì e formò quella del teolo-
go, e con quella dell'anteriore primice-
rio della stessa collegiata istituì e for-
mò quella del penitenziere. Per le pre-
bende dell' intero capitolo assegnò le
rendite del'soppresso collegiale. Nel resto
il Papa ordinò doversi osservare il conte-
nuto della bolla De uliliori, e del breve
Impensa. Dispose quanto occorre all'uf-
iìziatura del capitolo, sulle norme degli
altri viciniori. 11 padronato lo concesse a'
re delle due Sicilie prò tempore, oltre la
nomina e presentazione degli arcivescovi
di Chicli e vescovi di Vasto nelle vacan-
ze; dovendo i re somministrar l'occorren-
te al mantenimento della fabbrica della
cattedrale e suo culto divino. Stabili le
precedenze del capitolo della metropolita-
na di diteli, su quello della cattedrale di
Vasto, e decretò che per la preminenza
della chiesa di Chicli, in tal città si doves-
se convocare e tenere il sinodo diocesano.
Dispose che nella sede vacante ciascuno
de* duecapitoli metropolitano e vescovile
eleggessero ciascuno il proprio vicario ca-
pitolare. Conservò la mensa dell'arci ve-
scovo di Chieli, eXcedunt quatuor mille
(lucala motietac regni, publicis deductis
oneribiis , anche qual vescovo ammini-
stratore di Vasto, e stabilì per tassa ad
ogni nuovo pastore la somma di 5oo fio-
rini d'oro di camera, registrala ne* libri
della camera apostolica e del sagro colle-
gio. Finalmente esecutore della bolla il
Papa delegò il nunzio apostolico di Na-
poli mg.1 Innocenzo Fer rieri arcivescovo
ili Sidu, con podestà di suddelegare mg/
VAS
Manzo arcivescovo di Chieti 0 altra per-
sona in ecclesiastica autorità costituita,
colle opportune facoltà di procedere ju-
x la prae finitimi modum. Tanto in breve
ricavai dal decreto concistoriale. La rela-
tiva bolla di erezione, Papa Pio IX l'e-
manò a'23 luglio 1 853, e si pubblicò in
Vasto a'i 4 giugno 1857. La sua giurisdi-
zione si estende ad altri 33 e più paesi
summentovati del suo distretto; vi fu i-
stallato il proprio vicario generale, e fra
poco vi sarà aperto nell'episcopio il semi-
nario ecclesiastico già dotato della neces-
saria rendita, e vi si stanno eseguendo i
lavori di riduzione. Ora conviene, innan-
zi di riferire le principali notizie civili di
Vasto, di riportare la serie de'pastori di
Chieli, ommessa in quell'articolo prima
che adottassi questo metodo, e così dire
del i.° vescovo di Vasto arcivescovo di
Chieti,
De' vescovi e arcivescovi dell'antichis-
sima e celebre città di Chieli, un tempo
ne'Marsi e capo de'Marrucini e degli A-
brusii, ed ora capoluogo dell'Abruzzo Ci-
teriore di qua dal fiume Pescaia, già po-
tente contea , come di sue notizie, tratta
i'Ughelli, Italia sacra, t. 6, p. 669, esi-
stendo la tradizione che ricevesse il pre-
zioso lume della fede vivente s. Pietro
principe degli Apostoli, e che i suoi disce-
poli vi disseminarono l'evaugelo e ne or-
dinarono il vescovo. Nelle persecuzioni vi
sostennero glorioso ma r li rio t. Giusto pre-
te, i ss. Florenzio e Felice fratelli, la ver-
gine s. Giusta e altri martiri; il loro san-
gue fu fecondo per la propagazione del
cristianesimo, e I'Ughelli ne produce gli
atti. Il i.° vescovo diesi conosca è s. Giu-
stino cittadino e patrono di Chieli, chia-
ro per miracoli, pare fiorito verso il de-
clinar del HI secolo. Altri s'ignorano fi-
no a Quinto che nel 499 intervenne al
sinodo romano. Di Barbato si fa menzio-
ne iiell* Episi, di s. Gregorio 1 del 594,
per la quale si congettura che per la mor-
te del vescovo d'Ortona gli affidò la visita
di tal chiesa, Verso il qual tempo s. Ce-
V AS
teo detto Pellegrino vescovo d' Aterno,
jiternuniy illustre città de'marrùcini, ri-
portò la palma del martii io con essere
gettato nel fiume omonimo; i moderni lo
vogliono vescovo di Chieti, nella cui cat-
tedrale si venerano le reliquie; altri rife-
rendo che il corpo miracolosamente da tal
fiume portato nell'Adriatico, si fermò al-
la spiaggia di Zara e nella cattedrale fu
collocato. Ma s. Ceteo non è dipinto tra'
vescovi e arcivescovi di Chieti, nella serie
espressa nell'aula dell'arciepiscopio. Teo-
dorico o Teodoro I, il quale riparò le ro-
vine prodotte alla cattedrale da Pipino
re d'Italia, figlio di Carlo Magno, nel com-
battere i longobardi, quando dopo l'asse-
dio mise la città a ferro e fuoco. Alla cat-
tedrale di s. Giustino eresse la canonica,
edificò le chiese di s. Salvatore e di s. A-
gata, e l'ospedale; e nel sinodo celebrato
nell'840 in Chieti, e che ricordai nel suo
articolo , riformò la vita comune de' ca-
nonici, a'quali assegnò la canonica, l'U-
ghelli pubblicandone il documento, oltre
gli altri cheaccenneròe riguardanti la se-
de e pastori teatini. Lupo l nell'844 'n~
tervenne alla coronazione che Papa Ser-
gio II fece di Lodovico II in re d'Italia.
Pietro I sedeva nelP 853, in tempo del
quale l'arcidiacono Orso fu al sinodo ro-
mano di s. Leone IV, e pare ancora che
nel suo vescovato l'impera toreLodovico li
edificasse il celebre monastero di Casaure
presso il fiume Pescara, e non nell' isola
del lago Benaco della Peschiera , come
pretende il Piatii, e vi pose il corpo, o
parte di esso, di s. Clemente I a lui da-
to da Adriano II; abbazia che per toglie-
re le frequenti dispute co' vescovi di Chie-
ti, fu dichiarata esente e immediatamen-
te soggetta alla s. Sede. Teodorico o Teo-
doro II dell'88o,Atinolfo pare che fosse al
sinodo di Ravenna del 904, Rimo inter-
venne nel 962 alla consagrazione del ce-
lebre monastero di s. Bartolomeo di Cai*-
pinelo, nella diocesi di Penne, la cui C/iro-
nica è nel t.io, p. 349 dell'Ughelli. Nel
965 Liudino e visse nella sede 43 anni;
VAS 189
gli successe Lupo II già primicerio della
basilica e cattedrale di s. Tommaso apo-
stolo. Nel 1049 viveva Arnolfo, ed esisto-
no di lui vari documenti. Durante il suo
vescovato accadde lo strepitoso avveni-
mento che narrai nella biografia di Ste-
fano IX detto X, fratello di GofFredo III
il Barbuto o il Secchio duca di Lorena,
marito di Beatrice marchesana di Tosca-
na (f7.)e perciò padrigno della gran con-
tessa Matilde. Stefano da cardinale,redu-
ce dalla legazione di Costantinopoli , col
cardinal Umberto di Selva Candida e Pie-
tro arcivescovo d' Amalfi, portava seco
preziosi regali per s. Leone IX, per la ba-
silica Vaticana, e per lui ossia pel mona-
stero di Monte Cassi no y di cui poi diven-
ne monaco e abbate; e passando pel ter-
ritorio di Chieti fu assalito da Trnsmon-
do conte o duca della città e spogliato
de'bagagli e de'doni imperiali, e lulti fu-
rono di prepotenza chiusi in carcere. Di
questo iniquo e deplorabile procedere di
Trasmondo se ne disse provocatore En-
rico III imperatore, nemico acerrimo di
Goffredo HI, perchè temeva chea questi
il cardinal fratello consegnasse il tesoro
che seco avea, onde a suo danno lo col-
legasse coli' imperatore greco. Liberati i
legati dulia prigionia, s. Leone IX o me-
glio Vittore li scomunicò il duca di Chie-
ti e lo costrinse a restituire il predato. At-
to o A Itone I de'conti di Marsi, chiarissi-
ino vescovo, nel 1 o56 fu traslato a questa
sede da quella di Marsi da Vittore lì, di
che si congratulò poi Nicolò II, col diplo-
ma di conferma de' beni di sua chiesa ;
intervenne al suo sinodo nel 1059, ed a
suo tempo alla medesima furono falle di-
verse donazioni. Mentre governava que-
sta chiesa in A terno, ossia Pescara nella
diocesi di Chieti e situala alla destra spon-
da del fiume del suo nome, la cui sede
vescovile si unì poi ad Atri, accadde un
insigne e memorabile miracolo, il cui do-
cumento e storia, che vuoisi scritta dal
vescovo medesimo, riprodusse Ughelli. In
Pescara dunque, venerandosi l'immagine
igo VAS
ilei ss. Crocefisso scolpita in cera sopra
tavola antica di legno, gli ebrei dimo-
ranti nella stessa città per obbrobrio e
derisione empiamente lo forarono con a-
glii e lancia, ed il sangue che prodigiosa*
mente ne uscì fu raccolto in un vaso di ve-
tro e riposto nella cattedrale alla venera-
zione de' fedeli, all' ostensione e al bacio
de'medesimi, dopo essere stalo collocato
nella chiesa di s. Salvatore. A memoria
dell'avvenimento, PiobertoGuiscardo du-
ca di Puglia, ecousanguineodi Trasmon-
do conte di Glieli, edificò in Palermo una
chiesa sotto il titolo di s. Gerusalemme e
l'ornò di nobili musaici. Nel 1078 fu con-
sagralo in vescovo da s.GregorioVII,Teu-
io o Celso; e nello stesso pontificato gli
successe nel 1078 circa Raiuulfo o Rai-
mo, alla cui chiesa fece una donazione del
castello di Sculcula nella valle di Pesca-
ra, mentre nel 1087 il vescovo venne a
concordia coli' abbate del celebre mona-
stero e abbazia benedettina di s. Giovan-
ni Battista iu Venere , nel territorio di
Chieti,sulla giurisdizionedel Castro Sco-
ricosae, con atto riportato da Ughelli, in
unoa'diplomi imperiali in favore della ba-
dia, e di que'privilegi concessi alla chiesa
ili Glieli da diversi signori e da Urbano
11. Ruggero Bursellec sedeva nel 1107,
ed iu queslo gli successe Guglielmo 1, al
quale Pasquale 11 con diploma confermò
le donazioni falte a Rainolfo dal conte
Roberto di Lorelello e da 'Passione suo
fratello. Morto nel 1 1 17 Guglielmo, nel
seguente trovasi Andrea 1, neh 1 18 Ge-
rardo^! cui tempo Cono e Gisone figli di
Roberto donarono al vescovato il castello
Orni colle sue pertineuze,ed altri il castel-
lo di s. Giuliano parimente colle sue perii*
nenze.Gerardo nel 1 1 2 5per uso e proprie-
tà delia sagrestia e biblioteca di sua chiesa
fece copiare de'sagti codici, fra 'quali l'A-
pocalisse di s. Giovanni egli Alti apostoli-
che li dono prò salute anìmae meae fieri
praecipi, ut Deus Omnipotens precibus
Beali Thomae apostoli, atque Juslini,
et aliorum Sanclorimi , qui ili requie*
VAS
scunt , ad quorum honorem liber iste
scriplus est, indultor meorum delieto-
rumpius im'eniatur. Si quis aulem lume
librimi ab Eeelcsia sua auferre prue-
sumpscril, ex parte Dei, et s. Mariae
Virginis, et B. Thomae apostoli , *7-
lum anathematis vinculo subjaeere ju-
dicamus. Me itaque, qui hoc fieri prae-
cepi,omnes, qui legerint librum istum in
mente balere cum diari tale Dei illos
valde rogo, et precibus nostrorum San»
dorimi, et eorum digne suscipiar in ae-
terna labcrnacula justorum. Nel 11 25
Alto II, il quale di consenso del capitolo,
per gradimento delle donazioni falte da
Alto coutedi Cailmulo e signore di Mou-
te Oderisio alla chiesa teatina, concesse
al preposito di s. Nicola di Monte Ode-
risio alcuni privilegi. Nel 11 37 Rustico
ch'ebbe da Guglielmo conle di Lorelello,
prò salute animae suae etparentum suo-
rum , la conferma delle donazioni fatte
dall'avo e dal padre. A Roberto del 1 \^o
successe Alando 0 Alanno o Almando che
fioriva nel 1 i5o, indi Audrea II dichia-
rato da Papa Alessandro 111, che con di-
ploma del 1 1 78 presso l'Ughelli, da lui e
dai 3 cardinali sottoscritto, confermò al
vescovo e successori i privilegi della chie-
sa teatina , e li prese sotto la protezione
della s. Sede, in uno a'beui e giurisdizio-
ni del vescovato che enumerò. Altro pri-
vilegio il Papa accordò alla badia di s.
Giovanni in Venere. Sotto detto vescovo
furouo edificale le chiese de' ss. Pietro e
Paolo in Glieli neh 168, e di s. Giovan-
ni de Furca Rubolina uel 1 1 72. Dopo di
Pietro II deh 191, fu vescovo nel 1 192
Bartolomeo, di cui più memorie esistouo,
come della reintegrazione di Sculcula per
opera dell' imperatrice Costanza , delle
possessioni di Pescara con diploma di Fe-
derico II, e la couferma de'privilegi me-
diante bolla d'innocenzollljdel quale l'U-
ghelli riporta pure il diploma di privile-
gi pel monastero di s. Giovanni iu Vene-
re, con altri ancora. Il benemerito Bar-
tolomeo uioiì dopo ih 22 7, e uel segueu-
V A S
fé n'era successore Ilainaldo,poichè in ta-
le anno anche a lui Federico 11 confer-
mò gl'imperiali privilegi. Gregorio IX nel
1234 fece vescovo Gregorio di Poli no-
bilissimo. Nella sede vacatile il cardinal
Capocci legato d'Innocenzo IV per la ri-
cupera del regno di Napoli alla s. Sede,
con diploma dato in Pescara nel i25i,
dichiarò Chicli e i suoi castelli e ville e-
senti dal militare servizio, confermando
lutti i privilegi concessi alla chiesa. Nel
1252 Innocenzo IV elesse vescovo Lan-
dolfo napoletano, e per sua morte nel
1253 gli successe Alessandro di Capila
cappellano di detto Papa, a cui il capi-
tolo Cavea commendalo; però Innocenzo
IV ingiunse al comune di Chieti di resti-
tuire al vescovato quanto gli avea tolto, e
di prestare al vescovo il giuramento di
fedeltà. Papa Alessandro IV vendicò i be-
ni tolti alla chiesa teatina, auche da Fe-
derico II e suoi fautori, e fece altre di-
sposizioni. Morto il vescovo nel 1262, in
fjuesto Urbano IV confermò l'elezioue di
M. Nicola de Fossa cisterciense e lo con-
sagrò, pio e dotto pastore. Nel 1264 Ur-
bano IV con diploma permise che l'ere-
mo di s. Spirito di Maiella della diocesi di
Chieti, si unisse all'ordine di s. Benedetto,
nel quale eremo istituì l'ordine Celestino
Pietro da Morrone, poi s. Celestino V,
dopo che a lui lo commise il vescovo Ni-
cola con diploma del 1264. Indi Grego-
rio X dichiarò esente dal vescovo il mo-
nastero di Maiella ; di che conturbato e
irato il vescovo, lo placò Pietro coll'u-
millàe la pazienza, anzi divenne protet-
tore del suo ordine. Iddio punì il vesco-
vo con mortale malattia, e per l'orazioni
di Pietro fu liberato dalla morte, laonde
nel 1274 concesse privilegi all'ordine ce-
lestino. Già Nicola nel 1266 col cousenso
del capitolo aveva concesso le chiese di s.
Martino di Palletoedi s. Giovanni di Are
la di sua diocesi e colle pertinenze, al
monastero de' cistercieosi di s. Vito , di
Pescara diocesi di Penne, il che confermò
con pontificio diploma Clemente IV. Di-
V A 9 191
ce PUghelli: Ex his clicitur, aliquando
Epi scopimi Teatinum dominimi fui s se
Teatinae cwitatis r adone Demanii suae
Ecclesiaej a uomo do aulem eodem tem-
pore fuerint in hac ch'itale Comites dum
Episcopi domini ejusdem essent, obscu»
rum mihi est. Ad istanza del vescovo Ni-
cola, il re di Sicilia Carlo I nel 1273 com-
mise al giustiziere di Puglia, di fare resti-
tuire alla chiesa di Chieti i beni ad essa
occupali. Nel 1 276 il vescovo co n suo di-
ploma in Guardia Grali trasferì nel mo-
nastero di s. Siro di sua diocesi i france-
scani. Morto nel 1282, il capitolo tosto e-
lesse Tommaso già preposto di s. Nicola
di Monte Oderisio , ma fu solo confer-
mato nel 1286 da Onorio IV, e indi nel
1288 cousagrò la riedificata chiesa di s.
Agata; poscia nel 1292 concesse a' delti
francescani di Guardia il cimiterio di s.
Maria, con diploma confermato nel 1 367
dal celebre legalo cardinal Aiboruoz. Mo-
rì Tommaso ne! pontificato di s. Celesti-
no V, il quale con sua bolla concesse per-
petue indulgenze alla cattedrale teatina,
e nominò vescovo Francesco de A udii a
arciprete d'Ortona.che non essendo con-
sagrato fu rivocato da Bonifacio Vili, con
regresso all' arcipretato. Il dotto Coleti
commentatore dell'Ughelli registra Gu-
glielmo li del 1292 01293, sulla fede di
Nicolino in Historiae Teatinae. Osserve-
rò, che s. Celestino V eletto neh 294, nel-
lo stesso poi emise la famosa Rinunzia del
Po/?</)£c<2fo,efueletloBoni(àcioVl II. Que-
sti nomiuò vescovo fr. Kain aldo romano
domenicano a lui caro , chiaro per dot-
trina e altro, dichiarando irrita l'elezione
del suddetto Francesco, fatta nel 1295.
Perciò anche l'Ughelli qui cadde in aua-
cronismo, se pure non è fallo numerico
di slampa, liaiualdo mirabile nell'opere
e nell'eloquenza, godè il favore del re Car-
lo 1 1, da cui ottenne,»/ Unwersitates Tea-
tinae Civilatis elìgere possent Judìcem
annualcni ad bene, ac quiete rempubli-
cam gubernandam, e il diploma regio si
legge in Ughelli. Di più il re nel 1 296 per
i9* VAS
l' istanze del vescovo fece restituire nlla
chiesa di Chieti castra Lactiniani, Fur-
cae, RIontes Sylvani, Scocciosae, Orni
et Scurculae, e gli concesse di fare ia fie-
ra nella festa di s. Lorenzo. Nel i3oo il
vescovo con solenne rito fece pubblicare
l'anno santo del giubileo promulgato da
Bonifacio Vili, di che pose memoria in
versi scolpiti avanti l'altare maggiore del-
la cattedrale. Nel 1 3o i sostenne lite in fa-
vore di sua chiesa, contro l'abbate e mo-
nastero benedettino di s. Clemente di Pe-
scara , e il documento si può leggere in
Ughelli. Matteo o Mattia arcidiacono dro-
cense della diocesi di Charlres e chierico
di camera, eletto dal capitolo teatino, Bo-
nifacio Vili lo confermò nel i 3o3, morto
in curia innanzi la consagrazione. Pietro
III vescovo Molhonense, nello stesso an-
no fu traslato a Chieti, ornato di tutte le
virtù, e neh 309 con facoltà pontificie di-
spensò le monache ci slercie usi di s. Maria
Maddalena di Chieti di mangiare la car-
ne, e loro concesse indulgenze: queste fu-
rono pure accordate ad altra chiesa della
città dal vicario del Papa , da Pietro , e
da' vescovi di Palermo e d'Aquila. Inter-
venne al concilio generale di Vienna nel
1 3 12. Ebbe questioni coll'a rei prete d'O l'-
Iona, che ricusava l'ubbidienza; e ricorso
alla regina Sancia, reintegrò la sua chiesa
del caslellodi Lasliniano. Visitando la dio-
cesi fu imprigionato da'ladroni, e per ri-
cuperare la libertà giurò di redimersi con
somma che avrebbe pagato poi. Tornato
alla sede, fu dispensato dal Papa dal giu-
ramento estorto jCome impotente di adem-
pii lo, ed i ladroni furono costretti a dar-
gli soddisfazione. Sotto di lui si edificaro-
no le chiese nel casale di s. Vittoria, e di
s. Maria fuori di porta Pescara. Mori in
Alissa, nella diocesi, nel 1 320. Il capitolo
elesse per compromesso fr. Guglielmo de
Gigniaco de'minori, che si recò ad Avi-
gnone per la conferma , ma negata da
Giovanni XXII rinunziò, e il Papa nel
i32i trasferì da Alba a Chieti il france-
se fr. Raimondo de Mulaco di Marsiglia,
VA S
aneli 'egli de'minori, però non capisco co-
me T Ughelli lo chiami Ray mundi ger-
manwnfratrem G ut Ilei munì , i cognomi
essendo diversi. Per l'esimia sua virlùdi-
venne intimo consigliere di Carlo duca di
Calabria e di re Roberto, dui quale otten-
ne la conferma di tutti i privilegi di sua
chiesa. Compose le vertenze coll'arcipre-
te d'Ortona e co' baroni di sua chiesa, per
decoro e utile della medesima. Fece un
esalto inventario de'beni e de' diritti di
sua chiesa, in un libro che intitolò Tlie-
saurum. Ma per amore verso i suoi con-
sanguinei concesse senza il beneplacito a-
postolico,neli324, i castelli di Orni e di
Lasliniano a due suoi nipoti, onde acre-
mente fu rimproverato dal Papa, obbli-
gato a restituirli alla chiesa, e nel i326
fu traslato ad A versa. In tal anno Giovan-
ni XXII gli sostituì Giovanni Crispano de
Rocca nobile napoletano, canonico di sua
chiesa e uditore del palazzo apostolico,
d'osni cenere di virtù ed erudizione orna-
lo, dotto giureconsulto, perciò celebra-
tissimo. Fu sollecito di ricuperare i beni
alienati, tutti i privilegi di sua chiesa riu-
nì in un volume e fece confermare dal re
Roberto, a cui era caro per le sue virtù.
Nel i328 scrisse al Papa contro gli ereti-
ci fraticelli, li condannò e disperse. Fu a-
cerrimo sostenitore dell'immunità eccle-
siastica, corresse i costumi del clero e lo
ridusse al dovere. Il monastero detto Ca-
stri Praetoriì, l'unì al suddetto di s. Ma-
ria Maddalena, a cui donò de'beni, e vi
unì pure quello di Paterno. Vacala la se-
de, il capitolo si divise in due pai liti ed e-
lesse ciascuno un vescovo. Benedetto XII,
ch'erasi riservata la provvisione,dichiarò
irrito il procedere de'canonici, ed a' 10
maggio 1 336 da Marsi vi trasferì l'egre-
gio Pietro Ferri nobile di Piperno , già
vescovo anche d'Anagni; ma morì in A-
vignone a' 18 novembre, e ivi restò tu-
mulato. Il Papa che tulta volta avea con-
ferito la sede dr Marsi a lommaso Cipria-
ni teatino, siccome eletto dalla parte più
sana e più numerosa del capitolo, a'2 di-
V A S
cembre dello stesso 1 3 36 nomino vesco-
vo di Chieti Beltraniino Paravicini mila-
nese, cantore di Bordeaux, ed a lui ben
accetto per le preclare sue virtù. L'inviò
nunzio a Pietro IV re d'Aragona, lo tra-
sferì nel i339 alla sede di Como e poi a
Bologna. Neh 34-0 Guglielmo III Capo*
ferro di s. Vittore diocesi di Monte Cassi-
no , tesoriere di Tours e protonotario.
Neh 349 dichiarò pubblicamente eretici
Francesco de Torre teatino e i suoi vas-
salli, per avere distrutto gran parte de*
beni della chiesa teatina , ed uccisi cru-
delmente molti chierici, laici e vassalli
olla medesima fedeli. Indi per più anni
esulò da Chieti e dalla sua chiesa; di che
informato Clemente VI, commise all'ar-
civescovo di Napoli di prendere accura-
ta informazione di tutto, e indi con sen-
tenza scomunicò e privò de'beni i rei di
tanti misfatti. Morto Guglielmo III nel
1 352, il capitolo contro la riserva del Pa-
pa, gli surrogò Nicola Mascioli arcidiaco-
no teatino, aia portatosi in Avignone non
fu riconosciuto. Invece Clemente VI co-
stituì amministratore Benedetto Colonna
romano,vescovo di Bisaccia, il quale con-
cesse indulgenze a s. Maria deCaramani-
co. A'24giugnoi353 da Teano Innocen-
zo VI trasferta Chieti fr. Bartolomeo Pa-
pazzurri nobile romano e domenicano, da
Giovanna I fatto regio consigliere, cap-
pellano e famigliare, e col suo braccio e
l'aiuto di fr. Nicola Pigna domenicano
romano, suo energico vicario generale, co-
strinse il clero e i laici a vivere cristiana-
mente, costringendo i baroni della chiesa
teatina a giurare fedeltà. Nondimeno il
vescovo sostenne gravi questioni con An-
tonio Cantelmo feudatario di Monte Sil-
vano, e con l'audace tiranno Francesco de
Torre, potente vassallo della chiesa teati-
na e già scomunicato. Pertanto Innocen-
zo IV con sua lettera diretta Università-
ti Civitatis Teatinae, gravemente gli
ammonì ad essere divoti e fedeli alla
chiesa e al vescovo. Nel i36s fr. Barto-
lomeo, per gli esposti molivi, fu tratta-
vol. lxxxvhi.
VAS i93
to a Patrasso. Urbano V, a cui era ben
accetto per la gran dottrina il vescovo
d'Ascoli nel Piceno, fr. Vitale bolognese
già generale de'servi di Maria, nel 1 363
lo trasferì a questa sede: egli era stato in-
viato da Innocenzo VI legato al soldano
d' Egitto, per concitarlo contro i turchi
comuni nemici, e guerreggiarli in difesa
del re di Cipro. Giovanna I intanto pre-
se sotto la sua protezione i beni e i dirit-
ti della chiesa teatina, ne dimostrò pecu-
liare favore , ed eccitò il giustiziere e il
giudice dell'Abruzzo a contribuire al ri-
cupero delle possessioni usurpate. Ebb»
il vescovo lite co'celestini di Ci vitella, ri-
cusanti il lieve censo d'una libbra di cera,
e si venne a concordia. Permise che Fran-
cesco Corrado arciprete d'Ortona e cano-
nico teatino, ornasse nella cattedrale de-
gli altari in cui riposavano i corpi di s.
Flaviano vescovo e Alberto confessore, del
quale s. Flaviano crede Ughelli che sia
parte del corpo del vescovo antiocheno
portato a Giulia Nova nel ducato d'Atri.
Neli3y3 fu vescovo Eleazaro de Sabra-
no (^;r.), creato cardinale da Urbano VI
nel 1 378, contro il quale insorto l'antipa-
pa Clemente VII, lo privò del vescovato
perchè Giovanna I scismaticamente ne se-
guiva le parli, e v'intruse nell'istesso an-
no probabilmente Tommaso Brancacci;
ma qucc,i a'4 settembre i382 in Napoli
abiurò solennemente lo scisma nella chie-
sa di s. Chiara e depose l'insegne vescovili.
UrbanoVI nel medesimo 1 378 al cardinal
Sabrano sostituì Giovanni de Comina no-
bile teatino e abbate benedettino di s. Li-
beratore di Maiella, indi lo fece commis-
sario apostolico nella provincia dell'Aqui-
la, ed egli col favore di Carlo III costrin-
se a partire da Chieti gli scismatiche vis-
se sino al 1396. In questo Bonifacio IX
nominò vescovo Guglielmo Carbone(V.)t
dotto e prudentissimo ; ma recandosi in
Roma nel 1 398, Landolfo Colonna lo pre-
se, spogliò e pose in prigione, di che in-
dignato il Papa scomunicò Landolfo per-
chè lo liberasse, come eseguì; allora il ve-
t3
i94 VAS
«covo mansueto e pio impetrò misericor-
dia pel suo persecutore, e mei ilo in segui-
to il cardinalato e la commenda dell'ab-
bazia di s. Maria de Araboua di sua dio-
cesi. Gli successe nel 141 9 Nicola Viviani
di Ceprauo, come Io chiama Ughelli, per
averlo traslalo da Spoleto (V.) Alai lino
V, pacifico e tranquillo, ed a suo tempo i
teatini con munificenza nel 1420 edifi-
carono il convento di s. Andrea a'fi ance-
scani. Moiì Nicola lodatissimo per ruti-
lila del suo governo, neh 4^8 in Roma,
e fu sepolto nella basilica Liberiana, con
iscrizione in cui è detto di Ceprano e u-
ditore delle contraddette. Marino de Toc-
co teatino, celeberrimo giureconsulto e
uditore di Rota, che Gregorio XI 1 avea
fatto vescovo di Teramo e da Martino V
traslato a Recanati e Macerata, neh 4^9
passò alla patria sede. Ricuperò Monte
Silvano e Purea occupali dallo scomuni-
cato Riccardi, e fabbricò nobile sepolcro
e altare al patrono s. Giustino nella cat-
tedrale. Nel i438 gli successe Gio. Calli-
sta de Eruna uditore apostolico , iuler-
veuue al concilio generale di Firenze , e
non ancora consagralo si di mise nel 1 44^-
In questo Eugenio IV gli surrogò il no-
bile teatino ColantonioValignaui abbate
commendatario di s. Salvi nella diocesi.
Ebbe li te col preposito di Gypsii per que-
sla terra del vescovato, e col Riccardi per
Silvano. Per la sua prudenza, sperienza
e talento politico fu caro ad Alfonso V,
il quale l'inviò suo oratore a Venezia. Do-
nò a'eanonici de'libri mss., alla cattedra-
le T immagine d'argento di s. Giustino,
un calice d'oro e vasi d'argento, aumen-
tò e abbellì l'episcopio, e vi aggiunse e-
levata torre a decoro della città. Pece
scolpire le statue della D. Vergine, e de'
ss. Tommaso e Giustino, e nell'altare del-
la Natività collocò i corpi de' ss. Legun-
ziano e Domiziano martiri. Venne tumu-
lalo nella cappella de'Valignaui nella cat-
tedrale. Nel 1488 Alfonso d'Aragona fi-
gì io di Ferdinando 1 re di Napoli, inter-
veuue alla coronazione del fratello Alfou-
VAS
so II, e non consagrato abdicò nel 1496.
In questo Giacomo de Bacio nobile na-
poletano, sapieute giureconsulto, eccel-
lente e pio pastore. Per sua morte fu de-
putalo amministratore il celebre cardinal
Oliviero Carafa (P.), il quale con regres-
so nel i5oi cede la sede al nipote Ber-
nardino Carafa napoletano e priore gero-
solimitano, fallo patriarca d'Alessandria
neh 5o3 e designato arcivescovo di Napo-
li morì ueli5o5, tumulato in s. Domeni-
co con isplendido elogio, ed ove è detto,
Episcopi et Comitis Teatini. \\ cardinal
Carafa riprese l'amministrazione, indi a"
3o luglio cede il vescovato al venerando
nipote Gio. Pietro Carafa, il quale fu mo-
dello de7 pastori per le sue preclare virtù.
A' 24 agosto i524 rinunziò a Clemente
VII il vescovato per fondare con s. Gae-
tano patriarca de'chierici regolari l'ordi-
ne che dal nome di sua sede si disse de*
Teatini (Z7.). Nello stesso giorno il Papa
nominò successore Felice Troflno bolo-
gnese di singoiar probità, suo intimo cu-
biculario, e solennemente lo consagrò a'
3i. Ad istanza di Carlo V, lo stesso Cle-
mente VII colla bolla Super universa*
OrbisEcclesias3\\e\ 1 .° giugno 1 526,pres-
so l'Ugbelli , eresse la cattedrale in me-
tropolitana e il vescovo Felice in i.° ar-
civescovo di Chicli, e gli assegnò per suf-
fragatici i vescovi di Lanciano, Penne ed
Atri. Ma essendo Penne immediatamen-
te soggetta alla s. Sei\et mosse lite nella
curia romana, e Paolo 111 la sottrasse dal-
la giurisdizione metropolitica di Glieli, e
la restituì alla soggezione immediata del-
la s. Sede, colla bolla riportata da Ugliel-
li, Inter caetera, de' 18 luglio 1039. Di-
poi nel i562 Pio IV elevò Lanciano ad
arcivescovato, laonde restala Glieli sen-
za suihagauei, s. Pio V nel 1570 ripri-
stinò il vescovato d' Ottona e lo dichia-
rò sudraganeo di Glieli; ma a cagione di
sua mediocrità Clemente Vili nel 1604
gli unì il vescovato di Campii. Tutlavol-
la il M ireo, che nel 161 3 stampò la iVo-
lilia Episcopatuum , riporta nella prò-
V A S
vincia ecclesiastica di Civita di Chicli tut-
ti i detti vescovati, non cheque'di Valva
e Sulmona, (V Aquila e Furcon io, di Mar-
si, dì Teramo e di Civita Ducale, però
dichiarando soggette alla s. Sede, Penna
e Afri, Valva e Sulmona, Aquila e Fur-
conio, Mar si, Teramo. Nelle Notizie di
Homa ile! i 72 1 , si registrano snflraganee
di Cliieti soltanto le sedi unite di Orfa-
na e Campii. Finalmente pel disposto di
Pio VII, nel 18 18 Chieti restò senza suf-
fraga nei per avergli tolto Ortona, che unì
nell'amministrazione a Lanciano, e Cani'
pli die soppresse e la diocesi unì a Tera-
mo. L'ultima proposizione concistoriale
di Chieti dice, nullumque habet sujfra'
ganeum Episcopum, finche erettosi il ve-
scovato di Vasto, questo divenne suo suf-
fraganeo. L'arcivescovo Felice fu anche
datario di Clemente VII, ed ebbe a suc-
cessore nel 1328 a' 2 gennaio Guido de
Medici nobile fiorentino consanguineo di
Clemente V 1 1, che lo traslatò da Venosa ;
promozioue che non piacque a Carlo V,
per la sua propensione a'francesi e come
carissimo al re Francesco I. Divenne pre-
fetto di Castel s. Angelo, e sebbene vir-
tuoso e di somma prudenza , ebbe gra-
vissima discordia col clero e popolo tea-
tino. Morto nel e 537 in Roma, fu tumu-
lato in s. Maria sopra Minerva , del cui
convento era benemerito,come i frati scol-
pirono sulla tomba. Il chierico regolare
p. d.Gio. Pietro Carafa per precetto d'ub-
bidienza dovette accettare la dignità car-
dinalizia da Paolo III, che a' 20 giugno
1 537 tornò a conferirgli la sua chiesa in-
signita del grado metropolitico. Assente
amministrò la sede per Scipione Rebiba
(V.), poi cardinale; nel i549 ^ll t,as'al°
a quella dì Napoli, e nel i555 fu eletto
Papa col nome di Paolo IV (F.). Nel-
l'aula arcivescovile in suo onore fu posta
una lapide, in cui si celebra: Ecclesiasli-
cae disciplinae vindici acerrimo. Nel
1 549 da Massa vi fu traslatò il cardinal
bernardino Maffci (F '.), ottimo pastore.
Neh 553 per sua morte Giulio III gli so»
VAS i95
stituì il nipote Marc' Antonio Maffei (F.)
canonico Lateranense e vicario di Roma,
indi nunzio in Polonia e cardinale: go-
vernò sino al i568. Non risiedendovi,
nmministrò la sede l' infelice sulFraganeo
Francesco Monaldo teatino, oriundo di
Firenze e arcivescovo di Tarso : exilus
miserabile exemplum, quippe qui aemu-
lorum quorundam dum sacra MUetice*
lebraret, ciani immissi subterranei cu-
niculi vehementissimo impetu ignis in al~
tur» explosus interiit. Neil 568 Giovan-
ni Oliva perugino, celeberrimo e virtuo-
so giureconsulto; sollecito pastore, corres-
se i costumi, tolse gli abusi, vendicò le sue
giurisdizioni, onde incorse nell'indigna-
zione di molti, e lo calunniarono col Pa-
pa; ma provata la sua innocenza trionfò,
restaurando la disciplina e la pietà nel cle-
ro, e istituendo il seminario: fu pianto in
morte nel 1577. In tale anno da Sagona
vi passò Girolamo Leoni nobile ancone-
tano, ma dopo 6 mesi importuna morte
dissipò le felici speranze su di lui conce-
pite. Da Alessano nel 1 578 vi fu traslato
Cesare Busdrago patrizio di Lucca , vir-
tuoso e di candidi costumi. Nella chiesa
di s. Maria di Civitella riuvenne il corpo
di s. Eleuterio, impropriamente annove-
rato fra'vescovi teatini, e ne fece la tra-
slazione con indulgenza da lui concessa.
Nel documento è chiamato, Archiepisco-
punì et Comitem Teatinum. Sisto V nel
i585 fece arcivescovo il suo famigliare
nel cardinalatoGio. Battista Castrucci(F.)
nobile di Lucca, e poi lo creò cardinale, Io-
dato pastore. Neil 5gi Orazio Sanminia-
to lucchese originario di s. Miniato e ca-
nonico Vaticano, d'ottime qualità, gene-
roso co'poveri, dopo 7 mesi ne fu deplo-
rata la perdita. Il cugino Matteo Sanmi-
niato gli successe nel 1592, canonico di
Firenze e protonotario,caro a'granduchi
per le sue virtù e sapere; fu benemerito
del clero, del seminario, dell' arciepisco-
pio, della metropolitana , della canonica
e del capitolo. Eletto Leone XI lo desti-
nava a gravi incarichi se la morte non lo
196 V A S
rapiva dopo 26 giorni. Tornato a Chie-
ti, riprese la sua assiduità e diligente cu»
ra nel pascere il gregge suo, e lagrimato
inori nel 1607. A' 12 febbraio gli succes-
se il cardinal fr. Anselmo Marzati (F.)
cappuccino, ma a'3 settembre repentina
morte in Tivoli io condusse alla tomba.
A' 3 del seguente mese Fu arcivescovo il
cardinal Orazio Maffei (Z7.), e governò
con sommo amore e diligenza un anno,
poiché colpito da infermità e fattosi por-
tare in Roma, moiì 1' 1 1 gennaio 1609,
con estremo lutto de*teatini.A'23 febbraio
gli successe Ulpiano Ulpi o Volpi di Co-
mo, referendario, nunzio a Cosimo li ed
a Filippo III, segretario de'vescovi e re-
golari, si dimise nel 1 6 1 6 e poi passò a No-
vara, morendo Maggiordomo del Papa.
Gli successe nello slesso 1 6 1 6 il p. d. Paolo
Tolosa napoletano, chierico regolare tea-
tino, già vescovo di Bovino, pio e d'inno-
cente vita, cospicuo nella sagra eloquen-
za, celebrò il sinodo, ristorò il culto divi-
no, nell'aula arcivescovile fece dipingere
le immagini de'predecessori co'loro nomi
e tempo che governarono. Lodatissimo,
poco visse, morendo nel 16 18. Io questo
Paolo V elesse Marsilio Peruzzi nobile di
JVIondolfo e suo intimo cubiculario, able-
gato a portare la berretta e il cappello
rosso al cardinal Ferdinando d' Austria
figlio di Filippo HI re di Spagna; giusto,
prudente, erudito, liberale eo'poveri, be-
nemerito di sua chiesa. Morto nel x63 i,
fu sepolto nella metropolitana, nella cap-
pella di s. Giustino da lui ornala nobil-
mente, con onorifica iscrizione, Archiepi-
scopus et Comes Teatinus. Nello stesso
anno il cardinal Antonio Santacroce^ F.),
piamente governò, traslato a Bologna nel
)636. Stefano Sauli nobilissimo genove-
se e referendario neh 638, morì a Napo-
li nel 1649, leggendosi in s. Giorgio, ove
fu deposlo, l'epitaffio: in Marrucinis Ar-
chiepisc. et Comes Teatinus. Nel mede-
simo anno Vincenzo Rabalta di Firenze
e canonico della metropolitana, virtuoso
4} peritissimo giureconsulto, d'integra fa-
V A S
ma. Nel i654 fr- Angelo II." Ciria cre-
monese, procuratore generale de servi di
Maria, sommo teologo, morto nel 1 656.
Nel seguente fr. Modesto Gavazzi ferra-
rese,procuratore generale de'conventuali,
consultore del s. Oflizio, dottissimo teo-
Iogo,eornato di belle virtù; vissei5 gior-
ni. Nel 1639 Nicolò Radolovich (F.)} ec-
cellente pastore e poi cardinale. Per sua
morte nel 1 703 Vincenzo Capece nobile
napoletano,nato in Benevento,parente del
predecessore, canonico di Napoli, istituì
l'accademia de'casi morali pe'parrochi e
altri ecclesiastici in tutta l'arcidiocesi, vol-
le che di frequente si facesse il catechi-
smo, zelò l'incremento del seminario con
aumentarne le reudite, onde gli alunni su-
perarono il numero di 100, ne accrebbe
la biblioteca; nell'avvento, nella quaresi-
ma e in altri tempi predicava, in 9 chie-
se della città 4 volte la settimana fece e-
sporre il ss. Sagramento decorosameute,
e difese fortemente l'immunità ecclesia-
stica. Nelle calamità prodotte nel 1706
dal terremoto, fu padre pietoso, restau-
rando i monasteri rovinati di Caramani-
co e Manupello; limosiniero , pio, gene-
roso, fece la statua d'argento di s. Giù-
stino.Con questo nell'Italia sacra si giuu-
gè colla Serie degli arcivescovi di CUieli,
e la compirò colle Notizie di Roma. Nel
1722 fr. Filippo Valignani teatino dome-
nicano. Nel 1737 Michele Palma napole-
tano. Nel 1755 Nicolò Sanchcx de Luna
napoletano. Nel 1764 Francesco Brancia
napoletano. Nel 1770 d. Luigi del Giudi-
ce teatino celestino. Nel 1792 d. Ambro-
gio Mirelli celestino napoletano, Nel 1 797
d. Francesco Saverio Bassi celestino di
Carpineta nell'arcidiocesi. Nel 1822 Car-
lo M.a Cernelli napoletano. Nel 1 838 Gio-
suè M.a Saggesed'Ottaiano diocesi di No-
la, già rettore de' redentoristi nell'arcidio-
cesi di Rossano, lodato da Gregorio XVI
nella proposizione concistoriale. Papa Pio
IX uel concistoro de' 27 settembre 1802
vi traslatò da Siracusa mg.r Michele Man-
zo napoletano, in tempo del quale eresse
V A S
il vescovato di Vasto. Pcrsna morte, nel
concistoro de'i 8 settembre 1 856 preco-
nizzò l'odierno arci vescovo uig/LuigiM."
de Mariuis d'Aquila, canonico di quella
cattedrale, pro-vicario generale e vicario
capitolare della medesima, esaminatore
pro-sinodale,lodandolo per dottrina, gra-
vità, prudenza, probità e capacità nelle
cose ecclesiastiche. Sotto di lui essendosi
pubblicata la bolla dell'istituzione del ve-
scovato di Vasto, pel i,° arcivescovo di
Chieti ha preso il titola ancora d'animi-
lustratore della chiesa di Vasto, benché
nell'ultima proposizione concistoriale non
se ne faccia menzione, per non essere sta-
ta ancora promulgala la bolla. Nella pro-
posizione perciò dicesi l'arcidiocesi mol-
lo ampia e contenere! io luoghi, ed es-
sere Chieti conspicitur, quae in suo qua-
tttor circi ter milliarium ambita bismille
domos ac vigiliti pene mille continet in-
colas. Questa illustre città, distante 37 le-
ghe da Napoli e i4^ mezza da Aquila, con
bel teatro e molte fabbriche di panni e
altre stoffe, vanta un copioso numero d'il-
lustri per santità di vita, dignità ecclesia-
stiche e dottrina, nonché Pollione riva-
le di Cicerone, gli storici Nicola Toppi e
Girolamo Nicolini, il pittore Antonio So-
laio ed altri.
Il nome autico di Vasto è Ltonia, for^
se d'origine osca o greca, fu cambiato da'
dominatori longobardi in G itasi, non in-
dicante GuastaldiaoGastaldia oPretorio;
e poiché essi la concessero ad un Ayuio-
ne , la chiamarono Gualstaldia di Ai-
mone; da qui Guasto d'Aimone, o sem-
plicemente Guasto, e poi tolto il G , si
disse Vasto. L'origiue della città di Va-
sto, dissi già che la ripete da Islonia, la
quale si congettura foudata da'traci capi-
tanati da Diomede, allorquando egli, do-
po la distruzione della famosaTroia, 1 1 84
anni circa avanti l'era nostra, approdò ne'
lidi dell' Adriatico, edificò diverse città,
come pure fece nell'isole di Tremiti oDio-
medee all'oriente di Vasto e da questa cit-
tà visibili. Ne couvulidauo la congettura
V A S .97
i molti e superstiti maestosi ruderi,» qua-
li ancora dimostrano che ampio n'era il
fabbricato, specialmente verso il mare.
Confederata e municipio de'romani, sog-
giacque poi a molti disastri sotto i goti e
i longobardi barbari invasori. Inoltre nel-
le deplorabili incursioni de'saraceni, que-
sti nell* 864 la devastarono; e nel 9Ì7 i
terribili angari l'incendiarono. Nelio47
Vasto uou era che un castello già domi-
nalo da'normauni, nuovi occupatori del-
la regione , i quali formata la loro pos-
sente monarchia, cominciò a risorgere.
Narrai nel voi. LXV, p. 178, che Papa
Alessandro III dovendosi recare a Vene-
zia per trattare la concordia coli' impe-
ratore Federico I, dopo l'Epifania delt
1 177 , passando per Troia e Siponto si
coudussea Vasto, dove trovò le galere per
tragittarlo, ivi mandate da Guglielmo li
re di Sicilia co' suoi inviali, essendo in
rottura colla città. Conclusa la pace, A-
lessandro III su 4 galere venete partì da
Venezia, e nell'ottobre 1 1770 nel 1 178
veleggiò per Vasto e Siponto, per tor-
nare in Roma. Nel 1269 il fabbricato di
Vasto era ripartito in due comunità, l'u-
na detta Terra di Guasto d'Aimone, e
l'altra Castello di Guasto Gisone. Nel
l385 il sindaco Buzio d'Alvappario ot-
tenne dal re Carlo HI di Durazzo, che
Castel Gisone venisse incorporalo a Va-
sto Aimone. Dopo diverse vicende, comu-
ni alla provincia e al regno di Napoli,
Carlo d'Austria, V come re di Napoli e
VI quale imperatore, in considerazione
della ricchezza,de'lempli, degli edifizi, de'
conventi e monasteri di VastOj delle no-
bili sue famiglie, e della rinomanza del
suo marchesato, neh 7 io restituì a Va-
sto il titolo ed i privilegi di città. Avea
Alfouso I il Magnifico re di Napoli, e V
quale re d'Aragona, dichiarato con diplo-
ma de' 10 luglio i442 Vasto città regia;
indi nel 1 444 'a concesse in marchesato
ad luuico di Guevara. Poscia Federico I
d'Aragona re di Napoli die Vasto in feu-
do ueli499 adluuico I d'Avalos, d'auti-
»<)8 VAS
chissiina e nobilissima famiglia, la qua-
le con alcuna interruzione la tenne con
giurisdizione feudale fino a'2 agosto 1 802,
epoca in cui fu nel regno abolita la feu-
dalità; laonde all'illustre prosapia non
restò che il titolo marchesale. Per la sua
celebriti», pe' grandi uomini che vi fiori-
rono, e per la dominazione esercitata in
Vasto per più di 3 secoli, ne darò un cen-
no genealogico, e servirà pure per ram-
mentare diversi de' molti luoghi in cui
ne ragionai colla storia. Tutti gli storici
che scrissero della famiglia D'Avalos, ri-
portano come suo insigne documento la
seguente iscrizione. Sanctio Avalio - Ca-
laguritano Uomini prò borio putride- Co-
muni lutando infidissimo - S. P. Q. G. -
Jfic funus publice celebravit - Sepul-
crumq. conslìtuil - M. Attilio Regalo P.
C.-Cumll legione honoris causa Adstan*
te.$\ ritiene la famiglia d'origine spagnuo-
la, forse proveniente da Cartagine, poi-
ché fu fondala da' cartaginesi Calagu-
rium o Calahorra [V.) città vescovile e
patria di Quintiliano e Prudenzio, i cui
fasti ecclesiastici vantano il martirio de'
ss. Emetero o Madir e Che lido nio (Fr*).
Congetturano gli storici che i D'Avalos
Dell' invasione degli alani e de' visigoti e-
migrassero in Bretagna verso il 4'6> e
ivi s'imparentarono colla r." stirpe de' re
d'Inghilterra. La dinastia diretta di Spa-
gna si fa cominciare da Igniques I del-
1838, e si dice capitano d'ignico Arista
i.° re d'Aragona (comunemente s'inco-
mincia la serie de're d'Aragona con Ra-
mirol uel 1 o35). Quella d'Inghilterra tra-
sferita nella Spagna cominciò con Gu-
glielmo d' A valon o Davalon del 9 r 4, che
appartenne a Sancio 1 re di Na varrà; l'u-
nica sua figlia M.a Caterina fu madre del
re Garzia Sanchez. Da Guglielmo si fa
purederivareTeodoro Davalondel 108 r,
che sposò Isabella Couineno figlia dell'im-
peratore greco Alessio I. Dal suddetto I-
gniquei I discesero Ignico IIdell'890, ca-
pitano di Sancio I re di Navarca e d'Ara-
gona; Sancio 1 del 95o; che edificò s. Ma-
VAS
ria di Piscinacoll'insegne della casa d'In-
ghilterra del suo tempo; Ignico III Lo-
pez signore di Calahorra e ivi fondatore
della chiesa di s. Felice; Nuno d' Avalos
Gon/.ales del 1090 fu grande e litojato
sotto il re di Castiglia. Da questo Nono
si fa discendere ili.° ramo di questa fa-
miglia, nella linea retta de'grandi di Spa •
gna dir." classe. Ignico IV Lopez signo-
re di Calahorra nel 1 i3o, ampliò la pre-
benda di s. Felice, fu titolato e gran feu-
datario. Discesero da lui Ximeno princi-
pale erede della signoria di Calahorra,
fondatore di s. Millan de Gogolla, a cui
donò i beni a lui spettanti di s. Felice.
Pietro Lopez del 1 1 52, governatore e ca-
stellano di Quesada, grande di Spagna.
Juan M arti net del 1 i54iS«gnore di molte
terre e gran barone del vescovato di Ca-
lahorra. Alfonso II deli 1 58 capitano dì
Sancio III re di Castiglia, perì nella bat-
taglia d'Aimone contro i mori di Grana-
ta. Sancio II deli 160 signore di terre e
gran capitano d'Alfonso II re d'Aragona
guerreggiò i mori. Garzia Nunez del 1 1 62
cavaliere di Cala tra va e di s. Giacomo,
e grande di Castiglia. Olire Ximeno, ebbe
discendenzaDiegoLopez I del r 1 37,castel-
lano d'CJbeda e viceré d'Alfonso II red'A-
ragona, distinto come Raimondo Beriu*
guer; da lui derivarono Igniques V capi-
tano di Pietro II re d'Aragona, che guer-
reggiò i mori verso il 1200 in aiuto del re
di Castiglia; e Diego Lopez capitano di
detto re, e grande sotto Giacomo I. Con-
tinuarono la discendenza di XimenorSan-
cio III Rodrigo del 1200, signore di Ca-
lahorra, da cui derivarono Bertrando I, e
Ruz Lopez I. Bertrando I fu ammiraglio
di s. Ferdinando Mire di Castiglia e ca-
valiere di Calatrava; non si conosce la
successione. Questa P ebbe Ruz o Ruya
Lopez I del 1240 gcaude di s. Ferdinan-
do III ecavaliere di Calatrava, ne'seguen*
ti. Sancio IV Roderico Lopez seguì Pie-
tro III re d'Aragona nella Sicilia, dopo i
famosi vesperi siciliani; Fernandci Lopez
del i34o fu nelle corti d' Alfonso IV e
V A S
Pietro IV re d'Aragona. Da lui deriva-
rono Sancio V Roderico del i36g, con-
testabile di Castiglia e tutore del regno;
Beltrando li del i 38o grande di corte del
re d'Aragona Ferdinando I; e Mencia M.a
maritata a Rnyz de Daeca signore della
Guardia e i.° grande del vescovato. La
successione di Sancio V si formò de' se-
guenti: Ruyz Lopez II gran contestabile
di Castiglia, il più gran signore de' suoi
tempi e conte di Ribadeo, ebbe 3 mogli
e moti in Valenza nel 1 4^8; Ferdinando
Martinez neli3qo decano di Segovia, u-
ditoredi Giovanni II re di Castiglia e gran
cancelliere; e Juan gran capitano contro
i siciliani nelle guerre combattute per Al-
fonso I il Magnìfico d'Aragona, e gran-
de di sua corte. Ruyz Lopez 11 ebbe a
mogli: i .a Costanza di Touvar, dalla qua-
le derivò il ramo degli Avalos di Napoli
marchesi potenti del Vasto, e di Pescara
città surta dalle rovine della summeulo-
vata città vescovile à' Aternum)\& cui se-
de fu traslata ad Airi, lungi 4 leghe da
Cbieti, celebie per la sua fortezza e mu-
nite fui tificazioni , piazza di 2.a classe e
può dirsi chiave del regno da questo la-
to, per cui solili diversi assedile anche ne-
gli ultimi km pi, cui pose (ine la capito-
lazione; ha conventi di religiosi, mona-
stero di suore (sui quali e su A le munì può
vedersi V Italia .sacra, 1. 1 o, p. 1 8), di ver-
se chiese, due ospedali, uno de'quali mili-
tare, ed abbondante vi è la pesca. 2/ El-
vira de Guevara che formò il ramo di
Spagna. 3.aMariaFonseca,dal quale pro-
venne il seguente ramo. Da 4 figli Diego
111 ebbe lunga successione, e Pietro Lo-
pez maritatosi a Maria Orsini duchessa
di Gravina, in seconde nozze , nacquero
due figli e una figlia , senza discendenza,
uno fu governatore di Toledo, l'altro ca-
meriere maggiore dell'infante d. Enrico.
Diego HI maritatosi con Eleonora d'Aya-
la, figlia di Pietro signore di Fonsalida,
ebbe 5 figli e fra'quali Elena maritata con
Pietro di Toledo, Pietro cardinale, e Die-
go Lopez. Da quest'ultimo nacquero Al-
V A S 199
, fonso e Diego Lopez commendatori, il e ."
d'Alcantara, il 2.°di Morea,ed Eloisa spo-
sala a Franco Ascalona. Con essi si eslin-
se il ramo di Ruyz Lopez li e M.a Fon-
seca. Quanto a Pietro cardinale non ne
feci biografia, perchè affatto non cono-
sciuto dagli scrittori de' cardinali. Altri
lo chiamano Pietro diToledo, altri Pietro
di Castiglia. Nella storia genealogica de-
gli Avalos, compilala dal p. Tommaso
Zamboini domenicano, rilevasi che Pie-
tro fiori intorno al 1460 : fu canonico di
Toledo,nunzio d'Inghilterra nel 1470 cir-
ca, indi vescovo di Canarie, e per ultimo
cardinale. Dal ramo d'Elvira nacquero 2
figlie 3 figlie.Fernandoebbelunga discen-
denza, e Beltrando IV ebbe solo Giovan-
ni morto celibe : nacquero da Fernando
con Maria Castiglione Carillo, il cardinal
Gaspare d'Avalos o Avolos(f'.)ì come lo
chiama il Cardella nelle Memorie storiche
de 'Cardinali ',1.4, p. 2 53, che nel seguir-
lo aggiunsi o Avalos, e Rnyz Lopez spo-
so di Teresa Guevara nella Spagna, e ne
continuò la linea Pietro Velez, estinguen-
dosi con Ruyz Lopez. Adunque Ruyz Lo-
pez II con Costanza di Touvar, vedova
di Pietro Valez ili Guevara, diedero ori-
gine al ramo di Napoli, mediante i loro
due figli che formarono due linee,lunico [
e Alfonso IV : altri figli furono Roderico
marchese I del Vasto e conte di Poma-
rico morto celibe, Martino conte di Mon-
te Scaglioso, Costanza maritata a Federi-
co di Balzo, Beatrice sposa di Gio. Gia-
como Trivulzi, ed Ippolita mogliedi Car-
lo d'Aragona figlio del re Ferdinando f.
Innico 1 sposando Antonella d'Aquino fi-
glia ereditaria del marchese del Vasto.
Leggo neìÌQJYo tizie della Nobiltà di Cam-
panile, che Aquino fu ili.° marchese del
regno uel 1412, e gran camerario, il 3.°
de' 7 uffìzi primari del reame napoleta-
no, le cui grandezze passarono per Anto-
nella d'Aquino a' Davali, delti volgar-
mente d'Avalos d' Aquino. Alfonso IV
sposò Delia Orsini deducili di Gravina,
formò l'altro ramo napoletano, ed il lo-
200
V A S
io figlio Roderico s'ammogliò con Elvi.
ra primogenita del conle Hi Monte Sca-
gliose»; da Jacopo altro de'loro figli nac-
que Roderico, che da Gregorio XIV con
breve del i5()i fu investito della contea
di Villafranca. Fro'discendenti, Giovan-
ni fu vescovo d'Ischia, 4 donne si fecero
monache, altre si accasarono co' Carne*
cioli, co'Tomacelli e col conte di Nicole-
ra; finì la linea con Giovanni che da Fran-
cesca Carafa ebbe Giovanna maritala a
Piccolomini. Inoltre Alfonso IV sposò in
secondi voti Luisa Orsini figlia ed erede
del conle di Mola, per la cui sterilità la
dote della città di Nola ricadde al fisco.
Cosi si estinse il ramo d'Alfonso IV fra-
tello d'Innico I. Quest'ultimo dunquecol
suo proseguì la linea napoletana. Da An-
tonella d'Aquino nacquero, Alfonso I eln-
nico II. Alfonso I marchese 11 di Pescara,
sposando Ippolita di Cardona figlia diRai-
mondo viceré di Napoli, gli partorì il ce-
lebre Ferrante o Ferdinando Francesco
d' Avalos marchese III di Pescara. Il re
di Napoli Ferdinando II d'Aragona, per
consolidarsi l'adesione de'Colonnesi, pro-
curò che si stabilisse il matrimonio tra la
celebre Vittoria Colonna, figlia del conte-
stabile Fabrizio e di Agnesina di Monte
Feltro figlia di Federico duca d'Urbino,
e Ferrante, ambedue infanti di 3 anni; lo
sposalizio seguì poi nel i5og nell'isola
d'Ischia con pompa quasi reale. Per la
prematura morte violenta d'Alfonso I, il
figlio Ferrante era restato in governo di
sua zia ocuginaCostanzad'Avalos, moglie
di Federico diBalzo e onorata da Carlo V
del titolo di principessa. Fu duchessa di
Francavilla, d'animo virile e quasi guer-
riero, perciò perpetua castellana d'Ischia,
ch'era allora tenuta la chiavedel regno: a-
mò grandemente le lettere, non meno che
la poesia, ed insieme a questa donna illu-
stre benemerita di sua casa, che diresse,
Vittoria passò gran parte di sua vita. Fer-
laute andò per la i.' volta in armi nel
i5i2, sotto gli ordini dell'avo Raimon-
do di Cordona , il quale per comando di
V A S
Ferdinando V re di Spagna e III come
re di Napoli, si unì alle milizie ili Giulio
Il per combattere i francesi; ma restò fe-
rito e prigione in Milano per la famosa
battaglia di Ravenna (V.). Nella sua pri-
gionia, come poeta, compose alcune poe-
sie o Dialogo aV Amore, che dedicò alla
consorte Vittoria Colonna eccellente poe-
tessa. Il marchese di Pescara nel seguente
anno fu liberalo; e dipoi comandando la
vanguardia dell'avo, provocò a battaglia
l'Ai viano e lo sconfisse presso Vicenza a*
7 ottobre i5i5. Ferrante acquistò più.
gloria ancora a' 19 novembre i52i, to-
gliendo Milano al maresciallo di Lautrec.
Tale brillante successo fu dovuto al suo
valore e alla sua audacia , poiché il pa-
rente Prospero Colonna, sotto gli ordini
del quale militava, non avea osato di ten-
tar quell'impresa. Prese poi Como, inse-
guendo i francesi ,e la fece saccheggiare,
ad onta d'aver promesso di lasciarla im-
mune. La campagna deli 522 fu assai o-
norevole per Ferrante, quantunque non
comandasse in capo. Soccorse Pavia da'
francesi assediata; si segnalò nella batta-
glia della Bicocca, perduta da'francesi ca-
pitanati daLautrec;preseLodi ePizzighet-
tone; costrinse il maresciallo Lesemi, fra-
tello di Lautrec, a capitolare in Cremo-
na. In seguito di tale capitolazione, i fran-
cesi uscirono dalMilanese;finalmente pre-
se Genova e l'abbandonò al sacche"«io.
Tali luminose gesta acquistarono al mar-
chesedi Pescara riputazione d'uno de'mi-
gliori generali del possente imperatore
Carlo V e come re di Napoli IV. Ebbe la
maggior parte nelle vittorie riportate con-
tro l'ammiraglio Bonnivet, e nella famo-
sa battaglia di Pavia (l7.) a' 24 febbraio
1 525,in cui restò prigione Francesco I re
diFrancia.Quest'eroe non volleconsegnar
la sua spada, che al solo marchese di Pe-
scara, qual vero gentiluomo; altri dicono
al viceré La nnoy,e lo rilevai ne' voi. LX V,
p. 232, LXVIII, p. 1 3. Certo é che Fer-
rante invece di presentarsi al re suo pri-
gioniero ornalo di piume 0 di altri disliu-
V A S
ti vi, al pari degli altri generali vittoriosi,
gli si presentò in abito di saia nera, e con
aria mesta piegò avanti diluì il ginocchio;
alla quale dimostrazione della più squisi-
ta moderazione e nobiltà d' animo , non
poteva fare a meno il sovrano prigionie-
ro d'avvicinarsi al guerriero vincitore, e
dirgli abbracciandolo: «Io non avrei mai
pensato, o valoroso Pescara, che potessi
con tanto affetto amare e riverire colui
che mi ha vinto e reso prigioniero, do-
po avermi dato una gran battaglia; e non
invidio però l'imperatore Carlo V per la
riportata vittoria, perchè in altra circo-
stanza potrei anch' io ottenerla , ma lo
invidio per aver egli per capo della sua
armata un marchese di Pescara". L'im-
peratore in memoria della strepitosa bat-
tagliala Tiziano fece disegnare 7 carto-
ni rappresentanti i principali movimenti
ed episodii della medesima, e da Giulio
Romano o da Tintoretto fece disegnare
le bordure; quindi dalle donne fiammin-
ghe li fece tessere in fili di lana colorala,
e d'oro e d'argento, in altrettanti stupen-
di arazzi, ed in premio del suo valore li
donò al vincitore Ferrante. Questi me-
ravigliosi arazzi, di cui parlai ne' voi. LII,
p. 24 (ove, seguendo altri, li dissi donati
al cugino Alfonso II, altro comandante in
capo dell'esercito, e non nipote come scris-
sero diversi), LXVI1I, p.i3, tuttora ge-
losamente si conservano in Napoli nel
palazzo del suo discendente e vivente,
sua altezza serenissima d. Alfonso d' A-
valos principe di Pescara e marchese del
Vasto; insieme alla tenda reale di Fran-
cesco I; il principe inoltre possiede le due
armature che indossavano nella memo-
rabile battaglia, Francesco I e il suo an-
tenate Ferrante, e per meglio sicuramen-
te custodirle, ottenne dal re Ferdinando
lidi depositarle nella particolare armeria
del real palazzo di Napoli, riunite a quelle
d'altri antichi, distinti e rinomati guerrie-
ri. Sono questi trofei doni di Carlo V e
monumenti gloriosi per l'eccelsa famiglia
d'Avrlos. Lannoy condusse nella Spagna
VOL. LXXXVIII.
V AS
?.OI
Francesco I prigione, e Ferrante restò ge-
neralissimo dell'armata spagnuola. 1 pria*
cipi italiani, gelosi dell'illimitato potere
che avea acquistato Carlo V, tentarono
di sedurre il marchese di Pescara colle più.
magnifiche e seducenti offerte, e gli pio-
misero di farlo re di Napoli, se volesse se-
condarli nel discacciar i tedeschi e gli spa-
gli uoli dall' Italia. II marchese fece sem-
bianza di prestare orecchio alle loro pro-
posizioni, né veramente si sa se fosse da
prima tentato ad accettarle, o se fino dal
principio egli altro scopo non avesse che
di conoscere i loro segreti; ma dopochèeb-
be a lungo trattato con l'eloquente Giro-
lamo Morone o Moroni di Cremona, ce-
leberrimo uomo di stato, primario consi-
gliere e gran cancelliere del duca di Mi-
lano Francesco II, istruì l'imperatore del-
le fattegli proposizioni, e pentir fece il du-
ca d' averlo voluto corrompere; perciò
venne in odio de'milanesi. Il cav. Coppi
nelle Memorie Colonnesì}\). 3i4» ripor-
tai! riferito dal contemporaneo Guicciar-
dini, dicendo che il marchese essendo al-
quanto malcontento di Carlo V, sembran-
dogli non fossero conosciuti abbastanza i
meriti suoi (pare perchè Francesco I che
doveasi condurre a Napoli, alla sua insa-
puta fu portato a Madrid; ri che tenuto-
si celato anco al duca o contestabile di
Borbone, defezionato da Francia e altro
duce della battaglia di Pavia, anch' esso
ne restò disgustato; mentre Lannoy niu-
na parte avea avuto alla vittoria , tutto
il merito appartenendo al valore di Fer-
rante), ne profittò il Morone col fargli in
nome del suo duca le narrate proposizio-
ni, e che, secondo il Muratori, vi si mo-
strò disposto se vi concorressero i venezia-
ni e Clemente VII; questi non se ne mo-
strò alieno e gliene fece promessa a mezzo
di Domenico Sauli invialo da Roma, ed
i veneti manifestarono propensione ad
accudirvi (aderendovi ancora la regina di
Francia madre di Francesco 1); per cui
non si può decidere, se il marchese nel
lungo trattato per l'ardito progetto, ac-
14
202 V A S
consentisse o fingesse. Si può vedere il eh.
cav. Giordani, Della venuta e, dimora
in Bologna diClemente VII e Carlo V,
a p. 29 delle Note, nella 1 1 5 ; rilevando
che ne fu conseguenza la disgrazia del
duca di Milano. Col Varchi poi raccon-
ta il Coppi, che Vittoria Colonna, orna-
ta di tutte le virtù, appena seppe il ma-
neggio,esclamò: Non avergli uomini mag-
gior nemico che la troppa prosperità. Poi
temendo non lo sposo si rimanesse abba-
gliato allo splendore d'un diadema, riso-
lutamente e tutta mesta scrisse al mari-
to. Che ricordevole di sua gloria, guardas-
se molto bene a ciò che faceva, non cu-
randosi d'esser moglie di re, sibbene d'uu
uomo fedele e leale; non le ricchezze, non
i titoli, non i regni finalmente quelle co-
se essere, le quali agli spiriti nobili e di
eterna fama desiderosi possano la vera
gloria, infinita lode e perpetuo onore ar-
recare; ma la fede, la sincerità e !' altre
virtù dell'animo.Con queste,potere chiun-
que vuole, non solo in guerra, ma ancora
nella pace eziandio, agli altissimi re so-
prastare. Fatto è, che il marchese invita-
to il Morone a Novara nella metà d'ot-
tobre 1 525, e avendo fatto ascondere An-
tonio de Leyva dietro a un arazzo, accioc-
ché tutto udisse, parlò molto col Morone
di quella pratica, e poi fattolo imprigio-
nare il mandò nel castello di Pavia. Ora
il eh. Dandolo volle purgare la profonda
sagacità e l'alto ingegno del Moroni, dal-
l'indegne calunnie di cui fu tanto oltrag-
giata la sua memoria. Dipoi si riscattò il
Moroni dalla prigionia col contestabile di
Borbone , se ne guadagnò la confidenza,
ne divenne segretario, e commissario ce-
sareo nell'espugnazione di Roma e fatali
conseguenze; nelle quali tuttavia potè ren-
dere segnalali servigi a Clemente VII,
che in premio fece vescovo di Modena il
figlio Giovanni Moroni, indi celebre car-
dinale decano del sagro collegio, e ve-
scovo d'Ostia e Velletri (V.). Tutto
narrai nel voi. LXXXV, p. io, 11, 12,
i3, 14. Ferrante o Ferdinando d'Ava-
VAS
los marchese di Pescara, insignito del
Toson d' oro come il suo avo, di 36 an-
ni morì in Milano a* 25 o 28 novembre
1 525, senza prole, poiché ebbe un figlio
morto prematuro, e così cessò la linea
d' Alfonso I. Ferrante venne a morte o
per l'eccesso delle sostenute fatiche, o per-
chè i dubbi del trattato di Napoli forse
movevano Carlo V a funesti consigli, co-
me allora ne corse la fama. Lasciò in con-
dizione onora! issi ma la marchesana con-
sorte, e chiamò erede il cugino Alfonso
marchese HI del Vasto. Inoltre dispose,
che in Napoli s'innalzasse una chiesa in
onore di s. Tommaso d! Aquino suo a-
scendente, per deporvi il suo corpo. Que-
sto da Milano fu trasportato (altri vo-
gliono che morisse a Novara o in Raven-
na, e che da tali città fu trasferito il ca-
davere a Napoli) in tale metropoli. Ma
venne tumulato nella sagrestia di s. Do-
menico maggiore, per sepolcro tempo-
raneo, coli' intendimento di traslatai Io
poi nella chiesa nuova di s. Tommaso ;
il che non fu eseguito, riposando tutto-
ra le sue ceneri in detta sagrestia, ed or-
nandone la tomba il celebre epitaffio
scritto dall'Ariosto: Quis jacet hoc ge~
lido, etc. Restata vedova Vittoria mar-
chesana di Pescara, donna per la bel-
tà del corpo e vieppiù per quella dell'a-
nimo celebralissima da tutti i poeti e
scrittori contemporanei, ritirossi per
qualche tempo nel monastero di s. Silve-
stro in Capite di Roma, per indulto d'uà
breve di Clemente VII. Die allora prin-
cipio all'alta poesia, onde rese immorta-
le se e lo sposo. Quindi allonlanossi da
Roma e vi tornò varie volte secondo le
vicende de'Colonnesi sotto Clemente VII
e Paolo III. Prima del nefando oltraggio
del sacco di Roma, che oscurerà sempre
la gloria che sparsero sul regno di Car-
lo V la vittoria e la fortuna, la marche-
sana Vittoria si recò in Ischia, da dove
prese affettuosa premura delle lagriroevo-
li condizioni di Roma e di Clemente VII
assediato in Castel s. Angelo dogi' irape-
V AS
riali, seri vendo energicamente al cardinal
Pompeo Colonna , al marchese del Va-
sto, ed a* condottieri delle furiose armi,
offrendo la propria sostanza a beneficio
degl'infelici, e pegni del suo stato pel ri-
scatto de'prigionieri e per sicurezza de-
gli sfatichi dati dal Papa. Passò a Lucca
e poi a Ferrara, indi ne' monasteri di s.
Paolo d' Orvieto e di s. Caterina di Vi-
terbo; in fine si stabili in Roma in quello
di s. Anna de'funari, poi detto de'falegna-
mi, ora Ospizio di Tata Giovanni (Pr.).
Intanto scriveva e pubblicava componi-
menti poetici , di una nuova poesia. In-
nalzata alla luce dell'amor divino, in es-
sa s'innalza e grandeggia quanto il nuo-
vo argomento vince e sorpassa 1' antico,
nel quale pianse e celebro l'amatissimo
marito. I religiosi componimenti supera-
rono gli anteriori, e riportarono sui eoe*
tanei la palma. Meritò che colla sua ef-
figie si coniassero 4 medaglie, in una del-
le quali è pure quella del marito. Dap-
pertutto ossequiata da' personaggi più.
ragguardevoli, fra'quali il cardinal Bem-
bOjBuonarroti, AnuibalCaroe Bernardo
Tasso, quando Carlo V si recò in Roma
neh 536 andò a visitarla in casa Colon-
na. Mori nel fine di febbraio 1 547 d'an-
ni 57, nelle case de'Cesarini a Torre Ar-
gentina , deputando esecutori testamen-
tari i cardinali Polo, Sadoleto eMoroni,e
lasciando erede il fratello Ascanio; igno-
randosi ov'è sepolta, pare probabile che
fosse tumulata nella tomba delle benedet-
tine del suddetto vicino monastero di s,
Anna. De'suoi componimenti se ne fece-
ro più edizioni. Il principe d. Alessandro
T01 Ionia per celebrare gli sponsali con d.
Teresa Colonna, le fece coniare una me-
daglia, ecol beneplacito di Gregorio XVI
ottenne che il suo busto fosse collocato
nella Protomoteca Capitolina , e con i-
splendida edizione fece pubblicare: Le Ri-
me di fattoria Colonna corrette sui te-
sti a penna e pubblicale con la vita della
medesima delcav. Pietro Ercole Viscon-
ti, Si aggiungono le poesie ommessc nel-
VAS 2o3
le precedenti edizioni e V inedite^ Roma
1 840. Di tutto già parlai ne'vol. XIV, p.
287, XLIII, p. 48, XLVII, p. 87. Ter-
minata la linea d'Alfonso I, quella del fra-
tello Innico II marchese del Vasto II, e
di Laura Sa use veri no principessa di Ci-
signano riunì il marchesato di Pescara.
Da tali coniugi nacquero Alfonso II mar-
chese del Vasto III e di Pescara IV, Ro-
derigo conte di Monte Scaglioso morto
celibe, e Costanza maritata ad AlfonsoPic-
colomini duca d'Amalfi e conte di Cela-
no. Costanza d' Avalos fu una di quelle
illustri dame che nel secolo XVI coltiva-
rono col maggior successo la poesia ita-
liana, e restò vedova assai per tempo e
senza figli. La sua condotta le conciliò la
stima generale, e Carlo V in prova del-
la sua gli conferì il titolo di principessa.
Le sue poesie sono unite in parecchie e-
dizioui a quelle di Vittoria Colonna , e
molte si rinvengono nella raccolta inti-
tolata: Rime diverse di alcune nobilissi-
me e virtuosissime donne ^accolte per M.
Lodovico Domenichi, Lucca i55g. Qui
per chiarire qualche confusione negli sto-
ricijtra le due Costanze ed una 3.a, occor-
re una breve digressione. Leggo nel Cor-
signani, Reggia Marsicanay t. 1, p. 4§2
e seg., e nel Marchesi, Galleria delVo-
noret t. 2, p. 4^5. Antonio Piccolomini
nipote di Pio lì e fratello di Pio III, spo-
sò Maria d'Aragona figlia di Ferdinando
I re di Napoli, e per dote ebbe i ducati di
Sessa e d'Amalfi, il marchesato di Ca-
piscano e la contea di Celano. Da questo
matrimonio tra gli altri figli nacque il
suddetto Alfonso 2.0 d'Amalfi, il quale
sposò la lodata poetessa Costanza d' Ava-
los de' marchesi di Pescara e Vasto, e da
essi nacque il duca d' Amalfi Innico Pic-
colomini virtuoso e pio. Egli si congiun-
se in matrimonio con Silvia Piccolomini,
e la sola prole fu Costanza ereditiera del-
la ducea e delle altre signorie. Maritata
ad altro Alfonso Piccolomini di linea tras-
versale, con apostolica dispensa, il Cor
signani corregge 1' Ughelli per avere
>o4 VAS
scritto eh* ella era di casa d'Àvalos, co-
me discendente nipote dall'ava di tal fa-
miglia. Dopo tale matrimonio, Costanza
travagliata dal marito, perciò visse sem-
pre in Roma separata da lui,abitandonel
proprio palazzo Piccolomini (la coudotta
d'Alfonso e l'epoca mi fa non senza fon-
damento sospettare, che sia il famoso du-
ca di Monte Marciano, di cui parlai in
più luoghi ed a Velletri. Di carattere
violento e impetuoso, si fece capo di li*
cenziosi soldati e di ladroni, e commise e-
normi assassini*! e depredazioni nello sta-
to pontificio e anche in Toscana, ove finì
giustiziato). Costanza donò a' Teatini
(F.) il suo palazzo di Roma, col quale si
formò la loro casa, e ne fu insigne bene-
fattrice ; per cui vendè lo stato di Capi-
strano, e nel 1 5g i quello di Celano a d.
Camilla Peretti sorella di Sisto V; mo-
rendo poi senza successione fieli' anno
1610 piamente in Napoli, pare tra le
domenicane della Sapienza. Ritornan-
do ad Alfonso II nato a Napoli nel i5o2,
marchese del Vasto e di Pescara per aver
conseguito l'eredità di Ferrante suo cu-
gino, continuatore della nobilissima pro-
sapia degli Avalos, fu avvenente al som-
mo della persona, di destro e sveglia-
to ingegno, prontissimo a trascorrere al-
l'ira, nell'ira feroce. Vana era riuscita o-
gni opera de'maestri che gli avevano po-
sto d' attorno; se non solo di quelli che
dell'armi, del cavalcare e di altri tali ca-
vallereschi esercizi gli erano insegnatoli.
Nell'adolescenza sua la cognata Vittoria
Colonna intraprese a voler mansuefarne
l'animo fin allora indomito ad ogni col-
tura, col proprio esempio e coll'alletta-
mento della poesia ; e tanto felicemente
le riuscì il pensiere suo, che il giovanet-
to apparve ben presto tutto da se mede-
simo diverso, fatto costumato e gentile;
mostrò allora, e conservò mai sempre un
amore verso agli studi, per cui divenne
autore egli slesso di versi leggiadri, de'
quali alcuni sono alle stampe. Un poe-
metto d'Alfonso II, dove parla delle sue
VAS
guerre di mare, è nelle terze rime stam-
pate con altre di Luigi Gonzaga innanzi
a'versi del Bembo in Verona nel 1 54**.
Inoltre si leggono di lui sonetti al Sanaz-
zaroe al Muzio, impressi fra le poesie de'
medesimi. Laonde (piando a Vittoria ac-
cadeva di favellare di sua sterilità, presen-
te Alfonso 11, era solita dire, additando il
marchese del Vasto: Già sterile io non
posso essere chiamata, quando ho del mio
ingegno generato costui. Militò lai ." vol-
ta sotto gli ordini del cugino Ferrante,
e si segnalò nel \5i5 per luminoso vaio»
re all'assedio e battaglia di Pavia. Am-
bedue primeggiarono fia'più valorosi du-
ci del secolo XVI, ed oltre alla perizia e
arte più accorta della strategia militare
in guerra, al più. invitto coraggio e alle
ammirabili qualità personali, furono mai
sempre dediti all'incremento del lustro di
loro celebre famiglia. E Ferrante innanzi
a tale memorabile battaglia disse al cu-
gino Alfonso II. Io mi affaticherò con tut-
te le mie forze, affinchè si accrescano gli
onori della nostra famiglia. Morto in det-
to anno Ferrante, gli successe anche nel
comando degli eserciti di Carlo V in Ita-
lia. In seguito pacificatosi Clemente VII
con Carlo V, convennero di abboccarsi
in Bologna, e ivi il Papa coronò l'impe-
ratore. Vi si recarono verso la fine del
i52g, ed Alfonso II vi si portò poco do-
po, e venne alloggiato nel palazzo delse-
natoreRossi,ove poi fu anche il duca d' Ur-
bino.A'3 1 dicembre si trovò presente nel-
la basilica di s. Petronio alla lettura de'
capitoli per la pace d'Italia fatti pubbli-
care da iPapa e dall'imperatore,pa rimen-
te presenti. Il marchese era vestito in a-
bili sontuosi, come uno de'signorichepiù
sfoggiavano in grandezza e magnificenza,
e fra'più distinti personaggi si accostò al
pulpito per bene udire. Volendosi a lui
troppo avvicinare un uomo in abito di-
messo, senza domandargli chi fosse, con
forza lo respinse indietro. Lo sconosciuto
era il contedi Monte Pelgrado fratello di
Oldcrico duca di Wurlemberg. Gli ami-
V A S
ci del marchese subito di ciò lo avvertiro-
no, per essere stato troppo precipitoso,
poiché se ne fosse pervenuta querela al-
l'imperatore, forse potevasene aspettare
sdegno e risentimento. Però il marche-
se prontamente rispose loro, che non se
ne pentiva affatto, e anzi piuttosto l' im-
peratore avrebbe dovuto lodarlo dell'at-
to, perla ragione, che un principe di na-
scita e di rango elevato, in pubbliche fun-
zioni è tenuto vestire e serbare il decoro
convenevole alla cospicua sua dignità; né
mai comparire in abito dimesso e umile,
se pretende d* essere considerato eguale
agli altri della condizione sua. Non se ne
scusò col conte, ne fece altra dimostrazio-
ne , quantunque porgesse con ciò argo-
mento a vari discorsi. Laonde cla'savi fu
applaudita l'azione del marchese, per la
quale poteva trarne ammaestramento
chiunque non voleva mettersi in simi-
gliano circostanze, se intendesse farsi nel
grado suo rispettare. Indi Carlo V volle
che si dassero singolari assegni e ricogni-
zioni al capitano generaleAntonio deLey-
va, al marchese del Vasto e Pescara, ed
a 'capitani minori, che s'erano portati va-
lorosamente nelle guerre di Lombardia.
Per la convenuta espugnazione di Firen-
ze, fra il Papa e l'imperatore, fu desti-
nato anche Alfonso li generale de* fanti
alemanni e spaglinoli, per cui Clemente
VII a'4 gennaio i53o gli fece scrivere dal
suo segretario Sanza premure pel solle-
cito e felice esilo dell'impresa, a tale ef-
fètto ponendo a sua disposizione i commis-
sari pontificii. Neh 532 tornarono in Bo-
logna Clemente VII e Carlo V, e vi fu
chiamalo il Tiziano a fare il ritratto del-
l'imperatore, il quale raccolse il pennello
caduto al gran pittore, dicendo nel resti-
tuirglielo: Tiziano merita d'essere servito
dall'imperatore. In quell'occasione Tizia-
no ritrattò pure il marchese del Vasto e
di Pescara. Questi nell'istesso anno qual
generale d'infanteria passò in Austria, per
difenderla contro Solimano II formidabi-
le imperatole de' turchi. Accowpaguò
V A S aoì
l'imperatore in quasi tutte le sue spedi-
zioni, a Tunisi e in Provenza: dovunque
die provedi gran talento e di somma bra-
vura, ma dovunque altresì lasciò appa-
rire il suo carattere duro e orgoglioso.
Reduce Carlo V dalle conquiste di Tu-
nisi, nel 1 536 fece il suo Ingresso solen-
ne in Roma (/"".), preceduto da Alfonso
II capitano generale alla testa di 35oo
fanti colle proprie insegne, e notai nel voi.
LI, p. 124, che nel pontificale di Pasqua,
da Paolo HI celebrato in s. Pietro alla
presenza di Carlo V vestito da impera-
tore, a questi levava e metteva il berret-
tino sotto la corona il marchese del Va-
sto e Pescara. Lo stesso Paolo 1 1 1 nel 1 53g
donò lo Stocco e Berrettone ducale be-
nedetti (f.), ad Alfonso II come genera-
le di Carlo V contro i turchi. Fino dal
i536 per morte del navarrese Antonio
de Ley va, uno de' più. valenti generali di
Carlo V, questi elesse capitano generale
del ducato di Milano il marchese Alfonso
II, 0 resse e difese quella provincia con
molto valore, ma fu incolpato d'aver fat-
to perire i negoziatori che Francesco 1 a-
vea spediti a Costantinopoli, passando pel
Milanese. Governando questo, rilevai nel
voi. LUI, p. 78, che scelse a suo confesso-
re ed elemosiniere il domenicano p. Ghi-
slieri, poi s. Pio V. Nel i5.j3 costrinse il
duca d'Enghien e il famoso corsaro Bar-
barossa, a levare l'assedio da Nizza; ma
aJ 1 4 aprile del 1 544 ^u sconfitto a Ceri-
zole dallo stesso duca, in cui perirono
10,000 de'suoi combattenti. Quantun-
que ferito, raccozzò le sue genti dinanzi
a Milano, e salvò quella capitale, in guisa
che i francesi poco vantaggio ritrassero
dalla vittoria, sino alla pace di Crepy con-
clusa a' 18 settembre. Morì neh 546 a Vi-
gevano, mentre era stato accusato a Car-
lo V da'm danesi di durezza e di eccessi-
ve imposizioni. Alfonso II per Maria d'A-
ragona fu padre di numerosa prole : cioè
il cardinal Ionico d' ìAvahs(y.) legato di
Roma e vice-Papa, nell' assenza ili Cle-
mente Vili, quando si recò a Ferrara a
ao6 V A S
prendere possesso di quello stato; Fernan-
do Francesco e Cesare ch'ebbero discen-
denza; Cai lo principe di Monte Sarchio,
che da Gesualda principessa di Venosa
ebbe Maria maritata con Alfonso Gioeni
principe di Castiglione e conte di Modica;
Giovanni signore di Pomaricoe di Mon-
te Scaglioso, maritato a M." Orsini; e le
figlie Beatrice sposata ad Alessandro Gue-
vara, ed Antonia maritala al marchese
Trivulzi e poi al principe di Sulmona.
De'due figli che proseguirono la discen-
denza, dirò prima di Cesare. Questi gran
cancelliere del regno di Napoli sposò Lu-
crezia del Tufo, che Io fece padre di Gio-
vanni principe di Monte Sarchio, 1 unico
che sposò Isabella d'Avalos figlia d' Al-
fonso Felice marchese del Vasto V e di
Pescara VI, e Maria maritata al princi-
pe di Madia: soltanto Giovanni continuò
questo ramo, come poi dirò. 11 primoge-
nito d'Alfonso li, Fernando Francesco
fu marchese del Vasto IV e di Pescara
V. Pare che questi sia quello che reca-
tosi a Roma, benché fossero soltanto i Co-
lonna e gli Orsini Principi assistenti al
soglio pontificio,^.), Gregorio XIII gli
die il i.° luogo nella cappella pontificia e
nel Trono ; il marchese più volte gli so-
stenne lo strascico del Manto pontificale,
gli somministrò l'acqua per la Lavanda
delle mani, e sostenne un'asta del Bal-
dacchino sotto il quale incedeva il Papa,
come e meglio riportai con un documen-
to nel voi. LXV1I, p. io4« Da Fernando
Francesco e dalla moglie IsabellaGouzaga
nacquero, Tommaso patriarca d'Antio-
chia , e il suddetto Alfonso Felice mar-
chese del Vasto V e di Pescara VI, deco-
ralo del Toson d'oro, e generale della ca-
valleria di Fiandra. Questi maritato con
Lavinia della Rovere figlia del duca d' Ur-
bino, nacquero Maria monaca, Caterina
contessa di Novellala , e la primogenita
Isabella Felice erede universale de'inar-
chesi di Vasto e Pescara. Si maritò con
Innico d'A valos, figlio di Cesare e di Lu-
crezia del Tufo, giù rammentati. Perciò
V AS
Innico divenne marchese del Vasto Vie
di Pescara VII, e fu decorato dell'ordi-
ne del Tosou d' oro. Da loro nacquero
Francesco Ferrante marchese di Vasto
VII e di Pescara VIII, che non ebbe figli
da Girolamo Doria, il domenicano Tom-
maso vescovo di Lucerà, l'agostiniano Ce-
sare fatto arcivescovo inpartibus da Ur-
bano Vili, l'agostiniano Bonaventura nel
i643 vescovo di Volturata e nel i654
vescovo di Nocera de'Pagani, Francesca
sposala al duca Diomede Cai-afa e poi a
Pompeo Colonna, e Diego principe d' I-
sernia, marchese del Vaslo Vili e di Pe-
scara IX. Quest'ultimo sposato con Fran-
cesca Carafa, nacque Cesare Michelange-
lo marchese del Vasto IX e di Pescara
X, insignito del Toson d'oro, il quale non
ebbe prole da Ippolita d'Avalos,come non
l'ebbero i fratelli Francesco e Ionico, Gio-
vanni essendo vescovo inpartibusj le due
sorelle furono monache di s. Gaudioso.
Terminato cosi questo ramo, ritornando
a Cesare gran cancelliere del regno di
Napoli, e al suo figlio Giovanni, che dis-
si aver continuato la stirpe degli A valos,
egli principe di Monte Sarchio, con An-
dreana de Sangro del principe di s. Se-
vero, nacquero 8 figli, de'quali 6 femmi-
ne e fra queste 2 monache, e 2 figli An-
drea principe di Monte Sarchio e deco-
ralo del cospicuo ordine del Toson d' o-
ro, il quale cou Anna di Guevara di Bo-
vino ebbe 3 figlie maritate: Andreana a
Giuseppe de Medici principe d'Otlajino,
Sveva a Giovanni di Guevara duca di Bo-
vio o, Giulia a Giovanni d'A valos princi-
pe di Troia, e cosi terminò la sua linea,
Altro figlio Giovanni di Cesare fu il con-
tinuatore della nobilissima famìglia, cioè
Anton Francesco maritato ad Andreana
Caracciolo de'marchesi di s. Ermo, il cui
unico figlio Giovanni principe di Troia
sposò la cugina Giulia d'Avalos: delle lo-
ro 4 figlie 3 si fecero monache in s. Gau-
dioso, e l'altra mori celibe. Da Giovanni
fratello di esse e da Giulia, de' loro figli,
Nicola primogenito principe diMonte Sur-
V AS
chio prosegui la discendenza, Giuseppe e
Andrea non l'ebbero, e delle 3 figlie 2 si
fecero monache, e Ippolita sposò Cesare
d'Avalos. Nicola duuque sposò Giovanna
Caracciolo del principe d' Avellino e fu
madre di 6 figli, 3 maschi e 3 femmine:
de'primi Gaetano fu celibe; Gio. Battista
marchese del Vasto X e di Pescara XI, il
quale non ebbe figli dalla Spinelli e dalla
Sangro; e Diego marchese del Vasto XI
e di Pescara XII, dal quale con Eleonora
d'Acquavi va figlia del couledi Conversa-
no nacquero, Tommaso marchese del Va-
sto XII e di Pescara XIII , Diego mar-
chese del Vasto XIII e di Pescara XIV
maritato ad Eleonora Doria. Finalmen-
te da questi ultimi nacquero Ferdinan-
do marchese del Vasto XI V e di Pescara
XV defunto senza prole, il vivente Sua
Altezza Serenissima d. Alfonso, supersti-
te e celibe, in cui si eslingue l'eccelsa stir-
pe, marchese del Vasto XV e di Pescara
XVI; e Giuseppe principe di Monte Sar-
chio definito. La serenissima famiglia d'A-
valosd'Aquiuod'Aragonagodèfinoda'12
marzo 1 704 in vii tuo" mi iliplonia dell'im-
pera toreLeopoIdo I, che elevò a principato
il marchesato di Pescara, il titolo di prin-
cipe del sagro romano impero, ed in segui-
to dell'impero austriaco, col trattamento
d'Altezza Serenissima, dilezione, e con-
sanguineo carissimo; e l'imperatore Giti*
seppe 1 nel 1707, nella guerra della suc-
cessione di Spagna, promise alla mede-
sima famiglia i ducati di Massa e Carra-
ra. Allorquando nel regno delle due Si-
cilie esisteva la feudalità, il suo rappre-
sentante era fin dal secolo XVI gran ca-
merario, e dal 1800 in poi r .° barone del
regno. L'attuale rappresentante dell' en-
comiata famiglia è dunque Sua Altezza
Serenissima d. Alfonso d'Avalos principe
di Pescara e marchese del Vasto, princi-
pe di Monte Sarchio, di Troia, di Fran-
cavilla e di Vitulano; conte di Monte O-
derisio, oltre di altri 24 titoli signorili che
per brevità tralascio. E' poi nel detto ré-
gno delle due Sicilie capo di coite ouo-
V A S 107
rario di S. M. il re, e cere moni ere del-
la medesima real corte; ministro segre-
tario di stato e ambasciatore per la firma
detrattati colla s. Sede; presidente della
reale e magistrale deputazione del s. mi-
litare ordine Costantiniano, e soprinten-
dente generale di molti stabilimenti di be-
neficenza. Nella Spagna è tre volte gran-
de di Spagna; e nella s. Sede principe as-
sistente onorario al soglio ponti ticio , pel
riferito ne' voi. LUI, p. 217, LV, p. 243,
non che postulatole della causa della ser-
va di Dio M.a Cristina di Savoia regina
delle due Sicilie, i.a moglie del re che re-
gna e madre del principe ereditario, per
quanto raccontai nel voi. LXV, p. 307. E
altresì insignito di molti distinti ordirne-
questri si nazionali e sì esteri, come ca-
valiere gran croce dell'ordine di s. Gen-
narOj e cavaliere gran croce del detto
militare ordine Costantiniano nel re-
gno delle due Sicilie, gran bali dell'or-
dine Gerosolimitano, gran croce de' 3
ordini cavallereschi della santa Sede,
cioè di Cristo, di s. Gregorio I Magno,
e Piano; gran croce dell'ordine d'Isabella
la Cattolica di Spagna, di s. Giuseppe del
granducato di Toscana; dell'imperiai or-
dine di s. Anna di Russia dir." classe; del-
l'ordine del Merito di s. Lodovico del du-
cato di Parma, e gran dignitario dell' or-
dine della Rosa dell'impero Brasiliano.
Lo stemma d' Avalos fu di 3 specie. Il
i.° si formò d'un solo campo diviso in 4
dadi, due gialli e due rossi, che forma-
no l' ornamento ritenuto per 1' antico
stemma di famiglia intorno la targa at-
tuale. 11 2.0 stemma fu la torre di Casti-
glia, concessa a Ruiz Lopez da Enrico IH.
11 3.° colle insegne di grandi generali
d'armata, coti cimiero, penne, motto ec,
siccome adottarono Ferdinando France-
sco Ferrante e gli altri successori gene-
rali degli eserciti di Carlo V. Finalmen-
te il baldacchino imperiale per essere
principe del s. Romano Impero, pel det-
to diploma dell' imperatore Leopoldo I.
Abbiamo di Valles, Historia del mar-
2o8 V A T
ques de Pescara y otres siete Capita-
nes, con adicion por Diego de Fuentes,
Anversa 1570.
VATERFORD. V. Waterford.
VATICANO, Valicami? , Compen-
diutti totius Urbis, Coca plesso di magni-
ficenze splendide e soutuose, e delle più
venerande memorie sagre dell'unica /fo-
7/u/( F.^cbiamata perantonomasia Urbs
(V.), ed in cui nullum sine nomine sa-
xum. E situato al suo occidente presso il
colle omonimo, uno de'famigerati Monti
di Romat ì quali formano corona natu-
rale e immortale alla città eterna, vicino
alla destra sponda del tanto famoso Te-
yere(F.).Uaiil\caX\V Regione di R.oma
comprendeva il rione di Trastevere, fa-
cendone parte i Monti Gianicolo e Vati-
cano: il Trastevere fu anche detto Urbs
Ravennantium, perchè principalmente a-
lutato da' ravennati, per cui nella basili-
ca Vaticana una delle sue porte si deno-
minò Raventiiana.S\ comprende in quel-
la parte denominata Città Leonina (V.)
O regione d» Borgo , Urbs adiecta, il
XIV de' Rioni di Roma (V,), il quale eb-
be uno de' Tribunali di Roma (V.) pro-
prio, col suo Governatore particolare,
che un tempo lo fu pure del Conclave
(quando celebravasi nel Vaticano, in cui
i conclavi furono tenuti dal 1 3o3 al 1 775
inclusive; in tale tempo di conclave, i
Ponti di Rotaia che conducevano al Va-
ticano, per privilegio erano custoditi dalla
famiglia Afattei),e Sisto V gli die parte
del suo stemma. Pel i.°ne formò e fortifi-
cò il circuito s. Leone IV (V.) coq altre
Mura, Torri e Porte di Roma ( V.) per
sua difesa, eziandio con ingrandimento
di Roma, servendogli di rocca il propin-
quo Castel s. 4ngelo (V.), già Sepol-
tura d'Adriano. Il Papa fu aiutato prò
acdificatione novae Ronme , anche da'
soccorsi dell'imperatore Lotario I, e pre-
se il detto pontificio suo nome , Civilas
Leoniana , Civitas Nova , poiché colla
cinta di mura formò una nuova città se-
parata in certo modo dal resto 41 Roma,
VAT
Situata la città Leonina al di là del Te-
vere, diesi trapassava anticamente sul
Ponte (V.) Trionfale poi di s. Pietro
o Vaticano, ed ora sul nobilissimo Poti'
te s. Angelo (V,)t questa parte non era
stata propriamente abitata dagli antichi
romani, come occupata da quegli edilizi
che poi dirò, e per essere luogo basso e
allora tenuto di aria imperfetta, perchè
dominato dallo scirocco, in uno all'adia-
cente rione di Trastevere, come osserva
Pa nei ioli. Non cosi fecero i cristiani d'o-
gni nazione, per essere vicini a'eorpi de'
ss, Pietro e Paolo ; laonde vi costruiro-
no abitazioni, Scuole e chiese, ed i Pupi
successivamente vi fabbricarono nelle a-
diacenze diversi Borghi di Roma (V.)t
e ne riparlai nel voi, L, p. 2 55, dicendo
di sua etimologia. Sembra il più antico
quello che contiene il grandioso Ospe-
dale di s. Spirito (V.), perciò chiamato
Borgp s. Spirito ; altro parimente anti-
co è il Borgo s. Michele, denominazione
che prese dalla propinqua chiesa, della
quale ragionai anche nel voi. LXII, p. 5.{,
Indi Vittore III edificò il Borgo che per
lui d i cesi Vit torio j poi si fabbricò il Bor-
go detto Vecchio. Sisto IV eresse q al-
meno fece la strada da lui detta Sistinat
de\Borgo s, Ange lo, nome che prese dalla
chiesa d' cui riparlai nel voi. LXXXI V,
p.i5i. Alessandro VI lastricò la via prin-
cipale che dal ponte e dal Castel s. An*
gelo conduce al Vaticano, detta per lui
Alessandrina , e con invitare il popola
a fabbricarvi abitazioni, colla bolla Et-
si Universis Romanae Ecclesiac domi-
nio, emanata neli5oo, Bull, Rotti, t. 3,
par. 3, p. ^44: Privilegia aedi ficanli uni
in via A\exandrina nuper in Urbe di-
ree ta a Castro s, Angeli ad plaleam s,
Petn principis aposlolorum j cioè que'
medesimi accordati da Sisto IV in favore
di quelli che ampliavano o costruivano
nuovi edilizi a comodità degli abitanti,
ed orqato e decoro di Roma, colla bolla
Elsi de cunctaritm Civi tatuiti, de' 3o
.giuguq 1 480, Bull. cit. p. 1 79. Cogli edi-
V AT
fizi costruiti si formò il Borgo Nuovo,
dello poi e s. Pietro per condurre direi-
tntnenle dal ponte alla sua basilica. Fi-
nalmente Pio IV fabbricò il Borgo Pio,
così appellato dal suo nome, ed anche di
s.Anna per la chiesa del sodalizio de' Pa-
lafrenieri (F.)A\ vicoviìalo Ponte Trion-
fale o faticano sorgeva in mezzo al Te-
vere, tra la chiesa di s. Giovanni de'fio-
rentini e l'ospedale di s. Spirito, vicino e
riinpelto ai Vaticano; e vuoisi che la
Porta di Roma (F.) Trionfale o Fati-
canat sulla ripa del Tevere fosse congiun-
ta alla testa del ponte di tal nome, e met-
tesse al Campo Vaticano. Per la porta
Trionfale, che non va confusa coll'altra o-
monima presso l'ospizio di s. Galla, face-
vano V Ingresso .solenne in Roma (F.) i
romani capitani vittoriosi, cui era stalo
decretato l'onore del Trionfo (F.), e la
cui pompa ponevano in ordine nel det-
to Campo. Il Ponte Faticano o Trion-
fale sembra perito nell'inizio del secolo
V, ed i suoi avanzi sono visibili nel Te-
vere. Perciò divenendo la Porta Fati-
carla la più nobile di quelle di Roma,
per essa e pel Ponte Faticano non po-
tevano transitare i suburbani , ma i soli
cittadini, La Porta Aurelia posta all'im-
boccatura del Ponte s. Angelo, fu detta
Parta s, Petri fin dal secolo V e conser-
vò tal nome fino al XII : rimase in piedi
fino ad Alessandro VI, che l'abbattè per
unire la Città Leonina col resto di Ro-
ma. Altra controporta a fronte della Cit-
tà Leonina era Poi ta Collina, detta pu-
re Porta Aenea, Cornelia, s< Petri: fu
demolita sotto Pio IV nel cingere d' al-
tre murala Città Leonina e nel fortifica-
re Castel s, Angelo. Ragionando delle
Porte diRoma, discorsi ancora delle porte
Cavalleggicri, Fabbrica, Castello, An-
gelica, Pertusa, Firidaria, delle Mura
di Roma di recinto alla Città Leonina, e
òe\\ePortePoslerula,{\\ s. Spirito e Setti-
mianata\ comunicazione col Mante Già-
nicolo e colla regione di Trastevere. Di
tulio eziandio riparlai uegli articoli relu-
V A T 209
tivi, come feci di detta Strada di Roma
a questo articolo, in uno alla Fia Papa-
le. Delle chiese, conventi o mouasteri de'
carmelitani , trinitari scalzi , scolopi,
della penitenza e antonianióeì patriar~
cato armeno ; così delle chiese de'sodali-
zi, nonché degli ospizi epalazzi esistenti
nella città Leonina o Borghi di Roma ,
tutti descrissi a'iuoghi loro, e riparlai ne'
relativi, inclusivamente a\\e fontane, a-
vendo avvertito a suo luogo, della de-
molita di Paolo F al principio di Bor-
go Nuovo, ove poi si eresse un prospet-
to con abitazioni, ed altro prospetto fu
edificato dall'altro Iato. Inoltre nel voi.
LXXXV, p. 200, notai dove venue col-
locato lo stabilimento della Civiltà Cat-
tolica. Luoghi tutti delle vicinanze del
Vaticano, come de'non più esistenti non
mancai ragionarne negli articoli che li
riguardano. Quanto alle chiese ne fe-
ce il novero nel 1600 in numero di 2 j
e brevemente descrisse il Panciroli ne'
Tesori nascosti dell'alma città di Ro-
ma. Anticamente la giurisdizione spiri-
tuale de'Borghi o Città Leonina appar-
teneva al vescovo suburbicario di Selva
Candida, ossia di s. Ruffino-, vescovato
poi unito a quello di Porto (F.). Questi
Borghi Urbani di Roma moderna non si
devono confondere co'Borghi Suburbani
di Roma antica, che in tanti luoghi de-
scrissi, e ne trattano Degli Effetti, Memo->
rie di s. Nonnosoe de'Borghi diRoma;
e Nibby, Analisi de dintorni di Roma,
11 Vaticano è una delle grandi meravi-
glie moderne del mondo (come notai nel-
P enumerare quelle antiche, nel voi,
LX V 1 II , p. 1 26,che pur descrissi a'iuoghi
loro), eterno e diletto oggetto della pro-
fonda venerazione de' cristiani, dell'am-
mirazione di tutti i popoli, e specialmem
te degl'intelligenti e sapienti, siccome ag<-
gregato di monumenti preziosi e pe'pre-
gi infiniti che gli fanno sublime orna-
mento; sì per contenere i Limina Apo-
stolorum (F.)t la più augusta papale re-
sidenza, uq emporio di duUriua e de'ca-
2 i o VAX
polavori antichi e moderni, di cui Roma
centro del cattolicismo, patria vera della
scienza ecclesiastica e delle belle aiti, è la
custode più degua e fedele. Il celebra lis-
suno vocabolo Faticano dunque com-
pendia non solo un cumulo di fasti civili
e religiosi, esprime pure un'incompara-
bile raccolta di meraviglie sagre e profa-
ne, ecclesiastiche e civili, scientifiche e
artistiche, antiche e moderne, greche e
romane, etrusche ed egizie; ed è eziandio
sinonimo avventuroso della santa Sede
apostolica (F.)t sia per lo stabilimento
che di essa vi fece s. Pietro, nella cui ba*
bilica si venera la di lui Cattedra (F.) t
sia per la residenza ordinaria e veramen-
te degna del Sommo Pontefice Romano
(F.). Da lui Successore (F.) di s. Pietro,
a cui furono dal Salvatore date le Chia-
vi del regno de'cieli, e l' incarico di Pasto-
re de'paslori onde proteggere e pascere
le pecore e gli agnelli, dall'altare eminen-
te del Vaticano si estende il pastorale e
linceo suo sguardo fino all'ultime chiese
del mondo, ed interamente su tutta la
Chiesa universale, e dal Vaticano ne di-
rige e governa i destini con incessante sol-
lecitudine, siccome sempre intento al-
l'incremento di sua gloria, e percui anche
alla maggior gloria di Dio. Dal Valicano il
supremo Gerarca, avendo per tutti vi-
scere di Padre, veglia sui popoli cattoli-
ci, eterodossi, pagaui e infedeli, e costan-
temente prega per loro: con paterno af-
fetto prega pe'cattolici e li benedice, per
la loro santificazione; con paterna carità
prega per gli eterodossi e infedeli, per la
loro conversione alla nostra ss. Religio-
ne (F.Jj imperocché fuori dell'unico e
"vero ovile di Cristo, ch'è la Chiesa catto-
lica apostolica romana, non vi è salvezza
dell' eterna salute; veridica e terribile
sentenza, che non cessando mai di ripe-
tere, rinnovai ancora una volta, e con ul-
teriore autorevole testimonianza del Pa-
pa che regna, nel voi. LXXIX, p. 73.
Cosi il romano Pontefice, investito della
più alla e santa dignità che siavi sulla ter-
VAT
ra,si mostra nell'esercizio della medesima
degno Ficariodi Cristo(F.),che sparse il
suo Sangue preziosissimo pei* la salvez-
za di tutto quanto il genere umano. Il
Vaticano come rocca inespugnabile tor-
reggia sublime in Roma cristiana, più e-
terna, più grandiosa, più potente, più no-
bile dell'antica, feconda sorgente della
vita ecclesiastica, della vita cattolica , e
di molteplici benedizioni. Roma è laChie-
sa madre da cui emana ogni sacerdotale
autorità ; ivi é l'incrollabile fondamento
apostolico, ivi il fondamento della dot-
trina. Roma è la madre e la regina di tut-
te le Chiese della terra. La Chiesa ro-
mana è la colonna e il fondamento del-
la verità, la pietra su cui Gesù Cristo
ha innalzato la sua Chiesa, onde le porte
infernali non prevarranno giammai con-
tro di essa. Roma è il sole centrale, da
cui tutte le altre chiese ricevono luce e
calore, l'arteria principale, che trasmette
la vita a tutti i membri del corpo misti-
co di Gesù Cristo: onde di là essa ritor-
na verso il cuore per esser vi di nuovo scal-
data. E la personificazione di questo cen-
tro è il Capo di tutte le Chiese, il Padre
di tutti i fedeli, che maestosamente ri-
siede nel Vaticano, ed a cui sono rivolti
gli occhi e i cuori de'popoli cristiani. In
esso il Papa dignitosamente riceve a U-
dienza(F) e accoglie Sovrani e Fesco-
vi, che festevole benignamente stringe
al seno quali figli, e abbraccia siccome
fratelli ; indi colla sua bocca apostolica,
qual Maestro di vino/istruisce, incoraggia,
onora, consola, benedice, santifica. Roma
cristiana sede del Pontificato, in mezzo
gli urti ed i colpi , che le sono lanciati
contro dall'ignoranza, dalla malizia, dal-
l'empietà, anziché diminuire sue forze,
sempre s'ingrandisce e dilata, come po-
tenza che vince ogni ostacolo e sempre
trionfa. Trionfò pure Roma profana, ma
in assai diversa guisa, e la divina Prov-
videnza la trasmutò da possente e for-
midabile capitale dominante del grande
impero rumano, in sede pacifica, e tea-
V A T
dell' unità cattolica , in testamento
lei uuovo patto, in capitale del tempo-
rale principato della Sovranità de' Ro-
mani Pontefici e della s. Sede(f/.)i di
cui il palazzo Valicano è la nubilissima
reggia e il Trono, Roma cristiana, con
ben più verità di Roma antica, ed in più
grande immensa estensione, non ha re-
gnato e ancora non regna, che per la pa-
ce e felicità de'popoli soggetti al suo soa-
ve impero. La sua lingua stessa, diven-
tando il mezzo più possente d' autorità
e d'unità religiosa, pose un termine alla
confusione e all'anarchia di Babele. I po-
poli ancorché divisi da Roma , vivouo
ancora e s'illuminano della vita e della lu-
ce di cui Roma è il centro. Roma è la
città della fede, la sede dell' autorità, la
fonte degli oracoli. Quindi le pontifìcie
disposizioni anche si dicono ; Oracoli
del Vaticano; Decreti del Vaticano ; Fol-
gori del Vaticano, la Scomunica e V In-
terdetto (F.). Ormai V Europa (definita
nel discorso receu te a' suoi elettori di
13uckingam, dalla robusta eloquenza del-
l'inglese Israeli ; Sebbene non formi che
una piccola parte del globo, occupa il
primo posto su tutta la sua super(ìcie)
cattolica è giunta al punto di riconosce-
re che non esiste e non può esistere più
per lei altro Primato (F.)t che quel-
lo del romano Pontefice. 11 movimen-
to attuale delle menti verso Roma e il
Vaticano, è il movimento verso il fonte
della vita, della dignità, della libertà. Ro-
ma cristiana e il Vaticano sono 1' unico
rifugio, il solo punto di sostegno della fe-
de, della gerarchia della Chiesa, della di-
sciplina ecclesiastica, della legittima indi-
pendenza dell'Episcopato dell' universo.
In questo stesso annoi 858 il benemeri-
to direttore della celebre Armonia di To-
rino ivi ha pubblicato co'tipi Fory e Dal-
mazzo: Roma e Londra, Confronti del
sacerdote Giacomo Margotti dottore in
teologia, deputato al parlamento Sar-
do, ce. Ne dierono lodevole contezza la Ci-
viltà Catlolicai serie 3.8, t. 9, p. 58 1 , ed
VAT 211
il Giornale di Roma del i858,p. 239.
Dirò solamente, che il eh. autore, il qua-
le da vari anni consagra il suo ingegno e
il suo zelo a difendere i grandi interessi
della religione e del suo bel paese, mal
comportando che si spargano tante men-
zognesuRomaesuLondra,coll'opera sua
è disceso in campo per mostrare la veri-
tà delle cose: e lasciando le teorie e le a-
strazioni, si è appiglialo all'eloquenza de*
fatti, esponendo quanto egli stesso ha ve-
duto, visitando questedue capitali, e pre-
sentando incontrastabili documenti. Sta-
bilisce confronti fra Roma e Londra , e
considerate queste ciltà appunto come il
compendio di due contrari principii, di
due grandi idee una diversa dall'altra;
consagra il suo libro a mostrare l'influeu-
za del cattolicismo e del protestanlismo
sulla prosperità materiale e morale delle
popolazioni , per concludere poi che la
condizione de'cattolici e lo stato di Roma
non sono così infelici, come osano asseri-
re taluni dalla superba Albione e anche
dalla Dora, e che Londra non è un para-
diso di delizie e di prosperità, quale si vor-
rebbe rappresentare. Esaminati i parago-
ni, massime per tutte le appartenenze del-
la vita pubblica, non si potrà quindi fa-
rei panegirici di Londra e le nenie di Ro-
ma; derivandone la conseguenza pure, che
quanto a beni morali e materiali il vero
popolo, cioè la moltitudine, sta senza con-
fronto meglio sul Tevere che sul Tami-
gi. Roma, la città di Dio, il santuario del-
l'universo, chiama i popoli in nome del
cielo al godimento de'beni morali, con-
siderando come un semplice accessorio!
vantaggi terreni. Londra, la città del mon-
do, il paese dell'indipendenza, |" ara del
parlamenta ristati, l'emporio del commer-
cio universale, invita le genti a godere
della terra e sulla terra, a studiare l'au-
mento di questi gaudi, ad inebriarsene
come sefossero l'ultimo termioedella vita.
Sceltosi da Gesù Cristo, Simon Pietro ad
esser Pietra fondamentale della suaC hie-
sa, per divina disposizione passo dali'O-
212 VAT
riente all'Occidente, dall'antica Gerusa-
lemme alla nuova Gerusalemme. Pietro,
keuchè più specialmente apostolo de'giu-
dei, com'era Paolo de'gentili, lascia tut-
tavia Gerusalemme e V Oriente, già tea»
tio delle più splendide manifestazioni di*
vine durante la legge primitiva, la culla
del genere umano e del suo Redentore,
il quale ivi compì i misteri di sua vita e
morte, e per lui la culla di nostra ss. Re-
ligione; lascia altresì Antiochia (di cui me-
glio a Siria), dove le appellazioni di Cri»
stiano e di Cristianesimo erano entrate
la i.a volta negli umani linguaggi; passa
in Occidente e recasi a Roma capitale del
mondo, da Dio preparata pel suo seggio
onde dominare sopra lutto il mondo, e
secondo le nobili parole di s. Leone 1 Ma-
gno, per piantare il trofeo della Croce so-
pra le cittadelle romane, giusta le divi-
ne preordinazioni, e dove per esse avreb-
be trovato la gloria della passione e l'ono-
re del Primato ( P.) sopra tutta la Chiesa.
Così fu scelto e designato il luogo allo stu-
pendo edilìzio, vi fu trasportato dall'an-
tica alia novella Gerusalemme il Sacer-
dozio, vi fu piantata la Croce: non vi re-
stava che gettarvi nel fondamento la i.a
pietra. Un giorno Pietro, consigliatosi di
abbandonare la grande Babilonia Roma,
era già uscito fuori delle porte delia città;
ed ecco venirgli incontro d Signore, a cui
egli chiede: Domine quo vadis? ed il ce-
leste pellegrino a lui rispose. Io vado a
Roma per esservi crocefisso un'altra vol-
ta (nel luogo fu per memoria eretta la sus-
sistente chiesa di s. Maria delle Palme o
delle Piante o Domine quo vadis? di cui
tornai a parlare nella biografìa del s. A-
postolo). Pietro intese l'arcano significa-
to dell'alta parola; rientrò nella città per
sostenervi la morte medesima del Reden-
tore, e pel suo supplizio nel Vaticano (al-
tri vogliono nel propinquo Monte Già-'
/«/co/OjOv'èla Chiesa di s. Pietro in Mon-
torio) si compì più perfettamente il mi-
stero della quasi identificazione del disce-
polo col suo maestro, della pietra visi»
VAT
bile colla pietra invisibile ch'è Gesù Cri-
sto. Quindi presso Roma si racchiude a
fianco del suo Valicano una pietra beu
più. salda ed immobile che non era quel-
la del suo vecchio Campidoglio , Capi'
tolii immobile saxum. Poiché da quan-
do Simon Pietro confessò Cristo per la sua
morte, come l'avea in vita predicato col-
la sua parola, da allora esso restò fermo
e incrollabile nel posto apparecchiatogli,
diremo quasi fin dall'istante in cui Dio
poneva i fondamenti della terra. Così l'u-
mile Pescatore di Galilea piantò nelle mu-
ra di Roma, in un col vessillo della Re-
denzione il seggio Papale, le cui glorie uon
finiranno die col finir de'secoli.Così Roma
pe'ss. Pietro e Paolo suoi protettori.daU'es-
ser cieca discepola d' ogni errore divenne
maestra di verità, perchè in Roma stabilì
s. Pietro la sua sede, ed in Lio in a vive egli
tuttora nel suo successore che la governa.
Intorno alla gloriosa spoglia di s. Pietro
si estese la costruzione immensa delia
Chiesa, e nel benedetto colle Valicano
che ne fa il centro, la mano di lui sem-
pre viva e vigorosa impugnerà le chiavi
del regno celeste. Da quel memorabile i-
stantes'iniziò una Roma novella più gran-
de, più augusta, anzi sola grande, sola au-
gusta al paragone di quella che si sfasciò
e si spense tra l'orgie sanguinolenti e im-
pure di que'tnoslri coronati ch'essa chia-
mò suoi Cesari. Il qual concetto da niu-
no fu espresso più nobilmente che dal fa-
condo e dotto s. Leone 1 Magno Papa del
44°> m Roma slessa, nel Strm. 83 in Na-
tali ss. Apost. Petri et Pauli, n.° i, in
queste solenni parole. » O Roma 1 Sono
Pietro e Paolo que'due Grandi, pe'quali
ti sfolgorò agli sguardi l'Evangelo di Cri-
sto, e pe'quali di maestra che eri di er-
rore, diventasti discepola di verità. Que-
sti sono i veraci tuoi Padri e Pastori che,
per metterli sulla via de'regni celesti, ti
costruirono con assai migliori auspicii,
che non avean fatto que'due altri che a-
veano gettato le prime tue fondamenta,
e de' quali quegli che dietti il nome da
V AT
strage fraterna ti lasciò maculata. Furo-
no que' due Apostoli che t'innalzarono a
questa gloria di essere gente santa, popo-
lo eletto, città sacerdotale e regia, la qua-
le, per la Sede del B. Pietro , fatta me-
tropoli dell'Orbe cristiano, stende il suo
pacifico dominio per religione celeste più
largo assai che già non facesse per pre-
potenza terrena. Perciocché, per quanto
siano vaste le terre e i mari a cui per di-
ritto di vittoria protendesti il tuo impe-
ro; tuttavia quello che le fazioni guerre-
sche ti sottomisero è meno assai di quel-
lo che la pace cristiana ti ha acquistalo".
Le suesposte verità, in parte le attinsi da'
tre seguenti stranieri prelati, luminari del-
l'odierno Episcopato. Il tedesco cardinal
Geissel arcivescovo di Colonia, in Roma
ricevè dal Papa Pio IX una pietra estrat-
ta dalle catacombe de' ss. Pietro e Mar-
cellino, e 6 medaglie coniate per la pro-
mulgazione del dogma dell'Immacolata
Concezione. La pietra e le medaglie nel
1857 il cardinale solennemente pose nel-
le fondamenta d'un grandioso monumen-
to commemorativo a tale promulgazione,
in una delie principali piazze di Colonia,
pronunziando un eloquente discorso, in
cui ragionò ancora dell'impressioni che
avea fatte a lui il Padre comune de'fedeli
e l'eterna Roma, ed il Giornale di Ro-
ma a p. 572 ne die contezza. Eguali im-
pressioni in ogni tempo sentirono nel cen-
tro della cattolica unità accanto le cene-
ri de'beati Apostoli Pietro e Paolo, altri
sagri pastori. Ciò pure avvenne a mg/
Pie vescovo di Poitiers, che l'espresse in
una fnslruction Synodaleì\>o\l\eisi&5'j;
ed al cardinal Hauiick arcivescovo di Za-
gabria, che le manifestò in una Litterae
Pastorales, Za^abv\aeiS5'j. Questi ulti-
mi due prelati , francese e croato slavo,
informati ambedue dello stesso spirito e
tendenti allo stesso scopo, colle loro no-
bili penne espressero quasi i giudizi stes-
si intorno alla Roma cristiana, toccando
anche l'argomento del potere temporale
de'Papi. Per la cui importanza, la Civil-
VAT ai 3
tà Cattolica, serie 3.a, t. 7, p.s^eGyS,
col magnifico articolo: Roma Cristiana,
de'due gravissimi scritti, ad onore di Ro-
ma e A* Italia, ne pubblicò la maggiore e
più conveniente parte. Adunque, e dal ri-
ferito dal G ior na le sul discorso del car-
dinal Geissel, e dal contenuto della Ci-
viltà, io mi giovai nella precedente breve
digressione. E quanto al pontificiogover-
no (sul quale è da ricordarsi con lode il li-
bro di Domenico Avella : Vari errori
contro il ch'il Principato deJ Papi, e la
sagra inviolabile podestà de'Regitonfu-
to//,Napoli 1 84cj)e al soggiorno degli stra-
nieri inRoma,ed a qualche altro punto più
essenziale al mio scopo, per non allonta-
narmi dal mio argomento, mi limiterò a ri-
produrre soltanto i seguenti brani. » Con
ciò non si vuole già asserire che tutto nel
governo temporale di Roma sia perfetto.
La perfezione non è cosa che possa tro-
varsi in questo mondo; ed ivi medesimo,
ove vigoreggiano le più eccellenti istitu-
zioni, vi resta sempre una larga porzione
alle miserie degli uomini ed alla debolez-
za degli strumenti che si adoperano. Ma
quello che rende Roma singolare dall'al-
tre metropoli è, che dove in essa non si
osserva un disordine,che non sia altamen-
te condannato da'principii ond'è retta la
cosa pubblica, altrove appena vi è errore
o delitto che non possa logicamente tro-
vare la sua sanzione in qualche principio
messo in capo alla stessa legge. In ogni
caso quello che mostra ad evidenza Ro-
ma non essere una stanza insopportabi-
le è lo scorgere i tanti che vi traggono
da tutte parti, o venutivi se ne dipartono
con rincresci mento, q nasi dal fianco di una
madre bene amata. (Si può aggiungere:
Roma, che co'grandi e meravigliosi mo-
delli, che tiene sparsi nelle sue pinacote-
che, nelle sue chiese, ne' suoi musei, ne'
suoi palazzi, ed anche nelle sue piazze, è
una Scuola di belle arti la più perfetta:
ovunque presenta studi di pittura e di
scultura. Un numero grandissimo d'ar-
tisti provenienti d'ogni parte del mondo
2*4 VAT
ella accoglie fra le sue mura, e li fa vaien-
ti maestri, perchè ispirati da quel su-
blime che si trae dal cielo romano. Veg-
gonsi essi occupati ad animar le tele e i
marmi,ed i più distinti di quando in quan-
do offrono alla pubblica vista opere de-
gne del più alto encomio. Ed ogni anno
molte di siffatte opere sono trasportate
principalmente in ciascuna partedell'Eu-
i-opa e dell' America, e così vanno nelle
patrie di coloro che l'hanno ordinate, o
degli artistiche l'anno eseguite. Dell'an-
nua esposizione di opere di belle arti in
Roma, riparlai nel voi. LXXXI V, p. 55).
Né ciò si osserva solo de' cattolici , con-
dottivi da un sentimento di fede pietosa;
ma Roma, in certi tempi segnatamente,
ribocca di americani, d'inglesi,di prussia-
ni, di russi, che vuol dire di protestanti
e di scismatici, tratti colà non dalla curio-
sità solamente, ma da una soavità di vi-
vere riposato e tranquillo che gl'invita e
li trattiene. In quella metropoli dell'or-
todossia,dove la libertà religiosa non è
scritta in alcuna carta costituzionale, do-
ve la teorica del diritto di lutti i culti ad
un'eguale protezione sana riguardata co-
me bestemmia, si pratica una benignità
di governo che forse non ha altro riscon-
tro, e di cui talora i meno rigidi si que-
relano e poco meno che si scandalezza-
no: tanta è la tolleranza del Padre couou-
ne di tutti i battezzati I ed essa si stende fi-
no agl'israeliti, e non esclude gli stessi pa-
gani ed infedeli". Se l'Oriente vuol esser
giusto, confesserà eh' esso non ha avuto
nemico più sfidato e perseverante di se
medesimo; e che insieme non ha avuto
amico e protettore più affettuoso, più lon-
ganime, più infaticabile di quello del Pa-
pato latino, persino nella sua Uffìzia tu-
ia divina (F.). E se l'Occidente non vuol
essere ingrato confesserà e riconoscerà,
che il vantaggio d'essere stato scelto ad
avere nel suo mezzo il seggio romano, lo
ha costituito e lo mantiene alla lesta del-
la cristianità e dell'umano incivilimento.
Gerusalemme fu capitale d'una razza ri-
VAT
stretta e privilegiata, che si mostrava a*
vara de'suoi favori e sospettosa che altri
popoli ne partecipassero. Tutt'altra cosa
è del cristianesimo e della sua metropoli
costituita nell'Occidente. Essa è aperta a
tutti, é generosa, è attraente, è diffusiva di
se, e per lei non ci ha ne giudeo, ne gre-
co, né gentile.nè barbaro,nè scita, né man-
cipio, né uomo libero. Doveil Pontificato
dell'antica legge era ristretto ad una tri-
bù e ad una famiglia, il Pontificato ro-
mano é accessibile a tutti, e Roma ha vi-
sto regnare i Papi d'ogni Patria e na-
zione ; neppure è impedi mento ad esser-
vi sublimato 1' eia, né la bassa origine e
l'oscura condizione: tutto provai ne'ricor-
dati due articoli. Arrogeche io qui ricor-
di,chenel voi. LXXXIIf,p.28o,feci paro-
la dell'aureo argomento di recente dotta-
mente svolto dal cardinal Baluffi vescovo
d Imola: La Chiesa Romana riconosciti'
ta alla sua carità verso il prossimo per
la vera Chiesa di Gesù Cristo. Roma
rappresenta, per dir così, lo Spirilo lati-
no, ed il genio occidentale nella sua no-
bile personificazione, come in certo qual
modo il Vaticano rappresenta e personi-
fica la Roma papale, il perché ad esso sì
rannoda e compendia quanto vado rife-
rendo. Ora il genio latino, accoppiamen-
to meraviglioso di grandezza e di sobrie-
tà, di coraggio e di lentezza, é per eccel-
lenza il genio della conquista e della con-
servazione, della sovranità e del governo;
e così il suo linguaggio, divenuto il più
poderoso strumento di autorità civile e
poscia di unità religiosa , pose quasi un
termine alla confusione babelica, secondo
la bella idea di Giuseppe de Maislre , i
confini di quella lingua sono i confini me-
desimi dell'incivilimento e della fraterni-
tà che vigoreggia tra le nazioni europee.
Quanto a' moderni romani , si dice, non
vi è certo popolo o individuo che non ab-
bia il suo lato debole o difettoso; ed è brut-
to vezzo del nostro tempo non guardar ne'
cattolici, che i loro difelli; non guardare
negli eretici ed anche ne' pagani, che le
V A T
loro virtù. Tuttavolta avendo Dio desti-
nato il popolo romano a sostenere la par-
te precipua nel governo universale della
Chiesa, conviene pur dire ch'Egli vi ab-
bia trovato de'pregi acconci a quel fine,
e che eziandio i suoi difetti, per la sovra-
na sapienza di che se ne vale, ponno es-
sere rivolti all' armonia del suo disegno.
11 genio romano de'tempi cristiani non è
diverso da quello che dallo Spirilo Santo
fu definito negli antichi, i quali posside-
runt omnem locum Consilio etpatìentia.
All'uopo non gli manca il coraggio, e ne
può dare ampio argomento la feconda sto-
ria de'Papi, ricca di tanti fortissimi, che
niun'altra dinastia ne potrebbe spiegare
una serie somigliante. Predomina nel ro-
mano l'indole paziente e perseverante, e
ne' romani addetti al governo ecclesiastico
vi è un accoppiamento singolare del san-
gue generoso degli Scipioni, e della misu-
rata lentezza de'Fabii. II far grave e ri-
tenuto, che si osserva in Roma nel tratta-
re gli affari della Chiesa, fa singoiar con-
trasto colla vivacità italiana, quale si os-
serva in altre contrade della nobilissima
penisola. Roma è la patria della scieuza
ecclesiastica, talmente che il B. Pietro stes-
so sembra continuare quel suo insegna-
mento nella sua città prediletta, giusta le
parole di s. Leone I Magno, e quindi spar-
gerne pel resto del mondo gli splendori.
» I grandi lumi d'ingegno e di dottrina si
scontrano certamente a quando a quan-
do in ogni regione; ma in parila di altre
circostanze in nessun luogo , quanto in
Roma, si trova quella sicurezza di tradi-
zione che governa V ingegno, che ne fa
bene spesso le veci, e che lo preserva ta-
lora da'traviaraenti, a cui esso abbando-
nato a se medesimo sarebbe esposto. Ag-
giungiamo che l'assistenza divina promes-
sa al Vicario di Gesù Cristo, si stende in
certa guisa sopra tutta la Chiesa partico-
lare di Roma, inseparabilmente accoppia-
ta alla missioue di quello, e specialmen-
te incaricala d'associarsi all'opera di lui;
ed è per così dire un profumo di grazia
VAT *i5
celeste che dal ca£o di Aronne scende fi-
no al lembo estremo del suo vestimento.
E così in nessun altro luogo siccome in
Roma il semplice fedele sente la parte che
il suo carattere di cristiano lo mette io.
condizione di prendere all' amministra-
zione universale della Chiesa. Che ci ven-
gono dunque a dire codesti politici della
secolarizzazione del governo romano?Xoa
pure nell'ordine civile, ma nel maneggio
medesimo delle cose ecclesiastiche sono in
gran numero occupati i laici , perchè il
laico nella Chiesa di Dio non è un pro-
fano e molto meno è un pagano. E per-
tanto la scienza sagra vi è profondamen-
te studiata, ed alcuni affari della Chiesa
vi sono trattati da laici spettabilissimi, le-
gali ancor dal vincolo coniugale, senza che
si desideri in essi quel zelo e quella solle-
citudine che parrebbero più proprie del-
la tribù sacerdotale. Da quest'accordo di
scienza e di zelo coll'assistenza del divino
Spirito procede quella innegabile supe-
riorità che si scorge in ogni atto che e-
mani dalla Corte Romana (vocabolo di
cui riparlai nel voi. LXIH , p. i53), in
materia di dottrina e di governo eccle-
siastico. Né questo deve ispirare gelosie
alle altre nazioni ... La sana teologia non
permette il menomo dubbio inlurno al-
l'indissolubile unione del Pontificato su-
premo al seggio episcopale della città di
Roma. Gesù Crislo conferì il Primato u-
ni versale a Simon Pietro per lui e pe'suoi
Successori. Ora, fosse per volontà libera
di Pietro stesso , che non sembra guari
probabile, fosse per provvedimento ed e-
spresso comando divino, come tutto di-
mostra; il fatto è che essendosi Pietro scel-
to un seggio particolare, chi gli succede
in questo ne raccoglie tutta intera l'ere-
dità; e pel fatto solo di succedere a Pie-
tro nell'episcopale Sede Romana, il suc-
cessore si trova per diritto divino inve-
stito del primato sopra tutta la Chiesa u-
niversale. Se dunque il primato aposto-
lico è inseparabile dalla Chiesa di Roma,
uè segue che il Papato deve avere il suo
5u6 VAT
seggio in Roma , stante che , secondo le
norme ecclesiastiche, In residenza va con-
giunta al titolo. Alcune circostanze straor-
dinarie ponno giustificare e necessitare e-
ziandio un temporaneo cangiamento di
residenza, e vie memoria di assenza dal
loro seggio (di Roma, nel quale articolo
tutte quante l'enumerai) prolungata da'
Pontefici per ben 70 anni; ma il cangia-
rnentodella residenza non trae seco quel-
lo del titolo; ed il Papa Giovanni XXII
residente in Avignone e nel contado Ve-
naissino (V.) dominio papale, a chi gli
proponeva di prendere il (patrio) seggio di
Cahors(V.)f rispondeva che in questo ca-
so egli saria rimaso semplice vescovo di
Cahors; laddove quel qualunque che a-
vrebbe assunto il Vescovato di Roma sa-
ria stato il vero e legittimo Pontefice su-
premo: Velimus, nolimus, rerum Caput
Roma erit". In molti articoli deplorai le
funeste conseguenze dell'assenza de'Papi
da Roma, dal Laterano e dal Vaticano,
e quella strana d' Avignone, operata da
Clemente Vneli3o5, produsse il luttuo-
so, grande e lungo Scisma (V.) d'occi-
dente, che divise nell' Ubbidienza (V.)
principi e nazioni, con perniciosissimi dan-
ni. Per mortedi Giovanni XXII, nel 1 334
in Avignone fu offerto il pontificatoal car-
dinal Raimondi diComminges, col patto
di non ritornare a risiedere in Roma; ma
egli eroicamente ne fece Rinunzia (F.)%
perchè simil patto era di gravissimo dan-
no alia Chiesa, onde protestò esser con-
tento piuttosto di vedersi spogliato del
cappello rosso, che aver il pontificato con
sì indegna condizione, di prolungare in
tal maniera il pericolo, in cui egli crede-
va il pontificalo fuori della sua sede na-
turale, come racconta Novaes. Urbano V
eletto in Avignone nel 1 362, riguardan-
do la dignità pontificia come esiliata al
di là de'monti, mentre era in Avignone,
non volle cavalcare nella solennità della
coronazione; indi la restituì al Vaticano,
ma poi ritornò in Avignone. Ivi gli suc-
cesse Gregorio XI, che tosto nuovamen-
V A T
te dichiarò l'arcibasilica Lateranense ma-
dre e capo di tutte le Chiese, e sede prin-
cipale del Papa. Poscia volendo por fine
ad una specie di vedovanza, in cui langui-
va la Chiesa romana, per la residenza pon-
tificia fuor del suo luogo naturale tra-
sportata, vinto ancora dalle persuasive
di s. Caterina da Siena (che celebrerò
nell'articolo Venaissino), nel 1377 si
recò al Vaticano e in esso morì. Con-
viene che io qui eziandio rammenti, che
de* corpi de' ss. Pietro e Paolo (V.) e
di loro Traslazioni, riparlai celebrati-
dò le loro ss. Teste (nel qual articolo tor-
nai a ragionare dell' altare ligneo di l.
Pietro, anche col eh. mg.r Bartolini dot-
to archeologo. Il cardinal Wiseman nel
suo libro, complesso di bellezze, Fabio'
la o la Chiesa delle Catacombe, che ce-
lebrai in diversi luoghi , crede con altri
scrittori e col Butler, che la sua titolare
Chiesa di s. Pudenziana sia la più an-
tica chiesa del mondo, ed ove s. Pietro
stabilì la sua Cattedra, dallo stesso emi-
nente scrittore illustrata, e vi eresse l'al-
tare ligneo portatile, l'unico de'primitivi
tempi cristiani in Roma, ed esistente nel-
l'unica e prima chiesa di tal città, da do-
ve s. Silvestro I lo trasportò nella basi-
lica di Laterano. Però una tavola del me-
desimo si conserva nell' altare di s. Pie-
tro nella chiesa di s. Pudenziana; raffi oli-
tala teste col legno dell'aliare di Latera-
no, venne trovato identico nella materia.
Chiama dunque la propria titolare la
chiesa episcopale, cattedrale, pontificale
di Roma per circa tre secoli; che s. Pio
I vi aggiunse un oratorio che dichiarò ti-
tolo, che restò attaccato alla precedente
chiesa; di più nella chiesa eresse fontibat-
tesimali permanenti, qual prerogativa di
cattedrale, poi trasferita coll'altare al La-
terano, e la cattedra al Valicano. Che ivi
ancora s. Lorenzo distribuì i ricchi Va-
si della chiesa a' poveri : noterò che al-
tri vogliono che ciò seguisse nella Chie-
sa di s. Maria in Domnica. In conferma
che la chiesa di s. Pudenziauu fu 1' umi-
V AT
le cattedrale di Roma, durante i 3 pria»»
secoli, riporta il cardinale la congettura
del dotto Bianchini in un modo assai plau-
sibile, che la Stazione della domenica di
Pasqua non è alla cattedrale di Latera-
no, né a s. Pietro, ove il Papa ufficia. Ag-
giunge, quantunque si possa uaturalmen-
tesupporre che dovesse essereall'una del-
le due, la Slazionc è alla basilica o Chie-
sa di s. Maria Maggiore, la quale ser-
viva per l'ammiuistrazione del battesimo
alla chiesa di s. Pudenziana, distante di
là un trar di sasso. Imparziale, oserò io
alcune osservazioni. Le Terme Novaz.a-
ne e limoline, ove fu ospitato s. Pietro,
ebbero estesa area, nella quale furono e-
rettela Chiesa di s. Pudenziana, \b Chie-
sa di s. Prassede, il Palazzo apostoli-
co di s. Pudenziana, il Palazzo aposto-
lico di s. Prassede, la località del quale
in uno alla chiesa è de Vallomhrosani,
oltre il rispettivo titolare. Pertanto gli
scrittori antichi sono in conflitto nel con-
cedere tra le due chiese il primato , ap-
punto perchè edificate nella stessa area.
Io in più luoghi ne riferii le opinioni.Pro-
pugna quelle in favore di s. Prassede il
vallombrosano p. ab. Davanzati, Notizie
al pellegrino della basilica di s. Pras-
sede, Roma 1 725. Novaes nella Storiadi
s. Pio I, dice che ad istanza di s. Prasse-
de eresse nel palazzo di lei il titolo di Pa-
store, oggi s. Pudenziana, ove avea abi-
tato s.Pietro. La Chiesa dis. Maria Mag-
giore fu edificata e quindi consagrata da
Papas.Liberionel353 circa, quando già
s. Silvestro I avea dichiarato la basilica
Lateranense cattedrale di Ptomae madre
di tutte le chiese del mondo. Anticamen-
te i Papi dal Laterano nella festa di Pa-
squa, con solenne cavalcata vi si recava-
no a celebrare pontificalmente la messa;
questa pare la ragione che di preferenza
in essa vi sia la Stazione di Roma. Si pon-
ilo vedere tutti gli articoli ricordati in cor-
sivo; e per la figliuolauza della chiesa di
s. Pudenziana alla basilica Liberiana, 1
voi. LU, p. 75, LXXV, p. 210 e 219),
VOL. LXXXVIU.
VAT *i7
e quanto alla Chiesa di s. Paolo fuori le
mura (V), altri Limata Apostolorum,
compii la descrizione del risorto sontuo-
so tempio, con altre notizie relative, ne
vol.LXXIU,p.352,LXXV,p.2i4.Le
Teste de' ss. Pietro e Paolo furono col-
locate nel domestico oratorio e poi nella
protobasilica Lateranense, presso la qua-
le i Papi ordinariamente abitarono per
io secoli nel Palazzo apostolico Latera-
nense(F.),ce\ebvaùss\moPatriarchios\l
ternando la loro dimora col Vaticano. Il
venerabile e famigerato Laterano (T.J fu
residenza pontificia cominciando da s.Mel-
chiade, per munificenza di Costantino 1
Magno, il quale dopo aver fabbricata la
basilica Lateranense e la Vaticana, presso
questa formò al Sommo Pontefice due K-
piscopih oltre quello nel detto suo impe-
riai palazzo, ambedue anzi vi ebbero pu-
re il Triclinio {V.); e per disposizione
meravigliosa di Dio, e colla memorabile
traslazione della sede dell'impero roma-
no in Costantinopoli, pose ad effetto 1 di-
segni della divina Provvidenza su Roma,
acciò restasse libera in potere de'Papi e
divenisse metropoli del caltolicismo, pel
maggior suo decoro e universale propa-
gazione, e per l'indi pendente esercizio del-
la loro santissima e suprema autorità.
L'invasione de'barbari, lo strepitoso scio-
glimento del colossale impero romano,
assicurarono la libertà e indipendenza del-
l'autorità pontificale. Roma però non e
la capitale della Chiesa trionfante o ce-
leste bensì è della militante o terrestre
( scrisse Pietro Vecchia, Della Chiesa
militante e trionfante, Roma i683); e
s Pietro trovavasi cogli altri Apostoli,
quando Cristo intimò a tutti che perse-
guitati in una città riparassero in un al-
tra. Il perchè il successore di s. Pietro non
deve stupirsi se talvolta la sua città e in-
grata, otalecomparisca pe'faziosi che visi
annidano, ed alcuna volta persino i ob-
blighi a partire altrove, sapendo egli che
la forza delle cose lo ricondurrà trionfan-
te ben presto al proprio seggio; e V avve-
i5
2.6 VAT
ni re per questo capo trova la sicurezza
nella storia del passato, con molti estu-
pendi esempi. Quando ne'lempi moder-
ni alcune potenze occidentali, mostrando-
si preoccupate delle condizioni sociali e
civili del governo pontifìcio, prodotte dal
lamentabile spirito del secolo, gli vollero
suggerire consigli d'amicizia e di bene-
volenza, forse il Pontefice avrebbe potuto
ripetere loro la parola del divinoMaestro:
FiliaeJerusalem, nolitejlere super me,
sed super vos ipsas fletè, et super filios
vestros. (Ma lo stesso incessante sofistica-
re contro il principato civile de'Papi. prò*
dusse per l'energia robusta d'imparziali
penne sfolgorante luce di verità , il do-
versi riconoscere: quel Principato essere
condizione indispensabile non solo del-
l'indipendenza delia Chiesa, ma eziandio
d'ogni libertà, di ogni dignità, di ogni iu-
civilimento dell' umana famiglia. Impe-
rocché i nemici del catolicismo, volendo
con ogni arte mostrare ai mondo che Ro-
ma sta alla coda d'ogni perfezione uma-
na e civile, furono, senza volerlo, occasio-
ne che si mostrasse dagli encomiati scrit-
tori, essa veramente stare alla testa). >» In
conclusione Roma non ha altro verace
nemico che il nemico comune di tutte le
società e di tutti i governi, e questo stesso
essa lo sperimenta per la parte sua pro-
pria meo minaccioso che non parecchia
altre nazioni. Allorché si vuole attenta-
mente considerare quella penisola in al-
tri tempi così agitata, si dee confessare
che per avventura in nessuna età mai es-
sa si é mostrata meno minacciosa che al
presente. Dall'altra parte se gli slati pon-
tificii non sono scevri del male , essi ac-
chiudono all'ora stessa il rimedio, a dif-
ferenza di altri paesi, ne'quali le cause più
poderose del male vigoreggiano accanto
al male medesimo per perpetuarlo. Così
nulla apparisce più maestoso che la tran-
quilla confidenza del Vicario di Cristo in
mezzo a lutti i timori ed a tulle le appren-
sioni che noi nutiiamo per lui. Colla so-
lenne serenità della sua fronte egli acni-
VA T
bra dirci: Nessuno di voi s'impensierisca
soverchio di queste tribolazioni: il Papa-
to ne ha veduto bene altre fino dalla sua
gioventudioe; ma esse non prevalsero mai
sopra di lui. Saepe eocpugnavcrunt me
a juventute mea; etenini non poluerunt
mihi", Roma sortì un destino unico ne*
fasti dell'umanità, di reggere cioè il mon-
do pagano colla forza , e di governare il
mondo cristiano colf autorità. Pensiero
che potrebbe compiersi col riflettere, che
e la forza e l'autorità onde reggere e go-
vernare l'uno e l'altro mondo l'ebbe Ro*
ma pel seggio cui venne iu quesl' alma
citlà a fissarvi il principe degli Apostoli.
Il gran poeta Dante celebrando Roma de-
finì il luogo de'beati Roma onde Cristo
e Romano. Disse inoltre Dante : L' Al-
ma Roma e il suo impero- Fur stabiliti
per lo loco santo - U' siede il sucre s sor
del maggior Piero. Altri versi del som-
mo Dante in venerazione del Pastore
universale li riportai uel voi. LXXXVI),
p. 260, dicendo della difesa di lui falla
dall'imputazioni contrarie. Altra già ne
avea pubblicala uno de'suoi degni e in-
numerabili ammiratori e illustratori, il
eh. cav. Filippo Scolari : Difesa di Dan-
te Allighicri in punto di religione e co-
stume, ossia pel retto studio della Divi-
na Commedia e della Monarchia, Bellu-
uo 1 836. In questo libro si rende ezian-
dio ragione della stupenda medaglia del-
l'eccellente incisore Francesco Patinali,
che la pubblicò a Milano, consagrata ad
onorare la grande opera del dolio camal-
dolese d. Mauro Cappellari, poi Papa
Gregorio XVI : // trionfo della s. Sede e
della Chiesa contro gli assalti deJ nova-
tori combattuti e respinti colle stesse lo-
ro armi. La quale opera con assoluto por-
tento di fatto trionfo nella persona mede-
sima dell'autore di tanto libro. L'esimio
incisore mirabilmente scolpì nel davanti
il busto di Dante col motto: la quale e
il quale, a voler dir lo vero; e nel rove-
scio il simulacro di Roma sedente, ap-
poggiando il braccio siuislio sullo slem-
V AT
ma del laudato Pontefice, ferma lo
sguardo nel frontespizio del memorando
volume, nuovo garante a tutto il mon-
do cattolico de' suoi eterni e inconcussi
destini. Fra quelli che celebrarono il nu-
misma, ricordo pure il celeberrimo Mis-
sirini, il quale si espresse: Che come il
nome di Cicerone presso gli antichi era
T unica sommità morale e intellettuale,
che eguagliar potesse la maestà dell'im-
pero latino : cosi in questa medaglia era
stata a buon diritto improntata l'imma-
gine dell' Allighieri, sola sommità intel-
lettuale, che avesse potuto eguagliare e
significare le glorie posteriori al latino
impero, e fondamento della civiltà mo-
derna,! quali saranno mai sempre Roma
e la s. Sede. Che siccome Dante era sta-
to un vero cattolico, questa medaglia gli
avea reso una gloriosa testimonianza;
non senza il più rilevante intendimento
di richiamare al dovere le menti degli
studiosi, e disingannarli apertamente,
sul punto che si possa pretendere di stu-
diar Dante, di conoscerlo e di apprezzar-
lo, senza rimaner con lui attaccati, pri-
ma d'ogni altra cosa, alla cattolica reli-
gione, ed alla Cattedra di s. Pietro da
cui procede 1' unità e l'integrità della
Fede^ ch'è fondamento al poema sagro,
cui posero mano il cielo e la terra, per-
chè in fatti è stato coordinato alla fe-
licità di tutto un popolo, sì nella pre-
sente che nell'eterna vita, col mezzo
de' più efficaci e intemerati precetti. 11
Vaticano rappresenta insieme il Sommo
Pontificato e il Principato Sovrano più
antico, dell'augusto coronato del sagro
Triregno (^.) , che dignitosamente co-
perto del Manto e del paludamento pon-
tificale , vi siede nel maggiore e più su-
blime de' Troniy stringendo per scettro
le simboliche Chiavi pontificie (P.), Pa-
dre def principi e de' re, Maestro Univer-
sale del mondo cattolico e di tutti quan-
ti i fedeli, d'ogni colore e lingua, Vicario
in terra dell'onnipotente Signore deno-
minanti. La maestà del tempio augusto
VAT 219
che fra le sue mura torreggia e lancian-
do al cielo l'altiero capocuopre il vene-
rando sepolcro di s. Pietro , simbolo di
sua grandezza a quanti vengono riveren-
ti a visitarlo, sarà mai sempre testimone
eloquente della santità e della saldezza
del seggio pontificale. I) medesimo tem-
pio tutti quanti tacitamente invita e ad
accrescer negli uni l'amore verso la tom-
ba augusta, ed a spegnere negli altri l'o-
dio ingenerato dall'orgoglio, che covano
contro il pontificio seggio, per formare
un solo ovile sotto il redimento dello
stesso pastore in sano pascolo di fede, fra
le armoniche delizie della carità e della
pace. Alla vista di quella grandiosa mo-
le, dinanzi alla magnificenza, con che so-
no ornate le tombe de'due magnanimi A-
postoli, ognuno sente un'interna inespri-
mibile compiacenza, e benedice alla di-
vina istituzione del Papato, che ha sapu-
to conservare una parte di Roma antica,
e sulle rovine della parte distrutta dal
martello inesorabile del tempo o de'bar-
bari innalzare una Roma moderna.
L'avventuroso colle Vaticano è posto
ne'confini che separano l'antica Tosca-
na dal Lazio , e per essere remoto assai
dall'antica Roma, non fu enumerato tra
que'monti principali per rispetto de'quali
Roma si disse Città Setticolle. E«si e-
rano: il Capitolino, il Celio, l'Aventino,
l'Esquilino, il Viminale, il Palatino, il
Quirinale, sul quale elevasi l'altra pon-
tificia reggia estiva del Palazzo aposto-
lico Quirinale (V.). Il colle Vaticano ,
al dire dell'Ugonio, Historia delle Sta-
tuiti di Roma, p. 85, prese il nome, la-
sciando l'altre etimologie, da'vaticinii o
prelesi Oracoli (scrisse C'asen, De O-
raculis gentilium, et in specie de Vati-
ciniis Sfbillinis, Helmsladii 1673), che
par istinto di un certo idolo, chiamato
ancor lui Vaticano, quivi credevano far-
si. Per la qual causa ancora fu in questo
luogo fatto un tempio ad Apollo, riputato
da' ciechi gentili dominati dalla Super-
stizioney Dio soprastante agi' indovini.
220 VAT
Nel dorso di questo monte, e in parte so-
pra i fondamenti del tempio d'Apollo, è
fondata la sagrosanta basilica del Prin-
cipe degli Apostoli ; non oscuro argomen-
to in vero della divina Provvidenza, poi-
ché dondesi cercavano già le risposte de'
mendaci Dei, quivi ora il Vicario di Dio
vivente, rende al mondo gli oracoli della
verità (della frase usata per le verbali ri-
sposte o prescrizioni del Papa: V'wae vo-
cis oraculo, feci parola ne' voi. LXXIV,
p. 255, LXXXI1, p. 4o). Osserva Pan-
ciroli, / Tesori nascosti nell'alma città
di Roma, che nel circo di Neroue vi fu
pure il tempio di Apollo, tenuto qual
Dio degli oracoli, ed i greci sotto tal no-
me adorarono il Sole, che sono tutti se-
gni nobilissimi deli.0 Vicario di Cristo,
il quale lo lasciò in terra per oracolo delle
sue divine rispostee luce del mondo: Vos
cstis lux mundi. Il Severano, Memorie
delle Sette Chiese di Roma, a p. 7, par-
lando del Campo e del Colle Vaticano,
dice che il silo dov'è la chiesa di s. Pie-
tro, e il restante di Trastevere, si chiamò
Campo Vaticano; come il colle che gli so-
praslava,e lutti gli altri cheda questo luo-
go arrivano alla Chiesadis. PictroMonto-
rio si chiamavano parimente Vaticani (in
tal modo si conciliano le due sentenze che
dicono s. Pietro crocefisso e sepolto sul
Valicano e sul Gianicolo, ove sorge la
chiesa di s. Pietro Moulorio); i quali an-
cora con quelli che soprastano al Teve-
re a mano destra, cominciando da Ponte
Molle sino al medesimo s. Pielro Moli-
torio incontro all'Aventino, erano dagli
antichi chiamati Gianicoli : sebbene al-
tri vogliono che Gianicoli fossero quelli
soli che si vedono dalla chiesa di s. O-
tiofrio al dello s. Pietro Montorio. Fu-
rono poi detti Vaticani da un tempio di
un idolo nominato Faticano o Vagit/t-
no, il quale era in cima al detto colle che
soprastava al sito ov'è la chiesa di S.Pietro;
ovvero da' vaticiuii che si rendevano nei
tempio di Apollo, il quale era quasi alle
radici dello stesso colle, do ve ora è la detta
VAT
basilica Vaticana. Parepropriamenfeche
l'etimologia del colle Valicano, il quale
domina la basilica del suo nome, si na-
sconda nella lingua etnisca, come pu-
re quella del Nume o Genio del luogo.
Il celebre cav. Carlo Fontana architetto
e ministro deputato della basilica Vati-
cana, nella classica opera con tavole in-
cise, 77 tempio Vaticano e sua origine,
a p. 19, ragiona del Vaticano, sua anti-
chità,etimologia e circuito, per dimostra-
re quanto veramente sia stato luogo il-
lustre e celebre, secondo l'autorità degli
scrittoli di cui riporta le testimonianze.
Si comprende maggiormente la sua anti-
chità dall'etimologia del suo nome, men-
tre oltrequello di Gianicolo, impostogli
da Giano, secondo la tradizione comune-
mente ricevuta, viene chiamato Fatica-
no da'vaticinii che ivi negli antichi secoli
di Roma pagana ricevevano i popoli da-
gli Indovini (V.) chiamali Vati, comesi
ha da Festo: Valicanus Collis, appclla-
tusest,quod eopotitus sitpopulus roma-
nus Vatum responso expulsis Etruscis.
Secondo Aulo Gellio il Vaticano fu cosi
denominato dal Dio de' vaticinii, per le
risposte che in esso dava ;e soggi unge che
Vairone ne'libri delle cose divine avea,
data un'altra etimologia di questo nome,
ed essersi chiamato Vaticano il nume che
presiedeva all'aprire a'batnbiui i primi
vagiti, il pianto e la voce, il suono della
quale esprimesi colla i.3sillaba va, donde
pure trasse origine il verbo vagire. Di
questa opinione fu s. Agostino dicendo :
Aut V aticanum,qui infantimi vagitilms
praeest: Tpse in vagita os aperial et
vocetur Deus Vaticanus. Crede il Cas-
sio, Corso delle acque antiche di Ro-
ma, che la denominazione di Faticano
provenga dal nume Valicano o Vagita"
no, che fu creduto assistere ali. "vagire
de'bambini. Il Cancellieri nell'opera clas-
sica, De Secretariis veleris Basiìicae
Vaticanae, dopo aver notato che il monte
Vaticano, come parte del Gianicolo, fu
anche dello Aurelius et Aureus pel co-
V AT
loie delle sue arene, denominandosi Au-
relia la propinqua via, dice ffuae voca-
turFaticanum,quia Fates,idest Saccr-
dotes, cancbal ibi sua officia ante lem-
illuni Apolli 'nis, ibique aliud templum,
quoti fuit Aerarium Neronis. Nequeve-
ro recipienda est Flamini* Faccaecon-
jcclura, qui Faticoni nomen or timi di-
vinaturex Fatimi etPhilosophorum se>
pultura. Ab co enini memorata Poeta-
rum ctSophorum capita .ibidem defeda,
din post ortum Vaticani nomen sculpta
j/mJ.Quindi riporta l'opinione di Gelilo e
di VerrioFlacco,cheseguìPanvinioealtri
che nomina.Ilbenemeritoed eruditissimo
scrittore Erasmo Pistoiesi nell'opera clas-
sica d'8 volumi con bellissimi e copiosi di-
segni a contorni, intitolata: // Faticano
descritto ed illustratocelo a poco con-
tiene in tutto il riferito. » 11 colle Vati-
cano non lungi dall'antico Aibula (di cui
a Tiv oli e Tevere, il qual fiume fu cosi
appellalo in origine dal colore bianca-
stro tendente al ceruleo che ha presso Uo-
ina, quando non è intorbidato dalle piog-
gie)e contiguo al Gianicolo,alle cui radici
ora innalza la fronte l'eccelsa basilica sa-
gra al Principe degli Apostoli, giusta l'o-
pinione di Ftsto, trasse il nomeda'Vati,
che lusingandosi di penetrare ne'recon-
diti abissi dell'avvenire, dopo l'espulsio-
ne degli etrusci davan ivi al popolo ro-
mano i loro vaticini!. Nella qual senten-
za sembra convenire anche Aulo Gellio,
che da'vaticinii il nome di Faticano de-
duce; aggiungendo inoltre che l'ispira-
zione de* vati era l'eltetto del potere edel-
l'eccitamento del Dio Vaticano, che in
quel suolo qual nume proteggitore ri-
siedeva . Ne sarà discaro riflettere con
JVI. Terenzio Varrone versatissimo nella
storia, ed a buon diritto riputato il più
sapiente i'ra'roma ni, die avendo gli anti-
chi osservato che ne' primi puerili vagi-
ti sogliono esprimere i bambini la vo-
ce Fa, la quale forma lai/ sillaba di
Faticano, piacque loro fare un Dio di
questo nome, ergergli altare, e intitolar-
VAT 221
lo il Dio de'vagili,ond'è che con maggior
senno da alcuni si crede, che il vescovo
d' Ippona anziché Faticano il dicesse
Fagitano,c\oèD\oc\\e presiedeva a'pue-
riti vagiti, ed era appunto rappresentato
sotto l'immagine d'un fanciullo che pian-
ge e grida". Mg/ Nicolai, Memorie sulle
Campagne di Roma, osserva che il Cam-
po Vaticano fu quella prima porzione del-
le terre degli etruschi di Fejo(F.) occupa-
ta da'romani; e variando gli autori circa
l'etimologia del nome, riferisce con Sesto
Pompeo e Festo, che venne così denomi-
nato, perchè i romani avendo ivi avuti i
vaticiuii, fugarono gli etruschi. MaGellio,
cui consente s. Agostino, nota che fu di
sentimento Vairone, che fosse il campo
cosi chiamato dal Dio Vaticano, il quale
si credeva presiedere alla i .a sillaba Fa
de'bambini, ossia al vagito. Narrare Pli-
nio, che nel Vaticano sorgea un'elee più
antica della fondazione di Roma, con un
titolo inciso con lettere etrusche di bron-
zo, indicanti religiosi misteri. Il Nibby,
nella Roma antica, ragionando egre-
giamente della sua topografia fisica, cre-
de che l'etimologia Faticano derivi
dall'etrusco, e riproduce le sentenze di
Gellio, Varrone,Festoe s. Agosti no.Chia-
ma il Vaticano e il Gianicolo frastaglia-
ture del gran dorso che domina tuttala
sponda destra del Tevere, pel tratto d'ol-
tre i5 miglia, e del quale sono parte il
Monte Mario, fuori di Roma verso set-
teutrione,e il pur suburbanoMonle Ver-
de verso mezzodì. Indi dice, che il colle
Valicano, come tutu* il rimanente del
dorso nominato, è composto di deposi-
zioni ammassate dal mare; la roccia do-
minante in esso è un sabbione siliceo-cal-
cario di colore giallastro, sopra banchi di
marna turchiniccia contenente gusci di
conchiglie (Antonio Vallisneri trattò,/?*/
corpi marini die sui monti si trovano,Ve-
ueziai728),la qualeoggi vieneadoperata
in opere figuline; anticamente fu parti-
colarmente usata pe' vasellami, a che egli
la crede più adatta, che a mattoni e tego-
111
V A T
le, come di presente si fa, come pure io
rilevai anche nel voi. LXXX, p. 3 1 9. Da
ultimo il prof. Francesco Orioli pubbli-
cò nel 1. 1 38 del Giornale Arcadico di
Rotila il ragionamento letto nel l'accade*
mia d'Archeologia intitolalo: L'Agro
faticano, nuove investigazioni. Discor-
re della parte Irastiberina della terra ro-
mana, che, stando a un passo di Plinio il
naturalista, avrebbe in un tempo anti-
chissimo portato questo nome da Roma,
lunghesso la riva dritta del Tevere, sino
al -mare. Il Gianicolo v'era dunque com-
preso come porzione d'un maggior tratto.
Da un altro passo del medesimo Plinio
raccolse che v'era fin da'tempi che tutto
quel tratto apparteneva all'Etruria, e se*
condo che sembra, prima all'agro Cere-
tano, e poi Veiente, un'elee ossia in dia-
letto arcaico una tifa sagra a Giove Va-
ticano, secondo gli etruschi, parte* forse
d'un tifatimi, e specie d'arbore sacriva3
dichiarata tale, e decorata d'iscrizione e-
t rosea in bronzo affissavi sopra, per a-
vere sotto ì suoi rami accolto Giove in-
fante ; e non in Creta d'averlo partorito
Opi, ma nella reggia stessa di Giano, od
iti Saturnia, o poco lungi dal colle Va-
ticano, e cercato d'occultare perchè suo
padre Saturno non io divorasse. Un pas-
so d' un antico inedito scoliaste di Gio-
venale, da lui letto nella biblioteca rea-
le di Parigi, insegna che quivi era fa-
ma essere stato educato e nudrito Gio-
ve; ciocché non men si legge nell'inedito
Glossario d'Aucileubo, e presso il suo co-
piatore Papia. £ ciò è in accordo colla
natura del luogo posto tra la reggia di
Giano e quella di Saturno, al dire di Gel-
ilo, del ricordato scoliaste, di s. Ago-
stino, di Papia medesimo ec. Giove era
il preside di tutto l'agro ; ma Giove Bam-
bino e vagiente, chiamato Vaticano , e
che quivi colla virtù della tifa ispirava un
lempo un collegio di vati o profeti a pro-
ferire vaticinii, quae, vi alque ìnstinctu
ejus Dei, in hoc agro fieri solita essent,
dice Gcllio. Inoltre il professore pensa
VAT
che forse da que'vati il luogo era all'e-
trusca chiamalo FaticoFatich, nella for-
ma d' altre parole etnische di termina-
zione analoga; e di qui il Dio Faticanus
alla latina, forse Faticna o Fatichila in
etrusco. Dice di più, che questi vati abi-
tavano nell'adiacente Gianicolo, o meglio
presso un tempio posto nel tifato o lec-
cetoVaticano,come pure s'impara da uno
de'codici editi dal cardinal Mai, pubbli-
cato in Roma nei 1 836, quantunque non
sia troppo da credere a Gervasio Tilbe-
riense, che dice il tempio sagro ad A pollo,
e i vali colloca nel luogo della basilica
Vaticana. Finalmente trae da Feslo o dal
suo abbreviatole Paolo, che siffatti vati
furono da ultimo espulsi da'romani, pro-
babilmente sotto il re Anco Marzio, do-
po aver espugnato il Gianicolo, predi-
cendolo, secondochè si sarà spacciato, e-
gl tuo stessi. Aggiunse poi altre partico-
larità relative al Gianicolo, ch'egli sospet-
ta detto dagli etruschi Aneiclu, trasfor-
mando Giano in Anio; e parla della via
Vitellia, nome preso dalla moglie di Fau-
no, ossia l'Italia deificata ; della statua
del Ludione, qui sepultus est in Jani-
culo; del supposto citato sepolcro di Nu-
ma nel Gianicolo; dell'antichissimo mito
del re Anio padre di Salia, rapita da Tar-
chezio o Cateto, che nell'inseguirli peri
nel Teverone a cui comunicò il proprio
nome. La Mitologia dice che il Dio Va-
ticano presiedeva alla parola, e perciò il
i.° vagito mandato dai bambini nascen-
do, è la prima sillaba del nome di quel
Dio, Fa. Narra il Fontana, ragionando
del VaticaiiOjSua antichità e circuito, non
essere questo inferiore alla sua vetustà,
mentre i suoi sili, conforme dice Plinio,
si stendevano 1 3 miglia fuori di Roma,
verso i confini de'veienti, crustumini, fi-
dettati e latini; indizio manifesto che fos-
se a'popoli luogo grato e propizio, popo-
lando i suoi confini un numero infinito
ti' abitatori. 1 monti Vaticani aveano il
suo principio ov'era il convento di s. O-
uofrio, accanto al Gianicolo, da dove si
V AT
stendevano fino a ponte .Molle verso i ve-
ienti. Stante l'ampiezza e circuito de'titf
Vaticani, avendoli in gran considerazio-
ne il 4° te di Roma Anco Marzio, come
attesta Livio, volle ampliare il circuito di
Roma, includendovi i monti Aventino e
Palatino per ricetto di molte migliaia di
latini sottomessi. E benché fosse anche
aggiunto da lui pure il Gianicolo, non fu
già incluso per bisogno di sito , ma per
innalzarvi una iucca come il più eminen-
te degli altri monti, per difendere la città
e impedire che i nemici vi si stabilissero.
Il luogo era ragguardevole per la sua an-
tichità e nobile per l'esercizio dell'arti e
scienze che vi professavano gli abitanti e-
t ruschi, innanzi il principio e l'ingrandi-
mento di Roma. Laonde il Vaticano, co-
me principale luogo degli etruschi, mol-
to celebre e cospicuo, era ed è nell'anti-
ca Etruria, perchè questa dal Tevere vie-
ne divisa dal Lazio. Sebbene non è certo
che il sepolcro di Romolo fosse uella via
Trionfale o nel Vaticano vicino al Tere-
binto (ossia il suddetto albore di elee ove
concorrevano i popoli a ricevere gli auspi-
ca), come scrisse Manlio, anzi verso dove
elevasi la basilica di s. Pietro, perchè la
storia non fa menzione di sue spoglie mor-
tali; tultavolta asserisce Fontana che vi-
cino al Terebinto gli fu eretta una me-
moria, o lui vivente o dopo morto, me-
diante tempio per venerarlo come un Dio.
Forse tale sepolcro o memoria fu di Ro-
molo Pollione, celebre nell'antichità, di
cui si trovarono alcune iscrizioni nel Va-
ticano a tempo di Carlo Magno. Il Fon-
tana crede verosimile l'opinione della
tomba di Romolo nel Vaticano per la ce-
lebrità del luogo, e perchè il suo succes-
sore Numa fu deposto sotto il Gianicolo,
ciò che ripugna a'eritici. Il tempo che lut-
to travolge e cambia nel decorso de' se-
coli, trasformò il luogo de'valicinii, nel-
l'asilo della più cieca superstizione e del-
la più sfienata licenza, ondeTacito qua-
lificò i campi Vaticani detestabili. Marzia-
le declamò contro il vino che produceva
V A T 223
il colle, per la qualità del suo terreno a-
renoso e argilloso: Vaticana bibistbibis
venenum. Tra'campi Vaticani si compre-
sero i prati Quinzi della lunghezza di 4
ingerì, donati dal popolo romano al dit-
tatore Lucio Quinzio Cincinnalo, onde ne
presero il nome, e Fontana coll'autorità
degli antiquari gli assegna fuori di porta
Castello fino e incontro al porto di Ripet-
ta. 11 Nibby pone i prati di Nerone nel-
la pianura che immediatamente sottogia-
ce al colle Vaticano, ossia campo Vatica-
no, o parte settentrionale del tratto tras-
tiberino; e uella meridionale colloca i
prati di Muzio Scevola e quelli di Quin-
zio nmpetto a Navalìa, come dissi a suo
luogo e nel voi. LIV, p. 1 65 ei66. Mol-
ti furono i monumenti che adornarono
poi il Vaticano e sue aggiacenze, templi,
circhi, ponti e giardini o orti. Questi ulti-
mi si dissero de' Domizi, perchè Nerone
si designava con tal nome, o perchè di di-
ritto appartenevano agli antichi Domizi;
altri l'attribuisce a Caligola, ed a sua so-
rella Agrippina figli di Germanico, la
quale sposata prima a Gneo DomizioE-
nobarbo, da cui ebbe Nerone , adottato
da Claudio imperatore suo padrigno. Ci-
cerone chiamò il campo Vaticano, qua*
si Martium Campimi , e vi erano come
di presente le fornaci, nelle quali cuoce-
varisi de' vasi formati coli'argilla del man-
te, diesi chiama vano vasi Vaticani, ma era-
no fragili. Altri pongono i prati de'Domi-
zi al destro lato dell'ippodromo d'Adria-
no, e que'di Nerone dinanzi al monumen-
to eretto a Romolo, dunque gli uni era-
no diversi dagli altri; né manca chi chia-
ma i prati Quinzi Neroniani, e lungo sa-
rebbe il riferire lediscrepanti opinioni de-
gli scrittori. La stessa discrepanza regna
tra loro sopra gli edilìzi antichi Vatica-
ni che vado accennando , e il solo regi-
strarne i nomi riuscirebbe stucchevole.
Di essi parlai in diversi articoli , sia de-
scrivendo la Chiesa di s. Pietro, sia la
sua Sagrestìa; ciò deve tenersi presente,
e mi dispensa da indicazioni particola-
224 V A T
reggiate, qui bastando una generica mo-
nografia. Già feci menzione del ponte,
porta e via Trionfale,accennando i luoghi
in cui ne parlai. Non lungi dalla porta
Trionfale esisteva il sepolcro o la memo-
ria sepolcrale di Publio Emiliano Scipio-
ne T Africano il giovane (poiché del se-
polcro famoso degli Scipioni posto nella
via Appia , ragionai nei voi. LXIV , p.
1 38), che consisteva in una piramide, non
molto dissimile da quella in forma di pi-
ramide di Caio Cestio (che descrissi nel
voi. cit., p. 1 4 1 ), ni a più superba e ma-
gnifica. Fu creduta anche il ricordato mo-
numento sepolcrale di Romolo. Essendo
decaduto il monumento, Dono 1 Papa del
676 con parte de' suoi marmi lastricò
l'atrio della basilica Vaticana da lui ab-
bellito, ed Alessandro VI l'atterrò, per
regolarizzare la suddetta via del Borgo
nuovo: ne parlai anche altrove. Prossimo
all'albore famoso dell'elee chiamato Te-
rebinto, a lato della via Trionfale fu in-
nalzato il memorato sepolcrale monu-
mento a Romolo fondatore di Roma, che
si vuole anch'esso servito a Dono I a la-
stricare la parte anteriore della vicina ba-
silica, ed allora venne demolito. Nell'a-
rea Vaticana e alle radici del Monte Au-
reo sorgeva il tempio dedicato a Marte,
il quale era di sferica figura all'esterno,
e ottangolare nell'interno, contenente 8
colonne e 8 nicchie, di cui 6 vennero da'
cristiani cambiate in cappelle, ed a somi-
glianza degli altri templi lo ricopriva una
cupola non tanto depressa. Circa i tempi
di Costantino I fu dedicato al vero Dio
e poscia consagralo a s. Maria della Feb-
bre. Si può vedere Tempio della Feb-
bre. Presso il palazzo di Nerone (il Seve-
rano diceche secondo alcuni era poco lon-
tano dal Circo, il quale si estendeva dal
palazzo de'Cesi, e 01 a monastero de'sud-
delti armeni anloniani, de'quali riparlai
nel voi. LXXXI, p. 383, 387, 3q i , 399,
sino a s. Spirito; onde tutto il colle nel-
le scritture antiche è chiamato in Pata-
vina o in Palatolo, forse perche uiino-
V AT
re rispetto all'altro palazzo Neroniano e
splendidissimo del Palatino, denominato
Casa d'oro. Lo storico Bertoldo chiamò
Palatiolum il monte jnxta s. Pttrum,
narrando che Enrico IV nelio85in es-
so si fortificò), sorgeva il tempio d'Apol-
lo o del Sole, altri con poca probabilità
collocandolo nel suo circo o presso il me-
desimo; era di figura sferica all' esterno
e ottangolare all'interno, terminando nel-
la sommità con una rotonda apertura,
per introdurvi la luce fatta a simiglian-
za del sole simbolo d'Apollo: avea il por-
tico sostenuto di fronte da 6 colonne, e
fu convertito in tempio sagro a s. Petro-
nilla. Tale portico o vestibolo chiamavasi
Faticano, perchè i vati ossia i sacerdoti
degl'idoli vi facevano i sagrifizi. Dice il
Cancellieri, che quasi tutti gli antiquari
crederono che il tempio a" Apollo fosse
convertito da Paolo I in onore di s. Pe-
tronilla, e che fu poi dis! rutto da Paolo
III; e che il tempio di Marte venne ri-
dotto a sagrestia, e demolito da Pio VI
fu dedicato alla Madonna della Febbre;
ma nella sua opera De Sccretariis si stu-
diò di provare, che i due templi profani
erano affatto diversi da questi due tem-
pli rotondi,che stavano vicini all'obelisco,
uno de' quali fu eretto in onore di s. An-
drea da Papa s. Simmaco , e l'altro da
Stefano II a s. Petronilla; e che Costan-
tino I avendo distrutto i templi profani, e
non questi, unitamente alla Naumachia,
sulle rovine del Circo, e co'raateriali del-
le dette fabbriche, eresse con 100 colon-
ne di marmo il nuovo tempio , che fu
consagrato da Papa s. Silvestro I in ono-
re di s. Pietro, il quale fino a quel tem-
po era stato venerato nell'oratorio, o ci-
miterio, o piccola memoria, erettagli sul
suo sepolcro da Papa s. Anacleto verso
l'annoi 06 e che avea cominciala da sem-
plice prete, cioè alle falde del monte \ a-
licano, sul Iato settentrionale del Circo
di Nerone, ed accanto al tempio d'Apol-
lo, nel suolo già inalbato da' primi cri-
stiani col glorioso loro sangue; sepolcro
V AT
venerando die fu compreso nel centro
della basilica Costantiniana. Caligola edi-
ficò il Circo dello di Nerone, e siccome si
nomò anche Caio fu chiamalo il Circo
di Caio e di Nerone. Era di forma dìtti-
co come tulti gli altri circhi e di assai va-
sta mole, e la fronte del maestoso edifi-
zio descriveva una linea semicurva, nel
cui centro aprivasi la porta d'ingresso; la
quale conteneva a'iati 6 portici pegli au-
nghi: agli angoli sorgevano duequadran-
golari corpi di fabbriche, delti oppidi per
avere torri e merli. L'opposta parte del
principale ingresso descriveva un semicir-
colo, con anfiteatrali gradinate pegli spet-
tatori che assistevano a'ginochi e al le cor-
se. Quasi all'estremità del Circo esisteva-
no due balconi o gallerie coperte e loggia-
ti addobbati. Nel mezzo dell'area quadri-
lunga, ma 5o palmi più verso il lato si-
nistro, eravi un massiccio di fabbrica det-
ta Spina, larga più di 12 piedi e alta 6,
e sopra di essa innalza vasi il magnifico o-
belisco egizio, che ora serve d'ornamento
all'incantevole piazza Vaticana. Era altre-
sì la Spina adorna di due are o tempietti
dedicati a Conso, Dio del consiglio. Abbel-
lì vasi di orchestre pe'suonatori, per ani-
mare i cavalli alla corsa, e di torri coni-
che dette Mete, perchè limitavano lo spa-
zio da corrersi da' carri e da' cavalli. La
maestosa mole del Circo, quantunque in
tal genere meno magnifica dell'altre, per-
chè chiusa in orti privati, era all'esterno
circondata da un intercolunnio e da por-
tici a due ordini, che investivano e fian-
cheggiavano come negli anfiteatri le vol-
te, che interiormente sostenevano le gra-
dinale; ed erano in essa compresi l'offi-
cine, i lupanari e altri pubblici edifizi. Il
Circo Neroniano occupava quel tratto di
sito, che dalla chiesa di s. Marta de Tri-
nitari scalzi percorrevasi per giungere ol-
tre la Scala dell'antica basilica, e conti-
gui a destra ed a'3 ordini laterali de'muri
erano gli orti o giardini di Nerone. Que-
st'imperatore sedendo sul trono del mon-
do, oltraggiando la natura colle più tur-
V A T 225
pi dissolutezze, che spesso confondeva nel
medesimo odio e disprezzo senato e po-
polo, e ch'erasi addomesticato col delit-
to, scelse questa terra Vaticana per ser-
vire di obbrobrioso spettacolo; e mentre
frammischiavasi fra il minuto popolo, ed
in abito di cocchiere degradando se stes-
so percorreva il Circo, deliziavasi in ve-
dere il crudele eccidio delle primizie del-
la Chiesa e de'discepoli degli apostoli Pie-
tro e Paolo ancora viventi, e per ben 6
giorni e altrettante notti appagò la sua
sete crudele nella r.a pagana persecuzio-
ne , promulgata con editti proibitivi di
professare il cristianesimo sotto pene cru-
deli e la morte; ed anche per essere stati
accusati i cristiani d'aver cagionato l' in-
cendio di Roma, fitta bruciare dallo stes-
so empio Nerone, il quale al dire del Ri-
naldi, del Circo fece un macello di mar-
tiri. Scrive Tacito: I cristiani erano ucci-
si, ed alla morte aggiungevasi la derisio-
ne e lo scherno; alcuni ricoperti con pelli
ferine erano a brani divorati da'cani; al-
tri confitti in croce; altri dannati alle
fiamme , ed alcuni di questi inviluppati
in bituminoso indumento ardendo servi-
vano di lume in tempo di nolte. I giar-
dini dell' imperatore furono il teatro di
quest'orribile scena, la cui area è ora oc-
cupata dalla basilica Vaticana, cioè al de-
stro lato del Circo Neroniano. La Chie-
sa celebra la memoria de'ss. Martiri di
Rotna^y.) a'24 giugno, ed il Piazza glo-
rifica queste primizie della Chiesa roma-
na nel!' Effemeride Vaticana per i pregi
d'ogni giorno dell' augustissima basili*
e a di s. Pietro in faticano, dedicata a
Giacomo II re della Gran Brettagna.
Contigua al Circo si pretende esistesse la
Naumachia di Nerone, pe'finli combatti-
menti navali; tuttavia della Naumachia
Vaticana parlasi da s. Damaso I del 367
nella vita di s. Pietro che va sollo il suo
nome, per località assegnandosi da alni
per tale stagno o lago, presso le memora-
te chiese di s. Andrea e di s. Petronilla,
il sito detto Nawnachiam ove s. Leoue
aa6 V A T
IN eresse un ospedale; ovvero oltre il co-
sì ili Ito sepolcro di Romolo e precisamen-
te nella piccola valle sotto Bel vedere, ov'è
la chiesa di s. Pellegrino eretta dallo stes-
so Papa, del ciroiterio della guardia sviz-
zera. Quelli di contrario parere sosten-
gono che erroneamente il Circo fu anche
dello Naumachia, o per l'euripio o fosso
pieno d'acqua largo io piedi escavato in-
nanzi al podio, per impedire che le bel-
ve fameliche assalissero gli spettatori nel
maggior loro concilamento; ovvero pe'
giuochi di naturali navali, che in esso al-
cune volle si celebravano. De'Circhi e del-
le Naumachie riparlai nel voi. LXXllf,
j». 24» e seg. Il Fontana dice che gli scrit-
tori della supposta Naumachia Vaticana
si fondarono nell'opinione d* A nastasioBi-
bliotecario che nelle File de' Pontefici
scrisse, che s. Pietro fu martirizzato al-
l'obelisco di Nerone accanto alla Nauma-
chia, della quale non fu trovato vestigio
negli sca\i Vaticani. Aggiunge coll'Eriz-
zo e 1* Angeloni, che Nerone si servì del
suo Circo per Naumachia e per le feste
navali. Non doversi neppur credere che
fosse ne'piaui fra levante e tramontana,
dov'è ogj*i la Chiesa dì ' s. Maria in Tra-
spontina (sulla quale e contenendo no-
zioni topografiche, scrisse Andrea Ma-
stelloni, Notizie istoriche della chiesa
di s. Maria in Traspontina, Napoli
1717), verso il fiume, poiché erano oc-
cupati dalla via Trionfale, con diverse al*
tre fabbriche sepolcrali. Il sullodato Pi-
stoiesi, per conciliare le opposte opinioni,
gli sembra credere probabile, che ne'cam-
pi Vaticani realmente non esistesse laNau-
machia Neroniana, e che la contraria sen-
tenza abbia avuto origine dalla prodigio-
sa quantità d'acque provenienti dal col-
le, le quali producendo nel piano qualche
stagno o limaccio, fecero sì che forse il ,
maggiore di questi prendesse il nome di
Naumachia. Per queste acque stagnanti,
produceudo infezione nell'aria, anche pe'
cadaveri accumulati nelle stragi di Nero-
ne, per le sozze dissolutezze che vi coni-
V A T
mise, per esservi le tombe di diversi ro-
mani come luogo suburbano, si chiama-
rono iiiì Tacito, infamia Vaticani loca.
Dipoi Eliogabalo ripulì il luogo, ne tolse
i sepolcri e fece demolire i suoi magni-
fici monumenti, per meglio agitare le
pompose quadrighe di elefanti. In esse
esponevasi quel mostro coronato, vestilo
de' suoi abiti pontificali (del pontificalo
massimo degl'imperatori e della \ovoSto-
lay riparlai nel cit. voi., p. 280), coperto
di preziose collane, di ricche armille, e col
capo fregiato d'una specie di tiara, in cui
brillavano le più preziose gemme; elfern-
minato lusso di vituperevole avvilimento,
che deploravano i saggi patrizi. Dichiara
Fontana, che soltanto Plinio il Giovane
parlò della Fossa Traiana nel Vaticano
per deviare le crescenze dell' acque del
Tevere, la cui gran copia allagava la cit-
tà notabilmente e in parte la sommerge-
va per essere il suolo tanto più basso del
presente. Egli crede che fos>e scavala lun-
ghesso lo spazio che corre da ponte Molle
ver-o il Vaticano fino al ponte Trionfale,
cioè una fossa o regolatore per l'ecceden-
ti acque del Tevere, come parte più del-
l'altre bassa, scaricandosi perciò l'acque
dei fiume in buona porzione ne'campi Va-
ticani fra il Gianicolo e il Tevere. 11 Fon-
tana riporta le ragioni per le quali trova
l'improbabilità che Traiano nel luogo in
discorso potesse divertire l'acque fluviali,
dicendo che in due soli luoghi si poteva
formare tale alveo o nuovo letto, o sot-
to il Gianicolo verso la città, o dall'altra
parte, verso le campagne, chiamale Val-
li dell'Inferno; ma in queste essere il ter-
reno elevatissimo, labile e arenoso, per-
ciò facile a rilasciarsi. Quindi con alcuni
crede, che le bassezze esistenti in detta
Valle, furono fatte artificiosamente da
detto imperatore e tralasciate imperfette
per sua morte, e poi nelP attuale forma
ridotte dalla natura; che fu piuttosto un
esperimento di semplice fossa infruttuoso
pe'continui interramenti, deposti in essa
dalle proprie acque, che presto ne fece
V AT
perdere la forma. Pensa il eli. Pistoiesi,
che-Traiano nell'aprile ilsuddetto fossato
non intendesse raccogliere la piena orri-
bile del Tevere , come avvenne sotto di
Ini, ma quell'acque soltanto sovrabbon-
danti, che con tardo molo inondavano il
basso seno di quella terra, ch'era assai
prossima alla città; dal che può dedursi
essere stato il fossato una semplice espe-
rienza , giacché per le stagnanti acque e
continui interramenti resosi intrattabile,
neppure si credette da' dotti tenerne ul-
teriore proposito. La valle situata tra il
JSlotilc Mario (sul quale passava la via
Trionfale) e il Valicano, è chiamata vol-
garmente la valle dell'Inferno, Vallis In-
fernaj mi pare d' avere reso ragione al-
trove del vocabolo. L'annalista Rinaldi
racconta, che all' epoca del martirio de*
ss. Pietro e Paolo, i mendichi e le perso-
ne vili, quelle che ricevevano l'elemosi-
na, abitavano fuori della porta Trigemi-
na o Ostiense, l'abitazione de'quali fu poi
trasportata nel Vaticano, al dire d'Am-
iriiano. Quiudi può essere, che i cristiani
tanto molestati da Nerone fossero costret-
ti a vivere fuori di Roma, tra le persone
"vili; e come gli ebrei abitavano il Traste-
vere, perciò in esso fu portato a morire s.
Pietro di loro nazione. Avverte però Ri-
ualdi, che molti, sebbene eruditi, erraro-
no, credendo doversi dire colle Vaticano
quello solamente ov'èora la basilica Va-
ticana, e che il Gianicolo si contenga fra
quel poco spazio che comincia oltre la via
Trionfale e terminarsi in quella pianura
ch'è incontro all'Aventino. Imperocché
quanto fosse maggiore il Gianicolo pres-
so gli antichi lo dichiara Dionigi d' Ali-
carnassocou queste parole: Fenicnles per<
currerunl populando usque ad Tiberini)
et montein Janiculum, ad vige.simumab
Urbe stadium et lUterius. Colle quali di-
mostra, che fu chiamato Gianicolo lutto
il monte che si estende sino al ponte Mil-
vio o Molle; sicché tulli i colli vicini del-
l'Aventino, fino al ponte Milvio, si chia-
marono duali antichi Gianicolo. Marzia-
V A T 227
le ed Orazio, oltre altri, dimostrano che
si nomò Valicano quella parte ancora del
Gianicolo, che distendendosi per lungo
verso l'Aventino, avea rimpetto il teatro
di Pompeo, ch'era dall'altra parte del fiu-
me. Talché la parte del Gianicolo che og-
gi diciamo con tal vocabolo, s'appellò an-
cora Vaticano. Laonde conclude Rinaldi,
non errarono gli scrittori che affermaro-
no s. Pietro aver patito il martirio nel
Vaticano, com'è pur vero che fu croce-
fisso nella parte del Gianicolo, ove vi é la
memoria di tal fatto, la qual parte ezian-
dio si chiamava Vaticano; e l'istesso luo-
go poi, meglio che pel colore dell'arene,
pel trionfo di s. Pietro, meritò d'esser de-
nominato Mons Aureus e volgarmente
Montorio, e fu già uno de'macelli de'cri-
stiani. Siccome ancora nella parte del Va-
ticano ov'erano il Circo e gli Orti di Ne-
rone, furono d'ordine suo fatti crudelis-
simamente morire moltissimi martiri , e
poi sepolto il corpo di s. Pietro presso la
via Trionfale, dicendo il libro Pontifica-
le essere distinto il luogo della sua morte
da quello della sepoltura, dimostrando co-
sì essere stato sepolto vicino al luogo del-
la crocefissione, il quale luogo situato nel-
la sommità del Gianicolo, potè reputarsi
assai dappresso, conciliandosi così le varie
sentenze. Egli è per questo, che oltre l'ac-
cennato di sopra e il riferito altrove, vol-
li produrre ancora le testimouianze ana-
loghe del Rinaldi, ch'è quanto dire quel-
le del cardinal Baronio, padre della sto-
ria ecclesiastica. Patì dunque s. Pietro il
suppliziodella croce in quella sommità del
monte Gianicolo o Valicano, che soprasta-
va alla Naumachia situata a basso pres-
so il Tevere , e fu sepolto nell'estrema
parte del Valicano, viciuo alla quale e-
rano gli orti di Nerone, e il circo con l'o-
belisco. Marcello prete dopo averne im-
balsamato con varie sorta d'unguenti il
sagro corpo, col proprio fratello Apuleio
lo seppellì con grandissimo onore alla
reale, esecoudoil costume degli ebrei; ac-
ciò siccome fu simile a Cristo uella tuoi-
2*8 V A T
te io fosse (incora nella sepoltura , come
rileva Panciroli. Questi aggiungerne cro-
cefisso s. Pietro sul Gianicolo, il corpo fu
portato al cimiterio piti vicino del Vati-
cano, ove i cristiani aveano deposti i ss.
Martiri fatti perire con vari tormenti da
Nerone. Vuole Panciroli che nel cimite-
rio s. Pietro vi battezzasse i gentili con-
vertili, e che sopra al suo corpo s. Cleto
Papa nell'anno 80 e suo i.° successore vi
fabbricò un piccolo oratorio o cappel-
la per celebrarvi la s. Messa e onorar-
lo. Ciò attribuendosi da altri a s. Anacle-
to, ma conviene ricordarsi delle opinioni
die confondono s. Cleto con s. Anacleto
e di due Papi ne fanno uno, alterando la
Cronologia de Romani Pontefici, ove ri-
portai le diverse sentenze. Che s. Pietro
fosse sepolto nel Valicano, lo dimostra
anchePrudcnziOjdieendo inoltre che quel-
la parie del Vaticano era fertile d'ulive, e
inartìatada una fontana. Si ha dagli scritto-
ri di Roma sotterranea, fra' qualijl Boi-
detti, che gli antichi cristiani presso i ci-
miteri coli' acque sorgenti formarono i
fonti battesimali, come in quelli del Va-
ticano^ Poliziano, di Oslrianio, ec. Sì
costruirono ancora con acque adunate
dagli stillicidi, come si vedono ne'cim iteri
di s. Priscilla e di s. Calisto; ovvero con
pozzi profondi, come ne'cimileri di Pre-
testatogli s. Elena e altri. I luoghi ove fu-
rono collocati i sagri corpi de'gloriosi prin-
cipi degli 'Apostoli, non rimasero oscuri,
ma eziandio fra le furiose persecuzioni,
mirabilmente si conservarono chiarissimi
senza ricevere nocumento o oltraggio di
veruna sorte, tenuti da'eristiani a guisa di
nobilissimi trofei di vittoria. Del che ne
fa pienissima fede Gaio teologo vissuto a
tempo di s. Zeferino Papa del'2o3. Scri-
ve Lampridio, che Eliogabalo guidò nel
Vaticano4 quadrighe d'elefanti, comegià
notai, e perciò abbattè alcuni sepolcri che
tlavano impedimento. Ma non per questo
fu disfatto il sepolcro di s. Pietro, come
pretese alcuno senza autorità o ragione,
poiché situato a lato del circo di Nerone,
V AT
attaccato al monte, non potè tale luogo
essere a proposito per corrervi le quadri-
ghe di que' smisurati animali. Che poi i
cristiani, anche nel tempo della persecu-
zione, venissero in Roma, eziandio dalle
più rimote parti dell'oriente e dell'occi-
dente, a visitare i sepolcri de'ss. Pietro e
Paolo, lo dimostrano le storie di moltissi-
mi martiri; e così vennero dalla Persia i
coniugi ss. Maris o Mario e Marta, co'
loro figli ss. Audiface e Abaco nel 270,
anno in cui morto Claudio li eragli suc-
ceduto nell'impero Aureliano, che riacce-
sa la persecuzione, furono tutti martiriz-
zali. Oltre a ciò, che il sepolcro di s. Pie-
tro fosse molto celebre pe'miracoli da Dio
operati , pochi anni dopo il suo glorioso
martirio, si apprende dalle parole della
nutrice di s.Ermete prefetto diRoma mar-
tire neli32: Tu si ad Limina Petridu-
xisses eum,et Chrislo crcdidisses,hodie
fdium tuum haberes incollimeli. La tom-
ba veneranda di s. Pietro tosto divenne
il Sepolcro deJ Romani Pontefici^ F.) suoi
successori, cominciando dagl'immediati s.
Lino e s. Cleto, tumulali presso di lui. In
quell'articolo celebrai i Limina Aposto-
lorum, vere torri e propugnacoli inespu*
gnabili della perpetuità di Roma, la qua-
le quando altro pregio non avesse sareb-
be egualmente unica, celeberrima, mera-
vigliosa.
11 Vaticano di Roma papale contiene
la chiesa di s. Pietro in Vaticano, basi-
lica patriarcale (V.), il Palazzo apo-
stolico Faticano (fr.) reggia de' Papi, e
le loro magnifiche e splendide pertinen-
ze. Nelle proporzioni di questa mia ope-
ra, credo di aver esaurito l'argomento
non solamente in quegli articoli, ma ne-
gli innumerevoli in cui tornai a ragio-
narne. Qui appena ricorderò in corsi-
vo alcuno di essi, che la mia mente po-
trà rammentare, e ciò servirà ad aver-
ne un'idea; a Dio piacendo, meglio poi
supplirà Vindice ormai vicino. Dirò pri-
ma dell'augusto tempio, poi del sagro pa-
lazzo, gli splendidi fasti de'quali registrò
VAT
la storia con aurei caratteri e che fui fe-
lice ri produrre. Descrivendo le princi-
pali vicende di Roma e quelle dei po-
poli barbari che la invasero e saccheg-
giarono, non mancai di deplorare i dan-
ni recati all'augusto tempio, non meno
le profanazioni : quanto riguarda la re-
cente °. deplorabile epoca deli 849 Puo
vedersi a p. 291 il Giornale di Roma
del i85o, nell'articolo intitolato : Di al-
cuni lavori eseguiti nella patriarcale
basilica Vaticana, del beneficiato della
medesima, mg.r Felice Gianuelli, docu-
mento importante per la storia di quel
vergognoso periodo di anarchia. L'auto-
re del Ragionamento sull'aria del Va-
ticano, stampato a Roma nel 1 780, notò a
p. in. » Si pretende da molli che il Vati-
cano, compreso la sua villa ed il portico,
occupi Io stesso spazio, che costituisce la
città di Torino (V.). La chiesa di s. Pie-
tro in Vaticano è la 2/ delle 5 Basili-
che patriarcali di Pioma, delle Sette Chie-
se di Roma, e delle Stazioni di Roma,
santuario quanto venerando per la co-
pia grande delle ss. reliquie che contie-
ne, altrettanto ricco de'tesori inestima-
bili delle ss. Indulgenze ad esso larga-
mente concesse da' Papi. La sua esten-
sione è maggiore del Tempio di Salo-
mone, della chiesa di s. Sofìa di Costan-
tinopoli, della grandiosa chiesa di s. Pao-
lo di Londra, e del tanto rinomato duo-
mo di Milano. La grandezza religiosa
d' animo de'Papi fecero a gara per am-
pliare ed abbellire questa meravigliosa
basilica. Vi contribuirono la pietà de' fe-
deli, e il genio delle belle arti. Così fu
innalzato al Dio vivente il più grande e
augusto tempio in cui si adora. Metta
Piazza di s. Pietro meravigliosa per la
sua ampiezza, trionfa nel mezzo il super-
bo e intatto Obelisco Vaticano, sovra-
stato dallo stendardo del cristianesimo,
la Croce, la cui ombra serve alla meri-
diana tracciata sul suolo, avente aJ lati
le i\ue magnifiche Fontane di s. Pietro
in Vaticano. Due Portici semicircolari a
V AT
229
4 ordini di grandi colonne di travertino
di Tivoli, insigne e maestosa opera del-
l'ingegno di Bernini, conducono alle gal-
lerie coperte della basilica, e al Portico o
atrio nobilissimo della medesima.Del fon-
te antico eh' esisteva nel vetusto e ornalo
quadriportico, dissi altre parole ne' voi.
XXV, p. 1 57,L,p. 288. Che nel portico si
stimarono onorati d'essere sepolti gl'im-
peratori e i re, lo rimarcai pure nel voi.
LXXI, p. 260. Imperocché rilevai in
più articoli, ne* primi secoli del cristia-
nesimo non essendo permesso tumularsi
nelle chiese, per distinzione si seppelli-
vano alcuni ne' portici e ne'sottoporlici
delle medesime; e nel secolo XII si co-
minciò a formarsi i Sepolcri bèlle chie-
se, egualmente pe'grandi personaggi, ma
per abuso divennero tomba anche di al-
tri, massime nelle chiese de' frati mendi-
canti, pe' privilegi loro concessi. La fac-
ciata esterna della basilica formata co'
suddetti travertini giganteggia imponen-
te, ed è decorata dalla vasta loggia da cui
il Papa comparte solennemeute la Bene-
dizione^ un tempo pubblicava la Scomu-
nica jin essa gli viene imposto il Triregno.
Quanto alle solenni benedizioni compar-
tite da' Sommi Pontefici nell' anzidetta
loggia, pel suo sublime e imponentissi-
mo complesso, non è dato potersi descri-
vere. Conviene formarsi un' idea della
piazza Vaticana, vastissima e sontuosa
per magnificenze di grandiosi edilìzi.
In essa accorre la sterminata moltitudi-
ne, la gente d'ogni nazione e in ogni co-
slume. Vedesi ondeggiare il dovizioso
confuso col pellegrino, la dama colle con-
tadine de' dintorni di Roma, ed anche
regnicole, co' loro costumi pittoreschi.
Nel loggiato laterale presso l'orologio
palatino, prendono degno luogo i sovra-
ni e principi presenti in Roma, il corpo
diplomatico, gli altri ragguardevoli stra-
nieri e italiani io grandissimo numero,
tutti in grandi uniformi. Avanti alla sca-
linata della basilica la Truppa pontifìcia
a piedi ed a cavallo si forma in ordina-
23o VAT
to quadralo, anche coll'artiglieria. Que-
sto stupendo spettacolo diviene maggio-
re allorché il supremo Gerarca, prece-
duto dalia prelatura e da' cardinali, ve-
stilo pontificalmente, sulla Sedia Gesta-
torìa si presenta maestosamente alla gran
loggia. In quel momento cessa il suono
armoniosissimo delle campane della ba-
silica, nonché il rullo de'tamburi e l'ar-
monie de' militari concerti. Istantanea-
mente succede un riverente e universale
silenzio, e tale che ciascuno può udire
chiaramente le belle preci cantate dal ca-
po venerando della Chiesa. Quando poi
egli alzate dignitosamente le mani e gli
occhi verso il cielo, con quella fede di cui
è Maestro, invoca su tutti la benedizio-
ne dell' onnipotente Dio, ognuno osse-
quiosamente col capo nudo si prostra,
assorto e compunto di religiose considera-
zioni. Ad atto così autorevolee imponen-
te, non più si distingue il vero credente
dall'acattolico, e quest'ultimo ancora non
può a meno di sentirsi colpito da profon-
da impressione. Il Pontefice benedetto
con autorità apostolica Urbi et Orbi, l'ar-
tiglierie di Castel s. Angelo tuonano ri-
petutamente con colpi di cannone, qua-
si volessero annunciare anche a'iontani
l'atto solenne che si compie nella basi-
lica Vaticana; ed i divoti romani nelle
case genuflessi si seguano di croce, e col-
lo spirito e il fervore della pietà ricevo-
no la preziosa benedizione. Le bande mu-
sicali riprendono le loro melodie, e le
campane Vaticane tornano festevolmen-
te tutte a suonare, aumentando la gene-
rale gioia. Nella sommità della facciata
di che ragiono, sono due Orologi, e sotto
quello a sinistra le armoniose Campane.
Le Scale furono già oggetto di divozio-
ne pe'l'edeli : a pie di esse lateralmente
si elevano le colossali statue de' ss. Pie-
tro e Paolo, che Gregorio XVI fece scoi-
pire per la basilica Ostiense, come dis-
si nel voi. LXX1II, p. 362, mentre nel
\ol. LUI, p. 68, notai che 1' antiche fu-
rono collocale ueU'ingresso interno della
VAT
sagrestia Vaticana. La Chiesa dì s. Pie»
trofl i ."tempio del mondo, ha 5 Porte di
Chiesa, compresa la Porta Santa. L'in-
terno maestosissimo e vastissimo ha 3
grandi navi eia crocerà grandiosa,con due
proporzionate tribune; le due navi mino-
ri girano intorno la croce latina, ch'è la
forma della basilica, con magnifici alta-
ri (quelli dell'antica basilica erano più di
loo, secondo l'Iconografia del tempio di
Cencio Camerario), formando un mu-
seo i bellissimi monumenti de' Sepolcri
de' Romani Pontefici, di marmi e di
bronzo, dell'ultimo de'quali, cioè di Gre-
gorio XVI, ne compii la descrizione nel
vol.LXXXI, p. 4°i. Ora però si è pub-
blicata del eh. cav. Luigi Moreschi la bel-
lissima: Relazione sul monumento se-
polcrale eretto alla santa memoria di
Gregorio XVI Sommo Pontefice nella
Basilica Vaticana, Roma 1857. Vi sono
pure quelli di 3 illustri sovrane : di Matti»
de gran contessa e marchesana di 7b«vz-
rt/7,benemerentissima della s. Sede; della
celebre Cristina regina di Svezia, e di M.*
Clementina regina d' Inghilterra 3 oltre
quello di suo marito Giacomo ITI, e
de* suoi figli Carlo III e cardinal York.
Nella tribuna maggiore, in fondo della
nave principale, sorge la sorprendente e
grandiosa macchina di bronzo, che in al-
to racchiude l'identifica Sedia o Catte-
dra di s. Pietro. Nella nave grande, de-
corata lateralmente nelle nicchie delle
statue dei Santi e delle Sante fondatori
e fondatrici degli ordini religiosi ( negli
articoli de'quali ne riparlai, facenti bella
corona al venerato sepolcro del principe
degli Apostoli, quasi tanti duci di distin-
te e benemerite milizie, intorno alla re-
sidenza del Capo supremo dell'ecclesia-
stico esercito), prima di giungere alla
Confessione a destra è in somma vene-
razione la statua in bronzo di s. Pietro,
antichissimo simulacro di cui parlai iti
più luoghi, come ne' voi. L1V, p. 220,
LV1II, p. 2 5o. Nel centro della crocerà
è la parie più santa e magnifica del tcin-
V A t
pio. Qui sopra 4 immensi piloni (l'area
di uno di essi coi risponde a quella della
chiesa e convento di s. Carlo di Roma
de' Trinitari riformati scalzi del riscat-
to. Nel voi. L, p. 191, dicendo che i pa-
lafrenieri aveauola cappella di s. Anna e
il sodalizio in quesla basilica, ivi essendosi
stabilita la pia adunanza nel 1 378, ricordai
1' opinione che negli ottagoni si voleva*
no formare oratorii per tale e altri so-
dalizi. Ricorderò di più che uno degli ot-
tagoni che co'loro semicircoli rinfianca-
no i detti piloni, corrisponde alla vasti*
tà della bella e grandiosa chiesa della
Riccia) si eleva l'ardita e meravigliosa
cupola, miracolo dell'arte (della cui sin-
golare illuminazione, e di quella della fac-
ciata e del porticato, sempre sorprenden-
te spettacolo, tornai a parlare nel voi.
XXV111, p. 74), maestosa mole che supe-
ra le altre cupole del meravigliosissimo
Tempio del Pantheon, ossia questo lan-
ciato in aria dal genio di Buonarroti,
di s. Sofia di Costantinopoli e del duo-
mo di Firenze, in altezza e grandez-
za. La medesima cupola meravigliosa-
mente illuminata da lanternoni e faci,
prende l'imponente forma di quasi gigan-
tesco triregno d'oro, che torreggia e ri-
lucente brilla di vive gemme, quan-
ti sono i lumi aulenti, per così coronare
stupendamente V avventurosa tomba ,
ch'è la più nobile, la più celebre, la più
santa del mondo, dopo il s. Sepolcro^.)
del Redentore del medesimo. Da una log-
gia di delti piloni si fa ('ostensione delle
reliquie maggiori, cioè del vero legno del-
la ss. Croce, del Folto Santo, della ss.
Lancia, santuario a cui è vietalo a tutti
di recarci, tranne i canonici della basi-
lica, onde alcuni pii sovrani per goderne
da vicino la religiosa consolazione furo-
no dichiarati canonici onorari, e v'ince-
derono coli' insegne canonicali ( quanto
perciò fece Cosimo III granduca di To-
scana, può vedersi nel voi. LXXY1II, p.
175. Per singolare benignità del Papa
Gregorio XV 1, due volle ebbi il sommo
VAT a3 f
pio contento d' essere con lui ammesso
nel sagrosanto luogo; venerandole da vi-
cino, e fervorosamente baciandole. Fu
uno de' più solenni giorni di mia vita;
gli altri essendo principalmente stati quel-
li in cui baciai le leste de'ss Pielro,Paoloe
Andrea Apostoli. Nella loggia del pilone
incontro al nominato si espone la Coltre
colla quale erano coperti i ss. Marliri,qnan-
do si portavano a seppellire nel suddetto
cimitero, su cui fu eretta la basilica ; e sic-
come i cristiani primitivi si portavano
d'ordine di Nerone nel Circo pel marti-
rio su carri per la via Trionfale, questa
fu anche detta sagra e carraria sancta.
Tutto rammentai pure nel voi. XLI1I,
p.188. Sotto la cupola è il meraviglioso
Baldacchino di bronzo,che cuopre l'Al-
tare papale, sotto il quale è la Confes-
sione coll'inestimabile e santissimo teso-
10 della tomba, ove riposa la maggior
parte dei corpi de'ss. Pietro e Paolo pro-
tettori dell'alma Roma, secondo alcuni
gravi scrittori. Però ormai tutti i critici
ritengono, che l'intero corpo di s. Pietro
si veneri nella sua basilica, così quello di
s. Paolo nella propria, tranne le ss. Teste
venerate nella protobasilica di Laterauo;
e che devesi ritenere del tutto apocrifo,
sia il narralodis. Silvestro I, che divides-
se i loro ss. Corpi e li collocasse nelle ba-
siliche Vaticana e Ostiense, cioè metà
nell'una e metà nell'altra di ambedue, e
come col Novaes, eccellente autore della
Storia de' Pontefici, e altri insigni scrit-
tori, dissi io pure in più luoghi, come ne'
voi. LXIV, p. 97, LXXV, p. 34, in mo-
do però dubitativo. Di più ora si conosce,
per scoperta del eh. archeologo cav. Gio.
Battista De Rossi, che una sola Trasla-
zione nelle catacombe devesi riconoscere
di detti ss. Corpi, e non due come ancor
io narrai altrove, seguendo ragguardevo-
li autori. Fra l'altre innumerabili e in-
signi ss. Reliquie che si venerano in que-
sla basilica, non posso qui non ricordare
particolarmente la venerabile testa di
s. Audiea apostolo Protocleto (del qual
23a VAT
vocabolo feci parola nel voi. LI X,p. 279),
fratello di s.Pietro(nel descrivere lo prin-
cipale Ira le chiese che in Roma sono sot-
to l'invocazione di s. Andrea, nel voi.
LXXUI, p. 1 37 e seg., potei dire, che la
sua cupola doppia è la più vasta della
città, dopo la Vaticana), donata dal prin-
cipe Tommaso Paleologo, fratello del de-
funto ultimo imperatore de greci, al Pa-
pa Pio II che con vive istanze gliel'avea
richiesta. Giunta la s.Testa nelle vicinan-
ze di Roma, Pio II l'iucontrò con solen-
nissima, magnifica e commoventissima
Processione. Si prostrò innanzi ad essa e
lagrimante, e nell'esultanza del suo ani-
mo, con voce tremula per la riverenza,
pronunziò un eloquenlissimo discorso. In
esso chiamò i romani, nipoti di s. Andrea,
per parie del germano che aveali rigene-
rati a Cristo ; e dicendo altresì eh' egli-
no lo veneravano qual altro padre e pa-
trono. Esclamò con fervore : Essersi su
quella testa posato lo Spirito Santo nella
Pentecoste ; i suoi occhi aver veduto
spesso il Signore (anzi pel i.° tra gli A-
postoli) in carne umana (anche la B. Ver-
gine); la sua bocca aver parlato a Cristo;
ed il volto certamente essere slato da Ge-
sù più volle bacialo. Terminato il sermo-
ne, Pio 1 1 baciò la s. Testa (beato me che
vanto egual sorte, e lo dichiarai per di-
vozione nel ricordato articolo, come in
quello delle ss. Teste de' ss. Pietro e
Paolo ìilevai la ventura d'aver anch' es-
se baciate). Nel recarla dentro il tempio
Valicano, giunto Pio li innanzi alla sta-
tua di s. Pietro, pianse al pensiero, che in
quel momento raccoglievansi sullo stesso
luogo le sagre ossa di due fratelli Apostoli
(uno Principe di essi, l'altro i.° chiamato
all'apostolato); poscia pose la s.Testa sul-
la tomba di s. Pietro. Innanzi alla Confes-
sioneè una cassetta co'sagri Paliti (di cui
anche nel voi. LXXXl,p. 38),insigui or-
namenti pontificali d'onore e d'autorità
che il Papa manda a'patriarchi e agli ar-
civescovi , e ad alcuni vescovi per privi-
legio. Aulicamente si calavano da una
VAT
Finestrella sulla tomba di s. Pietro de'
Veli delti Brandei, che i Papi inviava-
no in dono a gran personaggi quali reli-
quie del s. Apostolo. Il Papa s. Leone III
pose nella basilica due tavole d'argento
col Simbolo scolpito in latino e in greco,
acciò i Pellegrini facessero la loro Pro-
fessione di [fede sulla tomba dei ss. Aposto-
li. Sulla medesima i Sovrani deposero le
loro insegne e i diplomi di donazioni fatte
da essi alla s. Sede e alla basilica, come le
offerte del denaro di s. Pietro e de' loro
Stati e Regni tributari alla s. Sede, per
ollenere il patrocinio di s. Pietro, il cui
nome trionfa in tutte le donazioni, e iu
una delle pareti della basilica si leggeva
il novero di tali stati in 3 tavole di bron-
zo scolpiti, anche sulle Porte della chiesa.
Delle splendide magnificenze di cui ri-
fulge la Chiesa di s. Pietro in Vaticano,
di sue segnalate prerogative, in quell'ar-
ticolo ne ragionai, però citando quegli
articoli che la riguardano; insieme a'suoi
molteplici e gloriosi fasti, che lungo sa-
rebbe semplicemente ricordare, come al
suo cardinale Arciprete (pure nel voi.
LXXV,p. 322e25i)edi lui prelato / i-
cariOj-nì nobilissimo capitolo, delcui/7/-
tarista e Mansionari riparlai in que-
st'ultimo articolo, che fra' riti particola-
ri ritiene nell' Ufficiatura l'antico Bre-
viario. Abbiamo, Breviarium Romanum
ad usimi Cleri Basilicae Iraticanacs
Ut bini 1 74°' Horae Diurnae cum Pial-
lerò Romano ad usum Cleri Basilicae
V a ticanae fiornae 1 7 56. Propri um San-
ctorum ad usum Cleri Basilicae l'ati-
canne, Romaei773. Capilula, Consti-
tutionwn ss. Basilicae Principiò' Apo-
stolorum, Romae 1820. Questo illustre
capitolo nel giovedì santo eseguisce la
Lavanda dell'altare, e tra'suoi privile-
gi gode quello della Coronazione delle
ss. Immagini più celebri e miracolose
con eoi una d' oro, di che olire tali ar-
ticoli leoni proposilo quasi di tutte le
sante Immagini da esso coronate, nei
luoghi ove si venerano, e colla storia
V AT
delle medesime. Qui però debbo nota-
re, che siccome in più luoghi parlai del-
l'opera : Raccolta dell' Immagini del-
la Beata Vergine ornate della corona
d'oro dal Rm.° Capìtolo di s. Pietro ,
con una breve ed esatta notizia di cia-
scuna immagine, data in luce da Pie-
tro Bombelli incisore, Roma i 792; l'au-
tore di delta notizia fu il p. Flaminio
Annibali da Latera minore osservante,
cioè delle ss. Immagini di Roma. Per
quelle coronate dal Rm.° Capitolo fuori
di Roma, V. Briccolani, nella Descrizio-
ne della sacrosanta Basìlica Vaticana,
Roma 18 16, ne pubblicò il novero. Di
tulle, come delle posteriori vi sono le
notizie e gli alti nel prezioso archivio della
basilica. Molto pure vi sarebbe a ricorda-
re, quanto al collegio dei Penitenzieri Pra-
ticoni, de'quali dissi altre paiole nel voi.
LXXX1I, p. 8 e 9; alla rinomata cap-
pella dei Cantori di musica , di cui altro-
ve riparlai, i quali hanno un prezioso ar-
chivio musicale, adornandosi una stanza
da una serie di ritratti de'celebri maestri
di cappella della basilica. Narra Piazza
che propinqui alla basilica erano antica-
mente 4 monasteri numerosissimi di mo-
naci, i quali ogni giorno e ogni notte col-
la Salmodia a vicenda davano perpetue
lodi al Signore con somma edificazione
de' fedeli di tutto il mondo, i quali du-
rarono per 600 anni, ed essi mancati s.
Leone IX nelio5o uni i monasleii eie
rendite al capitolo Valicano. Di più adia-
centi alla basilica erano due monasteri di
monache, delle cui chiese esiste quella
di s. Stefano ; e le religiose dell'altro a-
vevano cura della nettezza dei patullimi
sagri della basilica. In questa basilica il
Papa celebra le principali Cappelle pon*
tificie, riceve dal Sacro collegio la u"
pubblica adorazione di Ubbidienza, la
Consacrazione 0 Benedizione, il Pallio,
la Coronazione; in essa celebra la Ca-
nonizzazione e la Beatificazione, pro-
mulga i dogmi, come da ultimo esegui il
•omino Pontefice Pio IX della defìnizio-
vox. LXXXVI1I.
V A T 233
ne dell' Immacolata Concezione, di che
fu eretta memoria marmorea nella basi-
lica, cioè 4 lapidi commemorative, col-
locate sotto le statue de' ss. Fondatori
Francesco d'Asisi, Domenico, Renedetto
ed Elia de' loro ordini religiosi. L'iscri-
zione sotto al i.° contiene la memoria
della definizione dogmatica, quella sotto
il 2.0 i nomi de' cardinali che vi si tro-
varono presenti, quella sotlo il 3.° inorai
degli arcivescovi e vescovi intervenuti al-
la solennità, e quella sotto il 4-° • nomi
degli altri vescovi che egualmente assi-
sterono alla promulgazione. Della quale
solenne promulgazione parlai nel voi.
LXXI1I, p. 65 e seg., a p. 67 avendo nar-
ralo pure la solenne coronazione eseguita
dal Papa dopo il pontificale dell'imma-
gine della ss. Concezione esistente nella
cappella del coro, ove ora va a collocarsi
una lapide per memoria della medesima
coronazione. E qui mi piace far menzio-
ne della bellissima medaglia coniata da J.
Bianchi nel 1 856, esprimente il Papa che
nella basilica dal trono pronunzia il me-
morabile decreto, con una moltitudine di
figure con artificio 1 appresentate,ed in al-
to l'Immacolata Deipara tra Io splendore
d'una gloria di angeli. In essa il Papa cele-
bra i Pontifica li, cotisagva i F escovi. apve
e chiude V Anno Santo del Giubileo, e
nel giovedì santo fa la Lavanda de' piedi,
indi passa a servire al Pranzo di quelli
cui ha lavato i piedi, nel portico superio-
re, ov'è la loggia della benedizione. Nuo-
vamente parlai di tale portico nel voi.
LXXXII1, p. 377, ove dissi de'suoi mo-
numenti, e che probabilmente si aumen-
teranno co' ritratti dipinti a olio della
cronologia de'Papi, servita per formare
quelli in musaico della basilica di s. Pao-
lo, ed acquistati dalla rev. fabbrica di s.
Pietro. Per non dir altro della Chiesa di
Sk Pietro, nel quale articolo descrissi il
suo prezioso sotterraneo o sagre Grotte,
nelle quali è vietato l'ingresso alle don-
ne, se non nel 2.0 giorno di Pasqua, nel
quale è proibito agli uomini, e pari;. mio
16
234 VAT
de'suoi monumenti anco altrove; e tulle
le antiche funzioni che vi celebravano i
Papi, e ùVIoro Funerali detti Novendia-
li coti Orazione funebre, e tumulazione
nella medesima o nelle sue sagre Grotte;
oltre i Funerali Anniversarii celebrati
da'cardinali a* Papi che li crearono; uè
tacqui, per la sua nitidezza, il divieto di
prendervi il Tabacco, poi tolto. Inoltre
la basilica ha la propria Arciconfrater-
nitadelss. Sagramento, della quale trat-
ta anche il Piazza nell' Eusevologio Ro-
mano, trat. 6, cap. 20: Dell'arciconfra*
terni la del ss. Sagramento a s. Pietro in
Vaticano, di cui dice protettore il cardi-
nal arciprete prò tempore, e fratelli i ca-
nonici edi famigliari pontifìcii, prima a*
vendo sontuosa e ricca cappella nella stes-
sa basilica. Per cui il Morcelli disse Iali-
namente i confratelli, Sodales Petrìani
in quorum tutela Altare est in Basilicae
T alicanae censii habeantur. E chiama
la compagnia degli operai e manuali del-
la fabbrica di s. Pietro in Vaticano delti
Sampietrini, Ex Collegio fair uni Va-
ticanorum. Contigua alla basilica, me-
diante la congiunzione di due gallerie, è
l'ampia e magnifica Sagrestia, nel qua-
le articolo riparlandone, dissi pure delle
precedenti e resi ragione dell'encomiata
opera di Cancellieri. Tre sono le sagre-
stie Vaticane, cioè la comune ch'è la più
vasta, ed altre due laterali, una pe' ca-
nonici e l'altra pe'beneficiati : nobilissi-
ma è la stanza capitolare, decorata dalla
statua di s. Pietro, e da pregievolissimi
dipinti antichi, de' quali dissi parole al-
trove. Dalla sagrestia de' canonici, una
delle dette gallerie conduce alla cappella
del coro, delia quale tornai a discorrere
in più luoghi (e ne' cui magnifici Stalli
siedono il Papa e i cardinali); dalla sa-
grestia de'beneficiati, l'altra galleria con-
duce nella chiesa. Nella medesima sa-
grestia, ogni anno si elegge il Camerlen-
go del Clero Romano. Nella stessa co-
piosamente ricca di preziose e magnifi-
che suppellettili e utensili sagri, furono
VAT
collocati in segno di vittoria contro i
Turchi e per omaggio a s. Pietro, la ca-
tena che cingeva il porto di Smirne, il
catenaccio e la serratura di Tunisi, di
che meglio parlai in que'due articoli. Nel-
la basilica più volte furono collocati Sten-
dardi tolti a' maomettani ; ed i Papi do-
narono a'principi lo Stendardo di s. Pie-
tro. Annessi alla sagrestia sono: l'impor-
tantissimo e copioso archivio del capito-
lo e basilica, dovizioso di molti e prezio-
si codici antichi sagri e profani, e dove
si conservano gli avanzi della copiosa bi-
blioteca capitolare, celebrata da tanti au-
tori e da me ne'vol. XL1X, p. 1 6j, LI, p.
327. Sulla sua portasi legge l'iscrizione
di Pio VI : Archivium Vaticanae Ba-
silieae Summorum Ponti fìcum ac viro*
rum Principimi diplomatibus celeberri-
mum, Bibliothecam veteribus li/ss. in-
signem collocavil. Anno 1782. L'am-
pia canonica con nobili abitazioni, 3 por-
tici e fontane, d' una delle quali l'acrjua
dicesi Pia per averla allacciata Pio VI,
splendido edificatore di questo sontuoso
edifizio, da varie vene che si perdevano
inutilmente sotto la strada dietro la tri-
buna, a comodo pubblico. Fuori del por-
tone della canonica, a linea retta della
strada, si vede l'antica fonderia, dove il
Bernini fece fondere P impareggiabile
macchina di bronzo dorato, rappresen-
tante il baldacchino sull'altare di s. Pie-
tro, e l'ampio seggio pontificale, soste-
nuto da 4 Dottori della Chiesa, per rac-
chiudervi la cattedra di s. Pietro. L'odier-
na fonderia Vaticana stavasi negletta e
quasi obliata, non essendo occorso dopo il
getto in essa eseguito dal celebre Righet-
ti sul cominciar di questo secolo altra fu-
sione, e perciò anche Parte che Pavea re-
sa celebre. Dovendosi erigere per cura
del ministero de'lavori pubblici, colle o-
blazioni de' fedeli di tutto il mondo cat-
tolico, innanzi il Collegio Urbano di
Propaganda fide la colonna monumen-
tale colla statua in bronzo dorato espri-
menti l'Immacolata Concezione, model-
V AT
lata dallo scultore Obici in atto di rin-
graziamento e di preghiera verso Iddio,
per memoria del decretato e summen-
tovato dogma, della di cui benedizione e
inaugurazione, a compimento della mia
descrizione del monumento, parlai nel
voi. LXXXVII,p. 281, ne fu affidata la
fusione a Luigi De Rossi scultore in me-
talli e fonditore romano. Questi antepo-
nendo a'metodi usati modernamente gli
antichi, nella fonderia Vaticana conces-
sagli all'uopo dal Papa, ivi condusse la
forma principale della statua colossale al-
ta palmi 1 6, con ampio panneggiamento,
non compreso il globo e gli emblemi de-
gli Evangelisti su cui poggia e che sono
d' altri 3 palmi d'altezza, accumulando
nelP antico forno fusorio 20,000 libbre
di bronzo, gettò il metallo liquefatto nel-
la forma, nel gennaio 1 85^ alla presen-
za del cardinal Antonelli segretario di
stato. Investigato il getto si trovò essere
riuscito a meraviglia per 1 1 palmi, ma
cessare al di sopra pel non iscorso me-
tallo. Il quale caso valse a mostrare la
valentia dell'artista nella prontezza del
rimedio ; poiché senza ricorrere a'riporti
di parti separate della statua, gli bastò
l'animo e il merito di riprendere la for-
ma superiormente nella parte mancata ;
e come per una continuazione del riget-
to ve ne rifuse sopra un altro con sì gran-
de facilità e maestria, che scorrendo il
nuovo metallo sul già solido vi si con-
giunse per guisa da farne un sol corpo
con perfetta saldezza, e senza il menomo
vestigio o segno di commissura. Il Papa
Pio IX visitò la fonderia Vaticana, e mi-
rando P opera portata al termine egre-
giamente, ne attestò all'artefice la sua so-
vrana soddisfazione nel maggio 1857, co-
me descrivesi a p. 43g del Giornale di
Roma. Ivi è pur notalo, che tale prova
cancella il timore e l'idea che in Roma
fosse andata smarrita P arte di fondere
statue grandi, e per P avvenire anziché
ricorrere all'estero, nella fonderia Vati-
cana 0 in altra potranno eseguirsi le fu-
VAT *35
sioni d' opere grandi in bronzo. Bencbè
nel citato voi. LXXIII, p. 42 e seg. con
Cenni storici raccolsi una diffusa indi-
cazione di quanto mirabilmente prece-
dette, accompagnò e seguì la definizione
dogmatica del Papa Pio IX sull'Imma-
colato Concepimento di Maria Vergine,
e facendo per divozione eco a tutto il
mondo, che non sa mai saziarsi di cele
bratta, non poco all'occasione tornai a
ragionarne. E siccome ne' miei Cenni
mi proposi di formare un lemnisco alla
ghirlanda di gloria formata dalla tenera
pietà de' fedeli per coronare la Madre di
Dio, in questo santissimo luogo ove l'o-
racolo del Vaticano pronunziò l'immor-
tale sentenza, spargerò altre fronde e fio-
ri olezzanti di celestiale fragranza, da in-
trecciarsi a quella, con ricordare altri di
que' tanti scrittoli che celebrarono il me-
morabile avvenimento. Prima di tutto
vanno rammentati, i Pareri dell'Epi-
scopato Cattolico sulla definizione dog-
matica dell'Immacolato Concepimen-
to della B. Vergine /l/tfr/rt,Romai85r,
t. io, voi. 7. La Chiesa Cattolica nel
fatto dell' Immacolato ss. Concepimen-
to della gran Madre di Dio contro tut-
te l'eresìe, Napoli i852. Cenni sul! Im-
macolato Concepimento della gran Ma-
dre di Dio Maria sulla sua dogmati-
ca definizione, e sulle feste che si solen-
nizzarono in Roma, Napoli, Palermo
ed altrove, Napoli 1 854- Cardinale En-
gelberto Sterchx arcivescovo di Malines,
De modo pingendi ss. Dei Genitriceni
Mariani, sine labe originali concepiamo
Romae 1 854- V Immacolata Concezio'
ne di Maria edi Francescani minori
conventuali dal 12 io al i854, Cenni
vari per un sacerdote umbro, Roma
i854. L'autore è il dotto conventuale
p. Filippo M." Rossi. Cardinale Tomma-
so Gousset arcivescovo di Reims, La cro~
yance generale et constante de l'Eglise
touchant V Immaculée Conception, Pa-
ris i855. Questa é la capitale di quella
Francia, che a p. 122 del Giornale di
236 V A T
Roma del 1 858, viene chiamato per anto-
nomasia: La Primogenita Figlia del
Vaticano. Tanto è vero, come rilevai in
principio, che Vaticano , Roma, Chiesa,
Sede apostolica, sono in certo qual
modo sinonimi. Delle lodi e del cullo
della D. Vergine Maria, Sentenze de*
ss. Padri, Milano 1 855. Questa é opera
del prete dalmato d. Agostino Antonio
Grubissich, e del vicentino cav. Filippo
Scolari. La dommatica definizione del-
l'Immacolato Concepimento della B.
Vergine Maria, Apologetico, per Do*
menico Gualco dottore in i. teologia
ed in ambe le leggi, Genova i856. //
mese dell'Immacolata, del p. Luigi
Angelo Porcelli lettore domenicano,
Firenze 1857. V Immacolata Concezio-
ne della B. Vergine Maria, considera-
ta come domma di fede, per mg. T G. B.
Malou vescovo di Bruges, versione dal
francese di G. A. Pizio teologo coli,
prof. emer. di teologia, Torino 1857. B.
Beverini, Vita e culto dis. Agnese v. e
m., e del memorabile avvenimento 1 2 a-
prile i855 presso la basilica di detta
santa fuori delle mura di Roma, e de'
restauri di essa, Roma 1 856. Gli Atti
del martirio della nobilissima vergine
romana s. Agnese, illustrati colla sto-
ria e co' monumenti da mg.* Domenico
Bartolini prelato di giustizia e dome-
stico della Santità di N. S. Pio IX,
protonotario apostolico ec.,R.oma 1 858.
Queste due ultime opere si rannodano
coll'argomento che celebro, pel ricorda-
to prodigioso avvenimento che narrai
con precisione verso il fine de' rammen-
tali miei Cenni storici j ed ancora pel ri-
ferito nel voi. LXXXI1, p. 238, e altro-
ve. Può anche leggersi il n. 82 del Gior-
nale di Roma del i858, sulla visita
fatta a' 12 aprile dal Papa nella chiesa
di S.Agnese, celebrandovi la messa come
anniversario del riportato prodigio, e
del luogo ove avvenne, cambiato in un
monumento destinato a ricordare quel
grave avvenimento; chiesa e contigua
V AT
canonica, dalla munificenza pontificia
magnificamente restaurate. I due cimi-
teri della basilica Vaticana sono uno
incontro l'altro, chiusi da due cancelli di
ferro, sotto le due sagrestie de'canonici,
e de'beneficiati e chierici beneficiati, a'
quali rispettivamente appartengono. In
mezzo a ciascuno di essi si vedono le
mense degli altari, vestite di vari marmi,
benedetti a'22 luglio 1780 da tng/La-
scaris patriarca di Gerusalemme e vica-
rio della basilica,indi vi furono trasporta-
le le casse di tulli quelli eh' erano sepol-
ti nella demolita sagrestia, e nel sotter-
raneo di quello de' canonici ne fu posta
marmorea iscrizione che dice: Ossa Ca-
nonicorum, Beneficiatorum, et Clerico-
rum Bencficiatorum, aliorumque mul-
torum virorum genere doclrinas digni-
tà te, pie tate illustri uni j in perve Insto
s. Mariae de Febribus tempio, novi Sa-
crarti gratia solo acquato variis e sa-
cellis suisque loculis eruta huc trans-
lata. Annoilo. Questi due cimiteri si
rendono degni di osservazione per le la-
pidi, che vi sono slate collocate nel pa-
vimento e nelle pareti, anche di alcuni
cardinali arcipreti. E qui noterò col gran
Ca ncelli eri, Sagrestia Vaticana descrit-
ta, p.108. n Tosto che è passato all'altra
vita qualcuno che sia stato canonico, be-
neficiato o chierico beneficiato, e che ab»
bia goduto il privilegio della Cappella
o Oratorio domestico, purché non sia
giunto alla dignità cardinalizia, il reve-
rendissimo capitolo Vaticano, usando del
suo antico diritto, ne fa interamente lo
Spoglio, come ha fai toni li inamente nel-
la mancanza de'due illustri prelati mg.r
Muti nunzio alla corte di Portogallo, e
mg/ Sampieri, commendatore di s. Spi-
rito, benché ili.° non l'osse attualmente
canonico, come il 2.0 (noterò che i cano-
nici divenuti Prelati di fiocchetti, cioè
Governatore di Roma o Vice-Camer-
lengo, Uditore della camera, Tesorie-
re, Maggiordomo, cessano d'essere ca-
nonici, benché talvolta per iudulto poo*
V AT
lificio continuarono, e gli esempi li re-
gistrai ne'qui ricordati articoli. Dirò pu-
re che i canonici Vaticani sono Proto-
notari apostolìciyH seconda del riferito
in tale articolo, pel quale va letto altresì
il voi. LXXI, p. 8 ; anzi a p. i5 nuova-
mente tenni proposito del canonico Va-
ticano diacono apostolico e ministro del-
la cappella pontificia). Questo continuo
rinforzo ed accrescimento fa sì, che la sa-
grestia Vaticana vinca qualunque altra
di Roma, nella moltiplicità e nel valore
de'sagri arredi ". Ed io aggiungerò, ad
onta dell'immense perdite fatte nelle po-
litiche vicende, la cui lacrimevole iliade
cominciò dal pontificato del glorioso Fio
VI, il cui magnanimo cuore possiede la
cattedrale di Valenza di Francia. Per la
cura delle anime della Parrocchia (nel
quale articolo ricordai i luoghi ove ra-
gionai, se si adempie il precetto pasqua-
le ricevendo la ss. Eucaristia nelle basi-
liche Lateranense e Vaticana, e del pri-
vilegio della basilica Vaticana di battez-
zare nel suo s. fonte chiunque con per-
messo del proprio parroco, ed io ebbi la
ventura di ricervi I' acque rigeneratrici
a'i 9 ottobre 1802, benché non fossi della
parrocchia Vaticana, perchè i miei reli-
giosi genitori, qual primogenito, vollero
così pormi sotto la protezione di s. Pietro
e di s. Paolo) di s. Pietro, supplisce la
vicina chiesa Succursale de' ss. Michele
e Magno, della quale ricordai iu princi-
pio ove ne riparlo, una delle filiali della
basilica, e di queste filiali ne feci il no-
vero nel suo articolo e meglio parlai a*
propri. La chiesa de' ss. Michele e Ma-
gno è esponente e tumulante, anche pei*
la parrocchia particolare del palazzo a-
postolico Vaticano t il di cui parroco è
ing.r Sacrista rappresentato dal p. sotto-
sagrista. Nella piazza della sagrestia Va-
ticana è l'edilìzio del Seminario Pratica-
no con alunni, ed oltre la metà di essa
sorge isolato il palazzino del cardinal ar-
ciprete, che al presente è il cardinal Ma»
ito Mattai sotto-decano del s. collegio..
VAT a37
pio datario del Papa regnante Pio IX, e
vescovo suburbicario di Porto e s. IlufTì-
na, e con esso compirò la serie degli arci-
preti che pubblicai sotto il suo predecesso-
re, neir articolo della Chiesa di s. Pie-
tro. Nel medesimo edilìzio ha pure l'abi-
tazione il prelato canonico Segretario 0
Economo della s. Congregazione cardi-
nalizia della rev. Fabbrica di s. Pietro ,
della quale è sempre prefetto il cardinal
arciprete, il palazzino fu ristorato e or-
nato di nuovo da Pio VI nel 1782, come
si legge nell'iscrizione marmorea : Aedi-
bus Archipresbytero domicdium auxit
ampliata strataque area Tempio Va-
ticano splendorem addidit. La s. con-
gregazione ha per giudice un altro pre-
lato canonico, esercita come uno de Tri*
bunali di Roma la giurisdizione anche
criminale per qualunque delitto che si
commettesse nella sua basilica e nelle sue
pertinenze ; e tiene la segreteria, cancel-
leria e computisteria nel Palazzo Astal-
li, altra residenza di mg/ economo e se-
gretario, cariche ora esercitate da mg/
Domenico Girami. Questo prelato prò
tempore è presidente del celebre studio
del Musaico esistente nel palazzo Vati-
cano, di cui riparlai ne' voi. LUI, p. 233,
LXX11I, p. 362, 364, 367, 377, ec.
Quanto al citato articolo riguardante
la rev. Fabbrica di s. Pietro, è preziosa
per essa e per la basilica l'opera intito-
lata : Nicolai Mariae de Nicolais, De
Vaticana Basilica Divi Petri, ac de
ejusdem privilegiis, Roruae 1 8 1 7. L'ar-
gomento vasto e dignitoso della Chiesa
di s. Pietro in Vaticano, il cui articolo
stampai nel voi. XII, desta entusiasmo;
equesto mi fa pubblicare un documento,
che non sorprenderà se si consideri, che
ordinariamente e sino a'nostri giorni, ciò
si praticò da tutti e in tutte le opere, e di
più revisori, anzi di ciascun volume; men-
tre io mi limito a produrre quel solo che
riguarda l'augusto luogo ove fui battezza-
to, perciò sino dal nascer mio posto sol-
io il potente e sperimentato patrocinio
238 V A T
de' ss. Pietro e Paolo, i quali colla pre-
dicazione e spargimento del glorioso lo-
ro sangue non Solamente resero felice re-
terna mia nobilissima patria, ina illumi-
narono lutto il mondo colla diffusa luce
dell' Evangelo. Quel luogo infine, che
maestosamente racchiude la spoglia mor-
tale del mio venerando Signore e bene-
fico, il Sommo Pontefice Gregorio XVI
(che ora con indicibile letizia leggo nel
Giornale di Roma del 1 858, a p. 355,
celebrato dalla robusta e aurea penna
del dottissimo cardinal Wiseman arcive-
scovo di PVestminstcr, co' suoi applau-
diti e ammirali ; Ricordi degli ultimi
quattro Papi e di Roma a tempo loro,
Londra nel marzo 1 858. Faccio affettuosi
voli, perchè dall'inglese si traducano nella
nostra favella, per goderli e vagheggiarli),
il maggior tempio che occhio umano ab-
bia nel mondo veduto. iNel 1840 umiliai
al reverendissimo Capitolo Valicano il
detto articolo, perchè a decoro suo e del-
l'incomparabile tempio si degnasse de-
putare un idoneo revisore e correttore.
Da par suo, si compiacque di scegliervi il
celebre e dottissimo suo canonico e poi
anche segretario mg.r]V1ariuo Marini pre-
fetto degli Archivi Vaticani della s. Se-
de. Questo generoso e benigno prelato,
ad incoraggiarmi nel lungo e laborioso
cammino studioso, spontaneamente cor-
rispose col seguente autografo. » L'arti-
colo concernente la Patriarcale Basilica
Vaticana, composto dal eh. sig.rcav. Gae-
tano Moroni ad inserirsi uel classico suo
Dizionario, preseula così vasla e scella
erudizione, critica così giusta, e tanta
chiarezza di ordine a non potersene desi-
derare maggiore, e dalle quali emerge
un'esattissima, dotta e completa descri-
zione, beu degna del principalissimo tem-
pio del mondo cattolico. E sarebbe a de-
siderarsi che questo egregio scrittore fos-
se imitato da tanti, che in simili produ-
zioni sembrano, anziché servire alla ve-
rità della storia, singolarmente propor-
si di secondare la propria vanità, che uou
V A T
solo fan ravvisare nella inopportuna e*
rudizione, e capricciosa critica, ma nella
ampollosità dello stile, che taulo male si
confà colla semplicità, che esige la na-
tura di un articolo, e che il nostro au-
tore ha saputo non dimenticare nel ni-
tido, ma facile suo scrivere. Non puossi
adunque che sommamente commendare
un lavoro, che rende benemerito il sig.r
Moroni e della letteratura, e della basi-
lica suddetta ; lavoro, che, se con gloria
tramanda alla posterità il nome dell'au-
tore, provoca medesimamente la ricono-
scenza del venerando ed esimio Capitolo
Vaticano, la quale eternerà con epigra-
fico monumento da collocarsi nel suo ar-
chivio. Marino Marini". Se tal nome è
un elogio, altro lo è certamente un Sil-
vio Pellico, ed ecco com'egli definì la ba-
silica di s. Pietro, Allorché questi visitò
Roma, innanzi di partire mi fece volon-
tario e nobile dono del seguente auto-
grafo, per sua memoria e segno di bene-
volenza per la mia nullità, e lo pubbli-
co quale testimonianza autorevole e ul-
teriore pel sublime tempio.
Dall'altura del Pincio contemplando
Il disceso all'occaso Astro primiero,
Ammiravano siccome egli, toccando
La divina Basilica di Piero,
Arricchisca di luce i suoi tesori
E con celeste amor si fermi a cingerla
Di rubini, zaffiri e fulgid'ori;
Io quindi amm utolìa,
Ma inlesi una più fervida, più pia
Alma esclamar — » Sou quelle
Le due dell' Universo opre più belle
Onde materia sublimala adornisi :
Dio per l'uom quella lampa iu ciel ponea,
Al suo Signor l'uomo quel tempio ergea ".
Silvio Pellico.
Il Vaticano dunque contiene, oltre il
discorso tempio e sue pertinenze, il Pa-
lazzo apostolico Vaticano e quanto gli
appartiene. Come P antica basilica di s.
Pietro non andò disgiunta dal palazzo
pontificio, così l'odierna è ad esso conti*
gua. Il Panci r oli crede che il sou tuo su e-
V A T
difizio occupi l'area degli orli di Nerone,
anzi si elevi sulle rovine dello stesso pa-
lazzo di quell'imperatore, che l'innalzò a*
confini medesimi, e donalo al Papa s. Mei*
chiude nei 3 12 dall'imperatore Costan-
tino I. Vuole iuvece Ciampini , che Co-
stantino I. dopo aver fabbricato l'antica
basilica Vaticana, facesse altresì costrui-
re ad essa laterali due palazzi oepiscopii,
per comodo e domicilio de'Papi, uno de'
quali fu dipoi convellilo in abitazioneca-
nonicale , e più tardi ridotto ad uso del
Tribunale del s. Offìzio. Il gesuita p. Bo-
nanni, Numìsmata Summorum Ponti/i-
cur/i Templi Faticarti fabricam indi-
ca/dia, attribuisce i due edilìzi a Papa s.
Simmaco del 49&- Ma si ha per tradi-
zione sicura, che s. Liberio Papa del 352
ed i successoli avessero dimoia nel palaz-
zo congiunto alla*basilica di s. Pietro, an-
teriormeute a s. Simmaco. Per cui dichia-
ro anche qui, potersi ritenere a vere S.Sim-
maco solamente ristorato il palazzo. In
processo di tempo la pontificia magione
ampiamente si aumentò e abbellì con re-
gia magnificenza da moltissimi Papi, fin-
ché nella loro incessante munificenza, in-
clusivamente al Pontefice che regna , si
ridusse a quel complesso stragrande di
splendidi edifizi che eoo istupore ammi-
riamo; ed ove i medesimi Papi siuo da'
remoli secoli diedero nobilissimo ospizio
a'più polenti sovrani ed altri personag-
gi, li palazzo apostolico Valicano , con-
giunto per uo corridoio a Castel s. An-
gelo, è la venerabile, maestosa, ordinaria
e principale residenza del sommo Ponte-
fice, con abitazioni per la Corte e Fami-
glia pontificia, òz\ cardinal Segretario di
stato, del cardinal Prefetto de9 ss. Palaz»
zi apostolici, de' prelati Maggiordomo,
Maestro di camera, ec. ec. E insieme la
sede del sapere e delle belle arti, che ga-
reggiarono in rendere il complesso de'
suoi numerosi e vasti edifizi, un emporio
di bellezze antiche e moderne, tesori tut-
ti formati dall'incessante munificenza de'
10mau1P0ulefIci.pl iucipaluieute couticue
V A T 239
decorosi ingressi; «/cortili di s. Damaso, e
di Belvedere in cui ebbero luogo de' Tor-
neinoli fonti di abbondanti acque; la mae-
stosa scala papale e la famosa scala re-
gia, i nobilissimi appartamenti pontificii;
le pubbliche, celebri e grandiose Cappel-
le pontificie, cioè la Sistina (si vuole che
il concetto sublime del Giudizio finale,
in essa mirabilmente dipinto da Buo-
narroti!, glielo fornisse quello espresso
pure a fresco nella chiesa di s. Maria
di Toscanella), nella quale si teneva il
Conclave, e si celebrano dal Pontefice
le aunuali e straordinarie sagre funzio-
ni; e la Paolina, ove si fa la funzione del
s. Sepolcro, e 1' esposizione delle Qua*
ranCore. La Sagrestia pontificia, di cui
è prefetto il prelato Sagrista, parroco de'
Palazzi apostolici. Le Cappelle segrete,
compresa la domestica del Papa. Le ma-
gnifiche sale regia e ducale; le sale per le
Congregazioni cardinalizie e de' Tribu-
nali di Roma, co 'loro archivi, inclusiva-
mente a quello degli Uditori di Rota. Le
famose loggie dipinte da Ralfaello d'Ur-
bino, e da altri valentissimi pittori, e con
grotteschi che diconsi tratti dalle Terme
di Tito. L'orologio pubblico. Le celeber-
rime stanze dipinte dall' encomiato Raf-
faello (in quella di Costantino di recente
fu collocato il musaico , di cui nel voi.
LXXIII, p. 102). La Pinacoteca o galle-
ria de'quadri. La galleria degli arazzi. Il
Museo Faticano (delle statue da ultimo
in esso collocate, farò parola in fine del-
l'articolo Velletri, come vescovato uni-
to a Ostia, perchè trovate negli scavi fe-
condi che si vanno operando in quel-
1' ultima città), famosissimo, cioè il Mu-
seo Pio dementino, e il Museo Chiara-
monti. Il Museo Gregoriano Etrusco. Il
Museo Gregoriano Egizio. V Archivio
della s. Sede, cogli Archivisti , gli anti-
chi essendo gli Scrinìari, capo de'quali
era il Protoscriniario o Primìscrinio; e
siccome anticamente l'archivio fu anche
dello Biblioteca della s. Sede , il Proto-
scviniario eia archivista e bibliotecario
a4o V A T
della medesima; ora avendo i prefetti. La
Bìbliotecaaposlolica Vaticana o Libre-
ria, con Museo (e perciò anche in que-
st'articolo ne parlai) sagro o cristiano e
profano. Gabinetto numismalico,e Stam-
peria Vaticana, nel quale articolo ripor-
tai altre notizie della celebratissima bi •
b1ioteca,che ha il cardinal Bibliotecario
di s. Chiesa e prolettore della medesima,
ed i prelati Prefettio custodi. La Meri-
diana Vaticana. Lo studio del Musaico.
L'Armeria della Milizia o Truppa pon-
tificia. I giardini pontifìcii ampi ed ame-
ni, forniti di gran copia d'acque. Il quar-
tiere, le abitazioni e la propria chiesa del-
la pontificia guardia Svizzera. A Uro quar-
tiere permanente è quello de' Pompieri
(V.) o vigili pontificii. Di tutto quanto ra-
gionai, tutto descris-si nel più volte ricor-
dato articolo, e individualmente negli al-
tri accennati qui in corsivo , ed in lauti
altri pure che in breve non si potrebbero
rammentarla vendo notato nel vol.LXX,
p. 1 49, che nel i854 'a Sera del i.° gen-
naio si cominciò ad illuminare a gaz la
via Papale inclusivamente alla piazza di
s. Pietro, e che la sera de' 11 ottobre prin-
cipiò simile illuminazione nel cortile del-
le logge Valicane e dette di Ptaffaello, e
nelle scale e altri luoghi del palazzo Va-
ticano (A miniano Marcellino ci fa noto,
cìie negli ultimi tempi dell'impero le
Strade di Roma erano illuminate di not-
te in guisa da gareggiare col giorno). Do-
po aver neli85i stampato quell'artico-
lo e gli altri ricordati, la munificenza del
Papa Pio IX splendidamente nobilitò eoo
altre magnificenze questa sua pontificia
residenza. Ove potei,qua e là m'ingegnai di
fai ne cenno d'alcuna, ina talee sì grande è
l'importanza loro, che a compimento del-
la mia descrizione del Palazzo apostoli-
co Vaticano, qui tenterò colla possibile
brevità di supplirvi, il che è indispensa-
bile pe' mutamenti seguiti, altrimeuti il
descritto altrove non corrisponderebbe
allo stato presente. In questi ultimi an-
ni , molte parli del gran palazzo e buoi
V AT
diversi celebri edilìzi sono state o ripara-
te o restaurate o di nuovo abbellite, col-
la direzione e disegni dell'egregio archi-
tetto cav. Filippo Marlinucci, sotto-forie-
re de'palazzi apostolici. Dirò le cose prin-
cipali, cioè della Biblioteca, della Pinaco-
teca, delle Logge di Piallaello, e delle sca-
le papali che dal cortile di s. Damaso co-
municano cogl' ingressi principali degli
appartamenti pontificii, mentre dell'ope-
rato neila cappella Paoliua ne feci cenno
nel voi. LXXX11I, p. 101, per incidenza,
potendosi ricavare un maggior dettaglio
ne* Giornali che ivi citai. Se non chequi è
bene aggiungere sulla cappella Sistina e
sulla sagrestia alcune parole. Dal i856
il Papa regnante non più recandosi nel-
la notte di Natale pel mattutino e la mes-
sa nella basilica Liberiana, da quell'anno
tali funzioni toi naiotisra celebrare nella
cappellaSistina,ma con illuminarsi splen-
didamente con più copia di cera, tanto
il cornicione, quanto il quadrato o pre-
sbiterio della medesima, e questo massi-
me con 4 grandi candelabri dorati. Vi
è il progetto di edificare una grande sa-
grestia proporzionata e degna della cap-
pella Sistina, sostenuta da un portico;
rendendosi così con esso magnifico Piu-
gresso del palazzo Vaticano dalla parie
della Zecca. Utinamì Fiati Comincerò
dalla Scala, poi dirò delle Logge,indi della
Pinacoteca e per ultimo della Biblioteca.
Era decoroso dare un accesso agli appar-
tamenti pontificii più splendido di quel-
lo che già esisteva; era anche necessario,
giacché le volte delle scale stesse in alcu-
ni luoghi aveano manifestato screpolatu-
re, eciò era avvenuto per essere stale ma-
lamente murate con areua e sopraccari-
cate ne'vuoti con tanto peso di calcinac-
cio, che in questa occasione ne furono fat-
te trasportare più di tremila carrette.
Convenne perciò in primo luogo rinno-
vare le volle che sovrastavano alla 2." e
alla 4-a branca , le quali maggiormente
aveano sofferto. Ed inoltre, onde provve-
dere alla loro futura stabiliti», furouo vuq-
YAT
tate del suddetto ripieno pesantissimo, e
in sua vece si sostituì una banchina lun-
go le pareti, e basata sopra le teste ili mu-
ro, sulla quale appoggiare e fermare i'e-
stremità de'nuovi gradini. Nel fare que-
sta operazione, si prese I' opportunità di
avvantaggiare il declivio delle bianche
stesse dove fu possibile, come nel 2.° ra-
mo, e di acquistar miglior luce riapren-
do neli.° piano l'antiche finestre, e que-
ste come le altre si munirono di vetri co-
lorali ritenuti coti telai di ferro. La sca-
la papale è composta di 206 gradini ve-
nuti sbozzati dalle cave di Carrara, e poi
terminati sul luogo. Gli ornamenti che
ora la distinguono sono formali di stuc-
chi nelle volte, nella scagliola per le pa-
reti, di marmi bianchi e colorati ne* pa-
vimenti de'ripiaui e negli stipiti delle por-
te (e pavimenti marmorei furono pure e-
seguili nell'appartamento pontificio). O-
gni ripiano è composto di due dischi di
granito rosso, intorno a ciascuno de' quali
è l'ottagono di marmo e cipollino, e cou
triangoli di breccia di Serravezza. I pi-
lastri delle pareti segnano la divisione di
questi quadrati con fasce similmente di
Serravezza accompagnate da liste di ci-
pollino. Ogni porta ha nuovi stipiti. Quel-
la che apre 1' appartamento di Paolo V
ha gli stipiti di marmo; la 2." cioè la por-
ta di Clemente "Vili di cipollino ; la 3."
poi di bianco di Carrara ; del quale an-
cora sono gli stipiti egli architravi delle
porle che comunicano alle logge. Le pa-
reti sono rivestite di scagliola imitante il
giallo antico, con zoccolo di Seltebasi e
fascia di bianco perdale con questa mag-
giore risalto a'poggiuoli di metallo soste-
nuti con bracci a rose di metallo dorato.
Sopra le branche delle scale, i soffitti so-
no distribuiti a cassette quadrate, ed en-
trovi rosoni alternati di varie forme, nel
me?.zo essendovi lo stemma del Pontefi-
ce Pio IX rilevalo da cornice e adorno. I
soililli delle crocere ■'ripiani sono distin-
ti con quadra li* nel centro, ed a'Iali stan-
no esagoni arricchiti d'ornali similmente
VAT *4i
di stucco, e sulla lunetta la targa che ri-
tiene l'epoca della restaurazione, ed il no*
rae del Santo Padre che 1' ha fatta ese-
guire. Nou si deve om mettere di far men-
zione delle nuove porte degli appartamen-
ti pontificii,colle loro cornici di moganoe
altre parti eseguite collo stile ornamenta-
le. Tutto fu fatto celeremente e non vi
s'impiegarono nèanchei20 giorni: inco-
minciata l'opera ue'primi di giugno 1 856,
fu compita nel susseguente ottobre. E sic-
come da questa scala è il principale pas-
saggio a ciascuno de' 3 piani del cortile
di s. Damaso, così qui farò cenno intor-
no a'iestauri delle rinomate logge, in cor-
so di operazione. Negli ultimi 3 anni, pre-
cedenti al 1857, tutti i 3 piani del loggia-
to vennero rinchiusi con cristalli ritenu-
ti da enormi telali di ferro, spartiti a lar-
ghi quadrati, per la maggior custodia del-
le preziose pitture a fresco che in esse si
ammirano. La frazione della 2/ loggia che
guarda al mezzogiorno, per lai.3 fu com-
pita. Non è a dire quanto sia riuscita se-
ducente e magica l'armonia che rifulge
nell' insieme degli ornamenti di questa
galleria, ideali ed eseguiti dagli artisti di
scuola romana nel pontificato di Gregorio
Xlll, nel restituirli all' antico splendore.
Brillanti allresehi nelle crocere e ne' se-
micerchi, racchiusi da cornici di stucco
bianco e dorato, sano alternali da festoni
di frutta e fiori dipinti al vero, e da col-
lane di daglioncini con dentro vaghissime
figurine. Bene vero che molto si dovette
crearedi nuovo,sia perchè perito, sia per-
chè tralasciato, lauto riguardo a'membri
dell'ornato, come nelle dipinture, seguen-
do sempre il concetto de'primi artisti. An-
che il suo pavimento è tutta opera nuo-
va, costruito co'mattoni dello stabilimen-
to del marchese Campana, che simulano
i marmi colorati in sostituzione delle ma-
ioliche di Luca della Robbia il giovane,
che per l'età e pel continuo attrito si erano
scrostate e cancellate. Questo pavimento
rappresenta un arabesco a nodi di mar-
mo giallo, sopra fondo turchino di lapis-
242 V A T
lazzoli con dischetti di porfido. Tutte le
logge del Palazzo apostolico Vaticano,
ed uno de'suoi più belli ornamentilo de-
scrissi in tale articolo, inclosivnmente
ai braccio della 3/ restaurata nobilmen-
te ne'lacunari e pareti da Gregorio XVI,
notando che divisava fare altrettanto col-
le altre logge, e chiudendolo con fenestro-
ni come sopra, con telali di ferro fuso e-
seguiti allo stabilimento delle ferriere di
Tivoli; e tuttociò eziandio per impedire
Tacque che filtrando fatalmente danneg-
giavano le sottoposte propriamente dipin-
te daRa(laello,le quali chiuse le arcate con
fenestroni ne' primi mesi del 1 8 1 4 dal go-
verno provvisorio napoletano di Roma,
prive d'aria opportuna ad asciugarne Pu-
inidilà che ricevevano dalle volte,resla va-
no notabilmente pregiudicate, onde Gre-
gorio XV I avea fatto egregiamente copia-
re 22 fac-simili de' pilastri di detto log-
giato di Raffaello, e collocati per memo-
ria nella sala propinqua alla gran galleria
di Gregorio X 1 1 1, che perciò prese il nome
di stanza de' pilastri. De' restauri delle
logge eseguili d'ordine del Papa Pio IX,
ne ragionarono successi vamenleì' Album
di Roma de'24 novembre 1 855,e nel 1 8 16
il Giornale di Roma de'7 aprile, e la Ci-
viltà Cattolica de'2 maggio. In tali artico-
li intitolali : / Restauri delle Roggie Va-
ticane, si celebrano e descrivono quelle
del 2.0 braccio del 2.0 piano , secondo le
molle descrizioni che ne abbiamo, cioè
quelle falle dipingere e riccamente orna-
re da Gregorio X III nel 1577, e divise dal
braccio dipinto da Raffaello per una por-
ta lavorata a tarsia dal valente intaglia-
tore Gio. Barile. Si deplora il loro depe-
rimento per colpa del tempoe sue intem-
perie, di mani vandaliche, e forse anche
per non curanza, e giustamente si loda il
Papa che regna per averne impedito l'ul-
teriore roviua, ed ordinato il restauro, af-
fidando opportunamente il difficile inca-
rico al distinto pittore Alessandro Man-
tovani ferrarese e allo scultore Filippo
Galli romano, ciascuno nella parie pi Ilo -
V AT
rica e per quanto spetta agli itucchi , i
quali con grande valentia le ridussero a
quella vaghezza e lustro di che ora fanno
sì bella pompa; avendo essi dovuto non
solo seguire lo stile de' grotteschi, delle
decorazioni e ornali di cui ancora vi era
traccia, ina per diversi pilastri inventare
altresì di nuovo in diversi luoghi quan-
to erasi perduto, ponendolo in beli' ar-
monia coli' esistente, e così ridonando il
lutto alla sua antica bellezza e magnifi-
cenza. £ nelle ore pomeridiane del sud-
detto giorno 7 aprile, il Papa si recò ad
ammirare gli encomiali restauri, elegan-
ti e magni liei, restandone soddisfattissimo.
Aggiunge P Album , che il cardinal Au-
tone!li,qual prefetto de'ss. Palazzi aposto-
lici, commise la direzione e sorveglianza
degli eseguiti lavori , anche a' professori
commendi Filippo Agricola e cav. Tom-
maso Minardi; ed artisticamente rileva i
pregi, diligenza e valore degli esecutori di
opera così splendida, massime nella par-
te pittorica, -eli' è la maggiore, da servire
di saggio e quasi campione eziandio, agli
altri bracci delle logge che rimangono a
restaurarsi, a ulteriore splendore del Va-
ticano e dell'arti italiane, che in Pioma
hanno sempre il principale e magistrale
loro seggio. Si legge nel Giornale di Ro-
ma de'3o marzo 1 858. Che nel 2.0 brac-
cio delle logge dette di Raffaele al i.° pia-
no delle medesime, chiamato Gregoria-
no da Gregorio XI 11 che le fece dipinge-
re, era stato del tutto terminato il discor-
so magnifico restauro. Che i pochi stuc-
chi che rimanevano a farsi ne' pilastri
dell' arcale di angolo e del centro, furo-
no eseguiti come gli altri dall' egregio
scultore Galli di Roma; e tutti gli orna-
ti e le figure a fresco dal valente Manto-
vani di Ferrara, coadiuvato nelP esecu-
zione da 'suoi bravi giovani Ernesto Spre-
ga, Adolfo Reanda, Salvatore Rotani,
tutti e tre di Roma, e da Ernesto Fraga-
glia di Ferrara. Si loda il Mantovani nel-
le decorazioni e nella pittura a grotteschi ;
abilità che si mauifeatò pure ueViiUari
V A T
falli poi, perchè la parte inferiore delle
logge era assai più danneggiata e guasta
della superiore; onde in molli luoghi e
special cnente ne' pilastri dovetle non re-
staurare, ma riprodurre. Ciò esegui in
modo e così felicemente, che ora la parte
restaurala non si distingue dalla riprodot-
ta. Nelle decorazioni si vedono figure,
fiori, frutta, musicali strumenti e anima-
li; lutto disposto con perfetta armonia.
IS'olriò io, che ora si restaura il braccio
del 3.° piano delle logge, precisamente
quello che segue il restaurato da Gre-
gorio XVI, già essendo stato fatto d I.
lacunare coi l'opera de'valenti pittori Fi-
lippo detoni e cav, Filippo Bigioli.
Quanto al 3.° braccio di quest'ultimo
piano, e che segue il nominato, già fu
tutto restaurato con semplici mezze tin-
te senza pitture ornamentali. Di più, ora
si va studiando il modo per restaurare il
braccio delle seconde logge; e forse si-
mili abbellimenti si eseguiranno poi an-
che ne'tre bracci deh." piano delle me-
desime logge. E cosi tulle le famose log-
ge, sempre più formerebbero un pre-
zioso tesoro artistico Valicano nel ge-
nere loro. Inoltre al crescente lustro del
Vaticano, il Papa Pio IX dispose la rin-
novazione della parte orientale della 3."
galleria già edificata nel pontificato diCle-
tnente X, ed in seguito perita per difet-
to delle materie impiegatevi. I gradini
tolti alla rinnovata e suddescritta scala
pontificia, furono adoperati per rendere
più decente e comoda la scala che dicesi
dell'Armeria, perchè anticamente questa
era ove oggi è lo studio de'Musaici. Que-
sto accesso acquistò maggiore importan-
za per essere, oltre alla Biblioteca ed a'
Musei, l'unica comunicazione alla nuova
Pinacoteca, ch'è stata ristabilita nell'ul-
timo piano dell'ala settentrionale deli'e-
difizio medesimo. Nel pontificato di Pio
VII , il genio del suo segretario di stato
cardinal Consalvi, il medesimo luogo a-
Tea destinato per Galleria Vaticana, e la
descrissi io brevemente nel voi. XL VII,
V A T a43
p.io4 e seg., oltre il riferito nelle pagi-
ne precedenti, e con altre nozioni nella
descrizione del palazzo Vaticano. E in-
trinseco che io ricordi, d'avere in tali luo-
ghi raccontato pure, che Leone XI! ri-
conoscendo l'odierna località della Pina-
coteca allora incomoda e pericolosa, sta-
bilì trasportarla nella galleria presso quel-
la delle carte topografiche, la quale ul-
tima di Gregorio XIII parimenti in que-
sto pontificato venne decorosamente re-
staurata, a tale effetto ampliandola e ri-
ducendola all'uopo; lavoro checontinuos-
si nel breve pontificato di Pio Vili. Indi
Gregorio XVI compì l'occorrente, e po-
scia effettuò il determinalo da' predeces-
sori, ivi collocando la Pinacoteca; ma a
motivo del soverchio calore nell'estate e
del freddo nell* inverno molto soffrendo
i preziosi dipinti, lo stesso Gregorio XVI
fece ridurre ad uso di Pinacoteca quattro
ampie stanze già di s. Pio V, presso quel-
le dipinte da Raffaello. Dal Papa regnan-
te, considerandosi che la Pinacoteca Va-
ticana difettava alquanto di luce e di spa-
zio , rimossi gl'inconvenienti che fecero
determinare la remozione della Pinaco-
teca nel locale ove l'avea collocata Pio
VII, dopo un anno di lavori grandi ve
la restituì, A tale effetto si ampliò il mae-
stoso appartamento col comprendere 5
ambienti, alcuni de' quali amplissimi , si
abbellì di pitture e si fornì di arredi. Si
collocarono di nuovo nella sala delta di
Bologna i 3 più classici quadri della Pi-
nacoteca Vaticana, cioè la Trasfigurazio-
ne di Raffaello, la Comunione di s. Gi-
rolamo del Domenichino, il s. Sebastia-
no, la B. Vergine e altri santi del Tizia-
no, Poscia segue altra sala di forma oblun-
ga, copiosa come tutte l'altre di eccellen-
te luce, e 3 minori sale completano il lo-
cale degno de' capolavori che contiene.
Ecco quanto analogamente pubblicò il
Giornale di Roma de'22 giugno 1857.
La Santità di Nostro Siguore desideran-
do dare maggior luce e più ampie salo
alla nobilissima collezione de'cani lavori
a44 ^ A T
di pittura, che fonnano la Pinacoteca Va-
ticana, e così offrire agl'intelligenti e ama-
tori delle aiti sovrane ogni agio ili studia-
re ed ammirare il concetto e l'artifizio
delle classiche opere delle principali scuo-
le pittoriche d'Italia e straniere, ordinò
che fosse trasferita in un locale assai più.
conveniente. E il cardinal Anlouelli, co-
me prefetto de'ss. Palazzi apostolici , fe-
dele interprete della sovrana disposizione,
affidò la cura di questa bell'opera al mar-
ch. Girolamo Sacchetti foriere maggiore
de'ss. Palazzi, e la direzione ni commend.
Agricola, ispettore delle gallerie pontifi-
cie e delle pitture pubbliche di Roma, e
al tolto-furiere architetto cav. Marlinuc-
ci, i quali con pieno accordo anche del
cav. Ai inardi, col massimo impegno com-
pirono il nobile incarico loro affidato, di-
sponendo per la Pinacoteca 5 sale, che
hanno l'ingresso nel 3.° ordine delle log-
ge, in esse sono stati collocati i classici di-
pinti, che stavano ai 2.° piano, e tutti di-
sposti nel miglior modo possibile al gra-
do della luce, e nel punto che si convie-
ne. Ogni sala è stala restaurata colla più
grande diligenza e in modo da farla lo-
devolmente servire allo scopo a cui ve-
niva destinata. Questa nuova Pinacote-
ca venne inaugurata a'21 giugno 18:37
dal cardinal Anlouelli, e fu scelto a que-
st'atto il giorno anniversario della coro-
nazione del Papa regnante, che non con-
lento delle molte opere fatte al Valicano,
ha voluto nella sua munificenza meglio
provvedere a'capi lavori de' quadri, che
vi si contengono , e arricchire questo sì
prezioso tesoro di due insigni dipinti del
Muiillo, s. Caterina e il Figliuol prodi-
go, d'un s. Girolamo di Leonardo da Vin-
ci, d' una ss. Vergine col difin Figlio e
s. Girolamo del Francia, e d'un'allra ss.
Vergine col Bambino del Sassoferrato.E
pereleinare la memoria del munifico fon-
datore di questa nuova Pinacoteca all'in-
gresso della medesima fu collocata la se
gnenlt: epigrafe: Pius IX Pont. Maa.-
Kximiis Picturae Operibus - Novara
V AT
HancPìnacolhecam - Instituit Omavit-
Anno mdccclvu. Sacr. Princip. XII.
Meglio è leggere 1* opuscolo intitolato:
Indicazione della Pinacoteca pontifi-
cia nel palazzo apostolico Vaticano,
Roma 1857. ^a Civiltà Cattolica de'4
luglio fece eco al Giornale romano. Nel
18 53 fu pubblicato in Roma: I più ce-
lebri quadri delle diverse scuole italia-
ne riuniti nella Galleria Vaticana, di-
segnati ed incisi a contorno da G.
Gr a (fonar a in 4-1 tavole. D'ordine del
Papa, il cav. Francesco Podesti va a di-
pingere a fresco la sala propinqua alle
stanze di Raffaele (delle quali nel 1 853
si pubblicò in Roma : Le pitture delle
stanze Vaticane di Raffaele Sanzio di
Urbino, incise a contorno in tavole 56),
cioè lai." di quelle di s. Pio V ov'era la
pinacoteca e precisamente ove si ammi-
rava la Trasfigurazione di quel genio di
Urbino. Per tanto la volta fu appositamen-
te alzata, misurando dall'altezza del pavi-
mento 53 palmi. Nella parete incontro al-
le 4 finestre con figure più grandi del na-
turale vi esprimerà la promulgazione nel-
la basilica Vaticana del dogma dell'Im-
macolato Concepimento; co' ritratti del-
lo stesso Papa, de'cardinali e di altri che
si trovavano presenti. Nelle due pareti la-
terali minori pare che 1' egregio artista
col suo valore vi dipingerà altri fatti ana-
loghi al sublime argomento ; ina nulla fin
qui è deciso. Così quanto dovrà farsi sul-
la parete di dette finestre. Il valente pit-
tore crede in 5 anni di compiere il suo
grandioso lavoro. Forse per pavimento
di questa sala vi si collocherà il magni-
fico musaico di recente trovato negli sca-
vi d' Ostia, di cui parlerò a Vellethi.
Le decorazioni della seguente sala, anco-
ra non sottostate stabilite. Le due stan-
ze minori annesse, già colle dette due sa-
le formanti la pinacoteca di Gregorio
XVI, si ridussero per trattenimento del-
le signore nostrali e forasliere, che recati-
si all' udienza del Papa nella vicina stan-
aa delta de'pilastri. Della Biblioteca Va-
V AT
ticana, che per ultimo mi restn a dire, e
della quale olire gli orticoli citali di so-
pra, anche in altri luoghi per la sua cospi-
cuità celeberrima ragionai, per le munifi-
cenze dalPapa PiolX elargite sino al i 85 1
ne feci sufficiente cenno nel voi. L, p. 27?.,
dicendo pure del donato a' musei; e sino
ni i854 e al 1 855 quanto alla slessa Bi-
blioteca, ne'vol. LXlX,p. 253,LXXIV,
p. i65, LXXIX, p. 43, cioè i fatti pavi-
menti marmorei, e quello collocatovi di
musaico antico, e di due altri musaici ;
l'abbellimento elegante degli armadi; i
donativi di due colonne d' alabastro per
decorazione dell'ingresso, del vaso d'ala-
bastro su zoccolo di verde antico, d' una
Croce d'argento, del genuflessorio di
Tours che descrissi, d'opere magnifiche,
della preziosa raccolta di monete ponti-
eie formata dall'intelligenti e assidue cu-
re del cav. Belli; della sistemazionedel ga-
binetto numismatico nelle stanze Borgia;
e del collocamento nella stanza del San-
sone, dell' antichissime e pregevolissime
pitture a fresco trovate sotto terra in via
Graziosa, e rappresentanti i viaggi d' U-
lisse, staccate abilmente da'mnri antichi,
e preziose eziandio pel modo cui sono co-
lorite, pe'nomi scritti sulle figure, per la
prospettiva e varietà delle composizioni,
avendone parlato coll'opera del snodi, il-
lustratore Matranga e da lui gentilmente
donatami. Il eh. can. Domenico Zanelli
direttore del Giornale di Roma, in que-
sto e in una serie d'Appendici del i856-
57 pubblicò un dotto suo lavoro, il quale
da lui quindi am pliato con importanti ad-
dizioni stampò a parte col titolo: La Bi-
blioteca Fa ticana dalla sua origine fi-
no al presente, storia scritta da Dome-
nico Zanelli, Roma 1857. Ne die bella
relazione e facendone rilevare i pregi, nel
n.° 8 anno 3.° L'Eptacordo di Roma, il
eh. direttore di questo Vincenzo Prinzi-
VciIIi collaboratore del medesimo Giorna>
ledi Roma. Altrettanto egregiamente e-
seguì l'Enciclopedia contemporanea di
Fano, nel I. 6 ; p. 3 1 3. Nelle p. 59 e 63
V A T 245
dello slesso Giornale di Roma del 1 85y,
sono le finali Appendici xv e xvi sulla
Biblioteca Faticano, nelle quali il can.
Zanelli descrive come il Papa Pio IX ha
in modo segalaio conlribuilo colla sua
munificenza all'aumento e al decoro «Iel-
la medesima. Dopo avere debitamente e-
numerato in quanti modi il Pontefice ha
accordato la sua benefica prolezione alle
lettere, alle scienze e alle arti, il che stori-
camente vado anch' io celebrando; dopo
aver giustamente osservato, che ne'roma-
ni Pontefici non viene mai meno, ad on-
ta della tristezza de'lempi, il magnanimo
e nobile entusiasmo per le stesse lettere e
arti, col suo pregievole racconto prova che
il Papa ha volto in modo particolare il
pensiero al decoro e incremento della Bi-
blioteca Vaticana, e in guisa che tutto il
suo benefico operalo degnamente corri-
spondesse alla sua acclamala celebrità, il
tutto eseguito per cura del cardinal An-
tonella per cui all'ingresso della sala di Si-
sto V fu collocata questa marmorea iscri-
zione. Bibliothecam Hac Faticanam-A
Sisto F.P.M.Aedifìcatam Exornatam -
AnnoMDLXXXvm- PiusIX.P.M. Omni
Culla Instauravit An. mdcccli - Sac.
Princ. /'. Compendinola narrazione. A-
domò con colonne d'alabastro l'ingresso
che dalla sala degli scrittori metleal ma-
gnifico e grandioso salone di Sisto V, ed
in questo fu fatto il pavimento con mar-
mo di Carraia a bardiglio e racchiuso da
fasce eguali; e gli armadi ivi destinali a
custodire i preziosi codici vennero ridi pio •
ti ad arabeschi, indoratele cornici, dal va-
lente pittore d'ornato Filippo Ci etoni. La.
porla che da detto salone mette all'archi-
vioVaticanofu ornala con mostre di mar-
mo, e chiusa con imposte di legno di ino-
gano e noce, con riquadri di tarsia feli-
cemente eseguiti dal bravo intarsiatore
Antonio Bonadè. Fu rifatto in battuto al-
la veneziana tutto il pavimento delle due
lunghissime corsie, destra e sinistraje nel-
la 2.a furono gli armadi ridipinti dall'e-
gregio Moretti, che vi rappresentò le ve-
a|6 V A T
dute delle varie opere compiute dai me-
desimo Papa. Vennero nuovamente or-
nate le due sale della galleria di Benedet-
to XIV; in quella del museo cristiano fu
ridipinta la volta con dorature, rinnova-
ti e guarniti di metalli dorati gli armadi.
Quelli della corsia a destra furono intar-
siati di tali metalli e risarciti, racchiuden-
do i preziosi oggetti del museo profaoo.
Nella sala del Sansone furono collocati io
mezzo del pavimento rinnovato in mar-
mo bianco a bardiglio, di versi antichi mu-
saici; e nelle pareti entro cornici dorate,
gli affreschi scoperti in via Graziosa. In
fondo alla corsia sinistra fu posto il ma-
gnifico inginocchiatoio donato al Papa
dalla provincia di Tours e da lui alla Bi-
blioteca. A questa inoltre donò un grosso
masso di malachite (che stava nel mon-
te di Pietà di Roma) sostenuto da un
gruppo di 3 figure d'atlanti e sedeuti di
bronzo dorato con animali, sovrastan-
do il rocchio di malachite due putti sor-
reggenti I' arma del Pontefice Pio IX,
opera del valente artista cav. Pietro Pao-
lo Spagna; una Croce di malachite col
Crocefisso e i fregi d'argento doralo, sti-
mabile lavoro regalato al Pontefice dal
principe Demidoff russo; un gran vaso
d'alabastro d'Egitto; la gran tazza o bat-
tistero di porcellana inviata al Papa da
Napoleone III imperatore de'francesi (in
conseguenza del battesimo del principe
imperiale eseguilo a mezzo del cardinal
Patrizi legalo, il qualefu latore di ponti-
fìcii doni: lutto narrai nel voi. LXX1X,
p. 280 e seg.): lutto questo, col busto in
marmo diPio IX scolpito dall'esimio com-
mend. Tenera ni, compie la decorazione
della magnifica sala di Sisto V, lunga
3 1 7 piedi e larga 76. Diede al museo cri-
stiano : un quadro con vetri cimiteriali,
rinvenuti nelle catacombe; una Croce di
legno di minutissimo intaglio; un discodi
legno istorialo con intagli; un cammeo col
ritratto di s. Pio V,uiontato in cristallo di
monte niellato; una Croce d'argento sto-
riata; due quadri diGiolto, rappresentaci-
V AT
ti uno la Crocefissione, l'altro il Crocefis-
so; un quadro dipinto in conchiglia e rap-
presentante il Transito di Maria Vergi-
ne; una lucerna cristiana in bronzo; tre
intagli esprimenti la Passione del Signo-
re;una magnificaCroce di cristallo di mon-
te, opera del vicentino de Bellis. Diede al
museo profano: due ovati in argento a ce-
sello; un intaglio in sardonica di Luigi
Pichler; un tondo di stucco antico, lavo-
ro greco di bellissimo stile; quattro cam-
mei del secolo XV; un frammento di te-
la d'amianto. Arricchì la collezione del-
le stampe colle fotografie di tutti i vesco-
vi che neh 856 in Vienna presero parie
alle conferenze sul Concordato tra la s.
Sede e l' impero d' Austria, e coli' intera
raccolta delle stampe della calcografia del
Louvre di Parigi. Fu largo pure di co-
dici, di manoscritti e di libri; e fra 'codi-
ci quelli orientali che possedevano mg/
Andrea Molza e il cardinal Angelo Mai,
ili.°dali85i prefetto custode, e il 2.°dal
1 853 bibliotecario della medesima, mor-
to ne! i854 con fama di principe de' filo-
logi moderni, restando la carica vacante.
Di più, un Alcorano magnifico codice in
foglio grande di carta bambacina con do-
rature; i mss. della libreria del cardinal
Biignole;il dizionario stampato in lingua
ihaila o siamese, opera del vescovo Palle-
goix vicario apostolico di Siam. La libre-
ria del cardinal Mai (dispose egli nel te-
stamento che si vendesse, e se il gover-
no la comprava si desse a metà della
stima) composta di 6950 opere, e di 292
codici e mss. ; la quale stimata scudi
19,733 fu comprata dal Papa (con dare
mille scudi di più della metà della sti-
ma) ecollocata nell'appartamento Borgia
(in due stanze, e le sculture che ivi erano,
cioè bassorilievijcapitelli ec, furono distri-
buiti ne'musei Vaticano e Lateranense),
insieme alla ivi già esistente libreria de'
libri stampati. Nel 1848 essendo stato il
medagliere derubato di molte delle più.
rare e preziose medaglie antiche e mo-
derne, auche d'oro, il generoso Pupa
V AT
riparò n sì grave danno coll'ngginnger-
vi la preziosa raccolta di monete ponti-
ficie d'oro, d'argento e di rame, la qua-
le comincia da s. Gregorio 11 morto nel
73 1, e termina con Gregorio XVI, ac-
quistata dal cav. Delti nel i85i. Com-
prò poscia e donò altresì alla Biblioteca
la scelta e copiosa collezione dell'antiche
medaglie tornane consolari e di famiglie,
formata in 20 anni con infaticabile pa-
zienza da Francesco Sibilio : contiene
3238 medaglie d'argento, 976 in bron-
zo e le altre in oro. Oltre queste due rac-
colte, arricchì il medagliere della Biblio-
teca di non poche altre monete e meda-
glie antiche e moderne, unitamente alla
bella collezione di 160 medaglie d'ar-
gento e di rame coniale nel Belgio dal
principio del presente regio governo sino
ah 855. Fece dono allo stesso medaglie-
re anche di 4 voi. di Numismatica fran-
cese del medio evo e di uno di sigilli, o-
pere pregevoli di Robert, fornite di mol-
tissime e belle tavole incise. E perchè il
medagliere fosse meglio disposto, lo fe-
ce trasportare in una delle stanze Bor-
gia, dóve rinnovati gli scaffali, nella par-
te superiore fu collocata la biblioteca Ci
cognara già acquistata da Leone XII, e
nell'inferiore in apposite tavole si dispo-
sero le medaglie e le monete di tutte l'e-
poche. Finalmente il Papa Pio IX vol-
gendo le sue cure anche all' interno re-
golamento della Biblioteca, dispose con
moto-proprio de'20 ottobre 1 85 1.» Noi
ci occupammo a fare ristorare ed abbel-
lire la Biblioteca apostolica, situata nel
nostro palazzo al Valicano, la quale cou
ogni ragione può ben ritenersi la prima
delle biblioteche pe'tesori immensi, che
ivi i nostri predecessori con sapientissi-
mo divisandolo raccolsero d' ogni sorta
di manoscritti antichissimi, di medaglie,
di monumenti antichi e di altri oggetti, i
quali anche da noi accresciuti, servono
ad illustrare le scienze e le aiti. Ma af-
finchè queste nostre provvidenze siano
utili alla conservazione ed alla sicurezza
V A T 247
degli oggetti indicali, conoscendo che vi
ha bisogno di richiamare alla osservan-
za i regolamenti esistenti, e che è neces-
sario aggiungerne altri a maggior chia-
rezza de'medesimi, ordiniamo la più e-
salta osservanza delle lettere apostoliche
de'nostri predecessori Clemente XII de*
24 agosto 1739, di Benedetto XIV de*
4 ottobre 1 751, eia cedola del moto-pro-
prio di Clemente XIII de'4 agosto 1 761,
coli' aggiunta di altre provvidenze, che
abbiamo stimato opportuno ordinare. E
tali provvidenze riguardano specialmen-
te ili. "e il 2.0 custode, per tali nominando
mg.r Alessandro Asinari di s. Marzano
arcivescovo d' Efeso, e mg.r Pio Marti-
nucci, a'quali è affidato l'incarico di cu-
stodire la biblioteca, di tenere gli 8 scrit-
tori di lingue araba, ebraica, greca e la-
tina, sempre occupali a favore della me-
desima; di attendere al compimento e
al perfezionamento degl'inventari e in-
dici, non solo de'codici mss. o libri slam-
pati, ma anche di qualunque altra cosa
che si conserva nella biblioteca e locali
annessi ; d' amministrare e impiegar le
rendite della biblioteca. Tali provviden-
ze riguardano anco gli scrittori, i quali
nelle ore determinate devono impiegar
l'opera loro a vantaggio della biblioteca,
cioè facendo ciò che loro prescrivono
ili.0 e il 2.0 custode, continuando l'in ven-
tarlo e l'indice de' codici e altri mss., e
de'Jibri a stampa, collazionando e tra-
scrivendo e copiando i codici, che per la
loro antichità potessero patire detrimeu-
to, e traducendo dalle lingue estere iti
latino l'opere inedite de'ss. Padri o d'au-
tori insigni in qualunque scienza ".
VAT1ZA o PALEMON1. F. Pole-
MONIO.
VATTENBERGHoVITTEMBERGH
Francesco Guglielmo, Cardinale. De'
duchi di Baviera, preposto di Ratisbo-
na e canonico di Frisinga, fino da' verdi
anni di sua età si fece ammirare come un
perfetto modello di probità e di religio-
ne. Dopo essere succeduto io tulli $Ii
243 V A T
splendidi carichi del cardinal Zollerai,
fu eletto vescovo d'Osnabruch, città die
occupata da'danesi la ricuperò con I' a-
iuto de' cattolici, e visitata tutta la dio-
cesi cacciò i predicanti eretici e vi cele-
brò 3 sinodi, per mezzo de' quali v' ili*
tradusse il calendario Gregoriano, insie-
me col Breviario e Ceremoniale romano,
comandando l'osservanza de'decreti del
concilio dfTrento già pubblicato da'suoi
antecessori. Vi fabbricò una magnifica
chiesa in onore di s. Ignazio Loiola, la
quale consagrò con gran solennità, assi-
stito da 3 vescovi e 12 abbai» mitrali, e
vi aggiunse una casa pe'gesuiti. Edificò
inoltre ben munita fortezza per abitazio-
ne de'vescovr, e cacciati intrepidamente
gli eretici, vi richiamò i frati minori os-
servanti, vi restituì le antiche parrocchie,
le chiese collegiate e i monasteri. Dall'im-
peratore Ferdinando II ebbe la commis-
sione d'eseguire l'editto imperiale, in cui
ordiuavasi la restituzione de beni eccle-
siastici, quale egli adempì con rischio del-
la pròpria vita, con grave incomodo e
dispendio,ricuperando dalle mani de'pro-
tcstanti 1 46 chiese tra metropolitane,
cattedrali, collegiate e claustrali, oltre le
moltissime parrocchie, che furono rimes-
se nelle mani de'cattolici. Dopo di' che fu
incaricato dall' elettore di Colonia di ri-
formare e di restituire all'antico stato il
vescovato d'Hildesheim, occupato ingiu-
stamente in gran parte già da i3oauni
da' duchi di Brunswick. Vi celebrò subi-
to il sinodo, vi ristabilì i monasteri e li
consegnò agli ordini a cui li aveano tolti
i protestanti; ed espulsi i predicanti, esi-
gè da quella ribelle città il dovuto omag-
gio. Nel tempo stesso ad istanza dell'im-
peratore fu da Urbano Vili promosso ai
vescovati di Verden e di Minden, di cui
ricuperò i beni ingiustamente occupali a
quelle chiese dagli eterodossi, e nel 1 .°
celebrò due sinodi e vi fondò due semi-
nari, uno nella città, l'altro nella diocesi,
una casa pe'gesuiti, e un convento pe'
minori osservanti, e con grande spesa re-
V A T
slituì al suo lustro e splendore l'univer-
sità diesi vuole ivi fondata da Carlo Ma-
gno; le accrebbe le rendite, ne ampliò
l'abitazione, onde avere maggiore nume-
ro di soggetti per mantenere la missione
di Sassonia. Quello che sembra incredi-
bile si è, che in Verden non trovò che 3
soli cattolici senza alcun sacerdote, onde
dovè chiamarne 12 a sue spese da di-
versi luoghi a fine d'ufiìziare la cattedra-
le. Nel restituire al rito cattolico la cat-
tedrale di Verden, ritrovò in un aulico
ciborio o tabernacolo di marmo 8 corpi
di santi vescovi suoi antecessori, che fu-
rono collocati da lui in decente e onore-
vole luogo nella stessa chiesa ; ed un'ostia
grande e 3 piccole dentro una pisside di
metallo, tulle e 4 candide, intere e ben
conservale, quantunque da un secolo a
quell' epoca non vi fosse stato in quella
chiesa esercizio alcuno della religione cat-
tolica. Un prelato così zelante della santa
fede, fu dal Papa dichiarato vicario apo-
stolico del settentrione, e gli donò 4 m0*
nasteri tolti dalle mani degli eretici, de'
quali potesse egli prevalersi in opere di
pietà a suo arbitrio. Oltre i detti vesco-
vati, fu arricchito della preposilura e del-
l' arcidiaconato di Bonna. Le immeuse
fatiche tollerate dall'invitto prelato, e i
disastrosi e frequenti viaggi che dovè in-
traprendere a motivo di religione, gli ca-
gionarono grave malattia, da cui risanò
dopo il voto fatlo di visitare la s. Casa di
Loreto, come eseguì, essendosi in quella
circostanza portato a Roma alla visita de'
sagri limini. Postulato dal capitolo di Ra-
tisbona, alla cui dieta spesse volte inter-
venne e si trovò presente all'elezione del-
l'imperatore Ferdinando III, per coadiu-
tore in quel vescovato, seguita appena la
morte di quel prelato si trasferì alla nuo-
va chiesa, in cui celebrò il si nodo e ricu-
però di nuovo il vescovato d'Osnabruch
dalle mani degli eretici, convocò in esso
3 sinodi, a'quali invitò i sacerdoti ei par-
roci* i esuli, che ristabilì nelle loro chie-
se, dalle quali cacciò gli eretici, e dopo
VEC
aver visitata tutta la diocesi, propago la
cattolica religione nella Weslfalia e nella
Sassonia, con ridurre al seno della Chie-
sa romana molte migliaia d'eretici, a
7000 de' quali amministrò il sagramen-
to della confermazione. Finalmente a ri-
chiesta dell'imperatore Ferdinando ili,
fu da Alessandro VII, col quale a vea con-
tralta intima amicizia nel congresso di
Munster eammirato per zelantissimo pa-
store, a' 5 aprile 1660 creato cardinale
prete, dignità che godè per soli 12 mesi,
dopo i quali compianto da'poveri che lo
ebbero a padre, da'dotti che lo provaro-
no mecenate, e dagli ecclesiastici che lo
venerarono modello di perfezione, nel
1661 se ne volò al cielo, come giova spe-
rare, a ricevere la ricompensa del suo ze-
lo e delle sue pastorali fatiche.
VECAB1TI. V. Varabiti.
VECCHIARELLI Odoardo, Cardi-
nale. Patrizio di Rieti, annoverato prima
tra'chierici di camera e poi promosso da
Inuocenzo X nel i654 a uditore della
stessa camera, Alessandro VII a'29 apri-
le 1 658 lo creò cardinale diacono de' ss.
Cosma e Damiano, e nel 1 660 vescovo di
sua patria, che però fu costretto abban-
donare, riuscendo la temperatura del cli-
ma nocevole alla sua salute, e tale ne ri-
sentì grave pregiudizio che sebbene si re-
stituì a Roma, ivi di 54 anni la morte lo
colse nel 1667, Poco dopo l'elezione di
Clemente IX, alla quale contribuì col suo
suffragio, a'20 giugno. Fu sepolto nella
chiesa di s. Pietro in Vincoli presso la
tomba di suo zio mg.r Pietro Piermarino,
sotto una lapide splendidamente adorna,
sulla quale fu inciso breve elogio, aven-
do egli eretto a detto zio un ricco mo-
numento con elegante iscrizione. Mentre
era chierico di camera fece costruire a
sue spese la nobile sagrestia di s. Rocco,
della cui chiesa e ospedale ebbe poi la
protezione.
VECCHIONI e VECCHIONE. V. O-
BLAZIONABIO, DIACONESSE e StJDDIACONESSE,
VED0VA,VED0VO,PoVER0,eQUARANT'0BE.
VOL. LXXXYHI.
*49
VED
VECEUANI o VECELIM. Settari
partigiani degli errori di Wecelen o Ve-
cilione o Wezel, chierico fuggiasco d'Hal-
berstadt, che simoniaco e falso pastoie
intraprese a difendere lo scismatico e per-
secutore della Chiesa Enrico IV, contro
il Papa s. Gregorio VU(V). Enrico IV,
in ricompensa del suo zelo pe'suoi inte-
ressi, nel 1084 lo nominò arcivescovo di
Ma gonza. Veci lione o Wecelen o Wezel
aggiunse V errore ereticale allo scisma :
insegnò che quelli eh' erano privati de'
beni della fortuna per sentenza giuridi-
ca, non erano sottomessi ad alcun giudi-
zio ecclesiastico, nemmeno alla scomu-
nica. Il concilio di Quedlimburgo (^.),
tenutosi neho85, condannò Vecilione o
Wezel coni e eretico e scismatico. Ostina-
to ne'suoi errori tosto adunò in Magon-
za (V.) un conciliabolo, e cogli scismati-
ci ed eretici suoi seguaci pretese scomu-
nicare s. Gregorio VII e i cattolici fedeli
e doverosamente costanti alla sua Ubbi-
dienza, riconoscendo l'antipapa Clemen-
te 111. Miseramente Vecilione morì do-
po due anni nel suo peccato. I tristi se-
guaci de'suoi errori per ignominia furo-
no chiamati veceliani e vecelini.
VEDASTO (s.), vescovo d'Arras. Na-
to, a quanto sembra, nella Francia occi-
dentale, lasciò la patria, e ritirossi nella
diocesi di Tool, ove visse alquanto tem-
po nascosto ed unicamente occupato ne-
gli esercizi della penitenza. Il vescovo del
luogo, venuto a conoscenza di sua virtù,
lo fece ufficiare nella sua chiesa e lo or-
dinò sacerdote.Dipoi fu deputato a istrui-
re nella religione cristiana Clodoveo l,e
apparecchiarlo a ricevere il battesimo.
Accompagnando il rea Piheims, ove do-
vea con gran solennità essere eseguita la
ceremonia, rese istantaneamente col segno
della croce la vista a un cieco che stava sul
poute dell'Aisne, e questo prodigio giovò
assaissimo a rassodare il re nella sua de-
liberazione, e dispose molti de'cortigiani
ad abbracciare la vera fede. S. Remigio,
che avea esperimentuto il merito di Ve-
17
25o V E D
dasto, il consagrò vescovo di Arras, af-
finchè potesse vieppiù adoprarsi a ride-
stare la fede in un paese, nel quale era
quasi estinta. Nell'anno 499 cullando
Vedaslo nella città d' Arras, guarì un
altro cieco e uno zoppo: locchè apparec-
chiò gli spiriti ed i cuori a ricevere favo-
revolmente il Vangelo. Nondimeno egli
dovette molto affaticare per ammaestra-
re un popolo rozzo ed ostinatamente li-
gio alle superstizioni del paganesimo; ma
senza disanimarsi giunse colla sua soffe-
renza, dolcezza e carità a fargli gustare
le massime di Gesù Cristo. S. Remigio
accrebbe le apostoliche occupazioni del
santo vescovo, affidandogli Tanno 5io
altresì il reggimento della vasta diocesi
di Cambiai. Non si sa più altro di s. Ve-
daslo, se non eh' egli rese la sua chiesa
assai fiorente, e soddisfece degnamente
a tulli i doveri di buon pastore sino alla
morte, che lo rapì il 6 febbraio del 53g.
11 suo corpo, sotterralo uella cattedrale
di Arras, ivi rimase sino al 667, in cui
il vescovo s. Auberto, lasciandone colà al-
cune reliquie, trasportilo solennemente
in Una cappella che il santo avea edifi-
cata in onore di s. Pietro. Trasmutò poi
questa cappella in una chiesa che prese
il nome di s. Vedasto, e vi gillò le fon-
damenta di un celebre monastero. Il fa-
moso Alenino ne scrisse la vita, e com-
pose un uiTìcio particolare ed una messa
in onor suo.
VEDOVA e VEDOVO, Vicina, Vi-
dnns, TJxore vidualus. Donna alla qua-
le è morto il marito; uomo a cui sia mor-
to la moglie. Dicesi Vedovanza, Vedo-
vila, Vedovaggio, Vedovatico, Vidnitas,
lo stalo vedovile. Inoltre si dice Vedovile
e Vedovatico, tutlociòche si dà alla ve-
dova per suo mantenimento dall'eredità
del marito morto. Se ha portato Dote(V.)
e non ha avuto prole, la Donna (V.) la
ricupera e di più ha il 4. ° vedovile, cioè la
4-a parte della dote. Su di che variano le
disposizioni delle leggi delle nazioni. Co-
sì quanto alla qualifica di Tutore ( / .) de'
VED
propri figli alle vedove, per la cura de'
medesimi pupilli. Il Vermigliali nel I. 4
delle Lezioni di diritto canonico tratta
nella lez. 20: Della donazione fra ma-
rito e moglie , e della restituzione della
dote dopo il divorzio, nella quale non
si comprendono i donativi dati alla spo-
sa dallo sposo, da' parenti e dagli amici.
Per le regine e allre principesse tale as-
segnamento, stabilito dui marito defunto
o dallo stato, dicesi Dovario. Anticamen-
te le regine e principesse sovrane ve-
dove avevano per loro dovario 0 vedo-
vile un principato, una contea, una cit-
tà, colle rendite che producevano, ed ol-
tre a ciò anche l'assegno di particolari ren-
dite. Le buone vedove amanti della pu-
dicizia e dell'onestà furono onorate da
tolte le nazioni, così dagli ebrei, come
da'genlili. I romani uello Sposalizio (V.)
non permettevano che alcuna donna ac-
compagnasse le spose , se non le vedove
d'un sol marito, stimandole incorrotte.
Stimandosi le seconde nozze indizio d'in-
temperanza, da'genlili romani, fece dire
a Porzia figlia e discepola di Catone: La
donna pudica non si mai ila più d'uria vol-
ta; e Cornelia vedova di Gracco e figlia
di Scipione Africano, ricusò le nozze del
re Tolomeo. Valeria vedova di Defluirò,
rispose a chi la voleva sposare: Suo ma-
rito esser morto agli altri , a se vivendo
perpetuamente. Nel ticusaie altre nozze,
diceva altra dama gentile di Roma; I mici
primi amori , mio marito se li portò nel
sepolcro, ed ivi se li tiene ; onde non me ne
restano per altri.NarraPlutarco,chele ve-
dove romane quando erano morte, erano
sepolte colla corona della pudicizia inles-
sula di fiori; e come trionfanti della con-
cupiscenza, erano con grande onore por-
tale in pubblico. Afferai a Livio, che seb-
bene le facoltà delle vedove romane era-
no copiose, essendo soliti i nobili lasciar
loro mollo denaro, perchè ad essi cornei
vassero l'affetto; per lo stesso motivo, ed
acciocché non passassero a seconde nozze,
erano mauleuule splendidameute in prò-
VED
porzione del loro stato dal pubblico era-
rio, il quale ereditava le sostanze del ma-
rito defunto, e quindi tenute a guisa d'o-
racoli delle privale famiglie. Ne'secoli cri-
stiani le vedove furono celebrate e onora-
te con magnifici epiteti: Ancelle de'Mar-
tiri, Discepole decanti, Gloria del sesso,
Ornamento della fede, Fregio della no-
biltà, Maestre del timor di Dio, Guida
delle maritate, Custodi e sentinelle del-
l'innocenza delle vergini, Specchio della
castità e Trofeo della pudicizia; cioè quel-
le quae vere viduae sunt. Il concilio di
Toledo del 683 proibì nella Spagnatcon
un canone singolare, alle vedove de're di
rimaritarsi a qualunque Uomo (F.)t ed
egualmente si vietò a qualsiasi uomo di
sposarle, ancorché fosse re, restando sco-
municali se si maritassero. Nel 3,° conci-
lio tenuto a Saragozza nel 6gr, si con-
fermò il riferito canone , cioè che le re-
gine dopo la morte non potessero piglia-
re altro marito, acciò non si dasse moti-
vo ad alcuno di farsi tiranno; ma che de-
ponendo la veste reale, pigliassero la re-
ligiosa e stassero in monastero chiuse fra
le monache pel resto della vita. Per le
altre nazioni innumerevoli sono gli esem-
pi delle vedove sovrane che ripresero ma-
rito, e il più delle volte con divenir quel-
lo sovrano. Molti popoli inumani e super-
stiziosi usarono, e diversi ancora bar-
baramente lo costumano, come nell'/rt-
die orientali, d'uccidere o bruciare la ve-
dova del re defunto e quindi tumularla
nella sua Sepoltura (F.)t come in Tra-
cia (F.)j anzi presso alcune nazioni toc-
cava a morire, se osservanti la Poligamia
(F.J, e ad essere uccisa quella tra le ve-
dove eh' era stata la più prediletta o la
designata dal defunto; ed in altre, tra le
vedove stesse vi fu gara per essere prefe-
rite nel seguire nella tomba lo sposo. E-
gualmente fra'popoli barbari e rozzi, fu
ed è ancora uso comune e riprovevole,
d'uccidere similmente le mogli divenute
vedove. Nella terribile rivoluzione che
l'Inghilterra guerreggia dell'indie orien-
VED ?.5 1
tali e sta domando, essendo stato impri-
gionato il re di Delhi, dal processo con-
tro di lui intrapreso risulta. Che il pro-
clama indirizzato da Khan Bhahador
Khan alla difesa del re, nel numero delle
querele contro il governo inglese, conte-
nute nel proclamaci sono queste. i.'L'au-
torizzazione datadagl'inglesi negli ultimi
lem pi, alle vedove di rimaritarsi, ciò che
viene condannato dalla religione degl'in-
diani. 2.a D' avere i medesimi distrutto
il rito antico e sagro di Suttee, vale a
dire il sagrifizio della vedova che si fa-
ceva bruciar viva sulla tomba del suo
sposo. Il Lutto (F.) poi delle vedove e
de' vedovi presso le nazioni, come per al-
tri, è di remota origine, si pubblico che
privato, accompagnato con manifestazio-
ne di duolo. Nel citato articolo ragionai
di diverse specie, foggie, gradi e durata,
sì delle leggi o consuetudini antiche e sì
di quelle moderne, colle diverse pratica-
te dimostrazioni e privazioni. Siccome lut-
ti gli eccessi sono biasimevoli e pregiudi-
zievoli alla società , vivamente deplorai
l'introdotto abuso che si è fatto nei lutto,
con essere stato generalmente convertito
in vana ostentazione, e nel sempre rovi-
noso e immorale Lusso (F.), con aperta
contraddizione allo stato mesto di chi ne
fa uso; massime nelle vedove e nelle orfa-
ne di padre, la cui condizione socievole e
la possibilità dovrebbe forse interdirglie-
lo o almeno limitarlo, con saggia pram-
matica di provvide leggi, di cui è a la-
menlarsene la mancanza. In tutte le cose
è lodevole la moderazione; non manca-
no però que'che la praticano, come pure
vi è chi ci edifica e muove a prendere af-
fettuosa parte alle care perdite da loro fat-
te. Trovo nel mirabile libro, La Fabiola,
del dottissimo cardinal Wiseman. Le an-
tiche vedove romane e primitive cristiane,
per denotare lo stato di loro vedovanza u-
savauo un nastro di Porpora (F.) cucito
sulle Festi(F.)}e chiamato dagli antichi
Segmentimi. Gli abiti erano semplici, di
colore dimesso e di poco pregio, senz'ai-
252 V E D
cun ricamo; non usavano nessun gioiello
o prezioso ornamento di quelli onde il
mondo muliebre romano era sì ghiotto.
]| solo oggetto da taluna usato, e che a-
vea qualche sembianza di ornato, era una
sottile catenella d'oro, che le circondava
il collo, dalla quale pendeva alcuna cosa
(forse il ritratto del pianto marito, ma la
madre che l'eminente scrittore dà a s.Pan-
ciazio, vi teneva racchiuso del sangue di
s. Quintino, che dice suo padre) amoro-
samente nascosta sotto il lembo superio-
re della sua vesta. I capelli intrecciati con
argento, erano lasciati scoperti e non di-
sciplinati per verini artifizio. Già narrai
altrove, che per segno di acerbo e profon-
do dolore, massime appena morto il ma-
rito, le vedove romane sparsero i Capel-
li di Cenere {V.)> costume familiare alla
nazione ebrea, passato poi agli egizi e a'
greci, e da questi a'romani. Le donne in-
cedevano col capo scoperto in tempo di
lutto, mentre per legge tutte e sempre do-
vevano cuoprirsi il capo col velo, hi tem-
po di lutto, si adottò l'opposto del costu-
me ordinario. Tuttavolta quanto al velo,
dice Vairone, De vii. pop. Roni. lib. i,
che le donne, Mulieres, deposte le vesti
morbide e pompose, si ricoprivano con
quella veste o velo detto Ricinium o Re-
cinium, senza dirne il colore. Scrisse Isi-
doro, Orig. lib. i, cap. 25: Ricinium Ma-
tronarum operimentum quodcooperlo ca-
pite, et scapulam a dextro latere in lae-
vuin humerwn millilur, cujus dimidia
pars retro ejiciiur, quod vulgo Marvor-
tem dicunl quasi Martem. Lo stesso Isi-
doro, lib. 19, cap. 3i,eServio tfd 1 Aen.
n.° 69, chiamano Segmenti que'pezzi di
panno o fascie, che prima si cucivano per
adornare dal collo le vesti, particolarmen-
te delle donne, e poscia s'introdussero que-
gli ornamenti non più cuciti e fìssi alla ve-
ste, ma staccali e da applicarsi da perse
o'eollaii di tal sorta. RilevaBuonarroti nel-
l'Ocseriazioni sui vasi antichi di vetro,
p. 157, che il nome di Segmento fu pro-
prio di quelle slriscie di panno Lauda*
VED
vo (V.) o Clavo, colle quali adornavano
e orlavano le vesti; ed il chiamare gli uni
e le altre nell'istessa guisa, sarà facilmen-
te venuto dalla somiglianza delle striscie,
colle quali guarnivano le Tuniche in ogni
luogo, e si comprendevano sotto il nome
generico di Segmenti. Nel Hierolexicon
del Magri si legge : Segmentati^, dicitur
de veste variegata, et de honiine ej usino*
di vestimentis indillo. Segmentata ei cir-
cumferebantur pulvinaria. Altrettanto
leggo nel Du Cange, Glossarium Latini'
tatis, con altre testimonianze, che fu in-
terpretato il Segmentimi per Fasciolas
quae extremis vestium oris assuunlur, in
fra ncese//YZtf ges. In tal senso usato fu il
vocabolo anco parlandosi delle vesti ec-
clesiastiche: Festini fimbriato, clavis se-
ricis, phrygiisque aut Segmenlis ornalo
(clerici) «e ulantur; sed Segmenta rasi se-
rici aut tafetani, quae duoruni aut triuni
digilorum latitudinem non excedanl, in
exlremitate pallii seu mantelli geslare pò-
terunt. Segmentati^ Episcopi cum sui ar*
chidiaconis parali s, crucibus et texds E-
vangelicis...Synodum celebralurus...pro-
gredilur. li, vestibus Pontifloiis(quae Sag-
mentatae erant) indutus. Allusitad illud
Juvenalis, lib. I, Sai. 1 de Veste Gracchi:
Segmenta, et longos habitus, eljlammea
sumit. Il Dizionario storico-mitologico al
vocabolo Segmentimi lo definisce. Ricamo
degli abiti fatto d'altra stoffa, che in Ro-
ma serviva per far distinguere i patrizi, e
ValerioMassimo l'indica chiaramente con
queste parole: Permisit quoque his pur-
purea veste, etaureis itti Segmenlis. Ser-
vio parla di queste liste poste all'alto del-
la tunica intorno al collo e non già d'u-
na collana, come l'intesero alcuni filolo-
gi, dicendo : Monile ornamentimi gultu-
ris, quod et Segmentimi dicunl. Altret-
tanto riprodusse il Bazzarini al vocabolo
Segmento, del Dizionario Enciclopedico.
Per conservare le sostauze uella medesima
famiglia, e perpetuare il nome de'defun-
ti in Israele , la legge confermò I' uso,
ch'eravi già presso gli Ebrei, di sposare
VED
uno dolina^ il cui marito era morto sen-
za figli, dal fratello di esso , ed in di lui
mancanza dal suo più prossimo parente ;
ciòch'era proibito in qualunque altro ca-
so, almeno quanto al cognato. Era la leg-
ge degli ebrei chiamata Levirat, che ob-
bligava colui il di cui fratello era morto
senza figli, a sposar la vedova del fratel-
lo per procurai le desigli che facessero ri-
vivere il suo nome. Dice il Deuteronomio
a5, 5: Quando due fratelli staranno in-
sieme, e uno di essi sarà morto senza fi-
gli, la moglie del defunto non si mari-
terà adun estraneo; ma la prenderà l'al-
tro fratello , il aitale darà discendenza
al fratello morto. Queste parole sembra
che restringano la legge in modo, ch'es-
sa non dovesse aver luogo, se non tra fra-
telli abitanti nella stessa casa col padre
loro: con tuttociò l'uso la estese, mancan-
do i fratelli, a tutti i parenti anche remo-
ti, purché abitassero nella Giudea ed a-
vessero comune l'eredità. Le ragioni di
questa legge furono la conservazione del-
le famiglie, e la distinzione delle stesse fa-
miglie e delle Tribuj ed anche delle pos-
sessioni, distinzioni d'importanza presso
gli ebrei, ed aggiungasi ancora il sovve-
nimento della vedova. Questa legge è una
eccezione di quella del Levitico 18, 16.
Dopo la cattività di Babilonia , confuse
l'eredità, non ebbe più luogo questa leg-
ge. Se il maggiore de'fratelli del defunto
fosse stato ammogliato, gli ebrei dicono,
ch'egli poteva prendere o non prendere
la vedova; onde facevasi luogo al fratello
o parente che veniva in appresso. Se il
fratello ricusava, la vedova cognata lo ci-
tava alle porte della città, gli levava la
Scarpa(V.) dal piede, gli sputava nel vol-
to e gli diceva : Cosi sarà trattato colui
che ricusa di edificar la casa di suo fra-
tello in Israele. La vedovanza, come la
sterilità, era una specie d'obbrobrio in I-
sraele: cosi ne parla Isaia. E' però certo
che lodavasi una vedova , la quale , per
principio di rispetto , alletto ed amicizia
pel marito defunto conservava lo slato
VED *55
vedovile. Se ne vede un esempio in Giu-
ditta. Era un disonore per un uomo il
non essere pianto dalla sua vedova, il non
ricevere cioè gli onori della sepoltura, di
cui i pianti e le lodi della vedova forma-
vano la parte principale. Le vedove del
re conservavano lo stato vedovile. Adonia
fu punito di morte per a ver chiesto in ma-
trimonio Abigail di Sunam, ch'era stala
sposa di Davide, sebbene quel principe
non avesse consumato il suo matrimonio
con essa, già moglie del defunto Nabal.
Le femmine non ereditavano che in di-
fetto de'maschi. Iddio raccomanda soven-
temente al suo popolo d'aver gran cura
di sollevare le vedove. Gesù Cristo ono-
rò lo stalo vedovile, operando cose mera-
vigliose in persona d'alcune vedove, da
esso consolate e liberate da varie infermi-
tà, delle quali nel lib. De viduis con no-
bilissima eloquenza parlò s. Ambrogio.,
dicendo: Agrum lume. Ecclesiae fertile vi
cerno, niuic inlegritatisjlore vernati tem-j
mine viduitatis gravitate pollentetn, mine
etiam conjugii frtictibus redundanlem,
nam etsi diversi, uniits tamen agri fru-
clus suntj nec tanta hortorum Idia, quati-
tae aristae segetum^nirssiutn spicae^com-
pluriumque spada catnporum recipieu-
dis aptantur seininibus , quatti reddilis
novales fructibus feriantur. Bona ergo
viduitas, quae tolies apostolico judicio
praedicatur. Haec enim Magistrata Fi-
dei, magistra est casùtatis. Specchio di
virtù alle sante vedove fu s. Anna (V.\
invocata dalle vedove a mediatrice pres-
so la sua ss. Figlia Maria consolatrice de-
gli afflitti. La parola di s. Paolo, onora-
re 3 parlando delle vedove nell' EpisL a
Timoteo, significa non solo rispettare,reu-
dere onore, ma anche assistere, sovveni-
re. II p. Mamachi, De' costumi de' primi-
tivi cristiani, t. 3, p. 44» racconta la loro
particolare cura versole vedove e come le
sovvenivano, essendo pieni di carità ver-
so Dio e il prossimo (proximus , che si
dice di ciascun uomo relativamente al-
l'altro, la carità e amore e misericordia
254 VED,
verso il quale, i moderni dichiarano col
parolone di filantropia), facilmente ave-
vano compassione degli afflitti, e quell'o-
pere di pietà per loto esercitavano, on-
de potesse comprendersi quanto fosse-
io non solamente misericordiosi, ma e- »
ziando distaccati dalle cose di questo
mondo. Or siccome ordinariamente av-
viene, che le vedove e i pupilli abbia-
no bisogno d'essere soccorsi, perciò fino
dagli stessi principi*! del cristianesimo
una delle principali disposizioni, che fu-
rono fatte da'nostri maggiori, fu il pren-
dersi la cura con grave loro dispendio di
provvedere a' bisogni e a'comodi di quel-
le persone, che non avendo chi loro som-
ministrasse il necessario sostentamento,
si ritrovavano in una quasi estrema mi-
seria. Per la qual cosa furono destinati
da'ss. Apostoli a quest'impiego alcuni, i
quali come racconta s. Luca negli Atti
Apostolici^ si erano convertiti dal giudai-
smo ; e poiché poco dopo gli altri , che
provenivano da'proseliti, non ne furono
affatto contenti, onde si lamentarono di-
cendo, che coloroessendo giudei, non soc-
correvano le vedove greche, com'erano
soliti d'aiutar le giudee, gli Apostoli aven-
do pensato non esser ella convenevole co-
sa,che abbandonata la predicazione della
divina parola,da perse stessi attendessero
col tesoro della Chiesa ossia della Rendi-
ta ecclesiastica (V.) proveniente dall' Of-
ferte e Oblazioni (V.) de'fedeli, a prov-
veder le famiglie, e specialmente i Pove-
ri (V-)> e le vedove, le quali aveano bi-
sogno di particolare assistenza, scelsero
quanto più presto poterono i sette Dia-
coni (F.) ripieni dello Spirito Sauto, e
ne diedero loro l' incombenza , allineile
tolte le parzialità, godessero i fedeli una
perfetta pace. Noterò, che le donne poi
preposte col nome di diaconesse a fare al-
l'altre donne come da madri e da mae-
stre, distribuirono pure le vivande alle
tavole comuni, che si usarono nella pri-
mitiva Chiesa, secondo l'esposizione di
quelli, che vogliono che gli ebrei nati iu
VED
Grecia si querelassero perchè nel ministe-
ro quotidiano non si tenesse conto delle
vedove loro, Atti 6, i, co quod despice-
rentur in ministerio quotidiano viduae
eorumj cioè che non fossero adoperate iu
questa soprintendenza le loro vedove,
com' erano adoperale quelle degli ebrei
nati iu Giudea, le quali godevano in que-
sto onorevolezza,ed esercitavano quest'uf-
fizio colle donne, sebbene l'essere disprez-
zate in ministerio, può fare altro senso,
come fossero adoperate in più vili e fa-
ticosi uilizi, ovvero che fossero più scar-
samente provvedute di quello che aveano
bisogno. Né solamente in Gerusalemme
ne' primi tempi della Chiesa , ma nelle
città ancora non molto lontane da quel-
la metropoli, dov'era stata predicata la
nostra s. Religione , singolari furono gli
esempi di carità e di misericordia verso
le povere vedove. Imperciocché riferisce
negli Atti s. Luca, ch'essendo giunto s.
Pietro a Lidda, e avendo ciò inteso i fe-
deli, i quali abitavano in Joppe, spediro-
no subito due uomini, affinchè lo pregas-
sero, che colla maggior celerilà, che aves-
se potuto, fosse venuto a ritrovarli, poi-
ché era toro necessaria la sua presenza.
Non tardò egli punto di secondare le lo-
ro brame, onde portossi in compagnia de'
due messi a Joppe, e fattosi condurre al
cenacolo trovò molte vedove, le quali a-
maramenle piangendo intorno al cadave-
re la morte d' una donna cristiana chia-
mata Dorca, e in altro linguaggio Tabi-
ta, la qual donna essendo ricca, era solita
di rivestirle e di soccorrerle, pregavano,
che ottenesse colle sue orazioni da Dio,
ch'ella tornasse a vivere. Fec'egli pertan-
to uscir tulli dal cenacolo , e piegate le
ginocchia orò, e dipoi rivoltosi al corpo
morto di detta benefattrice, disse: Tabi*
la levali. A queste voci, aprì ella imman-
tinente gli occhi, e avendo veduto il s. A-
postolo,si pose subito a sedere, e finalmen-
te rizzatasi coll'aiuto di lui, fu restituita
viva alle fedeli e grate vedove, che ne a-
veauo sospiralo il risorgimento. Per que-
V ED
slo strepitoso miracolo, molti si converti-
rono al cristianesimo. Era frattanto coȓ
impressa nelle menti de'primitivi cristia-
ni la massima d'essere misericordiosi ver-
so le vedove stesse e i pupilli loro figli,
che s. Giacomo apostolo nella sua catto-
lica epistola scrisse: La pura e immaco-
lata Religione appresso Dio e Padre e
attesta. Fistiare i pupilli e le vedove nel*
le loro tribolazioni, e custodirsi immaco-
lato da questo secolo. Il martire s. Igna-
zio nella lettera a s. Policarpo osserva,
che non debbono esser neglette le vedo-
ve, e che dopo Dio il vescovo deve pren-
der la cura loro. Essendo adunque sta-
ta così patente e manifesta la carità de'
nostri maggiori verso le vedove e i pupil-
li, nou è da meravigliare se i gentili me-
desimi ne rimanevano persuasi, ma poi-
ché erano accecati,, il tutto traevano in
mala parte, ed empiamente questa virtù
calunniavano e deridevano. Per cui Lu-
ciano di Samosata nel suo dialogo, Del-
la morte del pellegrino 3 attesta che di
buon'ora i pupilli, le vecchiarelle e le ve-
dove concorrevano alla carcere, affinché
venendo i fedeli a visitare l'imprigiona-
to Confessore di Gesù Cristo, potessero
essere dalla loro carità al solito provve-
dute. Ma s. Giustino martire, il quale ben
sapeva qual fosse la sorgente della com-
passione e della misericordia de' cristiani
verso i poveri, e specialmente verso co-
loro eh' essendo seguaci del Piedenlore,
non aveano chi loro procacciasse il ne-
cessario sostentamento, nella sua i." Apo-
logia, così scrisse agl'imperatori Antoni-
no Pio e Marc' Aurelio. I fedeli i quali
abbondano di facoltà, e vogliono, secon-
do ciò che loro pare convenevole, danno
quel che vogliono al presidente della Chie-
sa, e ciò che si raccoglie suol essere speso
per le vedove, per gli orfani, per gì' infer-
tili, e per gli altri i quali hanno bisogno
d'essere sovvenuti, come pe carcerati, pe'
pellegrini ec Non altrimenti nello stesso
11 secolo della Chiesa scrive Tertulliano
nel suocelebre Apologetico, mentre aper-
VED i)j
tamente confessa, che da'fedeli era som-
ministrato il bisognevole a'fanciulli e al-
le fanciulle, delle quali erano morti i ge-
nitori, e le sostanze erano molto ristret-
te. Né scemo già molto coll'andarde'tern-
pi la misericordia de'noslri antichi cristia-
ni verso i poveri, e specialmente verso le
vedove, i pupilli e i pellegrini, trovando-
si nelle lettere di Giuliano l'Apostata, che
per atterrare la religione cristiana sti-
mava egli esser necessario, che fossero i
cristiani in ciò imitati da'geulili, affinchè
le nostre operazioni buone non facessero
loro ombra, e non si accrescessero il nu-
mero de'seguaci del Salvatore. Se gran-
di erano gli effetti della carità de'priini-
tivi cristiani verso i pupilli e le vedove in
generale, non può negarsi, che alquanto
maggiori furono verso i figli e le mogli
de'ss. Martiri; la qual cosa consta da'loro
atti, e dalla storia ecclesiastica, insieme
alla diligenza che ponevano in servirli e
soccorrerli, trovandosi in carcere per aver
confessato Gesù Cristo, molti de'quali pe-
rirono nelle medesime prigioni. Raccon-
ta iNovaes nella Storia de Pontefici, che
in Roma Papa s. Evaristo deli 12 ordi-
nò per la Chiesa romana 7 diaconi, e fra
gli uffizi che loro assegnò vi fu quello, che
con parte delle rendite della Chiesa aiu-
tassero i poveri, i pupilli e le vedove. Leg-
go nella Fabiola del cardinal Wiseman,
che s. Giustino, martirizzato nel 1 67, men-
tre dimorava ne Bagni o Terme (F.) di
Timoteo e di Novato, ne'quali si eressero
le Chiese di s. Prassede e di s. Pudenzia-
na, risiedendo presso questa il Papa, ed
ora suo titolo cardinalizio, vide il vesco-
vo de'romani, ossia il sommo Pontefice,
che pigliava cura degli orfanelli e delle
vedove, e che soccorreva i malati, gl'in-
digenti,i carcerategli stranieri raccoman-
dali quali ospiti; provvedeva quanti erano
in bisogno. Indi Papa s. Fabiano del 238,
divisa Roma in 7 regioni ecclesiastiche,
ad ognuna pose un diacono, perciò chia-
mati regionari , e per la casa loro asse-
gnala ebbero origine le Diaconie cardi-
aÓ6 V E D
naliiie di Roma (I7*), come per tal divi-
sione derivarono pure i Tuo ti Cardina-
lizi di Roma (V.) assegnati a'preli. Pre-
tto le diaconie divennero Ospizi e Ospe-
dali [)t\)ov evi, vedove e pupilli, a' quali
ivi ricettati, ali meo tali e curali, non che
forniti dell'occorrente vestiario, i diaconi
prestavano i loro aiuti e soccorsi, in ciòa-
iutati da' Suddiaconi (V.). Nel successi*
vo pontificato di s. Cornelio del 254, nai'-
ra l'annalista Rinaldi, malgrado le Per-
secuzioni della Chiesa, questa abbondan-
temente sostentava, oltre il clero, 1 5oo tra
vedove,, pupilli, poveri e infermi: tra le ve-
dove non poche erano presbiteresse, dia-
eonesse e suddiaconesse. Ne' primi secoli
della Chiesa numerose erano le vedove,
perchè gii antichi cristiani poco amavano
contrarre con esse il Matrimonio {V.)> il
the si ricava da Tertulliano ne' libri in-
dirizzati Alla Moglie sua, ed in quello del-
la Monogamia, che contiene in tal ma-
teria dell'errore e dell'eccesso; e si dedu-
ce parimente da'canoni antichi fatti in di-
sfavore, non solo de' Bigami (P.), ma an-
cora di coloro , che con vedove aveano
contratto il matrimonio, i quali proibi-
scono a tali persone, che non sieno pro-
mosse agli Ordini ecclesiastici, di che ra-
gionerò poi. Solo qui dirò, che i canoni
ridussero all'ultimo grado i Chierici, a'
quali ne'primi secoli era permesso il ma-
trimonio, se sposavano una vedova. Nel
concilio tenuto in Roma da Papa s. Sil-
vestro I nel 324 presso le Terme di Tra-
iano, alla presenza di Costantino I impe-
ratore e di sua madre s. Elena, statuì che
una quarta parte delle rendite della Chie-
sa fosse adoperata a beneficio de' pò veri,
\edove , pupilli e infermi. La carità de'
Papi fu incessante per le vedove, i pupil-
li e altri bisognosi , e negli antichi tempi
si distinsero; s.Gregorio 1 del 5qo; s. Pao-
lo I del 757, il quale indusse Desiderio re
de'longobardi a restituire gli usurpati Pa-
trimoni della Chiesa romana (?'•), co'
quali si alimentavano le vedove , gli or-
fani e altri poveri; Sergio li dell'844 S,aQ
VED
protettore delle vedove, e consolatore de'
bisogno»! j Benedetto 111 dell' 855 fu li-
béralissimo colle vedove, co' pupilli, co-
gl? infermi e altri poverelli, e di tulli in-
signe protettore. In ogni tempo con zelo
i Papi e i concilii condannarono gl'ipo-
criti eretici corruttori delle vedove. Sino
da'primilivi tempi della Chiesa molte pie
vedove d' un solo marito e altre donne
divote,chiamaleanco vecchie vedove, che
per la gravità de'loro costumi si dedica-
rono al suo servizio, sollo gli ordini de'
vescovi e degli altri superiori ecclesiastici,
sì per rapporto alla cura delle donne in-
ferme, come l'odierne esemplari Sorelle
ospedaliere (F.), sì per l'aiuto dell'amali'
nistrazione del Battesimo per immersio-
ne delle donne, dopo averle istruite, nel-
l'amministrazione d e 1 1 a Co nferm a zio u e,
in quella pure dell' Unzione estrema, e
divenute cadaveri ne lavavano, ungevano
e vestivano il corpo e aveano cura della
sepoltura , e sì per altri uffìzi e partico-
larmente per istruire le altre vedove al-
l'osservanza delle costituzioni apostoliche;
facevano da maestre. S. Paolo ueWEpist.
a Timoteo indica le qualità che doveano
avere tali sorte di vedove, appellale col
generico nome di Diaconesse {J' .) e Mi-
nistrae, le quali si traevano dal dettoce-
lo e di 60 anni per essere meritamente
collocate in quel grado. Abbiamo dal con-
cilio di Laodicea del IV secolo, le vedove
vecchie per rispetto all'età chiamate dia-
conesse, senza effettivamente esserlo. Sic-
come tra tali vedove eranvi molle esem-
plari donne, clie di pieno consenso co'lo-
ro marili,eransi separate,essendosi essi de-
dicati al chiericato e perciò divenuti ve-
scovi, preti, diaconi, suddiaconi, le loro
mogli si denominarono Vcscovesse, Pre-
sbitere o Presbiteresse, Diaconesse, Sud-
diaconesse (F'.). Sotto pena di scomuni-
ca, non potevano celebrare altro Sposa-
lizio (^.), neppure dopo la morte de' ri-
spettivi mariti. Ne' citati articoli narrai
tutti gli nfiizi da loro esercitati. Altre di
tali donne entravano ne' monasteri e si
VED
rendevano Religiose (J7.). Le tliuconesse
custodivano le Porte di Chiese (F.) per
dove entravano le donne, e l'inlroduce-
vano nel niatroneo o luogo separato da-
gli nomini, anco con cortine, i drappi
delle quali si dissero anche J eli (F.)t
esse vegliando che vi stassero con divo-
zione; la Chiesa di s, Agnese fuori del'
le mura di Roma, conserva l'idea dell'in-
gresso e della stazione separata delle don-
ne dagli uomini nelle tribune; dagli an-
tichi steccali di separazione alcuni dedu-
cono l'origine delle navi laterali. Inoltre
le diaconesse, le presbitere, ec. esercita-
vano alcuni uffizi alquanto simili a quelli
de'd'uiconi, servendo alle donne in ciò che
i diaconi ed anco i preti e i vescovi non
potevano fare per decenza e onestà; fa-
cendo sempre voto di Celibato (F.) e ca-
ntila perpetua, allorché come le preghi-
tele erano in un cerio modo quasi ordi-
nate e consagrate dal Papa e da'vescovi
coli' imposizione delle Mani , e la recita
d'alcune preci, a seconda delle prescrizio-
ni di s. Bartolomeo apostolo, che narrai
ne'luoghi ricordali: era una specie di be-
nedizione che ad esse e alle presbitere da-
vano nel ricevere la loro professione in
quella parte della Chiesa o Tempio det-
ta segretario minore , del quale riparlai
nel voi. LX, p. i5j , senza che in delle
donne restasse impresso carattere alcuno
sagro, di cui sono incapaci, perciò nel tem-
pio rimanevano nel solito luogo laicale, e
fra le persone secolari le annoverò il con-
cilio Niceno nel 3i5. Per ammetterle al-
la professione occorreva la scelta del ve-
scovo e il consenso del clero , dopo una
diligente disamina di loro vita e costumi.
Nel Pontificale romano aulico, come af-
ferma Piazza nel Clurosilogio , si traila
della benedizione della vedova professa,
nella quale prendeva il Telo; nel qua-
le articolo parlai delle varie sorte di ve-
li che si dierono e si danno tuttora alle
donne dedicate al divino servizio, dicen-
dosi anticamente velo di continenza e
d* osservanza quello delle vedove e dou-
V E D *57
ne separate da' loro mariti, che Facevano
professione religiosa. Che nella Spagna
ancora fossero vedove consagrate a Dio,
senza entrare in monastero, e chiamate
Sanclimonìales, lo dissi nel voi. LXXVI,
p. 2G9. Il p. Chardon, t. 3, lib. 3, cap. 12,
riporta I' orazione che recitava il vesco-
vo nell'imposizione delle manie benedi-
zione delle diaconesse, durante la mes-
sa propria di quesla funzione, dopo il
graduale; poneva loro la stola al collo, da-
va loro l'anello e un monile in forma di
corona sul capo. Nella chiesa greca si po-
neva ai collo delle diaconesse la stola, si
facevano comunicare all'altare, e si dava
loro in mano il calice col Sangue del Si-
gnore. Il Renaudot, Liturgiarum Orien-
ta lium, tratta nel t. 2, p. 124*. Diaconis-
sartitn Offici uni in distri/menda forminis
Co'.'imunioue. Quindi la Chiesa affidava
a queste vedove, fra le quali eranvi an-
che delle Fergini (F.) di senno e alme-
no di 4° anni, o de'pietosi ulììzi per sup-
plire a'diaconi, o le destinava ad alcuni
incarichi iu servizio del sagro tempio, lo.
lernpo delle persecuzioni le diaconesse e
altre simili donne, per non ingerire so-
spetto ne'pagani, eseguivano le commis-
sioni de' vescovi e de' curati, colle donne
ritirate, animandole alla costanza nella fe-
de e sovvenendo le bisognose, massime
le vedove, l'orfane e l'inferme; procura-
vano eziandio i necessari soccorsi a'confes-
sori di Cristo, nascosti o prigioni, recan-
do loro i consigli e i conforti de' vescovi.
Siffatte donne lesero importanti servigi
a'vescovi, a'preti, a'diaconi e a'suddiaco-
ni; e per essi dispensavano a quelle del
loro sesso le limosino e offerte de'fedeli,
precipuamente se vedove e orfane, vigi-
lando sui loro costumi con entrare libera-
mente nelle loro case e prendere minuta
cognizionedel tenoredi loro vila. In questo
e altro le somigliano, se zelanti, le nostre
deputale della commissione de' Sussidii,
le laicali Sorelle della carità e simili. A.*
tempi di s. Agostino le diaconesse porta-
vano abiti differenti daile douue scuoia-
5^3 VED
ri, e però il santo ncil' J-pist. 199 ri-
prese Eodicea, che senza licenza del ma-
rito avea deposta la veste laica, e andava
vestila di nero.Ne'monasteri lediaconesse,
le presbilere, ec, portavano abito distinto
eaveanopodestà di dar principio alle Ore
canoniche. Senza essere propriamente
diaconesse, presbilere ec, le pie vedove e
vecchie talvolta furono altresì appella-
te con tali denominazioni. Le diaconesse
durarono più lungamente nella Chiesa
greca,che nella Ialina. Notai nel voi. XIX,
p. 272 , non più esistere nella chiesa di
Milano le diaconesse, come asserì Ma-
gri; esservi bensì la scuola di s. Ambro-
gio composta di 1 o vecchioni, e di 1 o vec-
chione scelte fra le povere e oneste fem-
mine celibi attempate, le quali nelle mes-
se festive e solenni fanno I* uffizio di O-
blazionario (Z7.) nella metropolitana, of-
frendo il pane pel sagrifizio, mentre il vi-
no si oifre da' vecchioni (il p. Menochio
osserva che il rito ambrosiano parteci-
pando alquanto del greco, le vecchione
figurano l'antiche diaconesse, ed i vec-
chioni gli anziani del popolo). DeWUffi*
ziatura ambrosiana riparlai in quest'ar-
ticolo, in uno a' decumani, preti del cle-
ro milanese, appellati ancora frali deca*
mano-canonici. Qui aggiungerò che ol-
tre al ceto de' decumani , esisteva nella
chiesa milanese, verso la fine del secolo
X o nel principio dell'XI, un altro ceto,
equestodi femmine,lequali sebbene non
fossevo clùiMiìùle decumane o decumanes-
fé, nondimeno all'istituto e al genere di
vita de'decumani non poco accosta vansi.
Quelle femmine erano distinte col nome
di Scrinane, scriplanes, e probabilmen-
te erano le stesse, che in alcune vetuste
memorie monache vengono denominale.
Esse intervenivano nella basilica di s. Ain«
brogio di Milano all'esequie e agli anni-
versari de'defuuti, partecipavano d' alcu-
ne distribuzioni, e possedevano altresì iu
comune alcuni fondi. Queste scrittane e-
rauo divise in maggiori e minori; pare
che maggiori fossero quelle douue vedo»
VED
ve, le quali secondo il costume di delti
tempi vestivano l'abito religioso; e le mi-
nori quelle donne che non eransi mai le-
gate in matrimonio, dimorando collo stes-
so abito religioso nelle proprie case, co-
me le vedove. Quantunque le scrittane
soggiornassero privatamente tra le do-
mestiche pareli, pure formavano tra lo-
ro un ceto assai numeroso. Dall' essere
state descritte e registrate in 5 brevi o ca-
taloghi, trassero verosimilmente la deno-
minazione di scriplanes. Tale ruolo ser-
bavasi presso un ecclesiastico, distinto col
titolo di maestro , titolo che denota su-
periorità sudi esse; ed a lui spellava l'am-
ministrazione e la stipulazione decontrat-
ti. Oltre la riferita ingerenza delle scrit-
tane nella basilica di s. Ambrogio di Mi-
lano, non è improbabile il credere che il
loro uffizio somigliasse a quello in cui e-
rano una volta impiegale le diaconesse,
le (piali al dire di Allone vescovo di Ver-
celli (sono due di tal nome, uno fiorilo
nel 697 e l'altro nel 924), menavano una
vita religiosa e casta, impiegate nel pre-
parare l'oblazioni da consegnarsi a'sacer-
doti, nel custodire le porte delle chiese e
nel tenere terso il pavimento. La mona-
ca difatti ch'era nel ruolo della nume-
rosa famiglia dell'arcivescovo di Milano,
nel secolo XIII, dovea scopar la chiesa.
Quelle monache nondimeno, le quali in
Milano dimoravano presso ilbatlisterodi
s. Stefano alle fonti, un altro più nobile
impiego aveano , di assistere e di servire
per la maggior decenza nell'amministra-
zione del battesimo alle femmine, a cui
in tale fonte era privativamente conferi-
to, come nell'altro di s. Giovanni priva-
tivamente a' maschi. Che ne' Battisteri
vi fossero Veli per coprire le donne nel-
l' immersione, lo notai nell' ullimo ar-
ticolo. Anticamente alcune donne chia-
male So tC Introdotte (P.)t fra le qua-
li eranvi delle vedove, gli ecclesiasti-
ci mantenevano nelle loro case, sia per
carità e sia per aver cura de'loro dome-
stici affari, equivalenti alle odierne go-
V ED
vernanti. A togliere i sospetti, nel 3x'J le
proibì il concilio di Nicea I, tranne le ma-
dri, sorelle, zie e oltre parenti. Già le a-
veano vietale i concilii di Cartagine e di
Elvira, e poscia proibironle parecchi al-
tri concilii. Ora passo a pai lare d'alcune
sante vedove celebri ne' fasti della Chiesa
di Dio.
Leggo nel p. Ruinart, dui sinceri de*
primi martiri, t. 2, p. 438, di quelli di
s. Teonilla (V.)% che in Egea il presi-
dente della Cilicia Lisia la fece condurre
al suo tribunale come cristiana e l'inter-
rogò: Hai tu marito, oppur sei vedova?
Teonilla rispose: Sono 23 anni, da che
sono vedova, e sono rimasta sino al gior-
no d' oggi in questo stato per amor del
mio Dio; e da che conobbi il vero Dio, e
mi ritirai dall'empio culto degl' idoli, io
ho vivuto in continui digiuni, vigilie e
orazioni. Lisia soggiunse: Con acuto ra-
soio radetele il capo (l'esser calva eia per
una donna cosa d'estrema vergogna, e s.
Paolo ne tratta nella sua \.3 Epist. a'corin-
ti; perciò fu una delle più grandi ingiurie
e sensibilissime, che potesse la santa rice-
vere), acciocché resti cosi svergognata per
sempre, e cingetela con roveri spinosi, e
distendetela sopina, e legatela per le ma-
ni e pe' piedi a 4 pn li, e con una grossa
lista di cuoio flagellatela senza modo e
misura, e nelle spalle, e in tutta la perso-
na. Mettetele ancora sopra del veutre car-
boni accesi, e muoia così. Fatto tutto que-
sto, Eulalio uno de' ministri criminali, e
Archelao carnefice, ditterei a Lisia: Teo-
nilla già è morta. Lisia disse: Mettete en-
tro un sacco il corpo di lei, legatelo stret-
tamente e gittalelo nel mare. Subito veli-
ne eseguilo. Osserva il Luchini tradutto-
re e annotatore del Ruinart, che si è sem-
pre permesso nella Chiesa il passare alle
seconde nozze, ma sempre si sono riguar-
date quasi come vergini quelle, che dopo
il matrimonio disciolto per la morte del-
lo sposo (o per reciproco consenso per vo-
cazione ecclesiastica e religiosa) volici o
dipoi vivere celibi per onore di Gesù Cri-
VED 2%
sto; massimamente se erano rimaste ve-
dove nella gioventù, come par certo che
fosse avvenuto a s. Teonilla, la (piale per
quanto può congetturarsi, non era anco-
ra vecchia, ed era vedova da 1 3 anni.
Quelle vedove però, che erano di som-
ma edifica/ione alla Chiesa, e ch'erano o-
norate assai, erano quelle che osservava-
no la disciplina loro preseti Ita da s. Pao-
lo nella ricordata Epist. a Timoteo, cap.
5 a, v. 3. Quivi s. Paolo comanda, che
quelle giovani vedove, alle quali non dia
l'animo di starsi ritirate in casa, di mor-
tificarsi continuamente, di far molta ora-
zione, e di attendere indefessamente al
governo donnesco della casa, e all'eser-
cizio costatile dell'opere della misericor-
dia cristiana; e invece piace loro d'anda-
re attorno, il ciarlare, il dire e l'ascoltare
le novelle del paese, e il vivere in deli-
catezze e in comodi eccedenti; lo stesso s.
Paolo comanda, che queste vedove passi-
no sbrigatamele alle seconde nozze. Po-
lo funiores nubere,fìlios procreare \ina-
tresfamilias esse, indiani occasionali da-
re adversario maledirti «ralla. S. Teonil-
la fu una delle rare vedove della prima
maniera, e simile a s. Felicita (F.) da-
ma romana. Di questa è scritto ne' suoi
atti: Die, nocluqiie orationibus vacansy
magnani de se aedificationem caslis men-
tibns dabat. E s. Teonilla disse di se: In
hodiernum diexxnrannos habeo,ex quo
sum vidnaj et propler Deuni nieam sic
mansijej'unansi et pervigilans in oratio-
nibus. Molte furono uè' primi secoli cri-
stiani le vedove che anteposero lo stato
loro al matrimoniale, e grandemente fu-
rono onorate e rispettale. Nella citata E'
pist. di s. Paolo a' corinti è fatta menzio-
ne de' 3 stali matrimoniale, verginale e
vedovile, esenz'alcuna dillìcoltà antepo-
ne i due secondi al primo. Rileva Rinal-
di, che pegli ammaestramenti di s. Paolo,
T impudica Corinto divenne scuola d'o-
nestà e di pudicizia; i quali insegnamen-
ti si diffusero nell' altre chiese della cri-
stianità, cominciando subilo i collegi del-
afio VEI)
le sanie vergini e vedove, chiamati poi
Monasteri. Di queste cose fa piena fede
s. Ignazio, il quale reggeva in que' tempi
con s. Evodio successore di s. Pietro la
cliiesa d'Antiochia, e scrisse a' filippensi:
Saluto Collegium virginum, et coetum vi-
duarum. Scrivendo indi a que' di Tarso,
parlando delle vergini e delle vedove dis-
se: Quae in virginilate deglint, in predo
habele,velut Christisacerdotes , viduasin
pudicilia permanentes, ut altare Dei. Al-
lrovescrisses.l"nnzioa"li antiocheni: Sa*
luto custode» sacrorum vestibulorum dia-
conissas, parlando delle vergini e delle ve-
dove, le quali sciolte dal vincolo e dalle
obbligazioni matrimoniali, hanno più a-
gio e comodità d'attendere all'orazione
e agli altri atti di religione, seguendo l'in-
segnamento deH'Aposlolo,che consiglia le
vedove, ut instenl obsecrationibus^et ora*
tionibus nocteac die. Scrisse inoltre s. I-
gnazio, che le vedove osservatrici della ca-
stità e della continenza si debbono rispet-
tare e onorare a guisa dell'aliare di Dio,
cioè come cosa dedicata e consagrata a
Dio, per ragione del voto di castità che
molte di esse facevano , dopo eh' erano
sciolte dal legame del matrimonio. In al-
cune chiese, massimamente della Sorta e
dell'Egitto, il velo verginale pel capo era
dato tanto alle vergini quanto alle vedo-
ve che si dedicavano a Dio, e le une e le
altre si tagliavano i capelli, come riferi-
sce s. Girolamo ueWEpist. 48; e non per
imitare le Pestali (F.) vergini paga ne de'
romani, ma pel mistero che essendo lo-
ro dati i capelli in segno di soggezione, le
sposate con Cristo, poste in libertà, non
sono piti agli uomini obbligale. E qui no-
terò, che alle romane sacerdotesse fiatili*
ni, mogli di sacerdoti (lumini, era inter-
detto il Divorzio (?'.), e divenute vedo-
vecessava il loro sacerdozio. S. Girolamo
i\e\Y apologia de'suoi libi i contro Giovi-
niano, pare che peli.0 applicò alle vergi-
ni il fruito centesimo, per dar luogo alle
vedove il sessagesimo, ed in quello del tri-
gesimo alle maritate, cioè i diversi gradi
V ED
di merito proprio de'3 stali delle donne.
Stupivano i pagani della vedovanza os-
servata dalle donne cristiane. Nel voi.
LXXXIV, p. 80, narrai che la celebre s.
Galla (V.) della nobilissima romana fa-
miglia Anicia, primo ceppo della nobiltà
romana che ricevesse il battesimo, se-
condo Piazza, per restare vedova non
curò che gli crescesse la barba, preferen-
do di piacere allo Sposo celeste. Essa è di-
versa dall'altra vedova s. Gallagli cui par-
la s. Agostino : s. Fulgenzio vescovo di
ltuspa le indirizzò la lettera, De conso'
lattone super morte mariti, et de statu vi-
duarum, che può leggersi tradotta nel
Chrrosilogioi\e\ Piazza. E s. Gregorio I
scrisse de! suo felicissimo Iransito.Appren-
do da Rinaldi, che l'imperatore Valenti-
niano I nel 370 colla legge De Censibus,
dichiarò esenti da quello della plebe, le
monache, le vedove, i pupilli. Narra il
citato Piazza, che dal codice Teodosiano
e di Giustiniano I, e dal testo canonico,
si fa menzione de' privilegi concessi spe-
cialmente alle vedove, tra'quali quelli che
hanno l'elezione del foro in qualsivoglia
causa; partecipano della nobiltà, della di-
gnità,degli onori e della sepoltura del ma-
rito,qua odo non passino alle seconde noz-
ze, e vivano castamente. Anzi godono de'
privilegi non solo personali, ma della fa-
miglia e de'figli, chiamandosi la vedova
onesta, Immagine viva del marito morto j
essendo perciò compresa nello statuto del-
lo stato matrimoniale, eziandio del domi-
cilio del marito, oltre i propri privilegi
dello stato vedovile. Nel Tribunale (F.)
de' Placiti, si preferiva il disbrigo delle
cause de'poveri, vedove e orfani, dovendo
il Conte provvedere alla mancanza del
difensore loro. Quelle si dicono esser ve-
ramente vedove, che sono abbandonate
d'ogni umano sussidio, che non hanno fi-
gli o fratelli e altri parenti provvisti di
beni di fortuna e di carità per sovvenir-
le; queste vuole s. Paolo che siano ono-
rate doppiamente, cioè con quell' onore
che consiste in una certa riverenza este-
VED
fiore, e quello che si stende a porgere lo-
ro aiuto,per sollevarle dalle necessità nel-
le quali si trovano. Dice s. Girolamo sul
cap. 1 3 di s. Matteo: Honor in sciiplura,
non tam in salulalionibus drferendis,
quam in eleemosynis ac numerimi obla-
tione sentitur. Questa seconda sorte d' o-
noie si fece alle vedove dalla Chiesa, dal-
la quale aveano i ricordati alimenti, che
però s. Gio. Crisostomo, De Sacerdotio,
lib. 3, fra l'altre ragioni che riporta nel
suo ricusare il vescovato di Costantinopo-
li,comepesogravissimo,questaèuna,cioè
l'aver cura delle vedove e il provvederle
ne' loro bisogni. Fra le celebri sante ve-
dove romane de' primi secoli , meritano
ricordarsi le matrone, olire il celebre pro-
totipo di s. Gallai splendore delle vedo-
ve sante e virtuose, s. Marcella (V.)t e
s. Paola (V.) madre dis. Euslochia (V.).
Di eguale rinomanza fu Fabiola, altra ve-
dova e principalissima dama romana, del-
l'antica e illustre famiglia Fabia, onorata
anche col titolo di santa, ma per non esse-
re compresa nelle File de' santi del cele-
breButler,che adottai pe'cenni di agiogra-
fia delle Vite de' Generabili (V.) servi di
Dio, soltanto ne parlai all'opportunità :
nel Martirologio romano non è registrata
per santa, ed il Piazza cou tale titolo ne
fece degna menzione a '28 ottobre, nell'is-
merologio di Roma. Perla sua celebrila
ne dirò qui alquante parole. Essendo da'
suoi parenti stata obbligata a sposare un
uomo di cui non conosceva i costumi, fu
costretta con divorzio ad abbandonarlo,
quand'ebbe la disgrazia di conoscerlo co-
sì sregolatoe corrotto; ella usò quindi del-
la libertà che davano le leggi civili per
rimaritarsi con un altro, ciò che fu per
lei in seguilo un motivo d' esemplare pe-
nitenza, che fu celebrata quanto quella
di Teodosio I il Grande. Perchè avendo
iutesodopo la morte di quest'ultimo sup-
posto marito, che per esso avea trasgredi-
to e violato la legge dell'Evangelo, da lei
osservata sempre con molta pietà, nel 390
per riparare ed espiare il suo fallo, e per
VED 261
confessarlo pubblicamente, coprissi d'un
sacco, e colla testa nuda e i capelli spar-
si di cenere, si mischiò nella vigilia di Pa-
squa fra'pubblici penitenti; si preseutò in
tal foggia alla basilica Lateranense, a vi-
sta di tutta Roma piangendo con dolore
dirottamente, come narrai nel voi. LXlf,
p. 56. Ivi restò finche il Papa s. Silicio
paternamente intenerito la chiamò, ciò
che gli produsse tanta commozione, che
destò quella pure di tutto il clero e il po-
polo , essendo stata da lui già cacciata,
secondo alcuni, ammettendola allacomu-
nione. Certo è che nessuna persona, di
qualunque stato fosse , era esente dalle
pratiche imposte da'sagri canoni a quelli
che facevano la penitenza pubblica. Fa-
biola tra le più ricche e nobilissime da-
me romane giovani non poteva andarne
esente; ed essa con austero e luminoso e-
sempio adempì il suo obbligo con quella
compunzione e fervore , di cui il massi-
mo dottore s. Girolamo ci ha lasciala nel-
YEpist. ad Oceanum de epitaph. Fabio*
lae, una pittura tale che corrisponde in
tutti i colori alla grandezza del soggetto e
alla sublimità del suo ingeguo, toccando
pure la diversità delle miserie umane di
nostra fragilità. Ristabilita nella comu-
nione de'fedeli, Fabiola ne provò una gioia
che non ailìevolì per nulla il suo ardore
per la penitenza. Ella vendè tutti i suoi
beni, ch'erano considerabilissimi, e desti-
nò il denaro ricavato a sollievo de'poveri,
e fu la prima che stabilì a Roma un Ospe-
dale in Trastevere per un gran numero
di malati (mentre s. Gallicano e s. Pam-
machio genero di s. Paola altri ne fonda-
vano per gl'infermi e pellegrini a Ostia
e Porto, cioè alle foci del Tevere), e si di-
stinse uelP accoglierli, assisterli in tutti i
loro bisogni e colle proprie mani servirli,
come rilevai nel voi. XLIX, p. 267; con
una carità, una forza e un coraggio ine-
sprimibile, senza verun riguardo a' mi-
nisteri più bassi, e colla pietosa assisten-
za ad ogni sorte d'infermi, eziandio di schi-
fose malattie, nou badando adatto all'eie-
afo V E D
vaio sua condizione. Anche il Piazza, Eu*
sevologio Romano, p. 3^, fa eco all'elo-
quenza d'oro del grans. Girolamo, nel-
l'esaltare la gran matrona Fabiola, e
nel rilevare che fu la i," in Roma a fon-
dare un pubblico ospedale o ricetto pe*
poveri languenti d' ogni umana miseria
e corporale schifosità ; facendo così co-
se grandi, forse per l'addietro non mai
"vedute in Roma. L'annalista Rinaldi nel-
1' altamente encomiare l'immensa ca-
rità di Fabiola co'poveri e le sue copio-
sissime limosine, racconta che raccoglien-
doli infermi sulle piazze, e quantunque
puzzolenti sovente portandoli all'ospeda-
le sulle spalle proprie, non era meno ge-
nerosissima co'chierici, i monaci e le ver-
gini; e che essendo troppo angusta la cit-
tà di Roma rispetto alla misericordia di
lei, mandava per le provincie e isole a
somministrar limosine a'chiostri religio-
si. L'ospedale di Fabiola fu pubblico e in
tempo che poteva esserlo pe'cristiani, pel
culto libero che potevano esercitare; poi-
ché particolari ospedali già l'inesauribi-
le e multiforme carità de' primitivi cri-
stiani ne avea avuti e in tempo pure del-
le persecuzioni. Infatti trovo nella vita
di Papa s. Cleto dell'anno 80, che con-
verti In propria casa in ospedale pe pel-
legrini, poi chiesa titolare di s. Matteo in
JVIerulana. E leggo nell'opera del cardi-
nal Wiseman, la quale vado a ricordare
fra poco, che nella casa di s. Agnese pres-
so la via Nomentana, prima del 3o5, dal-
la medesima o da'suoi genitori era stato
stabilito un occulto ospedale pe'cristia-
ni, ed ove era medico il buon prete Dio-
nigi. La virtù di Fabiola non volle che
la sua patria solamente sentisse le sue
beneficenze, ma dopo aver soccorso mol-
ti monasteri fabbricati sulle coste dellaTo-
scaiia, percorso diversi altri paesi d' Ita-
lia per filigliene parte, andò (ino in Pa-
lestina per appagar la sua divozione ver-
so i luoghi di Terra Santa, comeavea fat-
to s. Paola. Ella nel visitare il s. Prese-
pio a Retlemme, vide s. Girolamo che ivi
VED
dimorava a far penitenza, ed a sfogare fai
sua accesa divozione per l'avventuroso
luogo che vide nascere il Salvatore del
mondo. Dacché questi conobbe eh' essa
pensava a stabilirsi in qualche parte di
que'venerabili luoghi perivi vivere nella
solitudine in santa contemplazione, pres-
so la culla di nostra s. Religione, egli a-
doperossi per procurarglielo. Ma essen-
dosi un' armata spaventevole di unni e
altri barbari gettata in Oriente, e trovan-
dosi la Palestina fortemente minacciata,
Fabiola hi obbligata di ripatriare, e giun-
ta in Roma fu costretta di alloggiare pres-
so altri, come urrà straniera, non restan-
dole ormai più nulla sulla terra, a' po-
veri di Palestina avendodispensato quan-
t' erale rimasto. Aspettò in Roma il resto
del lungo tempo del suo esilio mortale,
esercitandosi sempre in essa nelle più
grandi pratiche d'umiltà e carità, e vi mo-
li a'27 dicembre del 400. S. Girolamo la
celebrò nelle sue EpisL: LaudemChrislia*
norum, Miraculum Genlilium, Luciani
Paupcrum, Sola tinnì Monachorum. E
descrivendo egli eloquentemente i solen-
ni funerali accompagnati dalle lagrime
universali de'poveri, e dagli applausi e o-
norì di tutta Roma, per le segnalate sue
virtù e santissima vita, somma ed esem-
plarissima carità, soggiunge: Non sic Fu*
ri us de Gallis, non Papyrius de Samni-
tibus, non Scipio deNumantia, non Poni-
pejusde Pontis genlibus triumphavit. L'e-
sequie furouo celebrate da tutto il popo-
lo, nelle quali sonabant psaltni , et aura-
ta teda letnplorum reboans in sublime
quatiebat Alleluja. L' Aringhi , Roma
subterranea, t. 1, p. 92, osserva sul can-
tico o inno Alleluja, usato in questa cir-
costanza. Hic interim stndiosus leclor
adnotet, quod vox Alleluja, quae licei in
funere usurpare a pud christianos consue-
vcrat, gralulantis magis quam doleniis
vox est, quasi immortali Deo gratiae a
christianis pe.ragentur , quod Fabiolam
ab innumeris hujusce vitae aerumnis, ac
laboribus ad perennis locum quietis evo-
VED
easset. Ilp. Menochio, Sluore, t. 2, con!.
6,cap. 7 1 ; Alcune osservazioni circa l\ 11-
leluja , che altre volle si cantava anche
nell'esequie, dice chea' tempi ili s. Giro-
lamo il canto n'era così frequente, che
nel suo Epitaphium di Fabiola attesta
che fu usato anche nelle di lei esequie, e
che fuori della chiesa era voce familiare
del popolo, così iti Gerusalemme e persi-
no dagli agricoltori. Imparo da mg.r Cec-
coni , Dissertazione sopra V origine del-
V Alleluia, che fu usato ne'funerali di s.
Radegonda moglie di Clodoveo I re di
Francia, e in Costantinopoli a Papa s. A-
gapitol,ne'quali come santi si conveniva,
ina non essendo tutti tali, invece dell'ai-
leluja, fu sostituito il versetto Requiem
aeternam (VX e altre umili preghiere.
L'illustre nome di Fabiola ora è divenu-
to più famoso per l'aureo e insigne libro
del dotto ed eloquentissimo cardinal Wi-
seman. Racconto della Chiesa cattolica nel
periodo più combattuto e forse più glo-
rioso della sua vita in mezzo al mondo
pagano che si dibatteva nelle supreme sue
agonie, lotta che può dirsi il più gran fat-
to che conosca il genere umano, e intor-
no a cui lutti come a centro si raggrup-
pano i minori. Il celebratissimo libro ven-
ne intitolato la Fabiola o la Chiesa del-
le Catacombe ,al cui universaleplauso fe-
ci riverente eco in più luoghi, come nel
voi. LXXXIII, p. 294; la Civiltà Cat-
tolica avendone dato bellissima e mira-
bile contezza ne't. 1, 2 e 3 della 3.a serie.
Così vennero anche una volta e con un
ingegnoso genere nuovo di grande effica-
cia, descritti i precipui periodi deila Chie-
sa cattolica, come a dire: La Chiesa delle
Catacombe, di' è la famigerata pubblica-
zione, e le successive lo saranno, com'è a
spera rsiaulterior gloria dellaChiesa,col la
qualificazione, della Chiesa delle Basili-
che, la Chiesa de Chiostri , la Chiesa del-
le Scuole. Però la Fabiola illustrata dal-
l'eminente scrittore, è nubile, diversa af-
fatto dalla santa vedova di cui ragionai,
ad oula d'alcune aualogic e di essere su-
VED 2f>3
pcrstilcaVFabi. Fabiola, argomento diri
porporato, dal paganesimo si convertì al
cristianesimo nel 3o5 circa, secondo il di
lui magnifico racconto, che la Civiltà Cat-
tolica egregiamente qualificò: UnRoman-
zo storico di genere nuovo. Altre sante
vedove romane e di altre nazioni furono
le ss. Anastasia, Basilla, Flavia Domitil-
la, Marmenia, Trifonia ; e le ss. Candi-
da, Dafrosa ed Esuperia furono anche
martiri, come alcune dell'altre nomina-
te. Lungo sarebbe il ricordare le altre ce-
lebri vedove de'tempi antichi, dirò solo
che nel medio evo fiorirono s. Silvia ma-
trona romana, degna madre di s. Grego-
rio I Magno, al quale essendo monaco
presso la sua Chiesa de 'ss. Andrea e Gre-
gorio (V.), abitando ella presso la vicina
Chiesa di s. Saba, ogni giorno manda-
va una scodella di lenticchia; e la bene-
merita della s. Sede celebra t'issi ma gran
contessa Matilde marchesana di Toscana,
che per vantaggio della medesima preferì
lostatovedovile.e quando passò all'altro lo
fece per giovare allo slesso Papa e per suo
consiglio. Contemporanea sua fu Adelai-
de contessa di Torino e marchesana di
Susa (V.), la quale pure vivrà immorta-
le ne'fasti della Chiesa per la santità de'
suoi costumi, pel suo zelo nella difesa del-
la religione, per le profuse sue limosiue
e largizioni agli ordini monastici. Il dot-
tore s. Pier Damiano nell'opuscolo scrit-
to ad Adelaide, la paragona a Debora nel
governar lo stato, confortandola a non af-
fliggere soverchiamente il suo spirito, per
le replicate nozze che avea contratto, de
iterata conjugii geminatione. Pare che A-
delaide di ciò sentisse un vivo rimorso.
La consola pertanto il santo, addicendo-
le la risposta di Cristo Signore, il quale
quando i settarii saducei (che negavano
l'immortalità dell'anima, le pene e le ri-
compense dell'altra vita, ollie altri erro-
ri) l'interrogarono di qual marito sareb-
be stata nel giorno della risurrezione del-
la carne quella douuache sette volte era
passala a matrimonio, uoq la coudauuò
264 V E D
per questo, quasi che avesse malamente
operato. Lasciava tuttavia il Damiano
conoscere nelle sue parole, esservi qual-
che cosa di riprensibile in coloro, che
più per intemperanza, che per altra ca-
gione passano alle seconde e terze noz-
ze : ecco le sue espressioni nel cap. 7. De
coelei o, venerabilis soror, contende seni-
perde bonis ad meliora conscendere. . . .
et quia te novi de iterata confttgii gè-
minationè suspectam . . . in Salvaloris
verbo manifeste colligitur, quia sì reli-
giosa dumtaxat vita non desìi, a regno
coelornni frequentali conjugii plurali-
tas non excludìt. . . . et linee loquor, non
ut adhibeam multinubis adirne fuluris
audacìam; sed ut jatn factis) spei, vel
poenitenlìae non subtraham medicinae.
Successivamente fiorirono le ss. Edwige
e Margherita vedove e regiue; la b. Mar-
gherita di Savoia, ec. Ad onore delle da-
me 1 ornane ricorderò pure la b. Lodovi-
ca Àlbettoni Altieri, la quale rispleudet-
te nella carità esercitata nel sempre de-
plorabile sacco di Roma del 1027, il cui
culto immemorabile, e come apparte-
nente al 3.° ordine di S.Francesco, rico-
nobbe il discendente Clemente X, giac-
ché la venerava con culto anche il se-
nato romano, celebrandone la festa, e
olFrendo Dell' anniversario di sua morte
un calice d'argento e lotcie di cera, nel-
la chiesa di s. Francesco a Ripa, ove ri-
posano le beate sue ossa. Ne'secoli a noi
più vicini si resero i in mortali e beneme-
rite le seguenti sante vedove, fondatri-
ci di congregazioni religiose; dell'al-
tre ragionai a' loro articoli, innumere-
voli poi furono le fondatrici di mona-
Steri in cui si rinchiusero. S. Brigida di
Svezia, nel secolo XIV fondò l'ordine del
ss. Salvatore (F.), per ambo i sessi. Nella
sua vita, il cardinal Torrecremata ag-
giunge, per singoiar privilegio allo slato
vedovile, che la B. Vergine Maria è spe-
ciale avvocata delle vedove che si con-
servano in una santa onestà di costumi,
uè più si curano delle coae temporali, co-
VED
me sciolte da'legami del matrimonio. Di
più il dotto cardinale asserisce, essere tal-
volta la vedovila d'egual merito allo stalo
verginale, ed alle vedove è dovuta la co-
rona di rose, co'gigli e le viole. Anzi lo
stesso Gesù Cristo si dichiarò in più luo-
ghi della s. Scrittura, speciale protetto-
re delle vedove, come lo è degli orfani e
pupilli. La matrona romana s. France-
sca, poi vedova di Lorenzo Ponziani ro-
mano, che innanzi tempo l'avea riguar-
data come sorella, nel i^ii fondò la con-
gregazione àeU'Oblale di Tor de Spec-
chi (V.): queste religiose a comune van-
taggio e edificazione delle nobili romane
e straniere, nella loro casa e in apposito
IocaleerettoaU'uopo,nel 1 854istiluirono
un corso d'annui esercizi spirituali, non
meno per le giovinette della medesima
coudizione che intendono disporsi alla 1.*
comunione. Alle prime il Papa regnante
si recò a distribuire la ss. Eucaristia.
Tutto celebrarono V Album di Roma t.
1 i , p. 1 02, e il Giornale di Roma nel n.°
37 deli 855 e nel n.° 53 deli 856. Si può
anche vedere : S. Francesca Romana,
tratti principali della sua .storia per /'.
Aniviui, Roma 1 856. Le donne d'ogni
condizione troveranno in essa il tipo delle
loro opere. Nella casa di s. Francesca Ro-
mana in Trastevere fu istituita la fiorente
pia Casa detta diPonte Rotto per gli eser-
cizi spirituali pegli uomini e pe'giovanet-
ti, di che riparlai nel voi. LXXXIV, p.
107, i45, 1 49> 2I 7e 2 18. Ivi pur notai
che siccome la santa vi avea fondato un
ospedale pe'poveri infermi, di cui prese
cura, ora presso e vicino a detta casa la
pietà del principe Doria sta fabbricando
un ospedale pe'cronici de'due sessi. In o-
nore della s. Vedova romana mi piace
infine aggiungere, che nel Giornale di
Roma del i85o, a p. 291, vi'è la descri-
zione della bella statuache la rappresen-
ta con I' Angelo, gruppo egregiamente
scolpito dal romano Pietro Galli, e col-
locato in detto anno dalle sue nobili fi-
glie oblute nella nicchia del 2.0 ordine
VED
clie nella testa della croce latina sola fin
qui vuota rimaneva nella basilica Vati-
cana, tra le statue degli altri fondatori
d'ordini religiosi d'ambo i sessi. Nel 1 498
la b. Giovanna de Valois, ripudiata dal
marito Luigi XII re di Francia, fondò le
francescane della ss. Annunziata e del
Cinto o Cordelliera (V.). Nel 1 6 1 o ma-
dama di Lestonnac, vedova del mar-
chese di Montferrand, istituì Ja con-
gregazione di Nostra Signora {V.)\ e s.
Giovanna Francesca Fremiot, vedova di
Cristoforo Rabutin barone di Chantal,
fondò le monache della Fisi fazione (?'•).
Nel 16.4.7 Innocenzo X confermò la con-
gregazione delle nobili vedove di Dol
(P.)t istituite per maggiormente propa-
gare il culto, ora dogma definito, deb
l'Immacolata Concezione di Maria Ver-
gine, la vigilia della quale lo stesso Papa
decretò ad istanza dell'imperatore Fer-
dinando III d'Austria. La sua vedova im-
peratrice Eleonora nel 1688 istituì l'or-
dine delle dame o cavalieresse della Cro-
ciera o vera Croce (F.). In Roma le ve-
dove, i pupilli e gli orfani, i vecchi e le
vecchie, e tutti i bisognosi furono sempre
beneficati, difesi e protetti. Ed è bello e
consolante il vedere come, ad onta di tan-
te vicende politiche, delle vecchie perse-
cuzioni e delle moderne difficoltà, tante
eccellenti istituzioni sieno in vigore e flo-
ride, anzi progressivamente sieno in qual-
che aumento. La carità in Roma sempre
essendo feconda e meravigliosa. N'è ul-
teriore prova il contenuto nel Giornale
di Pioma de' 7 aprile 1 858. Ivi si cele-
bra una recente benefica istituzione de-
nominata V Opera della Provvidenza,
destinata a somministrare a' fanciulli e
fanciulle, poveri, abbandonati ed espo-
sti, i mezzi per essere educati in qual-
che religioso stabilimento. Formano par-
te di quest'opera signore associate e mem-
bri benefattori; e colle loro offerte si
provvede all'avvenire di non pochi infe-
lici, i quali così sono educati alla pietà
e alla morale. Nata nel maggio ib'56,
VOL. LXXXV1H.
VED 9ÉB5
l'opera della Provvidenza ha già potuto
adottare 38 fanciulli, di cui 29 femmine
e 9 maschi. Osserva giustamente l'arti-
colista: Nessuno certamente farà le mera-
viglie, al vedere e sapere che in Roma,
non ostante tante opere di beneficenza,
vi sono sempre miserie da riparare, pove-
ri da soccorrere. Dappoiché l'Uomo-Dio,
che venne a portare sulla terra lo spiri-
to di carità, perchè si accendesse in petto
a tutti, disse che sempre vi sarebbero sta-
ti de'poveri, onde così il ricco avesse mez-
zo di soddisfare al precetto del X Elemo-
sina {V-), e il misero meritasse colla
virtù, della rassegnazione. Non vi è città
nel mondo civile che noveri altrettante
pie e caritatevoli istituzioni, tanto svaria-
te e appropriate così acconciamente a'
molteplici bisogni d'un numeroso popolo
cristiano, contenente la languente uma-
nità, come dappertutto. Tutte queste be-
nefiche istituzioni della carità romana,
ora sono state studiate, ammirate e pub.
blicate anche dal rispettabile inglese Gio.
Francesco Magni re con libro stampato
in Londra nel 1 857 e intitolato: Roma,
il suo Sovrano e le sue Istituzioni, di cui
la CiviltàCattolica ragiona nella serie 3.a,
t. 8, p. 338, ed assai lodando 1' egregio
e imparziale autore, rileva. « Che siasi
trovato un inglese, un membro del par-
lamento, un addetto al partito liberale,
che per un sentimento di nobile sdegno
delle calunnie, onde il governo pontifi-
cio è fatto bersaglio, abbia voluto non
prenderne le difese, ma esporre i fatti
che ne sono la più. splendida difesa ; co-
desto s'intende, tanto solo che sappiasi il
Maguire essere un fervente cattolico ; ed
un figliuolo non può mai essere indiffe-
rente all'ingiurie, onde si denigrano la
persona e le azioni del proprio padre".
A tale libro non verrà affibbiato il ti-
tolo di libro di partito fatto cou arte,
e che guarda le cose da un solo aspetto
per esaltare Roma cristiana. E che l'au-
tore si valse di libri d'occasione o de'
giornali non sempre veridici. Quest' ai-
18
266 V E D
ticolo fin qui si compenetra e ranno-
da a quello di Povero, in cui ricapito-
lai con poche parole quanto già trattai
(infusamente in tanti articoli riguardan-
ti le molteplici e beneficentissime isti-
tuzioni romane, inclusivamente a quel-
le di pubblico insegnamento. Vastoargo-
mento in che e per l'imponente suo com-
plesso forse a niuno potrei comparire se*
condo, eziandio per essere stato l'ultimo
a svolgerlo tuttoquanto, giovandomi de'
benemeriti che mi aveanopreceduto,cioè
che in grande se ne sia occupato, sia d'an-
tico e sia di recente; il che riunito a par-
te, offrirebbe ampia materia di più volu-
mi importanti e gloriosi per Roma. 11
vantaggio d'essere stato l'ultimo di pro-
posito a ragionarne, nel profittare de'lo-
dati che mi precederono, quando pe'de-
bili riguardi verso le loro opere, ed an-
co per la natura di questa mia, se non
potei mietere, almeno fui lieto di spigola-
re, aggiungendo nuove nozioni ed erudi-
zieni ; il che potrà eziandio rilevarsi in
questo medesimo articolo. Nel ricorda-
to articolo dunque, dell'alma città cele-
brai cronologicamente il gran numero
de'benefìci stabilimenti, e delle provvide
istituzioni, le quali unite all'altre non più
esistenti e pur da me descritte, servirono
di modello fecondo alle altre nazioni, co-
me lo sono tuttora di ammirazione, poi-
ché vigoreggiano e sono come dissi in
incremento; inesauribile essendo nella
medesima la pubblica beneficenza, per
antonomasia detta per eccellenza \apie-
là romana. INe mancai, dopo pubblica-
to l'articolo in discorso, in altri successi-
vi di descrivere le nuove principali istitu-
zioni e i miglioramenti seguiti delle pre-
cedenti,eziandio perla pubblica istruzio-
ne e altro, di che ragionai pure in quelli
di Scuole di Roma, Tribunali di Roma,
Università artistiche, Università roma»
nate. Istituzioni tutte in cui si compren-
dono in globo altresì quelle riguardanti
le vedove, i vecchi e le vecchie, i pupilli,
gli Orf a ni (F.).Ora nell'accennarequan-
V ED
to si fece ulteriormente in Roma per le
vedove e vedovi, vecchi e vecchie, e pe'
pupilli d'ambo i sessi, conviene pel di più
tener presente il suddetto articolo Pove-
ro, che comprende le notizie denominati
e altri bisognosi d'ogni genere, limitan-
domi ora a rammentare il più essenziale
in proposito, e intrecciandolo con altre
nozioni. Leggo nel Magri , Notizia de'
vocaboli ecclesiastici, definito il verbo
Admiiìiculator: U Ili/io antico della CI) ie-
sa romana, il quale avea cura di difen-
der le cause delle vedove, pupilli, e altre
persone abbandonate, come fa oggi l'av-
vocato de' Poveri. Avverte il Galletti,
Del Primicero e altri uffizioli del s. Pa-
lazzo Lateranese, che YAmminiculato-
re, così appellato ab adminiculando ,
cioè ab adiuvando, è lo stesso che il No-
menclatore (F.). A s. Gregorio I del 5go
si attribuisce l'istituzione oalmeno il mi-
gliore stabilimento del cospicuo collegio
de Difensori della Chiesa romana ( / .),
la quale siccome sempre prese la prote-
zione delle vedove, degli orfani e degli
oppressagliene affidò il patrocinio e la di-
fesa, onde ogni specie di bisognosi ebbe
il Difensore (F.). A'quali difensori, che
alcuni credono in principio gli Uditori
diRota(F.), successero gli Avvocati con-
cistoriali, de'quali riparlai in detti arti-
coli, e per a ver avuto la direzione dell' U-
niversilà romana, anche in questo, sus-
sistendo nel medesimo collegio l'avvoca-
to de'poveri. Nel pontificato di Innocen-
zo 11 deli 1 3o si vuole originato il rispet-
tabile ceto de1 Procuratori di Collegio,
de'quali nuovamente tenui proposito a
Uditori di Rota e Università romana,
collegio che si propose di patrocinare le
vedove e i pupilli contro i prepotenti del
secolo. Altre istituzioni per la caritatevo-
le difesa ne'tribunali di Roma, delle ve-
dove, de'pupilli e altri impolenti di fare
difendere le proprie ragioui, sono in Ro
ma il pio istituto dell'Immacolata Con-
cezione e di s. Ivo, della Curia Romana
[P.)i l'arciconfrateraita di s. Girolamo
VED
( V.) ; la Prelatura (J7.) A madori, la qua-
le per la promozione registrata nel voi.
LXXXII, p.2[5, ora la possiede mg.r
Luigi Biscioni già canonico penitenziere
della metropolitana di Pisa , dichiarato
prelato domestico dal Papa, come si leg-
ge nel Giornale di Roma de' 16 giugno
1857. I primi Orfanotrofi moderni di
Roma ed esistenti sono il Conservatorio
delle Proielte (T~.), per le orfane di ge-
nitori sconosciuti, esimilmente pe'7Vo-
vatelli(f.) l'ospedale di s. Spirito (F.).
Propriamente gli orfanotrofi fondati ne'
secoli più vicini e sino a'nostri tempi,
sono gli Orfanotrofi (F.) anche esistenti
tra' Conservatorii di Roma(V.) e tra gli
Ospizi di Roma (V.); gli ultimi venne-
ro fondati per la Pestilenza (V.) del
cholera, che nuovamente afflisse Roma
nel 1 854 e nel 1 855. Fra 'conservatoci ve
ne sono ancora per le vedove e altre don-
ne, ch'eransi abbandonate al mal costu-
me. Fra gli ospizi, 1' Ospizio apostolico
di s. Michele (V.) contiene nell'ampio
suo edilizio vedove e vedovi, orfane e or-
fani, non che zitelle. Il Papa Pio IX con-
siderando che in Roma per le zitelle so-
no copiosi gli stabilimenti per accoglierle,
ha desiderato che di esse venga ristretto
il numero, e in vece si accresca quello
delle vedove e vedovi, ossia delle vecchie
e de'vecchi, che in proporzione difetta-
vano di caritatevoli ricoveri. Neil' Ospi-
zio di s. Maria degli angeli ( f.) della
commissione òe Sussidi {V.\ si ricetta-
noorfani e orfane. L' Ospizio dis. Galla
(V.) ricovera nella notte ipoveri di qua-
lunque età e stato, preferendosi i vec-
chi e gli orfani : sono escluse le donne.
Presso il medesimo è l'Ospizio dis. Luigi
Gonzaga (J7.), ove nella notte si ammet-
tono a dormire le povere vedove e altre
donne derelitte. Molti pii istituti sovven-
gono le vedove e i vedovi, ed i pupilli,
oltre altri miserabili, fra' quali a cagion
d'onore ricorderò la congregazione della
Divina Pietà, di cui nel voi. LV, p. i5;
e le prosperose conferenze di s. Vincen-
V E D .267
zo de Paoli (V.). Diversi pii legati asse-
gnarono sussidi alle vedove, a' pupilli,
a' vecchi ed altri bisognosi d' aiuti, come
dispose mg/ Carmignauo de' marchesi
d'Acquaviva, e lo registrai nel voi. LV,
p. 17. Medici e Chirurghi (F.) che cu-
rano gratuitamente, e così Speziali (F.)
che somministrano farmachi, sono in lui*
ti i Rioni di Roma (/"r.), pe'poveri, ne'
quali si comprendono le vedove, i vedo-
vi, i pupilli bisognosi. Roma emporio di
pii Sodalizi (Fi), oltre quelli dell' Uni-
versità artistiche (y.)t V ebbero pure i
poveri d'ogni condizione e stato: ne trat-
tai ne'vol. LV, p. 1 4, LXXXIV, p. 88.
E pure a vantaggio delle vedove e de' ve-
dovi, come degli orfani e orfane, la bene-
fica cassa di risparmio, istituita con ap-
provazione di Gregorio XVI, e descritta
nel voi. LV, p. 18. Gli Ospedali di s.
Gallica no, della Consolazione ,di s. Gia-
como (V.) ricevono anche le donne, com-
prese le vedove, secondole infermità che
in esse vengono cm'&ìe.NeW Ospedale del
ss. Salvatore adSanctaSanctorum pres-
so s. Giovanni Laterano (F.)t si ricevo-
no le sole donne: vi sono 4* l'etti delti
perpetui destinati alle croniche vedove o
d'altro stato, ma ne occupano un numero
maggiore. Ha ancora il pio stabilimento
case per ricovero delle vedove miserabili,
perciò dette case sante. Arroge che qui
aggiunga il riferito dal n. 33 del Gior-
nale di Roma del i858. Il Papa Pio IX
in vantaggio de' poveri di Roma ha eser-
citato un doppio nuovo atto di benefi-
cenza. Nel rione di Trastevere erasi da
qualche tempo cominciata una fabbrica
assai spaziosa nell' intendimento di for-
nire abitazioni a più famiglie della clas-
se indigente; ma procedendo la cosa as-
sai a rilento, e appena le mura di cinta
poteano dirsi surte dalle fondamenta ,
quando piacque al Pontefice di fare ac-
quisto col suo privato peculio dell'inte-
ra area, ed ordinare che a sue spese si
proseguisse il lavoro. Compito questo in
parte, il Santo Padre con generoso pen-
268 V E D
siero dispose con breve deli' 1 1 gennaio
i858, che tanto la fabbrica finora ulti-
mala, quanto l'intera area acquietata,
fossero in perpetuo addette all' arcispe-
dale di s. Giovanni in Lalerano, allin-
eile colle pigioni da ritrarsi dal locale,
che ha voluto sia sempre affittato a mo-
dico prezzo a famiglie indigenti, si te-
nessero in pronto all' arcispedale mede-
simo altrettanti posti, a seconda degl'in-
troiti degli affitti, per povere donne col-
pite da croniche infermità, perchè vi fos-
sero gratuitamente ricettate e mantenu-
te. Neil' affidare poi V esecuzione di sì
bell'opera all'Eni." cardinal Vicario, il
Papa ordinò che l'assegno di tali posti
venisse fatto per turno alle parrocchie
di Roma a scelta de' rispettivi parrochi,
secondo un apposito regolamento dalla
stessa Santità Sua approvato. Vicino al
monastero di s.Bernardo, presso la chiesa
de'ss. Vito e Modesto, per l'oneste vedove
e zitelle, Sisto ?{&*) fondò un conserva-
torio colla bolla Sacrosanctac militan-
tis Ecc lesine, de'i3 luglio 1587, Bull.
Borri, t. 4> par. 4> P- 32 3 : Instituiio Col-
lega honestarum viduarum et puella-
rurn, sub regimine eonfralrum congre-
gationis s. Bernardi religiose educati-
darum , cum indullorum concessione ,
praesertim quo ad pia eis relieta. Et
jurisdictio s. Romanae Ecclesiae Car-
dinalis Protectoris ,etjudicis causarum
adeas spedanti uni. \\ sacerdote Costanzi,
L' Osservatore di Roma, 1. 1 ,p.94> narra,
che il pietoso sacerdote march. Filonardi,
imitatore della carità di s. Filippo Neri,
a sue spese eresse un nuovo ospizio pres-
so la patriarcale Liberiana per le doune
giunte alla decrepitezza, e mancanti di
assistenza, costituendovi una pia donna
per regolatrice e altra per inserviente, le
quali tutte interamente manteneva di
vitto e di tutto il bisognevole ; e di più
sovveniva al bene del loro spirito, col
metodo religioso e di voto da lui dato al-
lo stabilimento. Leone XII dichiarò l'il-
lustre Filooardi suo elemosiniere segre-
VED
lo, e poi lo promosse ad arcivescovo di
Ferrara. Per beneficenza del principe d.
Alessandro Torlonia, nel Conservatorio
di s. Onofrio, di cui fu magnanimo be-
nefattore il fratello d. Carlo, nel i853
fece destinare un locale con 7 letti per le
più miserabili donne croniche, come e
meglio riportai nel vol.LXVHI, p. 275.
Già di sopra feci cenno dell'ospedale pe'
cronici donne e uomini, che sta erigen-
dola pietà del principe d. Filippo Andrea
Doria Pampini). Vi sono inoltre in Ro-
ma delle pie case, le quali servono al lo-
devole fine di gratuita abitazione vitali-
zia alle povere vedove, non però vi han-
no il nutrimento e il vestiario, che devo-
no provvedere da per loro lavorando.
Nelle dette case le vedove vivono in una
specie di comunanza, però godono la li-
bertà d'uscire a piacere e d'occuparsi in
lavori ed altri uffìzi. Una delle vedove fa
da capa, le più numerose hanno la su-
periora, le quali godono alcuni partico-
lari vantaggi, e fanno osservare i rego-
lamenti fatti per ciascuna casa da' pii i-
slitutori delle medesime. 1 regolamenti
inculcano la pace, la quiete, la frequen-
za de'sagramenti, la recita in comune
del s. Rosario nella sera, nelle case cioè
ove vi è l'oratorioo cappella. Tra le prin-
cipali e più antiche case delle vedove in
Roma, ricorderò le seguenti. Il fondatore
del nobile CollegioGhislieri^F^Qt'uxìep-
pe Ghislieri medico romano, inoltre pia-
mente dispose, che una sua casa dietro
la chiese di s. Angelo in Pescheria ser-
visse di abitazione a 6 povere vedove e
zitelle vecchie, e la nomina spettasse al-
la congregazione segreta dell'^rnV?o////77-
ternita del ss. Rosario (/'.), della quale
riparlai nel voi. LIX, p. 1 56 ; però colle
condizioni, che a vesserò da mantenersi ili
vitto e vestito, e pregassero per l'anima
sua. Dipoi la casa essendo stala venduta,
ne fu ad hoc acquistata altra presso l'ar-
co de'Pantani e la Torre del palazzo Gril-
lo, già locale del Collegio Irlandese. Il
Piazza ne tratta nell'Onere Pie di Roma
V ED
erroneamente, come rilevai descrivendo
il collegio Ghislieri (questo fiorisce, ed è
uno fra i molti ornamenti di Roma, an-
che pei' la protezione di d. Scipione Bor-
ghese duca Salviati, e per l'assidue cure
de' singoli deputati. Nana il n. 3i del
Giornale di Roma del i 858, che posto
il collegio fin dalla sua fondazione sotto
lo special patrocinio dello Sposalizio del-
la 13. Vergine con s. Giuseppe, ne cele-
bra ogni anno con pompa la festa. In
quello ricordalo I' eseguì con maggior
solennità, cioè a'4 febbraio celebrò una
decorosa accademia poetica dedicata al
duca protettore. Venne essa preceduta
e alternata da cori di scelta musica del
eh. maestro d. Domenico Mustafà cap-
pellano cantore pontificio, ed eseguita da
lui e da altri valenti maestri e cantori.
In ultimo per incoraggiare all' istruzio-
ne catechistica, allo studio delle lettere
e delle scienze, alla pietà, modestia e di-
ligenza i giovani ivi raccolti, furono se-
condo l'uso rimunerati più copiosamen-
te di premi. 11 trattenimento si aprì con
erudita prefazione, e fu diviso in due par-
ti, ciascuna delle quali ebbe comincia-
mento da un coro in mùsica, immagina-
to di Leviti e di Angeli. Le produzioni
poetiche in latino, italiano e greco, in va-
rio metro , rannodarono il divisato con-
cetto. Un dialogo chiuse l'argomento. I
temi trattati con istile forbito e metrica
armonia, riscossero la comune approva-
zione e plausi. Terminò l'adunanza col-
la solenne premiazione, seguita da can-
zone, in rendimento di grazie. Onoraro-
no di loro presenza gli Em.i cardinali
INI allei sotto-decano del sagro collegio,
ed Àsquini, entrambi splendore e decoro
di sì benemerito convitto, che gloriasi
averli avuti giovinetti per molti anni nel
suo seno. A questi aggi unge vasi gli enco-
miati duca e deputati, oltre molti illustri
edotti personaggi della capitale ed esteri,
non che altri colti uditori), e il medesimo
ripetè ue\Y Eusevologio Romano s trat. 3,
cap. 4 : Della casa detta Santa delle
V E D 269
VedoveGhisUerc a Torre del Grillo. Fa
siccome il benemerito Ghislieri è sepolto
in s. Silvestro al Quirinale, nel descri-
vere questa chiesa nel voi. XLV, p. 2 3g,
notai che nell'anniversario per suo suf-
fragio, v' intervengono le dette vedove,
cogli altri da lui beneficati. Il principe
Ruspoli sulla piazza di Colonna Traia-
na, per andare a Campo Carleo, possie-
de uua casa nella quale concede una slau-
za particolare a ciascuna delle 33 vedo-
ve che vi ricetta. Il cav. Felice Ruspoli
con testamento del 1 626 ordinò l'acqui-
sto di case o l'edificazione loro, per a-
bitazione vitalizia di vedove romane di
condizione nobile e ouorata, e ne eseguì
la caritatevole disposizione la propria fi-
glia contessa Vittoria Ruspoli Marescot-
ti. Nell'oratorio è una tabella colle re-
gole da osservarsi dalle vedove ivi am-
messe, che porta la data deli6i5, ed o-
ve pur lessi l'altra del 1626, il che sareb-
be anacronismo, se non si spiegasse per
fallo dell' amanuense. Questa casa del
principe Ruspoli, quanto alla situazione
e al suo ingresso è la migliore tra le al-
tre case delle vedove, e sul portone so-
vrasta l'arme gentilizia della principesca
famiglia Ruspoli. Il celebre cardinal Be-
lisario Cristaldi in una sua casa del rio-
nè Monti nella via del Boschetto,così detta
da quello da'pagani consagrato aGiunone
Lucina, assegnò l'abitazione a io vedove:
acquistatasi la casa dal romano e pio Gia-
como Salvati, ne continuò l'opera bene-
fica. Questo benemerito secolare fondò
il Conservatorio di Borgo s. dgata( P'.)t
in unione al servo di Dio d. Vincenzo
Palloni, istitutore della congregazione
dell'Apostolato cattolico sotto l' invoca-
zione della Regina degli Apostoli (V.)3
di cui riparlai nel voi. LXXVIU,p. 67 ;
zelantissimo sacerdote, che il suo biogra-
fo prof. Pro]a celebrò ancora qual pa-
dre degli orfani, e tutore delle vedove e
de'pupilli, il benefattore di tutti. Ai pre-
sente nella casa al Boschetto abitano 17
vedove, ma l'encomiato Salvati ha dispo-
a7o V E D
sto, che dopo la sua morie la casa diven-
ga proprietà del suddetto conservatorio,
il quale è fiorente di 1 oo donzelle, e pro-
babilmente sarà destinala pel loro novi-
ziato. Inoltre il Salvati all' orfanotrofio
di Vellelri (^'.), fondato dal padre del
suo genero, donò 16,000 scudi; istitu-
zione promossa dal lodato servo di Dio,
che vi pose al governo le sorelle della
della congregazione dell'Apostolato cat-
tolico. Nella parrocchia di s. Lorenzo in
Lucina, presso la fontanella e via di Bor-
ghese, e dietro la piazza e vicolo della
Torretta, vi è un ricello per vedove, a no-
mina del priore prò tempore del con-
vento de' domenicani di s. Maria sopra
Minerva, ed ora vi sono raccolte dieci
vedove. Presso s. Maria in V ia il prin-
cipe Barberini apiì in una sua casa un'a-
bitazione per le vedove, assegnando a
ciascuna due stauze e la cucina, ed è la
migliore e più comoda abitazione, quan-
to alla sua ampiezza, che in Roma go-
dano le vedove. Siccome è situata in un
vicolo presso s. Maria in Via, il vicolo
prese il nome delle F e dove. Tanlo pub-
blicarono que' che parlarono della pia
casa delta del principe Barberini; ma
egli non è che il protettore e l'esecuto-
re dei pio legalo, ed avendo procuralo
di conoscerne bene l' istituzione, per la
storia de' luoghi pii di Roma, la rife-
risco, anche a gloria del vero benefat-
tore. Giulio Cesare Raggioli primo mi-
nistro del principe di Palestrina d. Maf-
feo Barberini, figlio di d. Taddeo nipo-
te di Papa Urbano Vili, cou suo ulti-
mo testamento, pubblicalo a'18 settem-
bre 1678, per atti del Coletti notaio
Capitolino, lasciò una casa nel rione Co-
lonna, e precisamente nel vicolo detto
Cacciabove, vicinoalla delta chiesa, com-
posta di 10 ambienti, cioè 8 stanze su-
periori e 2 terrene; una porzione di casa
posta nell'abitato degli ebrei, in corno*
necoirarciconfraternita della ss. Conce-
zione esistente in s. Lorenzo in Damaso,
e finalmente lutto il suo mobilio, ori
VED
ed argenti e altro, con obbligo, rispetto
alla casa al vicolo Cacciabove, di dover-
si concedere l'uso gratuito a povere ve-
dove, e 1' altra in porzione come sopra
nell'abitato degli ebrei per sovvenire le
stesse vedove col fruttato di essa e di tut-
ta la sua roba, cioè mobili, argenti ec,
si dovesse vendere e rinvestire in Luo-
ghi di 3 fonti Ristorali, assegnandoli per
fondo d' uua cappellania di messe quo-
tidiane, eretta nella chiesa delle con vit-
ti ici del Bambino Gesù di Palestrina. E-
seguila la vendita degli oggetti tulli la-
sciati dal benefico Raggioli, fu erogato
l'importo in luoghi ii:85di monti ri-
storali ; ma dipoi attesa l'estrazione fat-
ta de'medesimi dalla Carnet a apostolica,
vennero rinvestiti in luoghi 9:80 del
monte s. Pietro, per cui attesa la mino-
razione del capitale, di conseguenza an-
che del fruttalo, mancò il compimento
dell'elemosina stabilita di bai. io per
ciascuna messa. Allora fu che con decre-
to della s. congregazione del concilio, de*
1 7 aprilei 747,venneroassegnati per fon-
do di della cappellania quotidiana, tan-
to i nominati luoghi di monte di S.Pietro,
quanto la porzione di casa nell'abitato
degli ebrei, e rimase soltanto nell'eredi-
tà, ossia opera pia, la casa nel vicolo
Cacciabove, che fu assegnata quanto alle
stanze superiori per uso di 7 vedove, e le
2 stauze terrene d'attillarsi, il di cui ri-
tratto, unitamente al fruito de'luoghi di
monte di s. Pietro 9.0 erogarli nelle spe-
se occorrenti dell' olio per la lampada
nella cappella esisteute in delta casa, ac-
concimi necessari, nella medesima distri-
buzione di limoline alle dette vedove, e
ricognizione al computista ed esattore.
Posteriormente alla suddetta epoca, fu-
rono sempre conferite l'abitazioni alle
vedove secondo la carilalevole disposi-
zione testamentaria del Raggioli, median-
te nomina de'principi Barberini prò tem-
pore, secondo la voloutà del testatore;
e colla rendita delle due stanze terrene,
noti che del frullo del luogo di monte
VED
spettante a varie opere pie, si fece fron-
te agli acconcimi della casa, ed all'altre
spese suindicate, e tutto ciò sino al 1 800,
dopo la quale epoca essendo stata impo-
sta la tassa della dativa reale, si dovero-
no necessariamente sospendere le sov-
venzioni alle vedove, poiché la reudita
di delti pianterreni, e rata di fruttato
delle case acquistate co' luoghi di mon-
te, neppure è sufficiente a sostenere il peso
degli acconcimi necessari e al pagamen-
to della dativa. Per cui delle 7 abitazio-
ni assegnate per le vedove, una si affitta
pcgli acconcimi, e cosi ora vi sono 6 ve-
dove soltanto. L' abitazione di ciascuna
consiste in una stanza, in un camerino,
ed iu una piccola cucina. Siccome il ca-
samento è situato presso il vicolo Caccia-
bove, dopoché cominciarono ad abitarlo
le vedoverà parte ch'édinanzi ad esso pre-
se il nome di vicolo delle Vedove. Il cardi-
nal Monchini parla de'pii ricoveri delle
vedove in Roma nel suo libro de°V Istituti
di pubblicacarità in Roma o Saggio sto-
rico e statistico, nella par. 2/, cap. 22 :
Delle pie case per le vedove j e meglio
nella Nuova edizione del 1 842, cap. 1 5 :
Ospizi e case di ricovero. In questo di-
ce delle case delle vedove del medico
Ghislieri; di quella in via Paradiso per 5
vedove a nomina della deputazione di
Sancta Sanctorum (^.) ; di quella del
principe Ruspoli; di quella al Boschetto;
di quella della parrocchia di s. Lorenzo
in Lucina; di quella al vicolo delle Ve-
dove, ed aggiunge. « Altra casa é pure
nella parrocchia di s. Maria in Via nella
strada Poli. L'arciconfraternita delia ss.
Annunziata tiene una casa nella parroc-
chia di s. Giacomo in Augusta in via del-
l' Orsoline, e altra per 6 vedove al vico-
lo de' Vecchiarelli. Simili ricoveri sono
pure presso la chiesa della Pace per 9
vedove nominale dalla deputazione di
Sancta Sanctorum, in via de'Polacchi,
appartenente alla pia casa degli orfani,
con 6 camere, e al vicolo del Villano con
1 1 stauze gueruile ciascuna d'uu Icito".
VED 271
Finalmente in Roma molte pie persone
albergano caritatevolmente vedove biso-
gnose^ per 40 anni godè ospitalità quella
vedovaElisabettaFrenazzi veneziana, sag
già e ouesta.il i condizione servile e già ma-
dre d'8 figli, morta dii 12 anni in Roma
nel 1 835, come si legge ne'n. 3 e 89 del
Diario di Roma, descrivendone gli ono-
revoli funerali. Sulle vedove e altre don-
ne tra' tanti scrittori ne ricorderò alcu-
ni. Ziegler, De Diaconis et Diaconissis
veteris Ecclesiae, Wittebergae 1678.
Cardinal Agostino Valerio, Dell* istru-
zione delle donne maritate. Delle don-
ne cristiane. Sulla veduità. De* ricor-
di lasciati alle monache. Del modo di
vivere proposto alle vergini , Padova
1744- Del medesimo, Le istituzioni d'o-
gni stato lodevole delle donne cristia-
ne j illustrate dal Volpi, Padova 1 744»
Serviez, Storia della vita dell'impera-
trici romane, Venezia 1785. Guglielmo
Alexandre,&onVz delle donne dalla pia
remota antichità fino a' nostri giorni,
Londra 17 7$. Dell' apostolato delle fem-
mine ossia della parte che le femmine
possono e debbono prendere nella pietà
e nella religione, Roma 1800. Quest'o-
pera la trovo registrata dal cav. Audrea
Belli nella sua descrizione dell' Ospitale
delle donne presso s. Maria della Con-
solazione, nella quale encomiando il vir-
tuoso praticato nel medesimo e altri spe-
dali di Roma, dalle nostre principesse e
signore particolari, registrò quanto di lo-
ro disse Leoue XII : Beate quelle che si
diportano così ! Anco le donne potino
essere A postole. F. Barberino, Del reg-
gimento e de' costumi delle donne , Ro-
ma 1 8 1 8. Alcuni anni addietro fu stam-
pato in Roma : Sulla turba didonne me-
dichesse a danno dell'umanità e della
vera medicina, Memoria del d.r Gioac-
chino Luigi Tridenti. P. d. Gioacchino
Ventura, La donna cristiana, Milano
i853: Le donne del l'angelo, Milano
1 854 ; La donna cattolica, continuazio-
ne delle Donne del Vangelo, Milano
272 VED
i855 : La donnacattolica,tr adotta dal
p. Marcellino da Civezza, Roma i856:
Nuove Omelìe sulle donne del l'angelo,
Milano 1857: Il modello delle vedove,
Horaa 1 840. DellaPedagogia necessaria
alle donne per Michele De Màtthias,Fe-
renlino 1 85 1 . La donna nobilitata dal
Vangelo, e considerata sotto il triplice
aspetto di vergi ne,di sposandi madre /lei
teologo Maurizio Ma rocco /Torino 1 855,
Lodovico Domenichi, La nobiltà ed ec-
cellenza delle donne, Venezia 1 549. Lo-
dovico Dolce, Dialogo dell' istituzione
delle donne, Yinegia 1 545. Ercole Mare-
scotti, Dell eccellenza della donna, Fer-
mo i58g. Agnelli, amorevole avviso al-
le donne circa i loro abusi, Milano
j 5g2. Girolamo Ercolini, La reggia
delle vedove, Padova 1662. A. Firen-
zuola,Z>e//e bellezze delle donne, Venezia
1 622.M.Thomasl&7g'gz<0 sopra il carat-
tere, i costumi e lo spirito delle donne
mvari secoliJ Venezia 1773, Cremona
1782 : traduzione di G. Grassi. Le tri-
bolazioni delle maritate, dialoghi, Mon-
za 1857. Ne dà un utile cenno la Civil-
tà Cattolica, serie 3.a,t. io,p. 92. Nella
Cronaca di Milano, an. IV, p. 1 1 vi è
un articolo interessante che porta per ti-
tolo: La condizione civile della donna
a! tempi antichi, a! feudali ed a? moderni.
Carlo Bartolomeo Piazza, Cherosilogio
ovvero discorso dello stato vedovile, spie-
gato colle memorie illustri di s. Galla
patrizia vedova romana, Roma 1708,
E' diviso in 3 decadi. Nella 1.* sono re-
gistrale le memorie del sito e famiglia di
s. Galla figlia di Q.Aurelio Anicio Sim-
maco e cognata d' Anicio Manlio Tor-
quato Severino Boezio celeberrimi ; e del-
ie azioni illustri della santa nello stato di
donzella, di maritata. e di vedova, quia-
di di monaca. Nella 2/ del suo palazzo
convertito in Chiesa di s. Maria in Por-
tico (A.), in ospedale pegl' infermi (che
vuoisi fosse ov'è la chiesa di s. Omobo-
no, di cui nel voi. LXXXIV, p. 2 i5), e
in ospizio de'pellegriui e altri poveri, di-
VED
poi rinnovato a tale uso e rammenta-
to di sopra; non che dell'encomialo isti-
tuto degli operai della Divina Pietà, nel-
l'origine esercitato nella chiesa di s. Gal-
la, ivi fondato dal sacerdote Giovanni
Stanchi della Croce d'Arezzo, e poi tras-
ferito nella vicina chiesa di s. Gregorio
a ponte Quattro Capi, stimala già altra
casa della famiglia Anici a. Nella 3.", in
quanta stima e venerazione siano sem-
pre state presso i gentili, gli ebrei e tut-
te le nazioni, come nella Chiesa, le ve-
dove delle prime nozze. Della stima e ve-
nerazione e merito delle vedove ne' se-
coli cristiani, e loro preclare virtù. Esem-
pi memorabili delle vere e virtuose ma-
trone romane vedove.Altri memorabili e-
sempi di vedove sante e illustri nella s.
Chiesa. Di quanta lode e slima siano sem-
pre state le vedove caste non passale a se-
conde nozze. Documenti preziosi di s. Gi-
rolamo scritti dalla Palestina alle sante
sue discepole nobili matrone romane Le-
ta, Fabiola, Marcella, Melania, Eusto-
chia e Demetriade, e alle buone, caste e
sante vedove cristiane. Ammaestramen-
ti e ricordi spirituali di s. Agostino alle
matrone vedove cristiane, altro maestro
di esse essendo stato s. Ambrogio. Salu-
tare documento lasciò scritto s. Basilio
Magno alle vedove contro le seconde noz-
ze; Audiant ipsae mulieres,uteliam a-
pud animali a r adone non pr aedita vi-
duita tis honeslas, indecore iterati conju-
gii anteponatur. Per non passare alle se-
conde nozze anche i ss. Girolamo e Ago-
slino ne riportano le ragioni. Delle gra-
zie e privilegi concessi dalle leggi cano-
niche e civili allo slato vedovile ; la Chie-
sa espressamente pregando nelle sagre
liturgie del venerdì santo per le vergini
e per le vedove. Essere proprio ed ec-
cellente ministero delle vedove l'educa-
zione de' figli nella disciplina cristiana.
Digressione per la cristiana educazione
de'figli, tratta da'documenti del cardinal
Anloniano.
Lo Sposalizio 0 Matrimonio (/ .) in
VED
seconde nozze fu dello anche Bigamia
(T .), chiamandosi Bigamo e Bigama,
quello e quella che prende due mogli o
due inalili, o simultaneamente o succes-
sivamente. Senza il precedente Divorzio,
la bigamia era condannata anche dalle
leggi romane e di altri popoli. Il biga-
mo subito incorre neìì' Irregolari tà^P.),
ed a Papa s. Silicio del 385, da Novaes
si attribuisce la proibizione, che gli am-
mogliati con vedove si potessero ordi-
nare. Leggi ecclesiastiche già esistevano,
poiché si ha da' Canoni apostolici, e. 16
e 17.»» Non si ammetterà al Vescovato,
al Presbiterato, o al Diaconato, ne a
vernai ordine ecclesiastico, il vedovo che
sarà stato maritato due volte, o chi avrà
sposata una concubina, o una donna ri-
pudiata, o una donna pubblica, o una
donzella schiava, o una commediante, o
altra donna di teatro". Nel riferire il p,
Chardon che i bigami sono irregolari,
chiama bigamo in questo proposilo, non
chi commette il delitto d'aver due mo-
gli tutte in una volta (che poteva chia-
mare poligamo), ma chi passa alle secon-
de nozze o sposa una vedova o una don-
na che notoriamente non sia vergine }
dappoiché tali matrimoni si reputarono
sempre come macchiati d'incontinenza o
di debolezza. 11 concilio di Neocesarea del
3 1 4 decretò col e. 7. » Quelli che si ma-
ritassero molte volte, si ponessero in pe-
nitenza per un cerio tempo ; proibizio-
ne a'sacerdoti d'assistere a'eonviti di se-
conde nozze, perchè quantunque per-
messe, si riguardavano come una debo-
lezza ". Col e. i.° il concilio di Laodicea
del 367(0 meglio del 320) statuì. «Quel-
li che hanuo contratto seconde nozze, li-
beramente e legittimamente senza far ma-
trimonio clandestino, saranno ammessi
alla comunione per indulgenza , dopo
qualche poco di tempo impiegato ne'di-
giuni e nelle preghiere "'. Si legge nell'e-
pistole canoniche di s. Basilio Magno.
«Le seconde nozze ne'primi secoli della
Chiesa obbligavano a penitenza, secondo
VED a73
gli uni d'un anno, secondo gli altri di due
anni ; le terze nozze di tre o quattro an-
ni, si separavano dalla comunione. È no-
stro costume di separar cinque anni per
le lerze nozze. Non ostante non deve proi-
birsi loro l'ingresso in chiesa, ma convie-
ne ammetterli al numero degli auditori
due o tre anni, dopo i quali potranno
essere ricevuti tra' consistenti co' fedeli,
ma senza partecipazione a'santi misteri ;
in fine, dopo che avranno dato saggio del
pentimento loro, saranno rimessi alla co-
munione ". Delle classi e gradi de' Peni-
tenti per la pubblica Penitenza nel Tem-
pio, in tali articoli ne ragionai, colle di-
verse denominazioni de'penitenti. Si può
vedere ancora quanto analogamente scris-
si nel voi. XLI1I, p. 282, e ne'canoni ri-
portati de'rispetlivicoucilii,come in quel-
li di Toledo del 633 e del 683. Parlan-
do delle Donne, feci cenno de! riferito da
S.Girolamo neh' Epist. 11, e qui me-
glio dichiarerò, cioè che a suo tempo in
Roma, mentre serviva Papa s.Damaso 1,
della vilissima plebe vivevano una don-
na che successivamente aveva sposato
ventidue mariti, ed un uomo eh' erasi
coniugato con venti mogli, i quali essen-
do di nuovo restati vedovi si maritaro-
no insieme, onde tutto il popolo si pose
in espettazione chi sarebbe morto prima,
e per così due chi de'due doveva ripor-
tare vittoria, con seppellire il consorte.
Vinse finalmente il marito, il quale co-
ronato e con la palma in mano, accom-
pagnato da mollo popolo acclamante, as-
sistè a Ila tumulazione della moglie. L'ab,
Dici ioli, Dizionario sacro-liturgico, net*
l'articolo Matrimonio e sue regole ge-
nerali da osservarsi, riporta la seguente.
» Si guardi il parroco di non benedire
que'sposi, che furono benedetti nelle pri-
me nozze, tanto se l'uomo, quanto se la
donna passasse alle seconde. Ma dove vi-
ge la consuetudine di benedire le secon-
de nozze d'un uomo con una donna non
ancor maritata (perchè si reputa neces-
saria la benedizione della donna, attesa
27+ V E D
la maledizione data da Dio ad Eva ma-
dre de' vi venti, come si ha dalla Genesi
cap. 3, dove si legge: M ulti pile abo ae-
rurnnas tuas j in dolore pariesfilios, et
sub viri pò testate eris, et ipse dominabi-
lur tui), questa si deve osservare ; ma non
si benedicano però le nozze della vedova,
ancorché si unisca con uomo non mari-
tato altra volta ". Il testo Ialino si può
leggere nel Rituale Romanuni : De Sa-
cramento Malrimonii. Sulla benedizio-
ne utiliziate dello Sposalizio, e degli al-
tri riti che 1' accompagnano , occorre
tenere presente quell'articolo. Siccome
nello sposalizio pel detto motivo è neces-
saria la benedizione della donna nubile,
così in Roma si benedice oltre lo sposali-
zio dell'uomo e della donna nubili, an-
che quello dell'uomo vedovo colla don-
na nubile; non però si benedice lo sposa-
lizio dell'uomo nubile con la donna ve-
dova, e neppure lo sposalizio d'una vedo-
va con un vedovo. Il p. Chardon, Storia
de' Sagramenti,ivalla nel t. 3, 1. 3, cap. 3 :
Si cerea l'antichità d'alcune ceremonie
della celebrazione del matrimonio. Nel
e. 5 : Delle seconde, terze e quarte nozze.
De' sentimenti degli antichi su questo
proposito. De' vantaggi , di cui erano
privi quelli e quelle che vi s' impegna-
vano j e della penitenza a cui erano
soggetti. Nel cap. 6: Di qual maniera
erano trattati quelli che contraevano
de' secondi e terzi matrimoni. Peniten-
za che loro s'imponeva. Si negava loro
la benedizione nuziale. Cambiamento
di disciplina nato tanto nell' oriente ,
quanto nell'occidente in questo propo-
sito. Passo d'ambedue i capitoli 5.°e6.°,e
di sì estesa materia a darne un estratto,ol-
tre un piccolocennodell'altrocap. 3.°; av-
vertendo che brevemente del più essen-
ziale di questo grave e delicato argomen-
to ne ragionai nel voi. XLIII, p. 281,
282 e altrove, potendo servire di conclu-
sione, insieme precipuamente a quanto
in fine dirò, col dotto perugino cav. Pie-
tro Veruiiglioli professore uclla patria u-
VED
ni versila di diritto cesareo e canonico, su
questo vasto ed importante argomento
ue'puuti più. rilevanti e con alcune inte-
ressanti aggiunte. S. Paolo neWEpist. 1
a Timoteo spiega in poche parole la cor-
rispondente dottrina della Chiesa , e la
stima ch'egli ha per la vedovanza , che
dipoi fu sempre in venerazione fra* cri-
stiani, come già dimostrai : Onorate ed
assistete le vedove che sono veramente
vedove. Egli mai conta in questo nume-
ro tutte quelle che avendo perduto i lo-
ro mariti vivono nel celibato; ma quel-
le soltanto, le quali solo sperano in Dio,
perseverando giorno e notte nella pre-
ghiera. Le vedove giovani, oziose, ciar-
liere, curiose, ec. non sono nel numero
di quelle che s. Paolo vuole rispettate, le
quali desidera che si rimaritino, ch'ab-
biano figli e governino le loro famiglie,
per non dare motivo a'uemici di nostra
s. Religione a rimproverarci. Ecco in po-
che parole i sentimenti che sempre ebbe
ed ha la Chiesa su questo particolare; il
che non le impedì d'esortar le vedove a
rimaner nel loro stato, come più vantag-
gioso, e insieme di riguardare con una
specie di quasi indegnazione le seconde
nozze, ed a più forte ragione le terze e
quarte. Due ragioni fra l'altre facevano
entrarei cristiani primitivi in questi sen-
timenti. Era lai.*, perchè leseconde noz-
ze portavano seco un certo carattere d'in-
continenza e di debolezza, che non si ac-
cordava molto coli' austerità de' primi
tempi, e con quello spirito di mortifica-
zione e distacco da ogni piacere sensuale,
che regnava allora fra loro, così fervorosi
e virtuosi cristiani. L'altro motivo, che
fece loro biasimar le seconde nozze, sen-
za però riguardarle come illegittime, e-
rano gl'inconvenienti che le seguivano,
le gelosie e le dissensioni che suscitavano
nelle famiglie , allorché precipuamente
chi si rimaritava avea figli del i.° letto,
come avviene tuttora, tranne rari casi.
Quindi i Padri fecero sovente delle vive
ed eloquenti dipinture di sifoni disordini
VED
per distogliere i vedovi e le vedove dal
rientrar nel vincolo matrimoniale. Si di-
stinse il facondo s. Gio. Crisostomo col
Sermone 4o. Per brevità non ne fo cen-
no , ma vi osservo appuntino descritto
ciò che in pratica vediamo di frequente
ancor noi, sui tanti generi di dissensioni,
disoidini, parzialità nocevoli quasi inse-
parabili ove sieno figli del i ,° letto e peg-
gio sedai nuovo ne vengono o non ne ven-
gono altri; sui padrigui e massimamen-
te sulle matrigne, i primi poco comune-
mente fauno da Padri (ì r .), le seconde
ratissimamente fanno da Madri (^.),
to' Figli dell'altro letto; ampio e deplora-
bile campo di sciagure e di contese, che
sono a notizia di tulli. Il non raro ri*
chiamare il coniuge estinto, è un fomite
terribile per le sue conseguenze. L'espe-
rienza, i casi pressoché comuni, i non
pochi esempi quotidiani, unitamente al-
la debolezza che mostrava chi s'impegna-
va nelle seconde nozze, erano i motivi
che per esse ispiravano tanta avversione
agli antichi, per cui talvolta li fece espri-
mere con alquanta esagerazione, e quan-
tunque in sostanza uon le considerassero
come illegittime, come realmente uon lo
sono, per averle permesse e per permet-
terle la nostra madre e maestra la Chie-
sa ; tranne gli eretici lìlontanisti, Nova-
ziani (^J, e altri che irragionevolmen-
te con ostinazione le avversarono, in uno
al gran Tertulliano (Z^.) divenuto mi-
seramente moutanista, nel riprendere a-
clemente l'autore del libro Del Pastore,
che avea autorizzato le seconde nozze e
il nuovo coniugio de' vedovi e delle vedo-
ve. Nondimeno e sebbenegli antichi non
le riprovassero assoluta mente,e le riguar-
dassero come veri matrimoni, e tali sono,
le biasimavano però estremamente, co-
me tra gli altri apparisce (\a\Y Apologia
d'Atenagora, in cui loda i cristiani vedo-
vi e vedove,e tratta nientemeno le secon-
de nozze di fornicazione coperta dal velo
di onestà. Minuzio Felice scrisse quasi
ne'uiedesimi sensi. Ma questi e altri scrit-
V lì D 27 ì
tori ecclesiastici non si contentarono di
celebrare la castità e la continenza de'
cristiani, e talvolta per l'eccessivo zelo
per essa, si servirono di tali severe espres-
sioni che sembrano apertamente condan-
nare i matrimoni reiterati. Tali sono l'e-
spressioni adoperate ancora da' dottissi-
mi s. Ireneo, s. Clemente Alessandrino^
(V.) e da Origene (f,)t che cadde ni de-
plorabili eccessi, sino a rendersi Eunuco
(A'.), oltre alcuni altri, i quali però devo-
no interpretarsi favorevolmente e con-
forme alla dottrina da s. Paolo sì chia-
ramente spiegata. Origene però fra gli
gli altri, nella sua Omelia 17 sopra s.
Luca, in proposito esternò uu pensiero
assai curioso o stravagante, arrivando a
dire che le nozze recidive ci esclude dal
regno di Dio, come i bigami lo sono da-
gli ordini sagri, e quanto alle donne ve-
dove, dal grado di Diaconesse j e che i
bigami devono per questo esser manda-
ti al fuoco eterno. Invece il i.°concilio ge-
nerale di JN'icea nel 325, circa 72 anni do-
po la morte d'Origene, dichiarò legittime
le seconde nozze, ordinando che se i no-
vaziani volessero ritornare alla Chiesa,
fossero obbligati a non più riguardare co-
me scomunicati quelli che ad esse fosse-
ro passati. Noteròche contemporaneo d'O-
rigene fu Valesio filosofo arabo,caposelta
de' Salesiani (Z7.), il quale insegnò ilo-
versi l'uomo rendere Eunuco 9 errore che
tosto fu condannatodallaChiesa.il citato
concilio diLaodicea del 367 o 32o,li chia-
ma matrimoni legittimi. E s. Ambrogio
dice, ch'egli secondo la dottrina dell' A-
postolo, non vuol condannare le seconde
nozze, sebbene steuti ad approvar la con-
dotta di chi vi s'impegna, e che l'astener-
sene è cosa assai più eroica e pei fetta. Le
quali autorevoli parole mostrano ad e-
videnza quali siano stati costantemente i
sentimenti de' cattolici riguardo alle se-
conde nozze fino allo scismatico Fozio, il
cui mal talento contro la Chiesa latina,
da cui separò la greca con nuovo scisma,
l'indusse a rimproverarle, come errore,
276 VED
il riguardarle legittime. Quanto alle ter-
ze e alle quarte nozze, i Padri ne parlano
in modo da fai arrossire que'che le con-
traggono, e poco ci manca, che non le trat-
tino di concubinato (la Chiesa ha sempre
condannato tale disordine intollerabile e
scandaloso, e quale adulte» io e fornicazio-
ne, cioè i mariti che oltre alle loro mogli,
vivano coniugalmentecon altra donna, in
qualunque condizione la tenessero). L'au-
tore delle Costituzioni apostoliche dice
che le terze nozze sono giudicate una for-
nicazione manifesta. Tali unioni le riguar-
da s. Basilio come la scopatura della Chie-
sa; non le condanna pubblicamente, poi*
che le preferisce alla fornicazione manife-
sta; nondimeno le disse ancora poligamia
(laquide, che nelle donne dicesi polian-
dria, considerata come propria piuttosto
delle bestie che degli uomini, la Chiesa
sempre severamente condannò, per aver-
laGesù Cristo riprovata nel Vangelo, poi-
ché senz'essere direttamente opposta alla
legge naturale, poi ta però seco tanti incon-
venienti nel matrimouiojche rende diffici-
lissimo l'adempimento de'doveri. I prin-
cipi d'accordo colla podestà ecclesiastica
fecero leggi severe contro la poligamia, ed
in Francia colla pena di morte ne'tempi
antichi, cioè i convinti d'essersi|rimaritali
viventi le loro mogli; poi li condannò al-
la galera, e le donne frustate per mano
del boia e poi racchiuse iti un monaste-
ro. La poligamia è in uso presso i Tur-
chi, e altre nazioni infedeli e idolatre; ma
i turchi civilizzali e di buon senso ormai
la ripugnano), o d'impudicizia a certi li-
miti ristretta. 11 che senza dubbio deve
intendersi impropriamente, e allora solo,
che chi contrae siffatte unioni vi si lascia
condurre dalia passione; poiché la storia
c'insegna che persone dabbene nellaChie-
sa, successivamente sposarono sette o ot-
to mogli, come Carlo Magno, la cui me-
moria sarà sempre in benedizione. Con-
viene però confessare, che più rigida
comparve in questo la Chiesa greca della
latina, e che il rigore di quella riguardo
VED
a ciò giunse fino all'eccesso. Infatti Pira-
peratore Basilio I ordinò nella sua No-
vella, che si punissero le terze nozze se-
condo il rigore de'canoni;e aggiunge, che
se Giustiniano 1, e le leggi romane non
hanno condannato le quarte nozze , egli
le proibisce come concubinati, perchè con-
dannate dalla legge di Dio. Il suo figlio
e successore Leone VI, confermò la pa-
terna costituzione, e vedendo che le quar-
te nozze erano assai frequenti nel suo im-
pero greco, ordinò che si punissero nella
maniera che vogliono i canoni, senza far
grazia nemmeno a quelli, che maritati si
fossero per la terza volta, perchè la loro
incontinenza, dic'egli, è riprovata fino fra
le bestie. Leone VI però fu ili.°a portar
la pena di sua legge, che violò col mari-
tarsi per la quarta volta, non avendo a-
vulo figli dalle 3 prime mogli. Gli si op-
pose a tutto potere Nicolò patriarca di
Costantinopoli, ma non potè impedirlo :
egli ed i suoi prelati non vollero assiste-
re al battesimo di Costantino VI, che nac-
que da quell'ultimo matrimonio. Indi il
patriarca scomunicò l'imperatore, e que-
sti lo cacciò dalla sua sede, alla quale non
fu restituito che nel regno di Costantino
VI. Questo principe rad uno i vescovi del-
l'impero, per riunire gli spiriti e ristabi-
lire la memoria del padre. I prelati fu-
rono lutti d'ini istesso sentimento, e iti
proposito delle persone che si rimarita-
vano fecero un regolamento, detto il Li-
bro dell'unione. In esso fu stabilito: i.°
che le seconde nozze sarebbero permesse;
purché si contraessero con intenzioni af-
fatto cristiane ; i.° che le terze nozze non
sarebbero più permesse a coloro che aves-
sero 3o ovvero /fO anni, quando avesse-
sero figli del primo loro matrimonio , e
se contravvenissero dovessero far peni-
tenza per 5 anni i maritati la terza vol-
ta di 4o anni, e non potessero comunicar-
si fino alla morte che una volta l'anno,
ed i maritati così di 3o anni stessero nel-
la penitenza 4 anni, dopo i quali potes-
sero comunicarsi 3 volle l'aouo; 3.° che
VED
le quarte nozze non dovessero riguardar-
si come unioni legittime, ma quali concu-
binati. Costantino VI approvò con una
costituzione sì bizzarro decreto, e la Chie-
sa greca rigorosamente l'osservò, in essa
considerandosi le terze nozze come una
specie di poligamia. Nella Chiesa occiden-
tale non si è mai veduto tanto rigorosa-
mente trattare que' che passavano alle se-
coude e terze nozze; si riguardò tal con-
dotta come una debolezza, ma non proi-
bì i matrimoni reiterati, tranne nella Spa-
gna, come dissi in principio di quest'ai ti-
colo,oveda'vescovi cheallora aveano par-
te nel governo, in due concilii, severissi-
mamente furono scomunicale le vedove
regine se si rimaritavano e scomunicati i
re che la vesserò sposate, e di più condan-
nandosi sul phure is cum diabolo contro.-
datar ignibus exurendusj e poi le regi-
ne vedove furono costrette a rendersi mo-
nache. Tanto rigore è unico; come dirò,
altrove furono imposte altre minori pe-
ne, come non si permise alla vedova il ri-
maritarsi nell'anno del suo Lutto o cor-
ruccio, altrimenti secondo il gius romano
era privata di sue convenzioni e notata
d'infamia. Prima di tal disposto dagl'im-
peratori, le leggi non richiedevano che io
mesi di celibato. Questa legge passò in
alcuni luoghi nella Chiesa , come appa-
risce da'canoni di Teodoro di Cantorbe-
ry, in cui fu proibito agli uomini di rima-
ritarsi, se dalla morte delle mogli non era
passato un mese, ed alle donne, se dopo
quella de'loro mariti non era passato un
anno; ma se si rimaritavano prima, non
erano perciò notati d' infamia. Sembra
che la Chiesa non approvasse neppure
questo rigore,e coll'andare de'lempiUi ba-
no III deli i 85 e Innocenzo III deh 198
lo condannarono; quantunque per altro
non sia egli molto commendevole in una
vedova il passare alle seconde nozze su-
bito dopo la morte del suo marito. Quan-
to poi all'altra pena intimata alle vedove,
che contravvengono alle leggi di Grazia-
no, dicono i giureconsulti , che ciò si os-
V E D 277
serva al presente (al tempo in cui scrive-
va il p. Cimi don) neppure fuori di Fran-
cia; ma nella parte del regno in cui si se-
guiva il diritto romano, era in vigore.
Quanto alla disciplina della Chiesa, per
quelli che contraevano le seconde e terze
nozze, sue penitenze, e cambiamento di
disciplina, quelli che vi passavano dove-
vano un tempo soggiacere alla penitenza.
Nel 3 i4 »1 discorso concilio di Neocesarea
ne parla comedi cosa già nota, e aggiun-
ge solamente, che la loro fede e buona
vita meriteranno che ne sia accorciata
la durata. Quello di Laodicea del 3 20,
parlando de' vedovi che si rimaritano,
quantunque eglino lo facciano pubblica-
mente e lecitamente, ordina che passino
qualche tempo nell'orazione e nel digiu-
no, prima d'essere ricevuti alla comunio-
ne della Chiesa, che farà loro grazia. Que-
sta disciplina era comune a tutte le chie-
se del mondo, ed i canoni de'due coucilii
furono ricevuti dalle chiese latina e gre-
ca. In conseguenza di quest'universale os-
servanza, il concilio di Neocesarea avea
vietato a'sacerdoti il trovarsi a Testini del-
le nozze di coloro chesi rimaritavano, co-
me già rilevai; e qui aggiungerò , aver
osservatoZonara,pei che trovandovisi pre-
senti i sacerdoti, venivano ad autorizzar le
seconde nozze, e non erano più in istalodi
porre in penitenza que'che vi s'impegna-
vano. Quanto lasciò scritto s. Basilio sul-
le penitenze e loro durata, lo notai più
sopra, come de'gradi di penitenti cui ap-
partenevano i diversi bigami. Teodoro di
Canlorbei y, e dopo lui Egberto di York,
condannarono i bigami ad astenersi dalle
carni ogni 4-* e 6/ feria pel corso d' un
anno, e oltre a ciò per lo spazio di 3 qua-
resime. Conquesto spirito Egberto proi-
bì a'sacerdoti l'intervento al festino ocou-
vito nuziale de'bigami, perchè ad essi e-
rano obbligati imporre la penitenza. Ol-
tre la penitenza, a cui i bigami e gli altri
a proporzione erano soggetti, erano au-
cora privi della nuziale benedizione; in
che le chiese d'occidente erano d'accor-
y?8 V E D
do con quelle d'oriente. Tra* riti dello
Sposalizio vi fu quello del velo, che si
distendeva sulla testa de'maritali, non pe-
rò a' bigami, per non ricevere la nuziale
benedizione. Si legge in un mss. di s. Vit-
tore, che quando i due sposi si danno la
mano,quegli che si marita in seconde noz-
ze non presenta la sua mano ntida,ma co-
perta. La benedizione nuziale, sebbene
era riconosciuta sin da' primi tempi ne-
cessaria per la santità del sagramento,
non si dava nel matrimonio delle vedo-
ve. Rende testimonianza di questa disci-
plina s.Cesario, dicendo neìSermone 289.
m Che quegli che desidera di maritarsi sia
vergine, coni' egli vorrebbe che lo fosse
quella ch'ei sposa ; poiché s'ei non lo è,
non meriterà di ricevere la benedizione
colla sua sposa". Il cap. i3o del 6.° libro
de Capitolari de'redi Francia, suppone
questa disciplina quando proibisce a chi
non si maritò altre volte, il farlo senza
la benedizione del sacerdote; dando a di-
vedere apertamente,che quelli i quali era-
no maritati per l'avanti non ricevevano la
benedizione. Quest'uso si conservò nelle
chiese di Francia sino al XIII secolo. Du-
rando nel Ra rionale e altri, ne ignora-
rono la vera ragione, immaginando, che
non si benedicessero i vedovi quando si
rimaritavano, perchè erano slati benedet-
ti una volta, né doversi reiterare tal be-
nedizione. Durando aggiunge, che in al-
cuni luoghi si benedicevano i matrimoni
de' vedovi, quando 1' una delle parti era
vergine. Però s. Teodoro Studila spiega
mirabilmente quanto concerne questa
materia, tanto per rispetto alla peniten-
za , a cui si soggettavano i bigami, che
per riguardo alla privazione della bene-
dizionesacerdotale,etoglie al tempo stes-
so da gran teologo una difficoltà consi-
derabile . che si presenta in tal materia,
descrivendo i riti dello Sposalizio. Egli
dice, le seconde nozze sono permesse dal-
l' Apostolo e da Gesù Cristo medesimo;
ma questa non è una legge, come dice s.
Gregorio il teologo, è un'indulgenza; ora
VE D
T indulgenza suppone una debolezza ed
un'azione riprensibile. L'accenna l'Apo-
stolo col dire : Se non sono da tanto di
contenersi, che si maritino; essendo l'in-
continenza una debolezza. Quindi è, che
i Padri vollero soggetti alla penitenza 1 bi-
gami, e proibirono a'sacerdoti l'interve-
nire all'allegrie delle seconde nozze. Dun-
que egli è giusto di coronar il primo ma-
trimonio, ch'è propriamente legittimo e
vittorioso dell'incontinenza. Qui s. Teo-
doro parla, secondo il costume de'greci,
i quali chiamavano coronamento la nu-
zial benedizione, perchè il sacerdote nel
congiungei li poneva in capo allo sposo e
alla sposa a ciascuno una corona. Egli è
seguilo dalla s. comunione, ed i sacerdoti
hanno parte all'allegria di quello, ad e-
sempio del medesimo Gesù Cristo. Ma il
secondo matrimonio non è coronato, per-
chè si soccombe alla fiacchezza, e non vi
si comunica, dovendo i contraenti esser-
ne privi per uno o dtie anni; né si dà in
quello benedizione di sorta, perchè non
ve n'ha che una per le prime nozze. Ne
segue dunque, secondo la s. Scrittura e
i Padri, che il sacerdote non fa celebra-
zione delle seconde nozze, e non riceve
quelli che le han contratte, che dopo
compiuta la loro penitenza, quand'è lo-
ro permesso di comunicare;allora egli dà
loro una specie di benedizione nuziale.
Prosiegue s. Teodoro, che se voi chiede-
te, perchè eglino abitino insieme? io dirò,
che ciò fanno in virtù del contratto ci-
vile,come nella trigamia e poligamia, poi-
ché i Padri così chiamarono i matrimo-
ni dopo il terzo. Forse chiederete anco-
ra, se quando I' una delle parti è vergi-
ne, gli si debba mettere in testa la coro-
na, ponendola all'altra sulla spalla , co-
me dicono alcuni ? Questo mi sembra co-
sa ridicola; imperocché per le terze noz-
ze dove dovrà mettersi la corona? Io sti-
mo dunque, che la parte vergine meriti
di perdere il suo privilegio, unendosi per
sua elezione a quella che non lo è ; sotto-
mettendosi così alla pena della bigamia.
VED
Tn questo modo s. Teodoro spiego a un
tempo stesso, e il dogma e la disciplina
sagra menta le rispetto al matrimonio, e
conferma gli osi, de'qnali si tratta ne'ri-
ti dello Sposalizio. Nel dir egli, che do»
no aver compiuta i bigami la loro peni-
tenza, ricevono essi una specie di bene-
dizione nuziale , può molto contribuire
alloscioglimento d'una difficoltà, che s'in-
contra su questo proposilo negli Euro-
logi de'greci, che sembrano contraddir-
si; giacche vi si leggono da una parte que-
ste parole spettanti a'matrimoni reitera-
ti, il bigamo non si corona; e dall'altra
tì si vede l'uffizio proprio della celebra-
zione delle seconde nozze, uno de'riti del
quale è la coronazione; il che non può
altrimenti conciliarsi, se non col dire, che
quest'uffizio non è propriamente parlan-
do, quello del matrimonio, ma come di-
ce s. Teodoro, una specie di benedizione
nuziale, eh' è differentissima da quella
che si dà a coloro che si maritano la pri-
ma volta; oltreché i greci dopo il Libro
dell' unione suddetto, hanno alterato di
molto la loro disciplina, come osserva Re-
na udot nella Liturgiarum Orìentalium
colleclio. Ecco la maniera, con cui pre-
sentemente adoperano i greci in questo
particolare. Si dicono subito le orazioni
ordinarie , e si recitano due benedizioni
sopra i maritati, a'quali il sacerdote dà
gli anelli, come nelle prime nozze, poi di-
ce un'orazione che conviene propriamen-
te alle seconde, con cui egli domanda spe-
cialmente a Dio la remissione di quella
colpa, che commettono coloro i quali en-
trano di nuovo nello stalo matrimoniale,
ed è del seguente tenore. » Signore, che
perdonate a tutti, e che vegliate sopra tut-
ti, che conoscete ciò che gli uomini hanno
di occulto, perdonateci i nostri peccati, e
rimettete l'iniquità de'servi vostri, chia-
mandoli a penitenza, e accordando loro il
perdono de' loro difetti , e la remissione
de' loro peccati volontari o involontari.
Voi, che conoscete la fiacchezza della na-
tura umana, di cui siete il formatore e
VED 279
il creatore; Voi , che avete perdonato a
Piaab la peccatrice, e che avete accettato
la penitenza del Pubblicano, dimentica-
tevi de' nostri peccali ... Voi, o Signore,
che unite i vòstri servi N. N., uniteli d'u-
na carità reciproca: concedete loro la con-
versione del Pubblicano, le lagrime del-
la peccatrice, la confessione del Ladrone,
affinchè per una sincera penitenza di tut-
to il loro cuore, adempiendo i vostri co-
mandamenti, nella concordia e nella pa-
ce, possano pervenire al vostro celeste re-
gno". La 2/ orazione è in termini anco-
ra più forti. » Perdonate, Signore, la ini-
quità decervi vostri, i quali non potendo
sostenere il peso del giorno, ne l'ardore
della carne, si uniscono insieme con un
secondo matrimonio, siccome Voi avete
ordinato per bocca di Paolo vostro Apo-
stolo, vaso di elezione, il quale disse, a ri*
guardodi noialtri meschini, esser meglio
il maritarsi, che abbruciare. Voi dun-
que che siete buono e pieno di misericor-
dia verso degli uomini, perdonateci e ri-
metteteci i nostri peccati ec."Nell'orazioni
che seguono non vi è molta diffidenza, per-
chè l'uso presente della Chiesa greca es-
sendo di corouare le seconde nozze, si a-
doprano quelle che sono adattale alla or-
dinaria coronazione, il che prima non si
faceva. 1 greci fanno oprili altrettanto Col-
ei DO
le terze nozze; ma per le quarte non si
trova che abbiano una speciale benedizio-
ne, e le riguardano come un abuso, cui
sono obbligati a tollerare pel bene della
pace, ma senza approvarlo. 1 giacobili dei
pari che i greci hanno ceremonie e ora-
zioni differenti perla benedizionedelle se-
conde nozze, e ne'loro antichi rituali tro-
vatisi le seguenti. Le prime orazioni, che
riguardano la primitiva istituzione del
matrimonio nella legge di natura, sono
le medesime, come nell' uffizio delle pri-
me nozze. Non leggono però la stessa e-
pistola, ma una particolare, tratta dalla
i." a' corinti , e 7, nella quale s. Paolo
permette le seconde nozze: si ommette la
coronazione, e si tacciono pure l'orati 0-
280 V E D
ni solite a farsi sopra le corone, e in ve-
ce dell'orazione propria per lai ceremo-
nia, se ne dice imi* altra, che Ira I* altre
cose contiene ciò che segue.»» Noi suppli-
chiamo la vostra bontà, Voi, che pieno
siete di amore pegli uomini, in favore del
vostro servo N. e della vostra serva N., i
quali si uniscono presentemente in ma-
trimonio, a cagione della loro fiacchez-
za, e perchè il celibato lor sembra troppo
duro. Perciò, Signore, non imputate loto
questo peccato, ma accordate loro il per-
dono e l'assoluzione ec. ". Si pronunzia
poi su di essi l'assoluzione. Ci sono anche
dell'espressioni più chiare, che danno a
divedere, che la Chiesa riguarda un tal
matrimonio come una colpa veniale, do-
mandandosi nelle preghiere a Dio, ch'egli
conceda a'mai itali la penitenza del buon
Ladrone, ec. come ne'rituali greci. Quin-
di Echimini avendo riferita questa disci-
plina, e parlando dell'orazioni che fanno
i sacerdoti, aggiunge: »La preghiera, che
il sacerdote fa sopra di essi, è unicamente
per domandare il perdono de' loro pec-
cali. Se l'uri de' due non è vedovo, il si
benedice solo". Negli altri rituali giaco-
biti, e particolarmente in quello che vie-
ne attribuito a Giacomo di Edessa, e in
un altro ch'è tra loro mss., non vi è pre-
ghiera, né rito alcuno prescritti perle se-
conde nozze; il che può far credere, che
igiacobiti della Strìa osservassero appun-
tino il divieto fatto dagli antichi canoni
contro i bigami,» quali è proibito il coro-
nare, cioè il dar loro la ouzial benedizio-
ne. In un altro uffizio pure della corona-
zione, ad uso de'nestoriani, composto da
Benham, non vi è alcuna preghiera per
le seconde nozze; e siccome quest'uffizio
è concepito quasi negli stessi termini di
quelli de' greci e de'giacobiti sii i per le
prime nozze, nulla convenienti alle secon-
de nozze, è molto probabile, che per ce-
lebrarle la chiesa nestoriana non abbia
mai avuto alcun rito particolare. Impe-
rocché i greci, comesi è detto, riguardo
a'bigami hanno cambiata la lorodiscipli-
V E D
.
na, coronandoli, e allora fu d' uopo di
comporre delle nuove preghiere per que-
sta ceremonia. I nestoriani adunque, la
separazione de'quali dalla Chiesa catto-
lica risale dal concilio d'Efeso del 43i,
ponnoaver ignorato somiglianti preghie-
re, le quali prima della loro separazione
dalla Chiesa greca non erano in uso.
Quanto alla Chiesa latina, la sua antica
disciplina circa le seconde e terze nozze
presentemente è abolita. Quelli che vi
si rimaritano, lo fauno colla medesima
libertà, che quelli cui si maritano la pri-
ma volta, e appena vi si fa riflesso. In oc-
cidente non vi è più penitenza pe'bigami,
non è più proibito a'sacerdoti il trovarsi
all'allegrie delle seconde nozze. Altro non
ci resta di quest'antica disciplina, che la
irregolarità, in cui s'incorre da chi si ma-
rita in seconde nozze, o sposa qualche ve-
dova , e la proibizione di benedir solen-
nemente le seconde nozze, dovendosi os-
servare il detto nel Rituale Romanum, e
riferito di sopra; anzi si può anco, per av-
viso del cardinal s. Carlo Borromeo ar-
civescovo di Milano, benedirle in que'luo-
ghi, ove esiste tale consuetudine , il che
pure notai, massime se una giovane, va-
le a dire una zitelia, sia quella che sposi
un uomo vedovo. Il De Marca osserva
ancora un'altra differenza su questo pun-
togli cui parla in un'operetta da lui pub-
blicata intorno al sagramento del matri-
monio. Nel riferirne un cenno, appari-
rà di qual sentimento egli sia intorno
a una difficoltà teologica, che nasce dal-
l'antica disciplina, circa i secondi e terzi
matrimoni; donde rilevasi, che su questo
punto egli è del sentimento quasi simile
a quello di s. Teodoro Studita e già ri-
portato. Eccone le parole. » Dipoi, miti-
gando la Chiesa il suo antico rigore, fece
celebrare i matrimoni de'bigami da'sa-
cerdoliji quali gli univano in matrimonio,
ricevevano le loro oblazioni, e celebra-
vano il sagrifizio per esso loro, di manie-
ra che questo contralto civile diviene per
tal mezzo un vero sagramento della uuo-
VE D
va legge: ma per conservare di qualche
maniera la proibizione degli antichi ca-
noni, non si recitano sopra i bigami alcu-
ne orazioni, contenenti delle benedizioni
pe'niai itati, solite a recitarsi a favore del-
le prime nozze". Potrebbe forse non es-
ser altro , soggiunge il p. Chardon, che
uu resto di quell' idea, che si aveva un
tempo della debolezza di chi passava a
seconde nozze , quello scampanio e quel
bordello, che si fa in alcuni luoghi alla
porta di coloro che si rimaritano, quan-
tunque ciò si opponga e allo spirito del-
la Chiesa ed all'onestà (in Roma il prov-
vido governo eliminò del tutto tale inde-
cenza immorale ne' miei verdi anni, e la
vidi alcuna volta praticata ne'maritaggi
di vecchi vedovi, di bassa condizione , e
da persone appartenenti a tal classe; ma
in alcuno de'dintoi ni di Roma, con pena
la vidi sussistere e talvolta praticata per
tali e da tali persone). Quest'abuso non
è già nuovo, poiché il concilio di Langres
del 14^1 proibì di fare tali insulti a* ve-
dovi d'ambo i sessi, diesi rimaritano, e
chiama una tale azione, degna di rimpro-
vero. Un concilio di Narbona, tenuto al
principio del secolo XVII, ordinò a' ve-
scovi di proibire cotali baie indecenti, sot-
to pena di scomunica. Ma siccome que-
sti statuti ecclesiastici non erano sufficien-
ti ad arrestare il corso di questo pubbli-
co scandalo, vi s'interessò la podestà go-
vernativa, e vi rimediò assai più effica-
cemente, imponendo delle pene pecunia-
rie a chi facesse in avvenire tali degra-
danti bordelli. In Francia e altrove fu-
rono giustamente decretati anche casti-
ghi corporali, contro sì pessimo costume,
veri baccani, che videe riprovò il p.Char-
don. Notò il suo traduttore e commenta-
tore p. Bernardo da Venezia, nella metà
del secolo passato. » In alcuni paesi italia-
ni cotanto è invalsa la persuasione di de-
bolezza in simili persone rimaritate, che
sembra autorizzarsi dalla pubblica auto-
rità il dileggio loro fatto dalla plebe in
simili incontri; né possono gl'infelici au-
VOL. LXXXVIII.
VED 281
darne esenti, se non se contrattando per
così dire co'caporioni della plebe , e pa-
gando loro una certa somma o in dena-
ro o in roba, per esimersi da tali insulti".
E qui mi sia lecito il ricordare che sif-
fili degradanti baccani si praticò pure
con quelli che abusando eccessivamente
del Pino, di frequente si ubbriacavano;
non meno che per altre cose, tra le qua-
li un recente esempio lo leggo nel n.°
297 del Giornale di Roma dei 1857.
« La Gazzetta universale tedesca pub-
blica in data di Monaco di Baviera, 1 7 di-
cembre, ciò che segue: Domani partirà
lina compagnia d'infanteria di linea per
recarsi al villaggio di Holzkirchen, sulla
ferrovia di Salisburgo, all'oggetto di pre-
star manforte alle autorità, le quali han-
no istituito un processo contro un antico
uso, ora ricomparso, e conosciuto sotto il
nome di Harbefeldt Reiben. E' questa
una specie di giudicio vemico contro le
persone che la coscienza popolare ritiene
per colpevoli di qualche atto d' ingiu-
stizia, d' immoralità ec. Verso la mez-
zanotte un centinaio di uomini colla fac-
cia tinta si portano alla casa dell' incol-
pato, gli fanno un baccano spaventevole;
sparano fucilate, e finiscono con leggere
un discorso a di lui carico. Ordinaria-
mente i soggetti presi di mira sono im-
piegati pubblici, ecclesiastici, capi comu-
nitativi, ricchi possidenti, ec. Si assicu-
ra che fra gli esecutori del giudicio po-
polare si usa anche di fare un terribile
giuramento per il segreto. Si proibisce
ancora a' curiosi di avvicinarsi al luogo
dell'esecuzione, dopo la quale gli nomi-
ni mascherati si disperdono senza che se
ne possa ritrovare la traccia. Il processo
è già iniziato, ed ha per oggetto di scuo-
prire i membri e i capi di questa segre-
ta società ". Sospettando che sì ripro-
vevole costume siasi praticato pure co'
vecchi bigami, lo riportai. Il p. Char-
don nel cap. 16, parlando del matri-
monio de' vecchi, dichiara. L' età de-
crepita potrebbe considerarsi come una
'9
282 VED
specie d'impotenza al medesimo; tuttavia
siccome abbiamo degli esempi di vecchi,
i quali ebbero de'fìgli in età assai avari-
zata,couieMassinissa re diJVumidia, ch'eb-
be un figlio d"8o anni, anzi Catone il cen-
sore l'ebbe d'88, e Uladislao re di Polo-
nia n'ebbe due di 90 anni; così la Chie-
sa non giudicò bene di pori e la vecchiez-
za tra gì' impedimenti del Matrimonio,
come aveauo fatto due consoli romani col-
la legge chiamata dal nome loro Pappia
Poppaea, la quale proibì agli uomini il
maritarsi dopo 60 anni, e alle donne dopo
i 5o. Ma se la Chiesa non ha proibito a*
vecchi di maritarsi, massime quando poti-
no sperare d'aver ancora de'fìgli, può pe-
rò dirsi ch'ella sempre biasimò quelli che
lo fecero, specialmente quando non po-
tevano sperare posterità da' loro matri-
moni , o perchè sentissero il loro vigore
quasi spento, o perchè uniti si fossero con
femmine incapaci per la loro età di dare
ad essi de'figli, ma per altro abbastanza
giovani per gustarne i piaceri. 1 Padri
della Chiesa di sovente inveirono contro
«'vecchi e le vecchie, i quali entrano nel-
lo slato del matrimonio, e in modi tali
esprimendosi da farli arrossire di loro in-
continenza. Alcuni di essi giunsero a qua-
lificare i matrimoni de' vecchi, vergogno-
si concubinati, coperti col velo d' un sa-
gramento, ch'essi disonorano, ricevendo-
lo con fini del tutto differenti da quelli
che dee proporsi chiunque abbraccia que-
sto stato. Giunsero alcuni non antichi teo-
logi a dichiarare,esservi certi vecchi e vec-
chie, il matrimonio de' quali è nullo, per
considerarli troppo logorati dagli anni. In
ciò sembrauo troppo rigidi, dice lo stesso
p. Chardon,e pare ch'essi dovevano con-
tentarsi di biasimare tali matrimoni, e la
condotta insensata, e s'è lecito il dirlo,ag-
giunge, lussuriosa d'alcuni vecchi, i quali
in un'età quasi decrepila si maritano con
giovani persone, senza avanzarsi a chia-
marli nulli,non avendoli mai la Chiesa tali
dichiarati. I Padri del concilio del Friu-
li 0 d' Aquileia erauo d'avviso, che non
VED
si dovessero maritare insieme, se non per-
sone di quasi la medesima età, imperoc-
ché la troppo grande deplorabile disugua-
glianza cagiona sovente la perdila dell'a-
nime, ed è causa di molti e gravissimi di*
soldini; ma non dicono però, che tali ma-
trimoni sieno assolutamente pai laudo in-
validi. Ora a motivo dell'ampiezza, varie-
tà e interesse dell'argomento, per ultimo
trovo opportuno, quasi a riepilogo, schia-
rimento e conclusione di dare ragguaglio
dell' insegnato, in breve e sugosamente,
dal prof. Vermiglioli colle Lezioni di di-
ritto canonico, nel lib. 4, lez.2 1 : Delle se-
conde nozze; e terminerò col medesimo
e colla lez. 21 del lib. 1: Del non doversi
ordinare i bigami, quelli cioè che. han-
no avuto duco più mogli. Era stabilito
dalla legge civile, che la donna a cui era
morto il marito non potesse passare a se-
condi Voli[V^) se non decorso un anno
dalla seguita morte, e lo stesso ancora al
marito se vedovo rimaneva, e questo tem-
po dicevasi Vanno del lutto, e se duran-
te questo tempo, o l'uno o altro andava
a seconde nozze era infame. Dicevasi au-
iw del lutto perchè dovea piangersi la
mancanza del coniuge, e per l'onore, ri-
spetto e ricordanza che dovea aversi del
medesimo, e pel doloreche si dimostrava
dalle vesti di Lutto, ch'erano ordinaria-
mente negre l'usate da'romani, come al
presente tra noi, onde scrisse Tibullo: Os-
sa incinctac nigra candida veste lega/ti.
Talvolta e in alcune circostanze i romani
usarono ancora nel lullo un reticolo o ber-
rétto bianco. Dice s. Paolo: La moglie è
legata alla legge tutto il tempo che vive
il marito , che se muore ella è in libertà
di sposar chi vuole , purché sia secondo
il Signore; cui devesi aggiungere, e secon-
do le prescrizioni delle leggi civili e cano-
niche , e segnatamente del concilio di
Trento. Le seconde nozze ponno farsi an-
che replicatamele, non opponendosi la
Chiesa, ma come dice s. Paolo, secondo
il Signore, cioè non per stimolo di pas-
sione o interesse, ma a seconda della leg-
VED
gè del Signore e di sua Chiesa, e ni fine
santo del Matrimonio. Contali condizio-
ni sono permesse le seconde nozze, dalle
quali s. Paolo bramerebbe sì astenesse-
ro i cristiani. I Papi Urbano III e Inno-
cenzo III tolsero la detta legge, che stabi-
liva al marito e moglie superstite la nota
d'infamia se dentro l'anno del lutto si fos-
sero rimaritati. L'Apostolo anche com-
menda e loda, non vieta passare alle se-
conde nozze. Eziandio presso gli antichi,
era lodato e fregiato colla corona di pu-
dicizia quel coniuge , che si contentava
d'un solo matrimonio, echi passava a se-
conde nozze non riscuoteva alcun plauso,
ne celebrar poteva feste e allegrezze , di
che resero ragione Fiacco e Plutarco. Nel-
YHist. Eccl. scrive Socra te^ che chi si può
astenere dal passare a seconde nozze dà
segno manifesto di maggior castità e tem-
peranza, e segnatamente se dal i .° coniu-
ge ha avuto prole, verso della quale il
nuovo coniuge non può avere natural-
mente propensione e alletto, come lo di-
mostra Costantino I nella legge sui tuto-
ri. Meno male se passano a seconde nozze
que'che non hanno figli, se pel retto de-
siderio d'averli lo fanno. Dice Claudiano:
Nascetur ad fructum mulierprolemque
futura ni; ed anche per estinguere il fo-
mite della libidine, ed è meglio il prender
moglie che cedere alle tentazioni, perchè,
come dice s. Ambrogio,la gloria del conti-
nente non istà nel non essere tentalo, ma
nel non esser vinto , e qui sta il merito.
Si prescrive a'parrochi di non benedire le
seconde nozze allorché uno de' coniugi
sia stalo benedetto, non dovendosi repli-
care la benedizioneje se diversamente ope-
rasse il parroco, una volta per disposizio-
ne d' Alessandro III del i i5g, rimaneva
sospeso dall'uffizio e benefizio, ma secon-
do l'odierna disciplina della Chiesa viene
punito ad arbitrio del vescovo. In qual-
che luogo è vigente la consuetudine di
benedire le seconde nozze d'un uomo, che
fu già benedetto, con una donna uon ma-
ritala; quella deve osservarsi. Non si be-
V E D *83
nedicono però le nozze della vedova an-
corché si unisca con un uomo non mari-
tato altra volta. Nel i.° caso si reputa ne-
cessaria la benedizione della donna atte-
sa la maledizione data daDioadEva. Que-
sta benedizione, che dicesi nuziale, ancor-
ché cada sotto precetto, e gli sposi debba-
no riceverla, tuttavia questa obbligazione
non osservata non induce peccato mor-
tale, e se viene trascurata, escluso il di-
sprezzo, il che sarebbe soltanto colpa ve-
niale perché non é necessaria all'essenza
e integrità del sagramento, e tutte le pe-
ne sono tolte che s'imponevano a quelli
che passavano a replicate nozze. Bensì è
conveniente che le donne non passino sol-
lecitamente alle seconde nozze per due ra-
gioni: i." per non rendere incerta la pro-
le che ne nascerebbe, e che si dubitereb-
be se sia deli.0 o del i.° marito; i.° per
evitare il sospetto di adulterio, vivente il
i.° marito, con quello con cui sollecita-
mente celebra le seconde nozze, o alme-
no non dimostrare che vivente ilr.° ma-
rito pensava già di rimaritarsi. I bigami
non ponno ordinarsi, e questa proibizio-
ne rimonta la sua origine dal principio
della nascente Chiesa, che la deduce dal-
la s. Scrittura. Da essa e dal Levitico si
ricava, che il sacerdote non poteva sposa-
re se non una vergine, e non poteva aver
più d'una moglie, né poteva ripudiarla.
Questa vergine dovea essere della stirpe
d'Israele, e secondo Filone della tribù, sa-
cerdotale. Da ciò ne addivenne che a'bi-
gami è stato in ogni tempo negato il po-
tersi ordinare, come decise nel 3^5 ili.°
concilio generale di Nicea; legge che os-
servarono pure gli ariani. Anche i genldi
stabilirono, che il sacerdote Flamiue Dia-
le non potesse essere che marito d' una
sola moglie, come si ha da Plutarco, Li-
vio e Tertulliano: Certe Flaminica non
rdsi uni vita est, quae et Flamini* lex est.
Questo è stato sempre il sentimento del-
la Chiesa, dichiarato nelle sue antiche e
nuove costituzioni. La bigamia propria-
mente detta è l'aver preso successi vamen-
284 V E D
le e in divet'90 tempo legittimamente due
mogli, a differenza della monogamia, ch'é
l'aver avuto una sola moglie, e quest'uo-
mo senz'alcun impedimento e proibizio-
ne può ordinarsi, a differenza del biga-
mo che n'é indegno, sebbeue le seconde
nozze non siano condannate, le quali pe-
rò, come ripetutamente notai, dagli anti-
chi si aveano come esose. La bigamia in
triplice modo si costituisce, essendo ve-
ra, interpretativa, simililudinaria. Ve-
ra quando uno successivamente e legit-
timamente si congiunge econosce più mo-
gli, deve ambedue averle copulate, men-
tre se la seconda fosse monogoma non sa-
rebbe bigamia. Sulla vera bigamia nasce
non piccola questione fra'ss. Padri, e se-
gnatamente fra 'due gran dottori s. Ago-
slino e s. Girolamo, se dovesse dirsi ve-
ro bigamo e irregolare quegli che avesse
avuto due mogli, una avanti il battesimo,
l'altra dopo. La disputa si basava sul pre-
cetto dell'Apostolo che prescriveva non
potersi ordinare se non chi avea avuto
una sola moglie. Nel caso della disputa,
l'una e l'altra, tanto la prima che la se-
conda erano vere mogli, ciò non ostante
chi sosteneva non esservi bigamia diceva,
che pel battesimo uno diventa un nuovo
uomo, e che tutto resta tolto di quello si
era fatto prima. Chi sosteneva la bigamia
diceva non essere il matrimonio un delit-
to, che potesse cancellarsi col battesimo,
e che bigamo sempre dovesse aversi quel-
lo che avesseavutodue mogli. Decise poi
in tal modo la disputa Papa s. Innocen-
zo I (del 402> co"a decretale Epist. i^
ad Episcopus Synodi Tolosan. cap. 6:
dichiaralo irregolare il bigamo, questo
disse pure colui che presa moglie prima
del battesimo, ne pigliasse un'altra dopo
battezzato, njorta la prima). Interpreta-
tiva quando non è intervenuto un secon-
do matrimonio, ma virtualmente e colla
intenzione, ed è quando uno contrae, e co-
pula con una sola, ma che sia vedova. Se
si contrae con quella che prima si fosse
conosciuta, non si reputa bigamia, e nep-
VED
pure se si facesse matrimonio con una che
con altro si fosse congiunta, ma che non
fosse stata conosciuta. La Similitudina-
ria è quella che si contrae dall'insignito
d'Ordine sagro, o obbligato da Volo so-
lenne con traendo e consumando con don-
na vergine, quantunque ne di diritto, né
di fatto si contragga con due, ciò non o-
stante l'ordine ricevuto, ed il volo solen-
ne ha fatto la congiunzione spirituale e
similitudinaria con Cristo.È bigamo quel-
lo che si congiunge con una vedova , e
con una che siasi con altro accoppiata, e
chiunque si sarà congiunto con una ver-
gine, anzi con maggior rigore si procede
contro quello che si congiungesse con don-
na adultera, o contraessero, rna uiunoa-
vendo fatto voto di castità coll'essere ri-
messi dagli ordini sarebbero puniti con
altre pene stabilite da'eanoni. Similmen-
te si ha come bigamo quello che in di-
verso tempo avesse avuto due concubine
(dice anche il Vermiglioli, che le concu-
bine una volta stavano in luogo di mo-
gli, ed erano tollerate, citando il Can. Is
qui, disi. 34. Poiché è certo che il con-
cubinato nell'antica legge era permesso,
ed esempi frequentissimi ne abbiamo dal-
la s. Scrittura. Lamech ebbe due mogli
Ada e Sella; i discendenti di Sella ebbero
molte mogli in una volta, ma tutte non
erano mogli legittime. Abramo conobbe
la sua serva Agar, ma non ne fu moglie,
tale essendo Sara, la quale die al marito
per concubina la serva Agar; ebbe anche
Cetura. Giacobbe ebbe due mogli, e nel
tempo stesso due concubine, dategli dal-
le proprie mogli Lia e Rachele, ed era-
no le loro due serve. Esaù nel medesimo
tempo conobbe 3 donne. Laonde il con-
cubinato presso gli ebrei si considerava
come una specie di matrimonio, ma non
eia tale, avea bensì le sue leggi. Salomo-
ne avea 700 mogli e 3oo concubine. Suo
padre David ebbe 7 moglie eio concu-
bine. I greci chiamano la concubina Se-
minutta, a tempodi Giustiniano I si chia-
mava Licita consueludo). Fu poi il cou-
VED
cullinolo riprovato e condannato dal di-
ritto canonico, ed anche dall'autorità se-
colare (come un disordine contrario olla
santità della religionee all'onestà pubbli-
ca. Le concubine o mogli d'inferior con-
dizione, ma uniche, erano state permes-
se e tollerate dalla Chiesa, ed il r .° conci-
lio di Toledo decretò, che non bisogna-
va scomunicare quegli che non avesse che
una moglie od una concubina. La con-
cubina che vivea coll'uomo come moglie,
quantunque noi fosse, fu proibita dalla
L. 7, e. De naturalib. liber.j e poi assolu-
tamente dall'imperatore Leone VI nella
Novella QwZJt Concubinam habere non
liceat). Sull' appoggio di queste leggi, e
dopo abolito il concubinato, le leggi si li-
mitarono a soltanto proibire l'ordinazio-
ne a quelli che avessero avuto tre mo-
gli, o una o più vedove. Questi si rendono
irregolari, gli altri non incorrono questa
irregolarità, come neppure rincorrono
quelli che avessero preso moglie dopo e-
messo il voto, purché non abbiano fatta
o tacitamente o espressamente professio-
ne, i quali non si reputano quali adul-
teri. Né diconsi bigami quelli che aves-
sero acconsentito ad un secondo matri-
monio; cioè rato, ma non consumato. Fi-
nalmente si reputano bigami quelli che
ottengono due benefizi in una chiesa stes-
sa, e quelli che da una chiesa passano
all'altra. 11 concilio di Trento dichiarò es-
sere il concubinato un gravissimo pecca-
to, ne prescrisse le pene ne' diversi casi
che potessero avvenire,e persistendo i con-
cubinari tanto ecclesiastici che laici nel
loro peccato (contro i concubinari sono
fulminate le scomuniche, e diverse altre
pene sono stabilite e determinate tanto
per rapporto alle persone libere che ma-
ritale, quali pene statuite da'concilii e ca-
noni, come dal concilio romano di Nico-
lò II e dal generale Laterano V di Leo-
ne X, e segnatamente dal Tridentino, fu-
rono rinnovate ed accresciute da Sisto V
colla bolla Ad Compescendam, de'3o ot-
tobre i586, Bull. Roni. t. 4>Par« 4> P»
voi. lxxxviii.
V E G *85
267: De temeraria tori separatione, ac
publicis adidterìisy stuprìs et lenociwis,
in quibusdam casibus severius in alma
Urbe puniendis. Già'contro i ruffiani e
manutengoli a mal fare, d'ambo i sessi,
avea nel i558 Paolo IV emanato il de-
creto: De Lenonibus eorumque complici'
bus, ultimi supplicii poena certis casibus
in Urbe plectendis. Sì legge nel cit. Bull.
t. 4, par. 1). I bigami non ponno ordinar-
si senza Dispensa. Se il bigamo vieue or-
dinato riceve il carattere, ma se non è
dispensalo non può esercitare gl'incom-
benti del benefizio, e nella bigamia ve-
ra e interpretativa , il vescovo non può
dispensare ne per gli ordini sagri, né pe'
minori inclusive alla tonsura, e per rice-
vere un semplice benefizio. Se il vescovo
ordinasse un bigamo senza dispensa, re-
sterebbe sospeso dal conferire gli ordini,
non per altro ipso jure dall' ordine che
ha conferito.
VEGLIA (TTeglien). Città con resi-
denza vescovile del regno d' Illirici nella
Dalmazia, governo e 27 leghe al sud-est
di Trieste, sopra la costa sud-ovest dell'i-
sola del suo nome, di cui è capoluogo, nel
golfo diQuarnero all'est dell'isola di Cher-
so. L'isola trovasi separata dal continen-
te all'est, mediante il canale di Morlac-
chia, stretto dell'Adriatico fra l'isole di
Veglia, Ossaia e Arbe, e la parte della
Croazia militare e del LitoraleUngherese
che porta il nome di Morlacchia, di cui so-
no luoghi principali Carlopago e Zengg.
Ha molti boschi e alimenta quantità
grande di cavalli, pecore e capre, pur
somministrando seta e vi no. Vi si utilizza-
no cave di marmo bellissimo; la pesca
sulle coste riesce abbondante, e vi si rac-
coglie molto sale. Somministra ancora
buoni frutti, massime noci, mele,fìchi ec.
Della città, fabbricata in parte sopra una
collina dell'isola, dice l'ultima proposi-
zione concistoriale: Puglia praecipua ci-
vitas insulae ejusdem nominis in sinu
Adrìaci maris ad occidentalem plaga m
Dalniatiae, in finibus aliarum insula-
286 V E G
rum Auxerensis et Arbensìs} alaue in
provincia li torà li Jllyrico- Aus trinci po-
sila, unius circiter milliari est ambitus,
siiti gaudet peramoeno, bisce ntum ac
triginta sex continet domosy et a mini-
bus ultra aualuorcentum inhabitatur
fidelibus. E dunque Veglia non grande
e non molto popolata, con edilizi poco
rimarchevoli. Fra' principali è la catte*
diale di ordinaria struttura, dedicata al-
la B. Vergine Assunta in cielo, di recen-
te restaurata con nuove riparazioni. Fra
le reliquie sagre vi sono in gran venera-
zione i corpi de' ss. Diodoro ed Eusebio
martiri; mentre altro titolare della cat-
tedrale e protettore principale della dio-
cesi è s. Quirino i .° vescovo di Siscia e
martire, la cui festa si celebra a' 4 giugno.
Vi è la cura d'anime col battistero, affi-
data al canonico parroco, aiutato da' vi-
cari del capitolo. Questo si compone del-
la i .a dignità del prepósto e dell'altra del
ilecano, di 4 canonici, senza le prebende
teologale e penitenziale, di 6 canonici o-
innari, tutti usando la mozzetta paonaz-
za, e di 4 vicari corali e cooperatori al-
la cura dell'anime, cooperatores Chori,
adjulum animarum cura exerceretur,
oltre altri preti e chierici addetti al ser-
vizio divino. 11 p. Farlati, lllyrici sacri,
1. 1 , p. i go, e t. 5, p. 2g4> riferisce che l'an-
tico capitolo si componeva di 3 dignità,
l'arcidiacono, l'arciprete curato e il pri-
miceri), e di 12 canonici ; la diocesi con-
tenere 7 parrocchie, compresa quella di
CastelM uscliio e collegiata con uflizia tura
in lingua illirica. Prossimo alla cattedra-
le è l'episcopio, sufficientemente ampio e
ornato, e da ultimo anch'esso ristorato.
Nella città non vi sono altre chiese par-
rocchiali, bensì esistono il convento de'
francescani, il monastero delie benedet-
tine, l'ospedale, il monte di pietà, i soda-
lizi laicali, ma manca del seminario, de
sideralur. 11 porto, che potrebbe con-
tenere otto o dieci galere, ed alquante
navi di minore grandezza, è abbastanza
ampio e difeso da un castello. Veglia,/^-
VEG
già, Veg\a% Vela, Vetiat il p. Farlati
citato, nel t.i, p.189, descrive la città e
isola, le quali anticamente pure ebbero
comune il nome ,Curicta ni la chiamòTo-
lomeo, Cyracticam la disse Strabone, e
Costantino VI Porfirogenita Beclam, poi
Vegla e Vegia furono denominate da*
latini, e Sabellico le disse Vigiliam. » At
Vigilia non insula, sed civitas longe bine
abest, eamque Andreas Dandulus prò-
pe ab Aestuariis Veuetis constituit, in
qua obsessus, et captus est Obelerius ab
Joanne Parteci patio duce venetorum. U-
terqueerrandi occasione sumpsitex ipse-
met Andrea Dandulo,qui ad an. 83o seri-
psit Obelerium Vigiliaeapud Curiclum
et obsessum et captum fuisse. Putantur
enim Curiclum idem esse atque Curicum,
quae urbs est Ptoleraaica insulae Curi-
ctae. Sed quod Dandulus Curiclum vo-
cat, alter chronologus venetus Aurialium
appellatami vicum fortasse, quem mine
Oriagum dicunt.Porro Vigilia non longe
aberat a Metamauco; eamque neuter
chronologus insulam, sed urbem uter-
que nuncupat, ci vitate* Curiclae omnino
duas numerai Ptolomaeus,Fulfinium, un-
deFulfìnatesPliniani ad conventumScar-
donitanum adsci ipti ; et Curicum, qua
ex urbe in tabula Peutingeriana haec in-
sula Curica inscribitur. Vetus est indige-
narum opinio, constanti fa ma, a e multo-
rum sermone celebrata, principem totius
insulae urbem conditam fuisse a Dynastn
quodam, seu Regulo, cui nomen erat Cu-
fico; inde Urbem Curicum, insulam Curi-
ctaui, incolas Curictas appellatos. His vo-
cabulis jamdiu vetustate abolitis, hodie
hauc insulam Vegiam, et Vegliarli nuncu-
pant,iisdemque primiscue nominibus pri-
maria insulae ci vitas donatur." Veglia eb-
be i suoi conti particolari o prefetti con
giurisdizione.Essa e l'isola dopo essere sta-
ta nel dominio della repubblica di Vene-
zia, al finir di questa colla Dalmazia passò
iti quello dell'Austria. Per le costruzioni
navali i veneziani educavano utili foreste
nella Dalmazia, ma di quelle foreste beu
VEG
poche tracce rimangono oggidì, e la mag-
giore è nell' isola di Veglia. Rendendosi
opportuno e necessario all' Austria un
ragguardevole aumento di forza navale,
introdusse lodevoli cautele lungo il lito-
rale illirico per la esportazione del legna-
me atto alle costruzioni navali, vietando-
Io per T incremento della propria mari-
na, e curando insieme la conservazione
e allevamento de' boschi in molte parti
del litorale e dell' isole, onde pervenire
per lo meno a potenza marittima di i.°
ordine.
La luce del Vangelo introdotto nella
Dalmazia in tempo della nascente Chie-
sa, sembra che Veglia la ricevesse come
le altre città dalmate dall'apostolo della
regione s. Domnioi.0 pastore di Salona,
di cui divenne suffraganea la sede vesco-
vile, e passò poi ad esserlo della metropo-
li di Spalairo. Ma Degli Effetti nelle Me-
morie del Soratle e luoghi convicini, con-
futa quelli che danno a Veglia per vesco-
vo Andrea del 679 , ch'egli crede stato
vescovo di Veio (f'.)j giacche dice, che
Veglia non abbracciò l'Evangelo prima
dell'865 circa per opera di Sueropilo, o
de' ss. Cirillo e Metodio. Nel citato arti-
colo ragiono di Andrea neppure vescovo
di Veio, né di Celina, ma di Celeia, l'o-
dierna Cilly nella St.iria, e perchè fu det-
to tale e cagionò gli equivoci, essendo sta-
ti dati i campi del famoso Veio alle le-
gioni illiriche e a'veterani dalmatini. Pa-
pa Eugenio III verso il 1 146 diminuì la
provincia ecclesiastica di Spalatro, e sot-
traendole le sedi vescovili di Veglia, Ar-
beeOssaroo Ossero le dichiarò suffìaga-
nee del nuovo arcivescovato di Zara, co-
me leggo nel p. Fallati, t. 3, p. 175. Pio
VII colla bolla Inter multi plices,ne\ 1 822
commise l'amministrazione del vescovato
ò'Ossaro o Ossero (F.) al vescovo di Ve-
glia. Leone XII colla bolla Locum B. Pe-
£r/,de'3o giugno 1828, Bull. Rom. cont.
1. 1 7, p. 375, eseguì una nuova circoscri-
zione delle diocesi di Dalmazia , e unione
di diverse sedi vescovili. Pertanto sop-
V E G 287
presse la dignità metropolitica di Spala-
tro, e la vescovile di Ussaro 0 Ossero e
di Arie, e le loro diocesi unì a quella di
Veglia, il cui vescovo ritenne il titolo di
Ai be ancora. Dichiarò suftraganeo della
metropolitana di Zara il vescovo di Ve-
glia e Arbc. Soppresse il capitolo e catte-
drale d' Ossaro o Ossero, e la cattedrale
divenne collegiata con suo capitolo colle-
giale, affidando la cura d' anime all'arci-
pretejaltrettanto fece con Albe, costituen-
dovi un vicario generale, ed un pro-vica-
rio generale in Ossero. Finalmente , a-
vendo Pio VIII colla bolla In superemi-
nentiapostolicae^Qi iluglioi 83o,Z?m//.
cit., 1. 1 8, p. 1 20, reintegrato la sede diGa-
rizia (di cui riparlai a Trieste e Udine)
dell'onore arcivescovile, di sua metropo-
litana divenne sulfraganeo il vescovato di
Veglia, coll'unita chiesa di Albe, la qua-
le tuttora viene registrata tra le diocesi
esistenti, nelle Notizie di Roma, sebbene
non ne fanno rimarco le due ultime pro-
posizioni concistoriali. Non si conosce pro-
priamente l'epoca dell'istituzione della
sede vescovile di Veglia, e Commanville
nell' Histoirc detous les Eveschez, la cre-
de originata con Arbe e Ossero nel IX
secolo, ed aggiunge chei veneziani s' im-
padronirono di Veglia dopo il i43o. Que-
sta diocesi avanti 1' erezione o ripristina-
zione del vescovato di Segna, si estende-
va nel suo territorio, quindi fu ristretta
nell'isola di Veglia, ed a'nostri giorni am-
pliata co'memorali territori'! di Ossero e
Arbe. Benché è probabile che Veglia ab-
bia avuto i suoi vescovi eziandio ionanzi
all'Xl secolo, il p. Fallati, Illyrici sacri,
loc. cit., comincia la loro serie con Vitale,
il quale col vescovo d'Arbe e i primari di
Veglia promise ubbidienza e fedeltà al
doge di Venezia Pietro II Orseolo, altra
prova ohe già i veneti dominavano in Ve-
glia, signoria che pretese ritardare Com-
mauville, ovvero avrà inteso indicare il
ricupero del dominio. Il narrato atto, Vi-
tale nel 1 o 1 8 lo rinnovò co' vescovi d'Ar-
be e Ossero, e col clero e popolo di Ve-
288 V E G
glia e di quell'altre isole del Quarnero; in-
di nel io3o intervenne al sinodo provin-
ciale di Spalatro. Ne furono successori
Gregorio del i o5o, al cui tempo per pre-
potenza de'croati fu intruso nella sede cer-
to Cededa, e venendone espulso Gregorio,
non vi potè tornare che nel io65, incili
morì quello. Nel 1069 Pietro,! il quale
giurò ubbidienza all'arcivescovo di Spa-
Jatro, allora suo metropolitano. Domeni-
co sedeva neh 100, e si recòa'sinodi pro-
vinciali di Spalatro. Durante la sede va-
cante fu eretta la suddetta metropoli di
Zara, e assegnate per suffraganee Veglia,
Albe e Ossaro. Neil i53 Pietro li fondò
in Veglia un monastero di benedettini
colla chiesa di s. Martino. Neh 170 Da-
bro, che nel 1 179 intervenne al concilio
generale di Laterano HI. Giovanni 1 vi-
veva neh 186. Non trovansi altri sino al
1270, in cui è registrato Marino. Nicolò
JV nel 1290 nominò vescovo di Veglia
fr. Lamberto de' minori, a motivo della
discrepanza de'pareri de'capitolavichea-.
\eano eletto, gli uni fr. Giovanni da Ve-
glia minorita,e gli altri fr. Zaccaria dome-
nicano: il vescovo accordò a* suoi france-
scani di fabbricare un convento, e fu tra-
slaload Aquino nel 1297. Gli successe Gi-
rolamo. Nel 1298 Matteo. Neli3o2 fr.
Tommaso francescano. Nel 1 3 14 Giaco-
mo Bertaldo prete di s.Pantaleone di Ve-
nezia, ove poi venne tumulato. NeIi33o
Lompradio. Nel 1 332 Nicolò I, nominato
in una sentenza d'Andrea Micheli conte
d'Albe, per la controversia che il vescovo
aveva contro il conte di Veglia. Fino al
142 1 vacò la sede, provveduta con Nico-
lò li, eletto dal conte di Veglia. Nel 1 436
fr. Angelo da Bologna domenicano. Sede-
va neh 44° Francesco I. Neh 460 fr. Ni-
colò 111. Neh 5oo Natale della Torre, che
intervenne nel 1 5 1 4al concilio generaledi
Laterano V, e lasciò in Veglia a suo vica-
rio il fratelloDonato vescovo di Bosnia, di
cui feci menzione nel voi. LXVII, p. 44»
riparlando de' vescovi di Bosnia. Rinun-
ziando Natale neh 528, in que&to gli fu
VEG
sostituito d. Eusebio Prinli veneto patri-
zio, e camaldolese di s. Michele di Mura-
no, morto dopo circa due anni in Venezia
di veleno. Clemente VII die la chiesa in
amministrazione al veneto cardinal Ma*
rino Grima/ii/indi poco dopo neh 53 1
elesse a vescovo Giovanni II Rosa, trasfe-
rendolo da Scardona, morto in Zara e de-
posto nella basilica di s. Grisogono. Nel
1 55o fr. Alberto Divini domenicano, che
celebrai nel voi. LXI 1 1, p. 2 1 o, qual già
vescovo di Modrusca (riparlando di que-
sta sede, la quale da Gregorio XVI colla
bolla Apostolici nostri ministerii , del
i833, Bull. Rom. cont. t. 19, p. 2o5:
Reintegratio dioecesisModrusiensis cu ni
suis privilegiis): intervenne al concilio di
Trento, e visitò la diocesi. Neh 564 Pie-
tro III Bembo nobile veneziano, zelantis-
simo propuguatore de'suoi diritti, ordinò
opportuni regolamenti per la divina uffi-
ziatura,i cuiarticoli si leggono nel p. Far-
lati : due volte visitò la diocesi, e ricevè
Agostino Valerio o Valìer, poi cardina-
le, visitatore apostolico dell'Istria e Dal-
mazia. Neh 589 Giovanni III conte del-
la Torre, canonico di Padova, colla riten-
zione di tal prebenda, alla cui cattedrale
donò parecchie reliquie e del legno della
ss. Croce. Ne rilevai le onorevoli gesta
nel voi. LXXII,p. 71, come egregio nun-
zio di Svizzera. Mori neh6a3 in Padova,
e fu sepolto nella cappella della ss. Croce
nella cattedrale. Neil' istesso anno gli fu
surrogato d. Luigi Lippamano nobile ve-
neto, canonico regolare di s. Giorgio in
Alga, e visitò la diocesi. Neh 642 d. Co-
stantino de Rossi di Scio somasco, trasfe-
rito dalle sedi di Cefalonia e Zante. Da
Nona neh 653, e prima che vi si recasse,
vi fu traslato Giorgio Giorgicci della dio-
cesi di Spalatro, indi visitò la diocesi di
Veglia. Neh 660 Francesco II de Marchi
di Spalatro, visitò la diocesi. Gli successe
neh 668 fr. Teodoro Gennaro di Vicen-
za de'minori osservanti, il quale pure vi-
sitò la diocesi. Nel 1 684 Stefano David, e
nello stesso per sua morte Baldassare No-
VEG
saclini trevigiano. Nel i 7 1 3 ti. Piel 10 Pao-
lo Calorio somasco, già di Trau. Dopo
triennale sede vacante, nel 177.0 da Albe
passò a questa sede Vincenzo Lessio di
Coi fu; morto in Albe, ov'erasi recato per
salute, fu portato il corpo a Veglia e de-
posto nella cattedrale. Nel 1 780 Federico
Rosa veneziano, pati persecuzioni de'suoi
malevoli dinanzi il patrio senato, e fu tra-
slalo a Nona nel 17 38. Nel seguente Pie-
tro Antonio Zuccari di s. Vito nel Friuli,
ancli'egli perseguitato e calunniato, si re-
cò in Roma a difendersi, e tornato inno-
cente a Veglia, governò da lodato e zelan-
te pastoie. Con questi termina la serie
del p. Farla ti, e la compilò colle Notizie
di Roma. Nel 1 778 d. Diodato M.3 Difni-
co canonico regolare Lateranense di Se-
benico. Nel 1 789 fr. Giacinto Ignazio Pel-
legrini domenicano di Zara. Nel 1 792G10.
Antonio Sinitich di Veglia, eh' ebbe lun-
ghissimo vescovato. Per sua morte Gre-
gorio XVI nel concistoro dell' 8 luglio
1839 preconizzò Bartolomeo Bozanich
del castello di Verbenico diocesi di Ve-
glia, già canonico della cattedrale, supre-
mo e benemerito ispettore delle scuole
normali della diocesi, prudente, dotto,
pieno d' integrità e sperienza. Passato a
miglior vita, il regnante Pio IX dichiarò
l'attuale vescovo di Veglia, nel concisto-
ro de'23 marzo 1 855, mg.r Gio. Giusep-
pe Vitezich del castello di Verbenico dio-
cesi di Veglia, dottore in s. teologia, già
concepista nella cancelleria aulica di Vien-
na e consigliere di governo, luogotenente
in Dalmazia, canonico onorario della pa-
tria cattedrale, lodato per dottrina , gra-
vità, probità e perizia nelle cose ecclesia-
stiche. Ogni nuovo vescovo è tassato ne'
libri della camera apostolica e del s. col-
legio in fiorini 1 00, ascendendo le rendi-
te della mensa a 4ooo scudi romani. Dioe-
ci-scos ambitili ad quinquaginta quiri-
que milliaria longi tildi nisy ad triginta
latitudini* profenditur,tres insula* eom-
plectitur Veglensem nempe, Auxeren-
seni seti Crepsenseni (cioè Ussaro e Cher-
VEG 289
so, nella quale pure è la collegiata col ca-
pitolo, con monastero di benedettine), et
Arbensem{\\\cw\ sono le benedettine eie
terziarie francescane), a e insù per par te ni
insulae Gissae, atque in hit duae Col-
legiatae et plus continentur paroeriae.
Siccome di Arbe fu dimenticato l'artico-
lo, oltre il cenno riferitone! vol.LXVIII,
p. 2 1 3, e il narrato di sopra, qui appres-
so intendo supplirvi e colla serie de' ve-
scovi, riportata dal p. Fallati, Illyrici sa-
cri t t. 5, p. 226.
Arbe (Arben). Città vescovile della
Dalmazia, capitale dell'isola del suo no-
me, la quale fu detta anche Scarduna
e dagli slavi Rabt facente parte degli sta-
li austriaci, nel mare Adriatico, sulla co-
sta della medesima Dalmazia, circolo di
Zara, nel golfo di Quarnero, distante più
di 4 leghe da Ossaro o Ossero. Ha l'iso-
la 5 leghe quadrate di superficie, e la co-
sta è assai dirupata. Il canale, senza al-
cuna rada, lascia da'due lati esposti i na-
vigli all'impeto de' veuti. Contiene oltre la
città omonima, 2 borgate e 1 2 villaggi. Il
terreno in parte è piano, e in parte mon-
tuoso. Il paese piano è fertile d'olivi, fi-
chi e vini eccellenti; nelle valli abbon-
dano pascoli, ove si nudrisce un'infinità
di minuto bestiame, producente molta
lana. Nella parte montuosa vi sono molti
boschi, fra' quali i maggiori sono quelli
di Capo di Fronde e di Plogani, che dan-
no bellissimi legnami da costruzione. Vi
abbonda il selvaggiume. Il suo principa-
le prodotto è il sale, di cui non meno che
di seta, lana, cuoi, vino, montoni, porci,
pesci e buoni cavalli si fa un attivo com-
mercio. Il clima non è de'piìi felici, e la
stagione invernale vi è orrida, la violen-
za de' venti recando gravissimi danni al-
l'isola, anche in altre stagioni. Non man-
ca di cave di marmi, di cui nel 1681 ne
furono scoperte varie vene di bianchi, ed
altri con macchie rosse e gialle. Abbon-
da altresì di sorgenti d' acqua limpida.
Gli abitanti de' villaggi vivono sparsi ia
capanne qua a là all' uso de'morlacchi,
29o V E c;
i quali sono forse d'origine slava e di re-
ligione greca, robusti e guerrieri, pastori
«li bestiame minuto. L' isola e la città di
Arbe dicesi che si governasse un tempo
colle proprie leggi a norma di repubbli*
ca, signoreggiata successivamente da'ro-
mani e da'greci. Infestata poscia da' cor-
sari, implorò l'aiuto e si pose sotto la so-
vranità della repubblica veneta nel x o 1 8,
come Veglia e Ossaro. Per le vicende
della guerra fu protetta da' re di Croa-
zia, e da quelli d' Uugheria che le ac-
cordarono diversi privilegi. Nel i4^o ri-
tornò per altro sotto il veneto dominio,
«lai quale passò in quell'odierno dell'Au-
stria. Arbe, Arba, Arbum, eh' è la sua
capitale, egualmente sulle coste di Dal-
mazia, è fabbricata nella valle di Cam-
pura sopra un'amena collina, che si pro-
lunga fra due porti, ed ha 700 passi di
circonferenza. Le sue case parte sono
in declivio e pai te in piano perfetto, se-
condo la collina sulla quale sono pianta-
te. Fuori della porta di campagna si ve-
de un delizioso piano d'un 4° di miglio
di larghezza, e alla destra di esso trova-
si uno stradone ben livellato, nel quale
tuttavia rimangono gli avanzi del bel
borgo, aggiunto poscia alla città. Ha un
porto capace di bastimenti d'ogni gran-
dezza, ma di difficile imboccatura, che
non permette l' ingresso a più d'un na-
viglio alla volta. La città non è mal fab-
bricala, fu un tempo mollo più impor-
tante, possiede le ricordale case religiose,
ed ha l'antica cattedrale sotto l'invoca-
zione della 13. Vergine Maria Assunta
in cielo, e fra le sue sagre reliquie che
in essa si venerano è il capo di s. Cristo-
foro martire, patrono principale dell'iso-
la e della diocesi. Egualmente sono te-
nule in gran divozione le teste che la tra-
dizione crede de'3 fanciulli ebrei Sidrac,
Misac e Abdenago, compagni di Daniele,
i quali gettati nella fornace ardente di
babilonia, per aver ricusato d'adorare
la statua d' oro fatta erigere a se stesso
da Nabucodouosor,ue uscirono sani esal-
VEG
vi lodando il Signore col notissimo can-
tico. Il precedente capitolo avea le digni-
tà d'arcidiacono, arciprete e primicerio,
9 canonici, 6 mansionari. 3 diaconi,3 sud-
diaconi e 3 accoliti.Dell'isola e città diAr-
be, il p. Fallati tratta eziandio nel t. r,
p. 190 e seg. L'isola d'Albe fu detta an-
che Scarduna, ed in essa vi fu pure la
città di Colenlum, le cui vestigia si vo-
gliono esistere presso la chiesa de' ss. Co-
sma e Damiano, ch'era il principale suo
tempio con insigne capitolo, il quale per
la rovina di Colentuni si unì a quello
d'Arbe, e così queslo nelle pubbliche
processioni alzò due Croci per memoria.
Riporta ancora le diverse opinioni, se Ar-
be e Scarduna furono due isole o una, e
quest' ultima sentenza sembra prevale-
re, con due città, la principale Arbe, l'al-
tra Colentum. I veneziani vi preposero a
governarla un conte o prefetto, la cui giu-
risdizione si estendeva triginta mensium
spatio. Parla pure dell'isola summento-
vata di Gissa, Gissac, ora Isola di Pago,
Paganorum insula, parimente nel golfo
del Quarnero e sulla costa della Croazia,
da cui e da Arbe è divisa dal canale di
Morlacchia. Pago n'è il luogo principa-
le, essendo abitata l'isola da 4ooo indi-
vidui d'origine slava. Produce grandis-
sima quantità di vino, e buoni formag-
gi di pecora; ha inoltre importanti sali-
ne. Metà dice appartenere alla diocesi
d'Arbe, l'altra parte a quella di Zara.
L' introduzione del cristianesimo, come
l'origine della sede vescovile, e sua pro-
vincia ecclesiastica, Arbe l'ebbe comune
con Veglia, e forse anche anteriore n' è
il vescovato, poiché trovasi Ticiano sot-
toscritto Episcopus Arbcnsis a' concilii
provinciali di Salona del 53o e 532. Ma
non Irò vausi successori sino a Pietro I del
986. Madio o Maggio del 1 o 1 8, come già
dissi, col suo clero e popolo, giurò obbe-
dienza e fedeltà al doge ed alla repub-
blica di Venezia. Il vescovo Drago di con-
senso del clero e della città fondò in que-
sta nel 1062 un monastero di beuedet-
V EG
tini. Pietro II fu al sinodo di Zara nel
1072, e Gregorio inlervenne a quello» di
Spalatro nel 1 075. Domano o Drabana
monaco fioriva circa il 1 080, Vitale nel
1 086, e Pietro III nel 1 094- Lupo o Pao-
lo nel 1097, e gli successe circa ili 1 1 1
Buouo, ai cui tempo Albe sottraila dal
metropolita di Spalatro fu resa suiFra-
gauea di quello di Zara. Il vescovo An-
drea I tenne un sinodo nel 1 177, e nel
1 1 79 fu a quello generale di Lateranolll.
Frodano del Lauro sedeva nel 1 2o5, Ve-
nanzio nel 1216, Andrea II nel 1220,
Giovanni I nel 1225 come eletto, ma
nello stesso anno trovasi eh' eragli suc-
cesso Giordano. Nel 1239 Paolo I, nel
1249 Stefano de Dorainis. Gregorio li
Ermolai o Costizza è notato nella sen-
tenza del patriarca di Grado, pronunzia-
ta nel 1268 qual primate di Dalmazia
contro il magistrato e la città d'Arbe ,che
negavano le decime al vescovo e al capi-
tolo. Nel i 290 Matteo 1 Ermolai paren-
te del predecessore, così Giorgio I Er-
molai eletto nel 1292, mandò un suo
parroco nel 12963! concilio provinciale
di Grado, e pare ch'egli neli3i 1 inter-
venisse a quello generale di Vienna. JNel
i3i3 gli successe Simeone monaco be-
nedettino, ed a questi dopo il 1 3 1 5 il mo-
naco Aimo. Giorgio II Ermolai governò
un anno circa, e morì nel i320 ; nello
stesso, Francesco I di Filippo nobile di
Albe e arcidiacono della cattedrale, sino
al 1329. In questo Giorgio 111 Ermolai,
altro arcidiacono d'Arbe, nel quale anno
il cardinal Pietro Bertrandi legato apo-
stolico gli scrisse lettera per sopperire al-
la tenuità della mensa vescovile : nel 1 334
si recò al sinodo provinciale di Zara, in
cui fu estinta la controversia de'proveuli
tra il capitolo di Zara e Arbe. Nel 1 364
Grisogono de Dominis, poi vescovo di
Trau ueh373. Gli successe Zodenigo I
de Zodenigbi d' Arbe, contro del quale
nel i384 appellò al patriarca di Grado
qual primate di Dalmazia, Pietro li ai
V E G 291
in patria la chiesa di s. Elena, e morto
nel 1 4 1 2 fu sepolto nella cattedrale a van-
ti la sua cappella gentilizia. Lo surrogò
il nipote ecoadiutore, Zodenigo II de Zo-
denigbi. Per la sua morte nel i4i 4 Ma-
rino Carnota nobile d'Arbe e arcidiaco-
no della cattedrale, nel i423 traslalo a
Trau e poi a Trieste. Quindi fr. Fran-
cesco Il domenicano fiorentino de' Ser-
vandi o Sigismondi, ovvero de' Diondi,
nel 1428 traslato a Capo d'Istria, come
notai nel voi. LXXX, p. 267, riparlan-
do di quella chiesa. Gli successe Angelo
Cavazza o Cavaci, trasferito nel i433a
Parenzo e poi a Trau. In sua vece ven-
ne ad Arbe Giovanni 11 da Parenzo e
canouico di quella cattedrale, che inter-
venne al concilio generale di Firenze, in-
di nel i44° rinunziò e successe alla pa-
tria sede dopo il predecessore. Neh 44°
Matteo lì Ermolai già vescovo di Sap-
pa. Per sua morte nel i44^ &"• Pa°lo II
da Zara domenicano, a cui successe nel-
l'istesso anno il correligioso fr. Nicolò da
Zara. Neh 4^2 divenne vescovo della pa-
tria il nobile Giovanni HI Scaifa primi-
cerio della cattedrale. Nel »472 Leonel-
li Cheticeli di Vicenza, nel 1 4-^4- Luigi
Malombra veneziano, e intervenne nel
1 5 1 4 al concilio generale di Laterano V.
In questo fu pure neli5i5 il successore
Vincenzo I Negusanli nobilissimo di Fa-
no, di grande erudizione, che intervenne
ancora al concilio di Trento nel i562,
ed ottenuto di rassegnare la sede, nel
i56g ripalriò, come con altre interes-
santi notizie narrai nel voi. LXXXVI, p.
i63. A suo tempo nel i534 un'imma-
gine della B. Vergine, e nel 1 559 un'i,n*
magine del ss. Crocefisso lagrimarono,ed
il p. Fallati riporta gli alti autentici di
tali commoventi prodigi. Gli successe in
detto anno Biagio Sideneo di Zara, e di-
poi ricevè il suddetto Agostino Valerio
visitatore apostolico dell'Istria e Dalma-
zia nel 1569, il quale visitò ancora que-
sta diocesi ed emanò analoghi decreti.
civescovo di Zara. Nel 1086 cousagiò Nel i584 fr. Andrea IH Ceruoli fran«
286057
292 V E G
cescano, già vescovo di Scardona e sno
coadiutore. Nel i 588 d. Pasquale Pada-
vitio veneziano monaco camaldolese, il
quale piamente promosse il culto del ce-
lebre s. Marino oriundo di questa città,
avendo perciò ottenuto un' insigne reli-
quia dalla repubblica di s. Marino che
ne possiede il venera t'issi aio corpo. Nel
1621 d. Teodoro Zorzi nobile veneto e
monaco cassinese, al cui tempo d'ordine
d'Urbano Vili l'arcivescovo di Zara Ot-
taviano fece là visita della diocesi d'Ar-
be. Nel 1 63 6 Pietro IV Gaudenzi d i Spa-
latilo, tenne il sinodo diocesano nel 1 643
estatuì provvide leggi ecclesiastiche, mas-
sime per l'osservanza delle feste de'santi.
Gli successe nel 1664 il nipote Donnio 1
Gaudenzi arcidiacono della patria me-
tropolitana Spalatro. Nel 1696 fr. Ot-
tavio Spader di Zara francescano, ch'eb-
be grave contrasto colla città per le re-
liquie di s. Cristoforo, per cui rinunziò
e fu traslato in Asisi nel 1698. Antonio
Iiosignolo di Trau e canonico di quella
cattedrale, nel 1700 divenne vescovo di
Albe, la cui diocesi più volte visitò e vi
celebrò 10 sinodi. Per le molestie patite
col capitolo e colla città, ottenne di esser
traslato a Nona. Nel 1713 Vincenzo II
Lessio di Corfù e canonico di quella cat-
tedrale, trasferito a Veglia nel 1720. In
questo Donnio II Zen di Faria e canoni-
co di quella chiesa, benemerito della di-
VEG
sciplina ecclesiastica. Nel 1729 Andrea
IV Carlovich di Spalatro e canonico di
quella metropolitana, zelantissimo del-
l'ecclesiastica disciplina. Nel 1739 Paci-
fico Bizza nobile d'Arbe, poi arcivesco-
vo di Spalatro. Nel 1746 Giovanni III
Calebotta di Trau, e ivi canonico e vica-
rio generale, indi traslato a Sebenico. Nel
1756 Gio. Luca Caragn'tni di Trau, an-
ch' egli canonico e vicario generale di
quella chiesa , zelantissimo pastore, vi-
sitò accuratamente la diocesi, e meritò
la traslazione a Spalatro. Nel 1763 Gio.
Battista Giunleo da Trau, cauonico e
arciprete di quella cattedrale, poscia ve-
scovo di Nona. Nel 1 771 Gio. Maria An-
tonio dell'Ostia di Zara, già parroco di
s. Andrea dell'abbazia di Narvesa dioce-
si di Treviso. Per ultimo vescovo d* Al-
be registrano le Notizie di Roma Gio.
Pietro Galzigna d'Arbe, ili. "giugno 1 79^
traslato da Trau. Lo trovo registralo
nelle successive Notizie inclusivamenle
a quelle del 1824, e non nell'altre del
1825, dovendo esser morto comechè na-
to nel 1740- 'ndi nel 1828 Leone XII
soppresse il vescovato d'Arbe, I' unì a
quello di Veglia, ed il vescovo s'intitola
vescovo di Veglia e Arbe, e non di Os-
sarò, benché pure riunito alla sua diocesi
da detto Papa, come narrai superior-
mente.
FINE DEL VOLUME OTTANTES1M OTTAVO.
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1840
SMCR
fioroni , Gaet
ano,
1802-1883.
Diz ionari o d
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AFK-9455 (awsk)